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I giovani non sono nichilisti

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Intervista a Marco Rizzo sulla composizione giovanile
Il discorso pubblico che nella pandemia ha contribuito a produrre un’immagine della composizione giovanile associa generalmente i giovani a forme di malessere psicologico ed esistenziale. Senza negare l’impatto psicopatologico che il virus e la sua gestione hanno avuto su di loro, se vogliamo attribuire un valore politico alla questione generazionale non possiamo accontentarci di questa “banale” considerazione sociologica. Dobbiamo invece iniziare a tratteggiare i profili, al plurale perché quella dei giovani è una composizione fortemente stratificata, della soggettività giovanile per individuare le potenziali linee di conflitto. Tuttavia nei confronti dei giovani scontiamo una lacuna analitica che è anche e soprattutto il riflesso di una lacuna organizzativa e viceversa. Lo scopo di questa intervista a Marco Rizzo, militante e insegnante nelle scuole di secondo grado, è quindi quello di inaugurare uno spazio di riflessione sulla composizione giovanile capace di spezzare questo circolo vizioso tra mancanza di analisi e assenza di intervento. A questa intervista seguiranno altri materiali prodotti per lo più da “osservatori privilegiati” capaci di ragionare, come fa bene qui Marco Rizzo, sulle forme di politicità implicita dei giovani, sulle ambivalenze dei loro comportamenti e quindi di tratteggiare delle ipotesi di lavoro politico. L’assenza di una presa di parola soggettiva da parte dei giovani potrebbe far storcere il naso a qualcuno. Tuttavia, sebbene sia sempre importante dare spazio alla voce dei soggetti, in fase di elaborazione delle ipotesi di lavoro è altrettanto rilevante lasciare spazio a chi riesce a produrre forme di astrazione a partire da una diretta osservazione.
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Della miseria dell’industria scolastica. Intervista a Gigi Roggero

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Intervista di Francesca Ioannilli a Gigi Roggero su aziendalizzazione, macchinizzazione, riproduzione e impoverimento delle capacità nella scuola

Nell’approfondimento sulle industrie della formazione abbiamo intervistato Gigi Roggero, autore di varie analisi sulle trasformazioni dell’università e da qualche anno insegnante di storia e filosofia nella provincia di Bologna. È questo, dunque, l’osservatorio da cui puoi condurre una riflessione sull’azienda scolastica. Da quando, esattamente?

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Per farla finita con la sacralità della vittima e delle differenze

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Identity politics, woke left e crisi del ceto medio riflessivo
Più precisamente, si può identificare il polo degli “illuminati” con la cosiddetta woke left. La sinistra sveglia, illuminata appunto, che ritiene di possedere la Verità; che si auto rappresenta come giusta e meritevole, competente e razionale; la cui missione storica è quella di proteggere l’umanità e l’insieme degli enti sensibili e non – tutti ugualmente vulnerabili – dalle forme di sfruttamento e di oppressione, dall’ignoranza e dalla rozzezza di chi sostiene i “populisti”, dagli istinti animali ed egoistici che guidano le azioni di uomini e donne. È la sinistra delle differenze e dell’intersezionalità e della lotta al privilegio. È la sinistra del “politicamente corretto” che trae nuova linfa dalla cosiddetta cancel culture; quella dei safe spaces per le minoranze oppresse.
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Contro le leggi della storia. Intervista ad Asad Haider (II)

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Intervista ad Asad Haider su Black Lives Matter, le elezioni presidenziali e il futuro dei movimenti statunitensi
Asad Haider è un ricercatore statunitense e fondatore della rivista Viewpoint Magazine. Nel 2016 è stato autore di un libro intitolato Mistaken Identity: Race and Class in the Age of Trump (Verso, 2016) ed è editore di una prossima antologia intitolata The Black Radical Tradition: A Reader (Verso, 2021). Nella prima parte dell’intervista che abbiamo svolto con Haider, si è parlato della politica dell’identità in America, il rapporto tra “razza” e “classe”, la teoria intersezionale e il concetto di “vittimità”. Questa seconda parte tratta del movimento Black Lives Matter, le elezioni presidenziali e il futuro dei movimenti statunitensi. 
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La bolla terribile: ancora su safe space e woke left

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Pubblichiamo l’intervento di Nicola Baldi, che dialoga con lo scritto di Mattia Pagliarulo sui “safe space”. Ci sembra un contributo capace di arricchire il dibattito, in quanto non solo testimonianza diretta di un’esperienza che, seppur protrattasi in ambiente digitale, traccia un profilo dell’economia politica, delle dinamiche e delle tendenze inscritte nella pratica dello “safe space” come essa si è data in ambienti di attivismo culturale e politico di sinistra, ma anche riflessione complessiva sui limiti e sui problemi posti dalla cultura politica della cosiddetta “woke left” (a queste latitudini influenzata a scoppio ritardato da teorie accelerazioniste, transumaniste e intersezionali, e autonominatasi “xenoleft”), per la gran parte importata dai campus universitari della sfera anglofona, in un contesto – approfondito dalla situazione pandemica – in cui larghi settori di composizione giovanile sviluppano la propria formazione, identità e soggettivazione politiche online.
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Crisi d'identità. Intervista ad Asad Haider (I)

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Commonware intervista Asad Haider sulla politica dell’identità in America, il rapporto tra “razza” e “classe”, la teoria intersezionale e il concetto di “vittimità”.
Asad Haider è un ricercatore militante statunitense e fondatore della rivista Viewpoint Magazine. Nel 2016 è stato autore di un libro intitolato Mistaken Identity: Race and Class in the Age of Trump (Verso, 2016) ed è editore di una prossima antologia intitolata The Black Radical Tradition: A Reader (Verso, 2021). Nel contesto del dibattito in corso su Commonware sulla questione della identity politics, abbiamo intervistato Haider sulla politica dell’identità in America, il rapporto tra “razza” e “classe”, la teoria intersezionale e il concetto di “vittimità”. Nel testo emerge un’interessante critica della politica identitaria, in un’ottica sviluppata dalla tradizione radicale nera. Una seconda parte dell’intervista, che verrà pubblicata a breve, tratta del movimento Black Lives Matter, le elezioni presidenziali e il futuro dei movimenti statunitensi. 

I fuochi della rivolta e il ballo in maschera dei suprematisti

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"Borne" risponde alla riflessione di Commonware sull'assalto a Capitol Hill
La profanazione di un feticcio vuoto come il Campidoglio non ci indigna e non segna un salto di livello. Certo, l’estrema destra, la sua organizzazione capillare, è un pericolo concreto e che ha accompagnato tutta la storia statunitense, il suprematismo bianco segna l’idea di polizia e di governo sin dai suoi albori, in particolare negli Stati Uniti. Illuso è chi crede che Trump sia una condizione per la radicalizzazione di questi gruppi, quando ne è l’espressione organizzata. Ma la realtà mai abbastanza raccontata, è che queste forze reazionarie oggi vacillano, sotto le spinte di una guerra civile non dichiarata, non trattenuta, che da Minneapolis a Portland, passando per Atlanta e Kenosha, mette tutto in discussione. E allora la lettura di Capitol Hill come punto alto di una guerra civile tra liberal e fascisti diventa anche un meccanismo di occultamento di processi ben più ampi (allo stesso modo dell’indignazione per i feticci democratici che sono stati dissacrati).
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Contro lo spazio salvo

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Lettera sulla politica del "safe space" - di Mattia Pagliarulo
Gli spazi sono salvi quando chi li abita pensa di essersi salvato dalla confusa e becera folla che lo circonda, cioè la realtà contemporanea. Pensa di essersi salvato “insieme”, ma si è salvato da solo. Con tutti quelli soli e uguali a lui. Gli spazi sono salvi quando sono diventati innocui per il capitale e dannosi per chi vuole fargli male, in quanto dispositivi di disinnesco di possibili spinte insurrezionali. Sono salvi perché il loro concetto di “inclusività” ha le regole di un club d’élite, esclusivo e a numero chiuso.

The Battle of Capitol Hill

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di Commonware
La battaglia di Capitol Hill. Un evento di enorme portata simbolica, che giunge a maturazione dopo settimane di preparazione, mesi di agitazione, anni di mobilitazione e radicalizzazione, sia aperta che sotterranea.

L'università italiana a due velocità

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Intervista a Gianfranco Viesti a cura di Redazione di Antudo.info
Sebbene le prime iniziative siano ascrivibili a un governo di centrodestra, la politica universitaria è stata sostanzialmente identica per tutti i governi che si sono susseguiti - quanto meno fino al governo Gentiloni, che ha dato qualche segno in direzione diversa. Ed è stata [la politica universitaria, ndr] accompagnata da un’iniziativa piuttosto forte di ambienti politico-culturali prevalentemente del Nord e prevalentemente milanesi, volta a ristrutturare fortemente il sistema universitario italiano. Soprattutto, a concentrare le risorse disponibili su quelle che essi stessi auto-definivano «la parte di maggiore qualità del sistema universitario», le «università di eccellenza», in modo da poterle mettere in grado di competere con le altre università europee.