Il genere tra gestione della vittimità e specificità di potenziale conflitto

Il genere tra gestione della vittimità e specificità di potenziale conflitto

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di Valeria Marzio

Sono una militante politica e vorrei raccontare qualcosa che mi è capitato di osservare negli ultimi tempi nella città di Bologna. Qualcosa che non avevo mai visto e che mi ha stupito: un militante dovrebbe infatti essere curioso e lasciarsi stupire dalla realtà in cui è collocato. Viceversa mi trovo spesso in un ambiente dove tutti dicono come gestire le cose che succedono, perciò, visto che è nel mondo che si assumono rischi e si prova l’insicurezza guardandolo in faccia, ho deciso di non avere come referente di questo racconto quegli ambienti apparentemente sicuri da cui io stessa provengo e di  fornire a chi legge delle ipotesi parziali, degli spunti di controtendenza, chissà che certe cose non possano anche andare oltre i confini di questa città.

Qualche settimana fa, nell’ambito di una prassi di lotta contro i padroni di merda della città che va avanti da qualche anno e che consiste nel ricevere e pubblicare sui social le testimonianze sulle malefatte dei padroncini per poi attivare diversi piani di azione – ad esempio andando a leggere quelle stesse testimonianze direttamente sotto l’esercizio, l’azienda o la cooperativa interessata – se si fosse passati da piazza Verdi durante l’orario dell’aperitivo, si sarebbe potuto osservare un cospicuo numero di giovani (studenti, lavoratrici o studenti-lavoratori) intenti a dirne quattro a un noto padrone di merda della zona universitaria. Questo proprietario di un bar della zona universitaria è infatti conosciuto da anni come un molestatore seriale e parecchie risultano essere le testimonianze di ragazze che hanno subito le sue manipolazioni e violenze psicologiche mentre si trovavano sul luogo di lavoro (e non solo).

Inutile dire che la vicenda ha sollevato un grosso polverone, soprattutto perché il noto esercente è amico di tanti politici cittadini, perlopiù di sinistra, e svolge da qualche anno la professione di psicologo. Ma non è questo ciò di cui vorrei parlare qui, o meglio ne parlerò forse un po’ indirettamente, ma andiamo con ordine.

Ciò che ho potuto osservare, ascoltando le ragazze che parlavano al megafono, leggendo le interviste fatte ad altre di loro che non se la sentivano di parlare, parlando direttamente con chi in quei giorni aveva preso parte alla protesta, mi porta a porre le questioni nel seguente modo: quali sono oggi gli usi del genere - sia da parte del capitale che da parte delle soggettività che rispondono agli usi di parte capitalistica  - in quanto componente soggettiva dello stare al mondo?

In primo luogo bisogna specificare il contesto complessivo: i rapporti di genere sono una componente fondamentale del dominio capitalistico che, tanto nei luoghi della produzione, quanto nei luoghi e nelle industrie della riproduzione, servono a gerarchizzare, comandare, guadagnare, sfruttare meglio il lavoro e la capacità umana. C’è una certa percezione di normalità nell’uso di questi rapporti di genere per gli scopi detti, a fronte, come dirò a breve, di una vulgata pubblica che continuamente invoca la liberazione delle donne dalle gerarchie materiali che il genere produce.

Guardando alla specificità del caso di Bologna vediamo un proprietario di un bar che da una parte “adesca” 19enni e “scherza” con loro sul loro corpo, sulla loro vita personale, sulla loro capacità lavorativa, richiedendo “resilienza” e “simpatia”, dall’altra fa lo psicologo (anche delle sue dipendenti) assumendo un ruolo di cura terapeutica improntato a manipolare le sue pazienti come un padre-padrone. Potremmo dire che questa situazione è, in piccolo, uno spaccato della realtà nel suo complesso: da un lato c’è una modalità raffinata di mettere a valore i rapporti di genere che si mostra come la punta avanzata del suo uso capitalistico: l’emotività e la relazionalità, il comando dolce della madre-padrona, manipolatrice e accomodante. Dall’altra permangono forme becere, arretrate e vecchie, che si concretizzano ad esempio nelle molestie sui luoghi di lavoro e non solo. Se vogliamo, l’arretratezza delle molestie è l’altra faccia della medaglia dello sbandieramento dell’emotività come avanguardia della finta liberazione e dell’attività di cura tout court.

Nel quadro così delineato il genere appare come una componente strutturale e sociale del vivere nel mondo, ed è quindi socialmente costruita, attraverso processi di normalizzazione, ricattabilità, inferiorizzazione e vittimizzazione.

Tuttavia ci sono altri elementi che emergono dal caso delle proteste di Bologna e che ci dicono come il genere è usato dal capitale – attraverso i suoi apparati istituzionali e non – ma anche come il genere è controusato dai soggetti reali che subiscono quell’uso capitalistico. È bene sottolineare che quando parlo di usi capitalistici del genere faccio riferimento anche alla capacità del capitale di riassestare i rapporti di genere quando ci sono delle spinte trasformative dal basso. Talvolta infatti, alcune spinte trasformative che insistono sulla dimensione di genere (per esempio le lotte per il riconoscimento e incentrate sull’identity politics) pur provenendo dal basso finiscono per riprodursi come alternative possibili all’interno della gamma di libertà del capitale. Possiamo  indicare tre tipologie di usi del genere: un uso tecnico, un uso di marketing e infine un uso volto alla costruzione dei cosiddetti safe spaces.

L’uso tecnico del genere è rispecchiato dalle istituzioni e dalle industrie della cura; mi soffermo qui solo sugli aspetti specifici di questo uso che emergevano dalle testimonianze e dai racconti di chi ha subito molestie sui luoghi di lavoro. Le istituzioni della cura in questione sono in particolare gli avvocati, i centri anti-violenza, gli ordini degli psicologi e così via. Si tratta di soggetti che agiscono in un ampio  ventaglio di situazioni. Quella delle molestie sui luoghi di lavoro potrebbe sembrare una di quelle situazioni meno pesanti (soprattutto quando le molestie, pur caratterizzate da pulsione sessuale, non sfociano in un atto violento esplicito). Eppure, sono proprio queste situazioni grigie a essere emblematiche del modo in cui l’attività di cura istituzionale interviene.

Ciò che emerge è che queste istituzioni dicono che inquadrare il problema, sfogare la propria rabbia, recidere ogni mediazione possibile e denunciare pubblicamente i soggetti molestatori, è pericoloso; bisogna certamente denunciare all’autorità, ma, in situazioni come queste, dove le vie legali sono incerte, le istituzioni delle cura si arrogano anche il diritto di dire cosa la persona molestata può e non può fare fuori dai tribunali. Quindi ad esempio la protesta davanti all’esercizio è pericolosa (il mondo è pericoloso!) perché, se la donna è una vittima e come tale deve comportarsi, non può rischiare di ricevere una denuncia per diffamazione o calunnia. La donna viene completamente inferiorizzata rispetto alla sua effettiva capacità conflittuale. Come se fosse sempre chi viene molestata, per l’appunto, a dover fare dei passi indietro e a dover riflettere su sé stessa. Come se non ci fosse un nemico chiaro, come se non ci fossero responsabili e complici. Il presupposto di fondo di queste istituzioni è sempre quello della donna come vittima, e io aggiungo: di conseguenza sola. Stare insieme con altre vittime ma in una posizione di inferiorizzazione e debolezza non determina infatti l’uscita da un meccanismo di individualizzazione e isolamento. In altre parole la vittimità viene così gestita, e lo stare insieme appare sempre meno come lotta contro ciò che ci ha reso vittime.

C’è poi un uso dei rapporti di genere che possiamo chiamare di “marketing”, sempre di più oggi i discorsi pubblici o di nicchie politiche (istituzionali e culturali) sono volti a fare della liberazione dai rapporti di genere gerarchizzanti un vero e proprio brand. Proliferano discorsi, tematiche – anche di una certa rilevanza, come quella legata al femminicidio e alla violenza domestica – etichette di vario tipo, identità in cui riconoscersi e per cui “attivarsi”; gli atteggiamenti molesti e sessisti assumono sempre nuovi nomi; i personaggi famosi si fanno veicolo di certi messaggi, il linguaggio del genere diventa insomma una delle tante merci che nel mercato si compra e si scambia. I social network da questo punto di vista diventano il luogo di quel marketing mentre la portata fortemente materiale (e non solo culturale) dei rapporti di genere come rapporti di sfruttamento e di classe, si scioglie come neve al sole.

Questi due usi ci conducono direttamente al terzo: la costruzione di safe spaces, reali o immaginari, dove il soggetto vulnerabile, debole, vittimizzato, può sentirsi al sicuro.

Il safe space sembrerebbe un ambiente fatto di domande e risposte predeterminate, se così non fosse non sarebbe più un ambiente sicuro, in quanto entrerebbero elementi di rischio e disturbo. Il safe space è dunque per definizione uno spazio chiuso, non in formazione, ma formato sulla base di determinati presupposti e confini. Sembrerebbe porsi come uno spazio di rottura con la solitudine e l’isolamento, dove alcune forze trasformative entrano certamente in gioco: le identità, i modi diversi di determinarsi, ecc. A ben guardare però, come si diceva all’inizio, sono esattamente alcune spinte trasformative dal basso che il capitale mette a fuoco nel suo mirino, con l’obiettivo di appropriarsene per renderle  alternative interne alla propria struttura, spogliandole quindi della loro potenziale conflittualità. E questo tentativo, si badi bene, il capitale lo mette sempre in atto, non risparmia niente e nessuno! Anzi potremmo dire che il capitale si nutre proprio di quella capacità trasformativa propria dell’essere umano rendendola un’innovazione di sistema.

E allora sorgono tantissimi problemi per chi non si accontenta di pensare che si possa costruire un ambiente sicuro nella vittimità, nella misura in cui l’insicurezza è la cifra dei vissuti concreti. 

Andiamo dunque nel mondo reale, per vedere quale uso del genere le giovani ragazze hanno mostrato di essere in grado di produrre nella protesta contro il loro padrone di merda.

Partirei con una domanda: possiamo davvero dire che oggi, all’espansione di un discorso sul genere nei termini detti prima e alla proliferazione di etichette che indicano comportamenti molesti, corrisponde un aumento dei processi (e degli strumenti) di lotta sui rapporti di genere con annessi miglioramenti reali (e non solo di immaginario)?

Sembra infatti che l’aumento del discorso pubblico sul genere sia perlopiù accompagnato dalla proliferazione di etichette, scelte soggettive di identità di genere, gestione della vittimità più che da strumenti di lotta. Ci sono elementi per descrivere la realtà, pochi strumenti per cambiarla. C’è una proliferazione di temi, ma un’assenza di lotte concrete.

Ma è veramente così se andiamo a vedere cosa succede nelle dimensioni sociali? No, non è del tutto così.

Il coraggio e la forza delle giovani ragazze che in quei giorni erano in piazza, insieme, a urlare in faccia al loro padrone molestatore, ci mostrano infatti che il genere può assumere un significato differente rispetto agli usi di cui si è detto finora e anzi è capace da un lato di mettere in crisi i meccanismi di gestione delle vittimità (istituzionali e non poco importa), dall’altro di rompere l’uso del genere come strumento di affermazione di una identità. 

Ho visto infatti un grosso protagonismo di queste giovani ragazze, sicuramente calato dentro al contesto di proliferazione di quei temi, discorsi ed etichette, che non si esplicitava direttamente come lotta sul genere ma che certamente è diventato patrimonio e spinta di base. In questa esperienza di lotta il genere ha assunto i connotati di una specificità all’interno di una condizione comune di sfruttamento (più sei ricattabile più ci sarà uno sfruttamento intensivo); in altre parole non è emerso, nelle soggettività che si stavano formando nella lotta, come identità, ma come dimensione specifica dello sfruttamento che se trasformata in vettore di lotta contro i padroni di merda può dischiudere un potenziale spazio ricompositivo. Nello stesso tempo ho visto un rifiuto (ambivalente) di sentirsi ed essere considerate come vittime. É bene specificare che la vittimità – in quanto arma del capitale – fa sempre il paio con l’isolamento e la solitudine. Vittimità come safe space.

Nella lotta di queste ragazze invece il conflitto e lo stare insieme in una dimensione di coraggio e di forza, dove ognuna può fare il suo, e non tutte devono fare la stessa cosa, sono stati gli elementi di rottura dell’isolamento vittimario. Peraltro nessuno è stato costretto a essere coraggioso, perché è bastato il coraggio di una o due a smuovere le acque. Il genere è emerso come vissuto reale, intessuto dentro le condizioni quotidiane di vita e di sfruttamento; ed è stato proprio dalla vita reale di chi in prima persona aveva subito, ma anche di chi era venuto solo per supportare, che partivano le basi di un potenziale discorso ricompositivo e “contro” (non tanto alternativo).

Che mille ragazze e ragazzi giovani trovino il coraggio di sfogare la propria rabbia, la propria frustrazione contro i loro padroni, questo era il messaggio che quegli episodi di lotta comunicavano.

Ho visto una possibilità, una traccia da percorrere, un uso del genere come potenzialità di conflitto, che complica il nostro stare al mondo e la costruzione dei nostri spazi sicuri, e che ha come obiettivo prima di tutto quello di rendere questo mondo meno sicuro per chi quotidianamente rovina le vite di tanti e tante giovani e meno giovani, per strada, sui luoghi di lavoro e ovunque. La molestia non può e non deve essere la norma, l’emotività può essere quella del coraggio di rompere con la solitudine attraverso il conflitto.





 

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