Fenomenologia dell’operaio digitale ai tempi dello smartworking

Fenomenologia dell’operaio digitale ai tempi dello smartworking

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di Flavio Pintarelli

La pandemia ha avuto tra i suoi effetti quello di accelerare un ampio numero di fenomeni che, in modo più o meno sotterraneo, si stavano strutturando nella nostra società. Il lavoro da remoto è uno di questi, di certo tra quelli quantitativamente più rilevanti. All’inizio di marzo dello scorso anno, quando Giuseppe Conte annunciò il lockdown nazionale, furono diversi milioni i lavoratori che dovettero ridisegnare in modo radicale le loro routine intorno alle nuove misure previste dall’emergenza. All’improvviso, una modalità di lavoro che fino a quel momento era stata soprattutto un’opzione limitata a persone con problemi di salute, tecnici informatici, manager di medio-alto livello e liberi professionisti diventava esperienza quotidiana per una fetta molto ampia di lavoratrici e lavoratori, soprattutto nel settore del terziario avanzato ma, seppure limitatamente ad alcune funzioni, anche in altri comparti (si pensi per esempio al lavoro amministrativo e di segreteria in tutti i settori della manifattura).

In quei primi giorni di quarantena, forse con una funzione motivazionale, la narrazione del lavoro a distanza - che in Italia è stato improvvidamente chiamato smart working - era incentrata soprattutto sugli aspetti positivi della nuova condizione, che avrebbe contribuito a rendere più produttivi i lavoratori grazie alla dimensione di maggior autonomia che la situazione di emergenza imponeva. Non intendo dire che mancassero campanelli d’allarme, soprattutto sull’assottigliarsi della distanza tra vita privata e lavorativa, eppure, nel clima di unità e concordia nazionale, il lavoro da remoto veniva descritto come qualcosa che la pandemia aveva contribuito ad acquisire, un new normal di magnifiche e progressive sorti che, in Italia, avrebbe contribuito a svecchiare anche le relazioni di lavoro più incancrenite.

Poco più di un anno dopo il panorama era drasticamente cambiato. Mano a mano che la campagna vaccinale proseguiva sotto la “salda” guida del generale Figliuolo il fronte datoriale, con il ministro Brunetta a guidare la carica ai bastioni della Pubblica Amministrazione, si è mosso compatto proprio contro quel lavoro da remoto che fino a pochi mesi prima veniva sventolato come una desiderabile novità. Più la situazione pareva stabilizzarsi, più il ritorno alla normalità della vita professionale organizzata intorno alla diade casa-ufficio veniva acclamato a gran voce e il lavoro da distanza minato. Più di qualcuno, tra i giornalisti dediti ad amplificare la voce del padrone, si è spinto a proporre una riduzione della retribuzione per quei lavoratori che avessero scelto il remoto come modalità di lavoro. Tale aberrazione veniva giustificata dalla riduzione dei costi di trasporto e vitto di cui avrebbero beneficiato tali lavoratori. Appariva così, in modo evidente e inequivocabile anche agli occhi di chi non possiede una solida impalcatura teorica materialista, quale fosse il ruolo che il padronato e il capitale ritagliano per il reddito: ovvero uno strumento per sostenere solo e unicamente il consumo.

Perché intorno al lavoro da remoto abbiamo assistito a un cambio di fronte così repentino e violento? Proverò a rispondere a questa domanda partendo dalla mia esperienza personale, di lavoratore dipendente ed RLS impiegato in una PMI attiva nel settore del marketing e della comunicazione. Per i miei colleghi e per me, lo switch dal lavoro in presenza al lavoro da remoto - che abbiamo messo in atto in tempi ridottissimi perché, di fatto, molte delle tecnologie che fino a quel momento stavamo già usando erano tecnologie basate sul cloud e pertanto progettate per operare da remoto by design - ha equivalso alla presa di coscienza di qualcosa di cui eravamo già convinti ma che non avevamo mai potuto sperimentare: ovvero che il nostro lavoro di strategist, copywriter, developer, designer o system engineer non aveva alcuna connessione necessaria con un luogo fisico, ma poteva essere svolto da qualsiasi posto nel mondo e in un qualsiasi tempo. Per molte e molti di noi, specialmente per quelli meno politicamente consapevoli della loro dimensione di sfruttamento, questa presa di coscienza ha avuto un valore di autentica rivelazione. Mai, in oltre dieci anni di lavoro, ho visto un tale livello di conflittualità come nelle settimane in cui il datore di lavoro ha organizzato il rientro in sede all’allentarsi del lockdown. E se tale livello può essere considerato ridicolo rispetto a quello che sono capaci di esprimere altri settori dove la stretta padronale è più forte, va comunque ricordato che l’intero settore terziario avanzato, e quello della comunicazione e dell’IT in particolar modo, è intriso di ideologie californiana e mitologie di autoimprenditorialità che hanno reso il progetto di integrazione della forza lavoro nel microcosmo aziendale molto più frictionless che in altri settori con una più solida e istituzionalizzata tradizione sindacale alle spalle.

Dunque, nelle mie colleghe e nei miei colleghi, cosa ha toccato l’esperienza del lavoro da remoto al punto da suscitare in loro scoppi di lotta di classe che mi sarebbero sembrati impossibili solo fino a pochi mesi prima? Mi spingo a dire che sia stata l’autonomia sperimentata in quelle settimane ad aver acceso la miccia di tali scoppi. Autonomia intesa come presa di coscienza della propria capacità di lavorare senza il bisogno della struttura padronale la cui dimensione di controllo ed estrazione del plusvalore è apparsa in modo assai evidente a molte e molti nel corso di quell’esperienza. La ritrovo per esempio nelle parole di un collega che, sfogandosi con me per la decisione di rientrare in sede imposta dal datore di lavoro, lamentava di non capire “perché devo rischiare il contagio per arricchire qualcun’altro, quando lavoro meglio da casa?”

Al netto dell’ingenuità, in frasi come questa appare come l’esperienza del lavoro a distanza abbia reso questa dimensione di controllo ed estrazione assai più evidente di quanto non fosse nella normalità della routine di ufficio. Credo perciò ci siano tali preoccupazioni alla base tanto della durezza dell’attacco padronale al lavoro da remoto a cui abbiamo assistito, quanto al fenomeno che ha preso il nome di “Great Resignation”, recentemente inchiestato da Francesca Coin in un pezzo uscito su L’Essenziale e in uno pubblicato da Valigia Blu. Questo sembra essere una reazione personale, impolitica, emozionale alla violenza della reazione padronale che, messa per necessità epidemiologiche di fronte alla possibilità che la forza lavoro sperimenti inedite dimensioni di autonomia capaci di rendere meno necessaria ai loro occhi l’infrastruttura padronale, reagisce per far abortire ogni possibilità in tal senso.

Spingendo questo carotaggio più in profondità, ci si accorge che alla base di questa dinamica di rifiuto del lavoro che prende il nome di “Great Resignation” c’è un fenomeno che potremmo chiamare “industrializzazione del terziario avanzato”. Come accennavo prima, il settore dei servizi è sempre stato considerato un territorio caratterizzato dalla libera professione come orizzonte culturale e sbocco ultimo di molte carriere. Un orizzonte dominato dalla figura del freelance che, nell’intersezione tra information technology e comunicazione, prendeva le vesti del webmaster e che oggi permane come illusione, come spettro o ideologia, mentre la realtà al di sotto dell’immagine muta. Se fino a dieci o quindici anni fa una sola persona poteva efficacemente gestire l’intera filiera di produzione di un sito web, dall’hosting al design delle interfacce, oggi la complessità dell’infrastruttura rende necessaria una maggiore divisione del lavoro in comparti ben definiti (sviluppo, copywriting, ottimizzazione SEO, UX/UI design, gestione del server, ecc.). Con la divisione del lavoro si afferma anche un modo di produrre che avvicina alla realtà industriale quella che un tempo era un’attività dalle caratteristiche quasi artigianali. Ciò avviene perché all’aumentare della complessità del panorama tecnologico, che avviene per effetto delle piattaforme e della loro capacità di determinare gli standard di sviluppo delle tecnologie digitali, l’estrazione di plusvalore necessaria a chi detiene i mezzi di produzione obbliga a scalare verso l’alto la quantità di prodotti realizzati, diminuendo i tempi di realizzazione e standardizzando il risultato finale. Perciò la filiera di produzione dell’informazione digitale si industrializza per garantire, da una parte, l’estrazione di plusvalore e, dall’altra, per rispondere alle esigenze sempre più pressanti di quello che Franco Berardi chiama l’automa cognitivo globale, ovvero quel complesso costrutto tecnosociale composto dalle infrastrutture fisiche attraverso cui viene messa in moto l’informazione contenuta in numerosi database di dimensioni considerevoli, connessi tra loro e sparsi per il globo. Informazione che viene presentata sugli schermi di miliardi di dispositivi in tutto il mondo, attraverso interfacce progettate per attivare il processo di estrazione dei dati su cui si basa il modello economico delle piattaforme che dominano l’economia digitale globale. O, per usare le parole dello stesso Berardi, quel complesso che “si costituisce ricavando pattern comportamentali dalla registrazione continua dell'esistente, individuando i punti di possibile cablatura nel flusso dei comportamenti e inserendo congegni dotati di intelligenza artificiale negli snodi”. L'estrema economicità dei mezzi di produzione necessari a creare informazione digitale fa sì che tale dimensione industriale possa essere ridotta, tagliando ogni intermediario tra la forza lavoro e l’automa cognitivo globale, fino al livello del singolo lavoratore. È il caso dei turchi meccanici di Amazon o dei content creator, entrambe figure che lavorano a ritmi industriali per nutrire la catena di montaggio dell’automa cognitivo globale, senza per questo essere inseriti in una relazione professionale di dipendenza. A dispetto delle apparenze e spinta al massimo, l’industrializzazione del processo di produzione dell’informazione non lascia al lavoratore alcuna autonomia, nonostante il suo statuto di lavoratore indipendente e libero professionista.

Ritengo che sia possibile ritrovare questa dimensione industriale del lavoro terziario non solo nel settore IT o nella comunicazione. Non partecipano forse della stessa dimensione i lavoratori di tutti gli studi professionali che si basano sul lavoro gratuito o sottopagato di forza lavoro inquadrata, come avviene per esempio negli studi di avvocati, architetti, commercialisti o ingegneri, con rapporti di libera professione ma sottoposta a tutte le restrizioni proprie di una relazione professionale dipendente (obblighi di orario, di presenza in sede). Inquadramenti giustificati da possibilità come l’associazione o la scelta di una carriera da liberi professionisti che appaiono sempre meno plausibili, se non addirittura precluse, a chi non possiede sufficiente capitale relazionale, sociale, economico o di posizione?

Questa tuttavia resta una suggestione che spetta ad altri esplorare. In conclusione, e tornando al mio ambito specifico, sono convinto che la richiesta di una dimensione di autonomia professionale sotto forma di lavoro a distanza sarà sempre più una richiesta da parte della forza lavoro e un terreno di scontro e conflitto con il padronato. Se questa dimensione sarà di certo più facilmente gestibile dalle grandi aziende burocratizzate, i cui apparati possiedono il know how e i key performance indicator per gestire il lavoro da remoto; più problematica è la situazione nelle piccole e medie imprese che, anche in questo ambito, dominano il panorama produttivo italiano, perpetrando il modello dell’azienda-famiglia con tutte le sue storture. Così come la famiglia nucleare è il luogo della riproduzione dei rapporti sociali di subordinazione e sfruttamento, nel panorama nazionale opera allo stesso modo anche l’azienda-famiglia. È in questo contesto che si forgiano e riproducono relazioni di lavoro subordinate e basate sul ricatto per cui il lavoro è dato al lavoratore dal padrone come un privilegio. La mia ipotesi è dunque che il lavoro a distanza venga osteggiato perché in un'ampia porzione della classe padronale italiana mancano gli strumenti per valutarne l’efficacia e, pertanto, la sua applicazione indebolisca quella possibilità di controllo che il padrone della piccola impresa a conduzione famigliare può esercitare quando il lavoratore opera in presenza. Con riflessioni di questo genere desidero, da una parte fare luce su un ambito del lavoro contemporaneo su cui si fa ancora troppo poco inchiesta e dall’altra parte suggerire a tutte le organizzazioni che si pongono come obiettivo la trasformazione radicale dell’esistente di investire sulla politicizzazione e la sindacalizzazione di un segmento di classe operaia ancora troppo abbandonato all’ideologia dominante, il cui potere di conflitto è però enorme e ancora tutto da verificare. Cosa succederebbe alla catena di produzione e distribuzione delle merci durante uno sciopero generale dei sistemisti?    

 

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