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Intervista a Marco Rizzo sulla composizione giovanile
Il discorso pubblico che nella pandemia ha contribuito a produrre un’immagine della composizione giovanile associa generalmente i giovani a forme di malessere psicologico ed esistenziale. Senza negare l’impatto psicopatologico che il virus e la sua gestione hanno avuto su di loro, se vogliamo attribuire un valore politico alla questione generazionale non possiamo accontentarci di questa “banale” considerazione sociologica. Dobbiamo invece iniziare a tratteggiare i profili, al plurale perché quella dei giovani è una composizione fortemente stratificata, della soggettività giovanile per individuare le potenziali linee di conflitto. Tuttavia nei confronti dei giovani scontiamo una lacuna analitica che è anche e soprattutto il riflesso di una lacuna organizzativa e viceversa. Lo scopo di questa intervista a Marco Rizzo, militante e insegnante nelle scuole di secondo grado, è quindi quello di inaugurare uno spazio di riflessione sulla composizione giovanile capace di spezzare questo circolo vizioso tra mancanza di analisi e assenza di intervento. A questa intervista seguiranno altri materiali prodotti per lo più da “osservatori privilegiati” capaci di ragionare, come fa bene qui Marco Rizzo, sulle forme di politicità implicita dei giovani, sulle ambivalenze dei loro comportamenti e quindi di tratteggiare delle ipotesi di lavoro politico. L’assenza di una presa di parola soggettiva da parte dei giovani potrebbe far storcere il naso a qualcuno. Tuttavia, sebbene sia sempre importante dare spazio alla voce dei soggetti, in fase di elaborazione delle ipotesi di lavoro è altrettanto rilevante lasciare spazio a chi riesce a produrre forme di astrazione a partire da una diretta osservazione.
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Intervista di Francesca Ioannilli a Gigi Roggero su aziendalizzazione, macchinizzazione, riproduzione e impoverimento delle capacità nella scuola

Nell’approfondimento sulle industrie della formazione abbiamo intervistato Gigi Roggero, autore di varie analisi sulle trasformazioni dell’università e da qualche

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Recensione di Gabriele Proglio a «Black Fire» (a cura di Anna Curcio, DeriveApprodi 2020).
Come ogni raccolta, anche Black Fire – a cura di Anna Curcio (collana Input, Derive Approdi 2020), può essere letta in molteplici prospettive. La prima, forse la più immediata, segue la traiettoria storica dei neri nelle Americhe, dalle resistenze alla schiavitù fino alle proteste siglate Black Lives Matter. Curcio, nelle pagine introduttive, riflette proprio sull’urgenza di «cogliere la profondità storica» delle rivolte nere, sullo smarcarsi dalla proposta mainstream delle insorgenze come mero epifenomeno, «come reazione o effetto per la morte di un afroamericano per mano di un poliziotto bianco».
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Recensione di Mackda Ghebremariam Tesfaù a «Decolonizzare l’antirazzismo. Per una critica della cattiva coscienza bianca» (a cura di Tommaso Palmi, DeriveApprodi 2020).
L’idea di una “crisi” dell’antirazzismo è forse problematica da un lato perché la retorica della “crisi” ha pervaso ormai ogni spazio discorsivo e perso di capacità descrittiva, dall’altro perché l’antirazzismo europeo continentale non ha di per sé una lunga storia, e non è stato finora abitato da soggetti razzializzati. Per tanto l’idea che sia in crisi potrebbe paradossalmente essere troppo generosa. Forse è più vero, come postulato da Palmi nell’introduzione, che ci troviamo oggi a testimoniare della nascita di più movimenti antirazzisti in Europa, movimenti che iniziano ad avere una composizione postcoloniale più forte.

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Un saggio di Sergio Bologna
Con qualche decennio di anticipo, il concetto di composizione di classe fa piazza pulita del più vicino, temporalmente, concetto di intersezionalità. Si tratta di due concetti solo apparentemente simili tra loro. Le loro differenze teoriche si traducono in altrettante radicali differenze politiche. In estrema sintesi l’intersezionalità giustappone e interseca le identità oppresse, equiparando la dimensione strutturale di classe a tutte le altre (di genere e razza per esempio, ma la lista delle linee di oppressione si potrebbe allungare); la composizione di classe invece ricomprende le linee di gerarchizzazione lungo le quali la classe è scomposta e articolata dentro la dimensione di classe stessa. Questa diversa impostazione teorica è foriera di prassi radicalmente differenti. Se il concetto di intersezionalità non può che condurre a forme di lotta per il riconoscimento delle identità dentro la gerarchia capitalistica, il concetto di composizione di classe, pur condividendo con il primo un’immagine non uniforme della classe, è teso invece a sovvertire e spezzare la stessa gerarchia capitalistica.
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Riportiamo un estratto (pagg. 143-156) dal libro di Alessandro Lolli La guerra dei meme, 2020, effequ.
Il cammino del giovane nerd (o freak o gamer che si voglia) parte dall’esperienza vissuta dell’emarginazione, la quale ben presto degenera in complesso di inferiorità. Gli viene in soccorso la capacità aggregativa della rete, che permette di scoprire e raggiungere i propri simili, in altre parole, coloro che portano il medesimo stigma. Si passa così a una spinta comunitaria che rovescia il vittimismo in voglia di rivalsa e di vendetta. Il meccanismo degli opposti porta infine il neonato gruppo a consolidare la propria forza estendendo il campo dell’inimicizia, dalla censura femminista, ai media liberal-progressisti, fino a tutta la società consumistica e globalizzata.