Spettri dell'università: organizzarsi con chi non la frequenta

Spettri dell'università: organizzarsi con chi non la frequenta

palazzo periferia
Recensione di M. Romito, First-generation students. Essere i primi in famiglia a frequentare l'università, Carocci, Roma 2021

Nel testo First-generation students, Marco Romito conduce un'interessante indagine qualitativa sugli studenti e sulle studentesse che, come recita il sottotitolo, sono i primi in famiglia a frequentare l'università. Non stupisce come l'esito del processo di selezione di questa specifica popolazione studentesca abbia condotto ad una maggioranza di studenti dalla collocazione sociale di classe operaia di origine italiana e migrante, assieme ad alcuni individui provenienti dalla classe media, i cui genitori sono impegnati in attività di tipo impiegatizio o nel lavoro autonomo. I capitoli introduttivi e metodologici risultano scorrevoli e interessanti, mentre la scelta di riportare lunghi stralci di interviste consente al lettore di calarsi all'interno delle storie degli studenti: la lettura del testo è senza dubbio caldamente consigliata.

L'impianto del libro di Romito si erge sul concetto di capitale culturale non dominante. Nell'interpretare l'esperienza degli studenti di prima generazione, l'autore sceglie di impiegare una griglia di lettura focalizzata sull’individuazione dei punti di forza, della capacità di adattamento e dei tentativi di resistenza che questa popolazione studentesca adotta per sopravvivere nel mondo universitario. Nessuno spazio, dunque, ad un cieco elogio della mobilità sociale o ad un compianto vittimistico della sfiga: sulla produzione di soggettività pesano la storia e le condizioni materiali, contro cui la stessa soggettività eccede (può eccedere?) senza farsi determinare meccanicamente.

Se questi discorsi rientrano a pieno nella prospettiva di Romito è, d'altronde, doveroso mostrare fedeltà al testo preso in analisi, puntualizzando come il concetto di capitale culturale non dominante finisca per rientrare pienamente nel campo della legittimazione e del mantenimento dello status quo. In altre parole, l'agency enfatizzata dall'autore è situata dentro l'aspirazione e la volontà degli studenti intervistati di garantirsi un futuro migliore e migliorare le proprie condizioni di vita, termini che includono certamente un forte aspetto economico-materiale ma che sono, naturalmente, inscindibili dal desiderio di formazione personale e dalla curiosità intellettuale. Dunque, il capitale culturale non dominante diviene una strategia e una modalità con cui riuscire o fallire nell'esperienza universitaria, ovvero, occupare la stessa posizione di classe assegnata alla nascita oppure, essere ammessi in quella di un gradino superiore. Nei termini soggettivi degli studenti e delle studentesse intervistati nel libro ciò significa continuare negli studi universitari sedimentando la crescita delle aspettative, oppure, esserne sostanzialmente espulsi (la maggior parte abbandona gli studi nel corso del primo anno), attraverso i noti meccanismi di classe operanti nel mondo dell'istruzione.

Non è secondario puntualizzare come non si voglia in alcun modo asserire la falsità o l'inadeguatezza di questo approccio, quanto  sottolineare come la nostra lettura politica sia radicalmente diversa da questa prospettiva. In altri termini, dobbiamo domandarci se nelle storie raccontate e interpretate dall'autore si celino momenti di ambivalenza che, anche in modo nebuloso, non chiaro e ambiguo, esprimano rifiuto e rottura verso lo stato di cose esistenti. Ci chiediamo, dunque, se sia possibile piegare questa agency in senso antagonista, direzionandola oltre i limiti della compatibilità capitalistica. 

Analizziamo più da vicino alcuni aspetti del testo di Marco Romito: i protagonisti della ricerca occupano una posizione di spiccata marginalità sociale, non tanto in termini assoluti, quanto più all'interno del contesto universitario. È così che gli studenti di prima generazione intervistati hanno in comune quello di essere dei veri e propri ‘spettri’ dell'università. Ad esempio, il campione scelto, rispecchiando la tendenza statistica, risiede in provincia ed è pendolare. A questo si aggiunge, senza stupore, come molti e molte debbano trovare un lavoretto per contribuire alle spese familiari, spesso in continuità con il percorso di studi superiori, solitamente tecnico-professionale, e rientrante a pieno titolo nel settore dei ‘lavoretti di merda’. Infine, come mostra uno dei temi ricorrenti del libro: attraverso meccanismi di esclusione diversificati basati su classe, genere e razza questi studenti non costruiscono un gruppo di relazioni con cui affrontare in comune il percorso universitario.

L'obiettivo di questo breve scritto (e dei militanti!) è anticipare il potenziale conflitto che si potrebbe sviluppare nelle fabbriche della produzione di sapere, per indirizzarlo ed organizzarlo. Approcciando più da vicino la nostra tesi di fondo e rispondendo seccamente alla domanda posta precedentemente, sembra molto difficile vedere le avvisaglie di quel conflitto nell'esperienza soggettiva degli studenti e delle studentesse presa in esame da Romito. A questo proposito, una delle conclusioni più interessanti del testo mette in luce come esistano modi diversi di frequentare l'università, radicalmente differenti da quelli considerati nella norma. Infatti, per gli studenti di prima generazione, l'università non possiede una centralità marcata nel dare forma all'esperienza di “giovani” (soggettività) o, più precisamente, l'esperienza universitaria si trova collocata all'interno di un campo di tensione che ne rende la frequentazione tutt'altro che lineare. Ad esempio, la scelta dell'immatricolazione è tutt'altro che uno sbocco naturale, quanto un difficile momento di riflessione e una scommessa azzardata sul futuro; ancora, la famiglia fornisce un supporto completamente acritico: mancando di una effettiva conoscenza del mondo universitario il sostegno dimostrato diventa una semplice ripetizione di formule vuote. All'interno di questa peculiare esperienza, il potenziale conflitto che scaturisce dalle contraddizioni tra i posizionamenti di genere, classe, razza e l'università viene riassorbito all'interno della scelta individuale di lasciare o proseguire gli studi.

Tentando una sintesi che non rende giustizia alla complessità, diciamo che nella produzione di soggettività di questi individui non sembra pesare in modo rilevante l'esperienza universitaria oppure, in modo più preciso, che l'università non sembra essere un valido terreno capace di fornire spazi di contro-soggettivazione a questa popolazione. Lasciando a chi non interviene nella realtà il lusso di non essere etichettato come determinista, affermiamo che se riteniamo che i conflitti si diano nei luoghi (fabbriche) della produzione e della riproduzione, non è possibile pensare che la produzione di soggettività non avvenga in maniera rilevante entro questi “segreti laboratori”. Se immaginiamo la contro-soggettivazione nell'università, siamo costretti a porla in relazione, in maniera non grettamente causale e oggettivistica, con questa industria del sapere, in altre parole e scusandoci per la formula abusata, dentro e contro di essa.

Il testo di Romito ha, dunque, il merito di complicare queste assunzioni, che, pur restando valide sullo sfondo, offrono importanti spunti di riflessione ai militanti che si organizzano dentro le università. È forse scontato esplicitare come questo ragionamento sia del tutto interno al terreno della tendenza, infatti, non stiamo in alcun modo suggerendo che lo studente di prima generazione sia destinato all'obbedienza tout court, né stiamo affermando che necessariamente lo sia all'interno dell'università. Infatti, non abbiamo delineato le caratteristiche del gruppo descritto da Romito per suggerire, semplicemente e acriticamente, di investire le energie organizzative verso un'altra popolazione. Al contrario, come militanti dobbiamo ricordarci che l'università, in quanto fabbrica del sapere, è collocata dentro la società in quanto totalità dei rapporti sociali, senza costituirne una semplice bolla. A questo proposito, le storie degli studenti di prima generazione ci dimostrano che l'università non è attraversata da soggettività interamente riconducibili a quella del semplice studente universitario. In termini organizzativi, questo significa che è necessario tenere sempre a mente il complesso rapporto tra la specificità delle rivendicazioni studentesche e la necessità di approssimarsi ad una critica dei rapporti sociali che dapprima esca dall'università e investa successivamente l'esistente capitalistico. Se l'idea stessa di rivendicazione studentesca presuppone l'esistenza di una soggettività studentesca dobbiamo domandarci cosa succede se, seguendo il caso degli studenti di prima generazione, abbiamo a che fare con studenti dalla soggettività non (semi?) studentesca.

Lungi dal fornire una risposta, riteniamo che la direzione entro cui sviluppare il ragionamento debba riguardare proprio la tensione – che d'altronde per il militante rivoluzionario è un vero e proprio rovello – tra la specificità della vertenza e la sovversione rivoluzionaria, tra l'immediata e concreta mobilitazione dal carattere materiale, che nasce (e muore?) dentro l'università e la spietata critica rivoluzionaria che eccede dalle sue mura. Ma scriverne è sempre più facile...

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