Editoriale

L'inquietante fiuto dei pazzi

jkrwar
Il complottismo è il sintomo della fine di un’epoca, della perdita di senso, della percezione che il domani non sarà migliore di oggi, che la promessa del progresso è andata a farsi fottere.
Per amor di chiarezza, tagliamo il discorso con l’accetta. In questa fase vediamo due tipologie di mobilitazioni politiche che, su scala internazionale, stanno raccogliendo una composizione che travalica l’esausto ceto politico delle sinistre e delle destre, movimentiste o meno: da una parte le mobilitazioni che vengono rubricate – in modo spesso riduttivo e talora addirittura fuorviante – sotto l’etichetta della identity politics, ovvero antirazziste (esemplificate ma secondo noi niente affatto contenute dal logo Black Lives Matter), ecologiste (Fridays for future), femministe (Non una di meno), dall’altra quelle che, sintetizzando, sono state definite – con un’accezione perlopiù negativa – complottiste, ovvero mobilitazioni contro la cosiddetta «dittatura sanitaria», vaccini, tecnologia 5G e più in generale contro i sordidi progetti dell’«élite globalista», visibile o occulta che sia. Se le prime, a queste latitudini (e, precisiamo, con significative differenze ad altre latitudini), sono le mobilitazioni che attraggono l’attenzione di una sinistra che si vuole illuminata, le seconde sono espressione di quella che si può chiamare deep society. Entrambe le tipologie, crediamo, sono in buona misura sintomo e manifestazione, per quanto superficiale e in modo tutt’altro che univoco, oltre che nei loro non infrequenti intrecci o scontri, di un processo ben più profondo e strutturale: la crisi dei ceti medi. Dentro questo fenomeno, ormai ben più di una semplice tendenza, occorre porsi strategicamente.

Gli insegnamenti della crisi

death ship
Alcune questioni di metodo prima di iniziare: è banale dire che il virus è un importante punto di caduta di processi aperti già da tempo e che ci sarà un prima e un dopo Covid. Lo è meno saper distinguere, all’interno dell’incedere spasmodico degli eventi, gli elementi congiunturali e quelli strutturali, le continuità e le discontinuità, i problemi che si ripresenteranno e le opportunità che nasceranno. Lasciarsi abbagliare dagli incessanti cambiamenti che avvengono significa rimanere intrappolati nella contingenza, assumere in toto la temporalità del capitale, giocare sul campo imposto dalla ristrutturazione capitalistica, cedere alle retoriche sull’innovazione. Guardare con occhio fine alle crepe aperte dalla Covid nella riproduzione sistemica, alle difficoltà nella generazione di consenso al progetto complessivo, allo scontro tra diversi blocchi di capitale, alle contraddizioni sociali che si aprono è, invece, la postura da tenere per trasformare la possibilità di rovesciamento in attualità. Il virus ha determinato lo scoppio di una nuova crisi, prodotto dell’intreccio tra problematiche sanitarie e recessione economica. Non una novità per noi, se è vero che la crisi ormai da anni è diventata forma di comando politico basata sull’economia della promessa, sulla violenza del ricatto della precarietà, sulla cristallizzazione di aspettative decrescenti, sulla retorica dell’interesse generale, del «fare sacrifici per uscirne tutti insieme». È un tonfo grosso, uno dei più grandi che gli annuari di statistica hanno mai registrato, ancor di più del great crash del 2007-2008; se gli aspetti quantitativi del fenomeno possono darci la misura della questione, è su quelli qualitativi che conviene concentrarsi.
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Perché un salto di progetto?

deserto
«Commonware si colloca perciò sul medio raggio, dove la teoria diventa azione e la pratica crea discorso». Così, nel 2013, scrivevamo nella presentazione del nostro progetto politico-editoriale. Oggi, a sette anni di distanza, pensiamo che questa indicazione di metodo sia ancora valida e necessaria. È in questa posizione intermedia che deve collocarsi la militanza. Senza pratica infatti la teoria diventa autoreferenziale, si fa mera speculazione intellettuale, senza teoria la pratica gira a vuoto su se stessa, non riesce a farsi progetto. Compito di un luogo di elaborazione militante è quindi quello di mettere in relazione circolare l’«alto» della teoria con il «basso» della prassi. Di verificare la correttezza delle indicazioni teoriche sul piano della pratica e viceversa di produrre teoria a partire dalle sperimentazioni della pratica. In questi anni abbiamo tentato di dare consistenza a questo stile della militanza – tema, questo della militanza, che venne affrontato in un seminario formativo propedeutico all’avvio del nostro progetto – smarcandoci da un atteggiamento che con buona approssimazione possiamo definire idealista e che abbiamo sempre ritenuto dannoso per l’organizzazione della lotta di classe. Un idealismo che nella lunga crisi globale ha viziato la produzione teorica e la pratica politica di gran parte degli ambienti antagonisti.