Editoriale

Gli insegnamenti della crisi

death ship
Alcune questioni di metodo prima di iniziare: è banale dire che il virus è un importante punto di caduta di processi aperti già da tempo e che ci sarà un prima e un dopo Covid. Lo è meno saper distinguere, all’interno dell’incedere spasmodico degli eventi, gli elementi congiunturali e quelli strutturali, le continuità e le discontinuità, i problemi che si ripresenteranno e le opportunità che nasceranno. Lasciarsi abbagliare dagli incessanti cambiamenti che avvengono significa rimanere intrappolati nella contingenza, assumere in toto la temporalità del capitale, giocare sul campo imposto dalla ristrutturazione capitalistica, cedere alle retoriche sull’innovazione. Guardare con occhio fine alle crepe aperte dalla Covid nella riproduzione sistemica, alle difficoltà nella generazione di consenso al progetto complessivo, allo scontro tra diversi blocchi di capitale, alle contraddizioni sociali che si aprono è, invece, la postura da tenere per trasformare la possibilità di rovesciamento in attualità. Il virus ha determinato lo scoppio di una nuova crisi, prodotto dell’intreccio tra problematiche sanitarie e recessione economica. Non una novità per noi, se è vero che la crisi ormai da anni è diventata forma di comando politico basata sull’economia della promessa, sulla violenza del ricatto della precarietà, sulla cristallizzazione di aspettative decrescenti, sulla retorica dell’interesse generale, del «fare sacrifici per uscirne tutti insieme». È un tonfo grosso, uno dei più grandi che gli annuari di statistica hanno mai registrato, ancor di più del great crash del 2007-2008; se gli aspetti quantitativi del fenomeno possono darci la misura della questione, è su quelli qualitativi che conviene concentrarsi.
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Perché un salto di progetto?

deserto
«Commonware si colloca perciò sul medio raggio, dove la teoria diventa azione e la pratica crea discorso». Così, nel 2013, scrivevamo nella presentazione del nostro progetto politico-editoriale. Oggi, a sette anni di distanza, pensiamo che questa indicazione di metodo sia ancora valida e necessaria. È in questa posizione intermedia che deve collocarsi la militanza. Senza pratica infatti la teoria diventa autoreferenziale, si fa mera speculazione intellettuale, senza teoria la pratica gira a vuoto su se stessa, non riesce a farsi progetto. Compito di un luogo di elaborazione militante è quindi quello di mettere in relazione circolare l’«alto» della teoria con il «basso» della prassi. Di verificare la correttezza delle indicazioni teoriche sul piano della pratica e viceversa di produrre teoria a partire dalle sperimentazioni della pratica. In questi anni abbiamo tentato di dare consistenza a questo stile della militanza – tema, questo della militanza, che venne affrontato in un seminario formativo propedeutico all’avvio del nostro progetto – smarcandoci da un atteggiamento che con buona approssimazione possiamo definire idealista e che abbiamo sempre ritenuto dannoso per l’organizzazione della lotta di classe. Un idealismo che nella lunga crisi globale ha viziato la produzione teorica e la pratica politica di gran parte degli ambienti antagonisti.