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Gli insegnamenti della crisi

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Alcune questioni di metodo prima di iniziare: è banale dire che il virus è un importante punto di caduta di processi aperti già da tempo e che ci sarà un prima e un dopo Covid. Lo è meno saper distinguere, all’interno dell’incedere spasmodico degli eventi, gli elementi congiunturali e quelli strutturali, le continuità e le discontinuità, i problemi che si ripresenteranno e le opportunità che nasceranno. Lasciarsi abbagliare dagli incessanti cambiamenti che avvengono significa rimanere intrappolati nella contingenza, assumere in toto la temporalità del capitale, giocare sul campo imposto dalla ristrutturazione capitalistica, cedere alle retoriche sull’innovazione. Guardare con occhio fine alle crepe aperte dalla Covid nella riproduzione sistemica, alle difficoltà nella generazione di consenso al progetto complessivo, allo scontro tra diversi blocchi di capitale, alle contraddizioni sociali che si aprono è, invece, la postura da tenere per trasformare la possibilità di rovesciamento in attualità. Il virus ha determinato lo scoppio di una nuova crisi, prodotto dell’intreccio tra problematiche sanitarie e recessione economica. Non una novità per noi, se è vero che la crisi ormai da anni è diventata forma di comando politico basata sull’economia della promessa, sulla violenza del ricatto della precarietà, sulla cristallizzazione di aspettative decrescenti, sulla retorica dell’interesse generale, del «fare sacrifici per uscirne tutti insieme». È un tonfo grosso, uno dei più grandi che gli annuari di statistica hanno mai registrato, ancor di più del great crash del 2007-2008; se gli aspetti quantitativi del fenomeno possono darci la misura della questione, è su quelli qualitativi che conviene concentrarsi.
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