Stati Uniti

Contro le leggi della storia. Intervista ad Asad Haider (II)

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Intervista ad Asad Haider su Black Lives Matter, le elezioni presidenziali e il futuro dei movimenti statunitensi
Asad Haider è un ricercatore statunitense e fondatore della rivista Viewpoint Magazine. Nel 2016 è stato autore di un libro intitolato Mistaken Identity: Race and Class in the Age of Trump (Verso, 2016) ed è editore di una prossima antologia intitolata The Black Radical Tradition: A Reader (Verso, 2021). Nella prima parte dell’intervista che abbiamo svolto con Haider, si è parlato della politica dell’identità in America, il rapporto tra “razza” e “classe”, la teoria intersezionale e il concetto di “vittimità”. Questa seconda parte tratta del movimento Black Lives Matter, le elezioni presidenziali e il futuro dei movimenti statunitensi. 
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La legge del pugno

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Secondo episodio del podcast di Commonware: Cobra Kai, la vittimità e gli Stati Uniti
«Colpisci per primo, colpisci forte, senza pietà»: il Cobra Kai è tornato dopo più di trent’anni sui nostri schermi con l’omonima serie TV in onda su Netflix. Contro ogni aspettativa, un Daniel-san arricchito (seriamente, che problema ha con i bonsai?) e un Johnny Lawrence boomer e alcolista ci dicono tanto su forza, vittimità e sull’America degli sciamani che invadono Capitol Hill. Ne abbiamo parlato in questo podcast (sì, facendo anche tanti spoiler).
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Crisi d'identità. Intervista ad Asad Haider (I)

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Commonware intervista Asad Haider sulla politica dell’identità in America, il rapporto tra “razza” e “classe”, la teoria intersezionale e il concetto di “vittimità”.
Asad Haider è un ricercatore militante statunitense e fondatore della rivista Viewpoint Magazine. Nel 2016 è stato autore di un libro intitolato Mistaken Identity: Race and Class in the Age of Trump (Verso, 2016) ed è editore di una prossima antologia intitolata The Black Radical Tradition: A Reader (Verso, 2021). Nel contesto del dibattito in corso su Commonware sulla questione della identity politics, abbiamo intervistato Haider sulla politica dell’identità in America, il rapporto tra “razza” e “classe”, la teoria intersezionale e il concetto di “vittimità”. Nel testo emerge un’interessante critica della politica identitaria, in un’ottica sviluppata dalla tradizione radicale nera. Una seconda parte dell’intervista, che verrà pubblicata a breve, tratta del movimento Black Lives Matter, le elezioni presidenziali e il futuro dei movimenti statunitensi. 

I fuochi della rivolta e il ballo in maschera dei suprematisti

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"Borne" risponde alla riflessione di Commonware sull'assalto a Capitol Hill
La profanazione di un feticcio vuoto come il Campidoglio non ci indigna e non segna un salto di livello. Certo, l’estrema destra, la sua organizzazione capillare, è un pericolo concreto e che ha accompagnato tutta la storia statunitense, il suprematismo bianco segna l’idea di polizia e di governo sin dai suoi albori, in particolare negli Stati Uniti. Illuso è chi crede che Trump sia una condizione per la radicalizzazione di questi gruppi, quando ne è l’espressione organizzata. Ma la realtà mai abbastanza raccontata, è che queste forze reazionarie oggi vacillano, sotto le spinte di una guerra civile non dichiarata, non trattenuta, che da Minneapolis a Portland, passando per Atlanta e Kenosha, mette tutto in discussione. E allora la lettura di Capitol Hill come punto alto di una guerra civile tra liberal e fascisti diventa anche un meccanismo di occultamento di processi ben più ampi (allo stesso modo dell’indignazione per i feticci democratici che sono stati dissacrati).
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Black Fire. La complessità del sistema-razzismo

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Recensione di Gabriele Proglio a «Black Fire» (a cura di Anna Curcio, DeriveApprodi 2020).
Come ogni raccolta, anche Black Fire – a cura di Anna Curcio (collana Input, Derive Approdi 2020), può essere letta in molteplici prospettive. La prima, forse la più immediata, segue la traiettoria storica dei neri nelle Americhe, dalle resistenze alla schiavitù fino alle proteste siglate Black Lives Matter. Curcio, nelle pagine introduttive, riflette proprio sull’urgenza di «cogliere la profondità storica» delle rivolte nere, sullo smarcarsi dalla proposta mainstream delle insorgenze come mero epifenomeno, «come reazione o effetto per la morte di un afroamericano per mano di un poliziotto bianco».

Abitare il caos sistemico. Intervista a Gabriele Cosentino

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Intervista a Gabriele Cosentino, ricercatore e autore di L’era della post-verità (Imprimatur 2017) e Social Media and the Post-Truth World Order (Palgrave 2020). A cura di Matteo Montaguti.
Sicuramente il Covid-19 ha funzionato da potente reality check per tutta una serie di fenomeni politici e culturali, come quelli a cui fai riferimento, che negli ultimi anni sembravano aver imposto una virata irreversibile alle cosiddette “democrazie liberali”, portandole verso crescente instabilità, lacerazioni interne, disorientamento ideologico e generale esasperazione del discorso pubblico.

Fine del momento populista?

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Ipotesi di lettura sull'America post-Trump. Di Raffaele Sciortino.
Nulla dice di più sullo stato del mondo attuale del fatto che gli Stati Uniti sempre più si presentano come una equazione impossibile. Il primo paese mercantile-capitalistico puro nella storia - privo di un passato premoderno - si divincola tra la crisi del suo comando globale e l’impossibilità di ripristinarlo nella cornice consueta dell’ordine internazionale liberale, tra spinte anti-globalizzazione e destino che ne fa la nazione “indispensabile”, per sé e per le altre, del sistema mondiale, tra crescente polarizzazione interna e aleatorietà di qualunque nuovo patto sociale che possa ricostruire un grande consenso, tra scarico dei costi all’esterno e montante riottosità di alleati e avversari a sostenerli al modo di prima.

Dopo il Trumpismo. Intervista a David Roediger

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Intervista di Commonware a David Roediger
«Sembra probabile che tweet dopo tweet, processo dopo processo, incapace di rinunciare ai riflettori e geloso del suo status di leader del partito repubblicano, Trump abbia preso una sbandata. Il fatto che riuscisse a imporsi  dominare e a posare con successo dipendeva, almeno in una certa misura, dal suo essere un vincente, ricco, al centro dell'attenzione e presidente. Presto perderà la maggior parte di queste prerogative, forse tutte, e dovrà affrontare la difficoltà di ridimensionare la sua figura autoritaria.»
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Cosa ci dicono le elezioni americane del 2020

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Da New York, Andrew Ross scrive sull'inquietante «ritorno alla normalità»
Grazie al grottesco campanilismo del sistema elettorale americano, il mondo è stato tenuto in ostaggio, ancora una volta, da qualche migliaio di elettori americani. Nonostante lo stallo di fatto dell’esito, siamo stati spinti a credere che, questa volta, il destino della democrazia fosse in bilico. Forse è così, ma il «ritorno alla normalità» negli Stati Uniti non è certo una prospettiva confortante.
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Lessons From the 2020 Election

gun shop
Andrew Ross analyses the USA's unsettling "return to normality"
Thanks to the grotesque parochialism of the American electoral system, the world was held hostage, once again, by a few thousand swing American voters. Despite the de facto stalemate of the outcome, we were urged to believe that, this time around, the fate of democracy hung in the balance. Maybe it did, but the “return to normality” in the U.S. is hardly a comforting prospect.
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