identity politics

Ho letto «La valle oscura» e adesso odio i trentenni

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Recensione a Anna Wiener, «La valle oscura» (Adelphi Edizioni 2020). Di Julia Page.
Del libro di Anna Wiener La valle oscura (Adelphi, 2020) si è parlato tanto e soprattutto si è parlato male. Ma si sa: di un libro o di un film non ci è mai interessato analizzare la trama o le scelte stilistiche, quanto gli spunti e le suggestioni. E in questo senso, il libro di Anna Wiener ci parla di identità, di nodi irrisolti nella questione di genere, di aspirazioni altoborghesi e del fallimento della formazione umanistica. In una parola, ci parla dei trentenni (poco più, poco meno). E leggendolo viene spontaneo chiedersi: come siamo finiti, dopo svariate lauree e master strapagati, a guardare serie tv in angusti bilocali, mangiando sushi che non possiamo permetterci e evitando l’ennesima telefonata preoccupata di mamma che ci chiede quand’è che troveremo il nostro posto nel mondo?

Operaismo e composizione di classe

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Un saggio di Sergio Bologna
Con qualche decennio di anticipo, il concetto di composizione di classe fa piazza pulita del più vicino, temporalmente, concetto di intersezionalità. Si tratta di due concetti solo apparentemente simili tra loro. Le loro differenze teoriche si traducono in altrettante radicali differenze politiche. In estrema sintesi l’intersezionalità giustappone e interseca le identità oppresse, equiparando la dimensione strutturale di classe a tutte le altre (di genere e razza per esempio, ma la lista delle linee di oppressione si potrebbe allungare); la composizione di classe invece ricomprende le linee di gerarchizzazione lungo le quali la classe è scomposta e articolata dentro la dimensione di classe stessa. Questa diversa impostazione teorica è foriera di prassi radicalmente differenti. Se il concetto di intersezionalità non può che condurre a forme di lotta per il riconoscimento delle identità dentro la gerarchia capitalistica, il concetto di composizione di classe, pur condividendo con il primo un’immagine non uniforme della classe, è teso invece a sovvertire e spezzare la stessa gerarchia capitalistica.
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Per farla finita con la sacralità della vittima e delle differenze

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Identity politics, woke left e crisi del ceto medio riflessivo
Più precisamente, si può identificare il polo degli “illuminati” con la cosiddetta woke left. La sinistra sveglia, illuminata appunto, che ritiene di possedere la Verità; che si auto rappresenta come giusta e meritevole, competente e razionale; la cui missione storica è quella di proteggere l’umanità e l’insieme degli enti sensibili e non – tutti ugualmente vulnerabili – dalle forme di sfruttamento e di oppressione, dall’ignoranza e dalla rozzezza di chi sostiene i “populisti”, dagli istinti animali ed egoistici che guidano le azioni di uomini e donne. È la sinistra delle differenze e dell’intersezionalità e della lotta al privilegio. È la sinistra del “politicamente corretto” che trae nuova linfa dalla cosiddetta cancel culture; quella dei safe spaces per le minoranze oppresse.
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Crisi d'identità. Intervista ad Asad Haider (I)

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Commonware intervista Asad Haider sulla politica dell’identità in America, il rapporto tra “razza” e “classe”, la teoria intersezionale e il concetto di “vittimità”.
Asad Haider è un ricercatore militante statunitense e fondatore della rivista Viewpoint Magazine. Nel 2016 è stato autore di un libro intitolato Mistaken Identity: Race and Class in the Age of Trump (Verso, 2016) ed è editore di una prossima antologia intitolata The Black Radical Tradition: A Reader (Verso, 2021). Nel contesto del dibattito in corso su Commonware sulla questione della identity politics, abbiamo intervistato Haider sulla politica dell’identità in America, il rapporto tra “razza” e “classe”, la teoria intersezionale e il concetto di “vittimità”. Nel testo emerge un’interessante critica della politica identitaria, in un’ottica sviluppata dalla tradizione radicale nera. Una seconda parte dell’intervista, che verrà pubblicata a breve, tratta del movimento Black Lives Matter, le elezioni presidenziali e il futuro dei movimenti statunitensi. 

Contro lo spazio salvo

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Lettera sulla politica del "safe space" - di Mattia Pagliarulo
Gli spazi sono salvi quando chi li abita pensa di essersi salvato dalla confusa e becera folla che lo circonda, cioè la realtà contemporanea. Pensa di essersi salvato “insieme”, ma si è salvato da solo. Con tutti quelli soli e uguali a lui. Gli spazi sono salvi quando sono diventati innocui per il capitale e dannosi per chi vuole fargli male, in quanto dispositivi di disinnesco di possibili spinte insurrezionali. Sono salvi perché il loro concetto di “inclusività” ha le regole di un club d’élite, esclusivo e a numero chiuso.