Contro lo spazio salvo

Contro lo spazio salvo

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Lettera sulla politica del "safe space" - di Mattia Pagliarulo

Allora, intanto a me il Safe space, cioè lo Spazio sicuro, lo Spazio salvo che va tanto di moda a sinistra mi ricorda Salvo, appunto, che è un mio collega programmatore siciliano trentacinquenne misogino videogiocatore che vive coi suoi, ce l’ha con i neri, dice che il virus è tutto un complotto e cura un blog di cucina che si chiama "Zia Tina Fragolina". Il tipico tipo che un giorno o l'altro entra in ufficio e fa una strage. L'altro giorno dopo avermi vomitato qualche cazzata sulle donne che «si inacidiscono col tempo» e che «vanno inculate a sangue e basta» (affermazioni basic dell'uomo medio italiano, niente di più e niente di meno), mi ha confidato che si è preso il porto d'armi e che vuole andare a sparare al poligono. Ok, benissimo. Insomma, a me il cosiddetto Safe space, lo spazio salvo mi fa venire in mente Salvo, quindi mi fa solo gelare il sangue e scendere i coglioni, a intermittenza.

Fatta questa premessa io proprio non capisco a cosa cazzo debba servire in funzione di una prospettiva di stravolgimento rivoluzionario sociale del presente uno spazio salvo, a posto, tranquillo, senza spine, uno spazio che s'è salvato. Per capirci, lo spazio salvo sarebbe un posto nel mondo o in internet dove puoi dire la tua tra persone non sessiste, non naziste, non antivacciniste, non razziste, non verbalmente scalmanate, non abiliste, non esercenti, non colonialiste, non nazionaliste, non troppo ignoranti e così via. Cioè parli da solo allo specchio e quando va bene ti dai ragione da solo, quando va male accusi una sfumatura della frase che hai tu stesso appena pronunciato di omosessualità troppo mediterranea o voce troppo alta.

Ora, dato che siamo tutti d'accordo che per combinare un po' di macelli in direzione dell'abolizione dell'oggi di oggi e la costruzione di un oggi di domani più divertente e giusto ci sia bisogno delle persone che abitano l'oggi di oggi e non l'oggi di domani, è chiaro che le comunità che dobbiamo vivere, incontrare, conoscere, costruire e inventare sono e saranno piene zeppe di contraddizioni profondissime, convinzioni terribili, pensieri malati, storture allucinate e rabbie infinite ma sgusciate in direzioni sballate, finite a far male a obiettivi che niente c’entrano con le accuse.

È nello scontro, nella decisione comune, nel cooperare strappando potere, nella discussione inferocita che si scopre che le armi da affilare contro i veri nemici sono le stesse pure a differenza di colori, fedi, paure e gusti e che vanno rivolte verso di loro, non tra di noi.

Ben vengano gli "spigoli", come li chiama qualcuno, in maniera tremendamente ridicola. Mi fa venire in mente l’alzarsi dal letto, pigliare in pieno l’angolino infame del comodino e maledire il suo essere «così scevro da tutti gli aspetti probbblematici che intercorrono nel suo essere un comodino maschio, di ciliegio, immobile e indifferente verso i poveri post-appisolati che ci vanno a sbattere contro».

Dicevamo, ben vengano. Ben venga la chiacchierata spinosa e il confronto aspro tra l’ossessionato dall’ambiente e della finanza predatoria disboscatrice ma frustrato con le donne che incontra una ragazza sessualmente emancipata e comunista che pensa che chi prevarica violentemente le donne, fisicamente o verbalmente vada crepato di mazzate, ma a cui non frega un cazzo della devastazione ecologica. Ben venga la donna combattiva che sa tutto di Alquati e della storia della Movimento per la liberazione dell’Angola ma non ha mai vissuto in una casa popolare e l’ometto disilluso e abbruttito del quartiere dormitorio periferico che se ne frega dell’Eni in Africa e non gliene frega un cazzo di che significa “operaismo” ma odia il centro e tutti gli isolati che solo vi si avvicinano e ha molti più amici neri che qualsiasi figlio del ceto riflessivo di sinistra che abita le zone creative, tranquille e salve. Ben venga il camionista cinquantenne un po' sciovinista con forte appartenenza al suo territorio e l’immigrato incazzato come una mina con l’azienda di delivery che lo spreme e con la Lega locale che gli rompe le palle. Fra tutti ne verranno fuori proficue discussioni e belle avventure. Magari sotto una manciata di lacrimogeni in una piazza post-quarantena.

Gli spazi sono salvi quando chi li abita pensa di essersi salvato dalla confusa e becera folla che lo circonda, cioè la realtà contemporanea. Pensa di essersi salvato “insieme”, ma si è salvato da solo. Con tutti quelli soli e uguali a lui. Gli spazi sono salvi quando sono diventati innocui per il capitale e dannosi per chi vuole fargli male, in quanto dispositivi di disinnesco di possibili spinte insurrezionali. Sono salvi perché il loro concetto di “inclusività” ha le regole di un club d’élite, esclusivo e a numero chiuso.

Io ho conosciuto, frequentato e continuo a vivermi luoghi autogestiti dove le forme di vita di chi li frequenta si somigliano e la maniera in cui si sta tra i banchetti di un festival di illustrazione sotterranea, sotto un palco di un concerto o a seguire un’assemblea è più o meno decisa da una visione del mondo comune e da un rispetto verso la libertà altrui.

Ed è chiaro che fa sempre piacere trovare persone e ambienti che sono sulla propria lunghezza d’onda e con cui condividere obiettivi e costruire progetti. Personalmente anche in questo caso non ci vedo nulla di troppo eccitante quando questi sono tanto fantasticamente nuovi, ribelli, puliti e pregni di felice alterità quanto completamente estranei al mondo che c’è fuori.

Negli ultimi anni è molto più facile incappare in un moto di empatia e riconoscimento con gente che non c'è neanche mai passata davanti ad uno spazio autogestito, e magari non sa nulla delle conquiste delle donne e degli uomini trans o dei Mapuche cileni ma ti dice senza tanti giri di parole «Lavoravo in una mensa prima del covid. Ora ci lavora solo la mia collega, io sono in cassa integrazione – mai riscossa – e penso che si dovrebbe fare una settimana ciascuno. Da quando ha riaperto hanno lavorato sempre le solite». In pratica: lavorare meno ma tutti, dividersi il lavoro e non lasciare nessuno a casa. Molto semplicemente, senza essersi letto nessun libro rosso o manuale del ribellismo postumano.

Detto questo quei posti non sono salvi, non si sono salvati. Dentro questi luoghi vi sono abitudini incancrenite, cocaina, scazzi, compatibilità con il capitale, sessismo, consumo legato alle mode, personalismi, e presentano una grossa differenza tra quello che sono e come vogliono apparire. Sono semplicemente un altro degli specchi delle atrocità di cui quest’uomo e questa società occidentale del nuovo millennio è costellata. Non sono salvi, non si sono salvati. Ma è giusto così. Non lo devono essere. Niente e nessuno è salvo.

Tranne i ricchi, i miliardari, i signori del pianeta, loro sono al sicuro nel loro spazio salvato, epurato e sereno perché si son salvati da soli, hanno conquistato tutto il potere, tutta la libertà e tutta la salvezza dei cieli che il loro profitto gli ha permesso di garantirsi. Nel loro Safe space (e safe time) si godono il privilegio di fregarsene del resto del mondo e delle disgustose conseguenze di quegli stessi meccanismi nevrotici e assassini che gli permettono di fare la vita che fanno.

Si godranno il loro Spazio salvo finchè non saranno scardinate le false convinzioni di un utopico e noioso spazio di gente uguale dove si è simili tra i simili a guardarsi nelle palle degli occhi mentre fuori esplode la vita reale che tanto spaventa. Una volta buttate giù le pareti di questa bolla wannabe mondo-scintillante-e-arcobaleni la politica trasformatrice potrà incrociarsi con la gente sclerata a fior di pelle («partito esci dalle tue stanze di merda» bla bla, semicit.) e viceversa.

Al contrario, se le aule della salvezza non saranno abbandonate ma sempre più affollate dall’insicura, debole e isterica ricerca di sicurezza di sempre più persone, allora il giovane entusiasmo rivoluzionario di tanti sarà semplicemente sussunto e inglobato completamente dai mercati modaioli liberal della cultura capitalista che già non fanno altro che pescare a piene mani dai trend di una sinistra moralista e annoiata intrappolata nella sua incapacità di accorgersi di quanto sia incomprensibile, inutile e completamente innocua.

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