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Lettere dal fronte: Inchiesta sull'industria della sanità

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In tempi velocissimi la pandemia ha investito il piano globale, con effetti differenti nei diversi luoghi, ma cambiando ovunque, da un giorno all’altro, la nostra quotidianità. All’inizio di una crisi economica dai contorni ancora indefiniti dubitiamo dei proclami sul «nulla sarà come prima», così come sarebbe sciocco perdere l’occasione di mettere in discussione categorie e modelli di analisi che già da tempo non funzionavano più. Tra i vari materiali di inchiesta e riflessione a caldo raccolti in questi mesi, ci sembra opportuno focalizzarci sull’industria della sanità.
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Dentro l’emergenza sanitaria: le altre patologie non sono in quarantena

Appunti di inchiesta sull’industria della sanità a partire da un’intervista di Antonio Alia a un medico rianimatore di un ospedale lombardo
Questa intervista a un medico rianimatore di un ospedale pubblico di una importante città lombarda ci suggerisce alcuni spunti di riflessione e qualche elemento di inchiesta politica. La prima evidenza è la forte differenziazione del sistema sanitario sia in termini di finanziamento che di condizioni di lavoro. Esistono cioè, anche all'interno di uno stesso distretto, strutture sanitarie e al loro interno reparti e settori clinici più finanziati di altri. L’intervista suggerisce l'idea che l'allocazione delle risorse seguirebbe una razionalità di tipo aziendale. Dipende cioè dal potenziale di valorizzazione che caratterizza la singola struttura o settore clinico. Nonostante i processi di aziendalizzazione la sanità pubblica sembrerebbe però garantire una maggiore autonomia all'attività medica, preferibile ai compromessi etici e politici che comporterebbe il lavoro nel privato. Questo è un punto su cui vale la pena aprire una riflessione politica seppure in termini ipotetici: se l'investimento massiccio sulla sanità, che probabilmente seguirà la crisi da coronavirus, sarà accompagnato da un'ulteriore industrializzazione del settore la tutela dell'autonomia professionale potrebbe rivelarsi un potenziale elemento di conflitto.
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L’emergenza continua e senza picco della sanità italiana

Continua la nostra inchiesta nell'industria della sanità italiana con due interviste di Veronica Marchio a medici della regione Calabria e Toscana
Queste due interviste realizzate nelle scorse settimane, la prima ad un medico fisiatra della regione Calabria operante nel privato, la seconda ad un medico otorino della regione Toscana che lavora invece nel pubblico, forniscono alcuni spunti per leggere - dal punto di vista di chi si trova dentro al sistema sanitario - la crisi che il coronavirus sta acuendo. Emerge un quadro ricco di ambivalenze, soprattutto in relazione al rapporto tra pubblico e privato - calato in un generale processo di aziendalizzazione della sanità pubblica-, ma anche rispetto alla gestione politica delle risorse. Questa crisi non è una novità: al sud vediamo emergere una profonda riluttanza verso un governo politico della sanità che, negli ultimi anni, si è incentrato su tagli piuttosto che su investimenti, favorendo la concentrazione delle innovazioni tecnologiche nelle aziende private. Mentre nel centro Italia, dal punto di vista di un medico appena entrato nell’industria sanitaria, emerge la percezione di dequalificazione di questa figura professionale, accompagnata dalla mancanza di fiducia verso le istituzioni politico-governative e dalla denuncia di una gestione dell'emergenza virus non adeguata, soprattutto per quanto riguarda l'uso dei tamponi. Le due interviste arricchiscono dunque il quadro d’inchiesta, aprendo tuttavia una serie di nodi contraddittori legati in particolare alle gerarchie interne ed ai conflitti che vengono riprodotti in questa industria.
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Il lavoro volontario negli ospedali dell’emergenza

Un nuovo capitolo della nostra inchiesta nell'industria della sanità italiana: Sofia Sagarriga Visconti ha intervistato alcune studentesse di medicina a Bologna impegnate negli ospedali come volontari
Nella riorganizzazione della sanità bolognese di fronte all’ormai nota pandemia mondiale vi è, come nel resto del territorio, il coinvolgimento di tutte figure professionali presenti negli ospedali. La particolarità della nostra realtà è quella di richiamare tra le file anche gli studenti di medicina che, come volontari, vengono inseriti in una macchina oberata di lavoro in cui da fare ce n’è per tutti. Questo articolo (con interviste fatte a inizio aprile) è parte del tentativo di fare un’inchiesta che coinvolga più attori in assoluto, dando uno spaccato dell’enorme complessità e delle molteplici contraddizioni che si intersecano in questo contesto, raccoglierne la voce e le opinioni aggiunge un tassello a puzzle. Martina, Giulia e Carolina hanno infatti il privilegio di essere interne alla sanità ma di non farne organicamente parte, di avere conoscenze tecniche che permettono loro di criticarla e di metterne in luce i meriti, e la distanza e la prospettiva di riconoscere quello che è la sanità italiana e di provare a dire come dovrebbe essere e vorrebbero che fosse.
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Tenetevi pure i ringraziamenti

Prosegue la nostra inchiesta nell'industria della sanità italiana con un'intervista di Achille Marotta a una infermiera in Lombardia
Che tipo di professione esercita, dove e in che tipo di struttura? Sono un’infermiera. Lavoro a Milano da vent’anni, ma i primi vent’anni di servizio ho lavorato in Liguria. Come mai ha scelto di lavorare nella sanità pubblica? In realtà, non è stata una mia scelta lavorare nel pubblico. Mi sono iscritta alla scuola perché mi è sempre piaciuto questo tipo di mestiere. Una volta diplomata mi hanno subito assunto per necessità e allora ho cominciato a lavorare.
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Lettere dal Fronte

Testimonianze raccolte nella provincia emiliana da Kamo Modena
«Ho letto dei post strappalacrime con tanto di chiamata alle armi di Fiom e compagnia bella, ma poi loro dove sono? Prima hanno fatto un accordo CRIMINALE con Confindustria dove ci hanno mandato al macello. Poi a Rsu e Rsl in pratica hanno detto: pensateci voi a trattare con l’azienda, e fate del vostro meglio. Peccato che nel 95 per cento delle aziende non c’è potere contrattuale, figurarsi senza sindacato esterno… Ora dopo aver festeggiato il “grande accordo” che “chiudeva tutto” – tutto e niente, sarebbe meglio dire – dopo la telefonata di Confindustria salta fuori che fino a mercoledì si lavora, hanno allargato la lista delle produzioni “essenziali”, già ci sono i primi passi indietro… e a sto punto non si chiuderà mai. Ma qui viene il bello: oggi, con le aziende quasi tutte aperte, molte cercano volontari, ripeto, volontari, per non fermare la produzione e i magazzini! Quindi tutte fanno quel cazzo che gli pare! Le Rsu sono sulle barricate, da una parte giustamente offese e attaccate dai lavoratori, dall’altra non considerate minimamente dalle aziende.

La sanità ai tempi del Covid19

Con questo articolo scritto da una infermiera dell'Emilia Romagna avviamo un'inchiesta all'interno dell'industria della sanità italiana sulle forme di lavoro e di organizzazione produttiva a partire dalla situazione di crisi e di emergenza
Quelli della sanità non sono lavoratori usa e getta, come le mascherine. Come si può lavorare con un solo giorno di risposo a settimana? Come si può lavorare senza una protezione adeguata? Come si può lavorare senza sapere se si è positivi o no al virus, rischiando così di contagiare i pazienti sul posto di lavoro e anche i propri familiari una volta tornati a casa?
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