Il segreto laboratorio della formazione

Il segreto laboratorio della formazione

Pigeons
Intervista di Rocco De Angelis e Alessio Resenterra a Luca Perrone sulle trasformazioni del mondo della formazione negli ultimi anni, in particolare dopo la pandemia da Covid-19

Quali sono stati i cambiamenti più rilevanti che hai potuto constatare a partire dalla tua esperienza personale?

Io insegno nella scuola media di Pinerolo, ai margini dell’impero, è un livello di istituzione in grossa crisi d’identità. Si pensava di eliminarla con la riforma Berlinguer e anche le recenti rilevazioni dell'Invalsi individuano un crollo nei risultati della scuola media, sintomo di una crisi dell’istruzione italiana. Mi ritrovo in una situazione marginale di una zona provinciale senza innovazione didattica come nelle grandi città. Dentro questa scuola sono un rappresentante sindacale e svolgo anche la funzione di responsabile organizzativo in chiaro conflitto d’interessi. I due ruoli, però, mi permettono di avere un punto di vista generale della situazione. Negli ultimi anni da un punto di vista della composizione lavorativa c’è una precarizzazione e una deportazione di precari molto giovani dal Sud Italia. Molte persone che lasciano le famiglie per venire a lavorare al Nord. Chi, da Renzi in poi, ha cercato di risanare la scuola non c’è riuscito. Siamo in un contesto in cui è necessario parlare dell’innovazione della didattica per poter essere in grado di stare al passo coi tempi, e nello stesso momento metà del personale cambia costantemente di anno in anno. Secondo elemento che emerge è dato dalla complessità di tante figure collaterali (pagate da cooperative, associazioni, fondazioni ecc.), figure che rendono più complesso l’ambiente formativo statale. Si dà una stratificazione significativa e precaria di nuovi impiegati, un misto tra Stato e cooperative, come ad esempio la figura dell’assistente all’integrazione del consorzio che aiuta i ragazzi disabili, figura importante ma pagata male e con contratti ridicoli. Se prima erano delle figure marginali ora sono parte integrante del sistema scolastico. Il terzo dato che penso sia importante enfatizzare è il rapporto tra tecnologia e nativi digitali. C’è stato un momento in cui gli allievi ne capivano più degli insegnanti in merito alla tecnologia, mi riferisco più o meno a quando sono arrivati gli smartphone. Gli allievi anche piccoli erano più capaci degli insegnanti. Adesso tra gli insegnanti c’è stato un cambio generazionale e i più giovani sono entrati con una maggior padronanza delle nuove tecnologie e hanno riguadagnato terreno. Dopo l’attivazione della didattica a distanza (d’ora in avanti Dad), è stato interessante il recupero degli insegnanti su questo terreno che mi sembrerebbe interessante approfondire secondo l’ipotesi del rapporto con il macchinico di Romano Alquati. I processi che negli altri Stati europei sono stati già macinati, in Italia non erano ancora avviati; la scuola era l’ultimo anfratto sociale dove c’era una dimensione artigianale, un po’ come nel modello gesuita con l’arazzo studiorum nel Seicento. Ora a essere saltata è la dimensione artigianesca e gli insegnanti hanno dovuto confrontarsi con la dimensione del macchinario, che se negli altri settori era già avvenuto negli ultimi 200 anni, nella scuola arriva solo con la recente introduzione della Lim (Lavagna interattiva multimediale) e dei registri elettronici. Quello che ha colpito tutti è che il processo di digitalizzazione nel lockdown ha dato un’accelerazione al processo formativo a distanza. Era inevitabile, non faccio la lode del gessetto, ma l’elemento interessante è che per la prima volta dopo anni di corsi di formazione e aggiornamento che i prof percepivano come inutili (cyberbullismo) ora invece si è data una grossa dimensione di autoformazione, tutto è avvenuto in tempi brevissimi, per esempio nella mia scuola di provincia non si usava neanche il Drive per i compiti. Non essendoci modelli c’è stato un processo di autoaiuto, i prof più bravi hanno aiutato i meno avvezzi alla tecnologia, ci siamo mossi in blocco uniti perché consci della difficoltà del salto che eravamo costretti a fare. È stata una delle poche volte in cui ho assistito ad un ottimo livello di cooperazione con tutti i miei colleghi, non so se questo si manterrà anche in futuro. Cosa rimarrà di questo processo di macchinizzazione della scuola? Quali saranno le ricadute?

Come ci hai spiegato, in una situazione come quella del lockdown, è stata necessaria una presa di posizione degli insegnanti. Quali spazi di autonomia si sono creati e si possono creare nel rapporto tra insegnanti e tecnologia?

Ogni scuola ha una sua specificità, il primo problema del sindacato Cgil è stato fare in modo che la scelta della Dad non fosse decisa dai dirigenti: infatti dove ci sono stati dirigenti che hanno imposto questa modalità in forma direttiva c’è stato un elemento di scontro non da poco. Il terreno di conflitto si è creato su una dimensione di potere: tra chi decide che cosa dobbiamo fare, sulla forma della Dad, su quale piattaforma utilizzare, se chiudere il 15 marzo. Chi decide, quindi, in un frangente di emergenzialità. In alcune scuole ci sono alcuni collegi docenti che fungono da “contropoteri” quando sono composti da docenti che vogliono difendere la loro autonomia professionale, c’è poi un Consiglio d’Istituto con dei sindacati interni che possono tutelare i diritti. Mi sembra importante sottolineare che il dirigente è il datore di lavoro, il che porta anche a una dimensione sindacale e conflittuale. Il secondo punto ad innescare una dimensione conflittuale è stato la gestione vera e propria della Dad. Ci sono state due possibili posizioni: la prima riguardo la libertà di insegnamento che si è espressa nella scelta della piattaforma “voglio usare Classroom invece di Zoom”; la seconda in relazione al rapporto con le famiglie, è stato fondamentale, infatti, cercare di uniformare lo strumento in modo tale da aiutare le famiglie. Forse anche voi avete sentito di come abbiamo dovuto cambiare Zoom quando lo avevamo in un primo momento installato tutti perché era vulnerabile alla privacy. È stato aperto un terreno interessante, nessuno pensava che una lezione delle medie potesse essere oggetto di spionaggio. La discussione su quali siano gli strumenti da usare collettivamente è stata difficile da fare. Anche noi docenti eravamo a distanza, non è mai stato convocato un Collegio Docenti e nell’ambito dell’autoformazione la scelta della creazione di canali da usare in quanto strumenti è stato elemento di forte dibattito. Vi sono state quindi scelte da fare iniziando da cose pratiche e arrivando a livelli di discussione più sistemici.

In università abbiamo tutti i computer, nel caso della scuola secondaria di primo grado non penso sia così. Qual è stato il livello della frequenza degli studenti, che fattori hanno influito?

Gli insegnanti hanno accettato la Dad, alcuni, anche se pochi, erano molto entusiasti a riguardo ma questo entusiasmo è scemato dopo poco, poiché questo metodo d’insegnamento ha comportato una dilatazione invasiva della giornata lavorativa e molta fatica nella fase di aggiornamento dei metodi di insegnamento. Nel prossimo Contratto Nazionale si parlerà della possibilità di disconnettersi; salvaguardare il sabato, la domenica e la notte è stato problematico. Il tema sarà cosa salvare della Dad. Alcuni studenti hanno fatto un'enorme fatica a seguire le lezioni, è emersa una spaventosa disuguaglianza tra chi aveva una famiglia con disponibilità e chi no, ci siamo persi i più fragili e quelli più resistenti all’obbligo scolastico. Gli insegnanti di matematica hanno rilevato che più della metà dei loro alunni non apriva i file, e la stragrande maggioranza non arrivava al dodicesimo minuto, molti docenti hanno pensato di fare tanto lavoro per nulla. Le lezioni vere e proprie erano molto strane e una volta rientrati a scuola il primo problema sarà ricostruire un’idea di “classe”. La percezione è che nonostante il loro essere connessi, i rapporti interpersonali tra gli allievi si sono sfilacciati molto. Da un punto di vista didattico si pensa che la Dad sia stata faticosa, poco utile, anzi dannosa e prevale l’idea del “vogliamo tornare in classe”, tranne in alcuni casi e per alcuni insegnanti particolari (con umori che cambiano di mese in mese). Io sono convinto che dopo la sperimentazione della Dad non si torni più indietro. La scuola pubblica viene impoverita, sistematicamente distrutta e durante la Dad ne abbiamo visto i frutti. Per dare un’idea di ciò di cui sto parlando, l’unica innovazione vista qui nella mia provincia, sono stati i punti Coop con cui comprare i computer e le Lim. In questo momento la sfida è: la scuola può essere lasciata in questo stato? Si può partire da questo per aprire una discussione su cosa sia la formazione. È rilevante la distanza tra i nostri allievi e l’assetto disciplinare che noi proponiamo, una delle innovazioni della Dad è la dimensione collaborativa, che spinge gli insegnanti a lavorare insieme, al contrario prima si puntava su un’impostazione competitiva. Durante il lockdown abbiamo cercato anche in modo capillare di aiutare e sopperire dove ci fosse bisogno di un collegamento informatico. Molti studenti si son persi, i ragazzi stranieri hanno lasciato la scuola quasi completamente, e poi ci sono state molte difficoltà legate alla tecnologia e agli spazi. Nella Dad è stato incredibile che dalla scuola sia stato domandato alle famiglie di far da insegnanti, noi come da una televisione dicevamo delle cose e le famiglie facevano tutto il resto del lavoro. Sono state numerose le lamentele da parte dei genitori in merito. È sparito il diario, sembra una cosa non rilevante ma era uno strumento organizzativo e di disciplinamento incredibile. È poi emersa una questione in merito all’invasività reciproca delle case: entravamo in modo bizzarro nelle case degli allievi, è aumentata l’invasione della privacy anche per gli orari.

Secondo te il ruolo del professore che è presente solo dietro ad uno schermo, agli occhi degli studenti è stato in qualche modo depauperato? Se così fosse, che conseguenze avrebbe sul futuro?

Io credo e ripeto che quello che è successo non vale zero, cambieranno nel lungo periodo molte cose. A livello delle classi dobbiamo ricostruire le relazioni con la figura e il ruolo dei genitori, sarebbe l’occasione di mettere in discussione l’idea delle classi pollaio, di una scuola sempre uguale a se stessa con la campanella che detta i tempi con il ritornello del “devi arrivare in orario perché quando lavori non puoi comportarti così”. Sapendo che oggi il lavoro non è più quello della fabbrica o dell’ufficio tradizionale, sarebbe necessario ci fosse un soggetto in grado di porre queste questioni in maniera molto forte. Perché dobbiamo sbavare di fronte alle scuole dei “moderni” e progressisti paesi nordeuropei? È l’unica altra opzione? Sfruttiamo il momento attuale per ripensare la scuola. Alle medie non c’è un’idea di futuro lavorativo imminente poiché sono una scuola di orientamento, anche perché non si saprà mai quali saranno i mestieri del futuro e quali saranno le competenze necessarie. Personalmente non ho chiaro l’atteggiamento degli studenti al rientro a scuola, e solo allora si potrà capire se ha funzionato la Dad e come gli studenti reagiranno al mutato spazio scolastico. Vedremo.

Forse era quasi sottinteso che in una certa misura molti di loro avessero apprezzato starsene a casa…

È un punto di vista interessante, è la stessa percezione con lo smart working, verso il quale c’è stata una forte adesione, con dei grossi interrogativi sulla cooperazione del lavoro. Forse oggi la tecnologia ha sopperito in parte a questo bisogno di socialità della scuola, le amicizie nascono e gli amici li si vede anche al di fuori di luoghi precisi. La scuola da tanti anni non è più l’unico strumento di acculturazione, la scuola deve capire di non essere più l’unica fonte di cultura, anzi deve assumere che la cultura che promuove è percepita come noiosa, nozionistica e piatta, morta, è vista come contenitore dove i genitori lasciano i figli quando vanno a lavorare. La retorica della scuola che forma per il lavoro è ormai falsa come Giuda, lo Youtuber è ricco sfondato, non il ricercatore.

Anche leggere questo in relazione alle categorie alquatiane di ricchezza, potenziamento e impoverimento sarebbe interessante e da approfondire magari più avanti. Per quanto riguarda la valutazione?

Il buonsenso avrebbe voluto che le verifiche venissero sospese, ma per dare una parvenza di serietà abbiamo fatto finta di farle, quando è emerso che bisognava dare i voti ci sono stati problemi. Si è detta una menzogna generale per non dire agli allievi che venivano promossi tutti sennò non avrebbero fatto niente, tipica soluzione all’italiana. Ogni insegnante ha valutato con autonomia, io ho optato per gli audio, tutti eravamo consapevoli che una valutazione seria era problematica. Io penso poi che la reintroduzione dei voti con la riforma Gelmini sia dannosa: attiva anche tra gli insegnanti dei particolarismi deleteri. Alcuni interrogavano in diretta e c’erano i genitori che potenzialmente controllavano e potevano registrare il che diventava un elemento di controllo e verifica diretto anche dei contenuti che passavano. Per certi ambiti era interessante, i professori hanno consegnato direttamente il materiale oggetto di dibattiti ai genitori, si sono aperti spazi di confronto ma si è anche aperto uno spazio di censura gestito dai genitori. Se in classe si era liberi relativamente, adesso invece eri sotto lo sguardo dei genitori; pensandola a lungo termine come la creazione di una società con telecamere ovunque è preoccupante.

Gli studenti delle medie che in questo periodo hanno dovuto saltare il percorso di orientamento, come hanno deciso? Hanno già le idee chiare?

È in corso un processo di forte liceizzazione e uno dei problemi delle scuole medie riguarda proprio la questione dell’orientamento in relazione alla scuola futura. La scuola dà un consiglio ma le famiglie fanno quello che vogliono, con lamentele da parte di professori che giudicano sbagliati gli orientamenti scelti. Nelle nostre zone sono molto presenti le agenzie formative che offrono corsi di due o tre anni che fanno in modo che tu possa adempiere ai tuoi obblighi di studio al di fuori dal percorso tradizionale, favorendo una forte specializzazione. Se devi fare l’alberghiero ma non hai voglia di studiare puoi frequentare i corsi offerti delle agenzie formative. Uno dei problemi delle medie è che all’interno dello stesso contenitore vengono poste delle persone con diversi interessi nei confronti dello studio e senza che questo venisse accompagnato da una offerta formativa sia teorica che pratica è risultata una scuola molto astratta. I miei allievi sono totalmente figli della crisi del 2008. Vi è un notevole salto e differenza rispetto a quindici anni fa.

Secondo te, ha più senso salvare e ripensare oppure distruggere una scuola pubblica che a livello didattico e come posizione nella società sembra devalorizzata?

Chi lavora deve pensare a liberarsi dal lavoro o liberare il lavoro? Alquati diceva tutti e due. Stessa cosa vale per la scuola, non scompare domani mattina, ma credo che dopo la pandemia sia stato ripristinato il valore del pubblico. È giusto che gli studenti dicano che la scuola pubblica di qualità sia una rivendicazione anche in contrapposizione con la scuola neoliberista di serie B. Io credo che questa scuola sia da ripensare, non è possibile sia la stessa da quattrocento anni, diffido dall’idea di distruggere, nel mondo non c’è il vuoto: c’è il mercato. È giusto mettere in dubbio il ruolo della scuola, ma chi vuole distruggerla è chi è al potere. Io penso che la scuola odierna non sia al passo con il sistema capitalista, che predilige chi è creativo rispetto a chi arriva puntuale, ci vuole consumatori ma competenti. Tra le otto competenze europee è stata inserita pure quella imprenditoriale. Il dibattito non può più essere alla Don Milani, il rischio oggi non è che ci siano studenti che non hanno la possibilità di andare a scuola, ma piuttosto che ci siano studenti che rifiutano la scuola perché non ne traggono alcun beneficio.

 

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