Un cantiere unico e aperto. L’ultimo ventennio di ricerca di Romano Alquati

Un cantiere unico e aperto. L’ultimo ventennio di ricerca di Romano Alquati

Cantiere
Una recensione di Ferruccio Gambino a «Un cane in chiesa» a cura di Francesca Ioannilli e Francesco Bedani

A dieci anni dalla scomparsa di Romano Alquati (1935-2010) il volume a cura di Francesco Bedani e Francesca Ioannilli Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati, Roma, DeriveApprodi (collana Input) 2020, pp. 136, € 9,00, offre un quadro composito della sua ricerca dalla fine degli anni Settanta ai primi anni del nuovo millennio, quando la sua produzione termina a causa di una malattia. Gli/le otto co-autori/autrici considerano le principali linee traccianti del suo lavoro di studioso e docente nel periodo. Dopo l’uscita del suo volume Sulla Fiat e altri scritti (Feltrinelli 1975), Alquati aveva pubblicato parecchi scritti in edizioni ormai introvabili; altri scritti sono stati stampati per la circolazione interna ai suoi corsi universitari, altri ancora sono inediti. È prevista la pubblicazione dei testi dell’ultimo venticinquennio attivo della sua vita. 

Il titolo del volume riprende quello del capitolo quinto, scritto da Guido Borio e inserito nel libro di Gigi Roggero L’operaismo politico italiano, già pubblicato nella medesima collana di DeriveApprodi (2019). Vi si legge:

Vorrei ancora dire che è sempre stato un cane in chiesa, non solo nell’università ma ovunque si è trovato… È sempre stato uno che dava fastidio e per questo il suo pensiero è stato quasi sempre ignorato, ma dare fastidio è forse la più significativa qualità di una soggettività rivoluzionaria (p. 100).

Francesca Ioannilli si interroga sul perché dell’attualità di Romano Alquati. Come anche Franco Fortini diceva di sé, Alquati «non scrive per tutti… scrive per i militanti…». Nella sua esperienza nei «Quaderni rossi» e in «Classe operaia» (1960-67) Alquati estende al mondo industriale il metodo della conricerca, tesa a rompere la dicotomia tra il ricercatore e l’oggetto della ricerca. Già nei primi anni Settanta la sua attenzione si indirizza ai processi di formazione e alla diade lavoro-attività, a cominciare dai giovani delle scuole superiori e dell’università. Dunque, Alquati apre il varco su di un aspetto allora trascurato, quello dell’operaizzazione del lavoro intellettuale.

In Italia l’industria come modo di organizzazione di fine millennio tende a imporre i suoi ritmi e le sue modalità pressoché in ogni ambito produttivo, secondo un processo progressivo di generale sottomissione alla razionalità capitalistica. Alquati pone allora al centro della sua ricerca la capacità attiva umana, che si rivela decisiva nei processi di accumulazione in atto. La conflittualità è continua ma non la si scorge quando «non indossiamo le lenti giuste», come osserva Francesca Ioannilli. Cruciale è la soggettività, che si trasforma mentre si dispiega e che manifesta la sua ambivalenza schierandosi trasversalmente o frontalmente rispetto alle ragioni dell’accumulazione, e «afferrando quello che c’è per costruire quel che manca».

Notando tra le categorie adottate da Alquati le «aree sociali catturate e lavorizzate dal capitale», Federico Chicchi discute della capacità attiva umana che si estrinseca in lavoro da un lato e in attività dall’altro. Anche se il lavoro si alimenta dell’attività, questa non è riducibile a mero lavoro. L’attività apre alla contro-condotta, confluendo nel sapere dato dall’esperienza, nell’imprevisto, nella pratica del conflitto. Se la salarietà (termine di Alquati) è ciò che definisce il capitalismo, siamo lavoratori/lavoratrici anche quando apparentemente non lavoriamo, perché una parte del nostro agire è plasmabile a immagine e somiglianza del lavoro. Nell’elaborazione dell’ambivalenza attiva Chicchi coglie una differenza essenziale di Alquati rispetto a Raniero Panzieri. Decisivo non è «… mostrare una verità a qualcuno che non aveva i mezzi per produrla. Bisognava invece mischiarsi al sapere dato dall’esperienza e dalla condizione di operaietà…». Chicchi sottolinea «come quello di Alquati è uno dei pensieri più difficilmente collocabili che [io] abbia mai incontrato». E più avanti: «Certo, è stato un anti-stalinista… però davvero non so come potrebbe situarsi in un’ipotetica mappa dei marxismi», un tema su cui tornerò in questo scritto.

Maurizio Pentenero affronta la sfera della società riproduttiva, del mercato, del relativo consumo e del sistema politico nel contesto della «trama delle attività» di Alquati, indicandone l’esito, che è l'operaietà diffusa. E’ il modello della società capitalistica, che viene dibattuto alla luce di alcuni opposti già esaminati da Alquati (astratto-concreto, generico-specifico, interno-esterno), che ci consegnano la questione del «residuo irrisolto», ossia dell’irriducibilità dell’agire umano alle ragioni del capitale. Pentenero constata che in Alquati la scienza «…ancorché potente ed efficace, si presenta come sapere separato e separante…». Tocca dunque all’elaborazione militante «…rivolgersi a un “soggetto” reale…» che rischia la sopraffazione ma che al contempo delinea «…una situazione forse inedita, ricca di ambivalenze e contraddizioni», analoghe, aggiungo, a quelle memorabili che Alquati aveva colto negli schiavi dal libro sulla schiavitù nordamericana di George Rawick Dal tramonto all’alba (Feltrinelli 1973), uscito due anni prima del suo Sulla Fiat e altri scritti nella medesima collana (Materiali marxisti, Feltrinelli 1973). 

Salvatore Cominu distingue in Alquati la fabbrica come «luogo funzionale» della valorizzazione rispetto all’industria, ossia «la modalità più avanzata per realizzare gli scopi dell’accumulazione». Secondo Alquati, al vertice della piramide sociale del capitalismo sta il dominio, ovvero un potere che bada al valore realizzato senza agire industrialmente. Il fare industriale organizza verticalmente i livelli del multiforme agire ai fini dell’accumulazione. L’asse orizzontale dell’industria si estende a quattro ambiti: produzione di beni, produzione di servizi (entrambe per il mercato), consumo distruttivo, consumo riproduttivo. In breve, l’industrialità ha rotto gli argini in cui era incanalata ed ha dilagato in altri bacini di attività diventando iperindustria. In particolare, il portatore (e aggiungo, la «delle capacità in riproduzione» nella famiglia, nella scuola, nell’università, nell’industria ne è anche il loro riproduttore (riproduttrice). Come ci rammenta Cominu con amara lievità, sempre più produciamo «merce-informazione, che si vende anche bene». Qui il verbo impersonale rimanda alle spire delle multinazionali che succhiano da remoto la ruota dei nostri modesti velocipedi informatici.

Cominu approfondisce questo filone di riflessione, pur tenendosi a distanza da quei critici che, sulla scorta di Harry Braverman, hanno visto nel capitalismo industriale soltanto un inesorabile destino di degradazione e controllo per chi ci lavora. L’industrialità ha pur sempre bisogno di tutta la persona ma tende a sviluppare solo alcune capacità, mentre ne atrofizza altre. In questo indebolimento del soggetto si diradano le occasioni di trasformazione favorevoli alla parte proletaria. Così si allontanano sia le possibilità di arricchimento delle capacità collettive degli iperproletari in generale sia il rafforzamento della capacità della persona «nella sua ambivalenza, come risorsa per il sistema che può divenire soggettività contro di esso». In breve, la persona non è mai riducibile a semplice mezzo ma l’espansione delle sue capacità è sempre oggetto del contendere. Secondo Cominu, la ricerca deve «servire ad armare, e organizzare» questa prospettiva. È questo un orizzonte che lega l’Alquati del citato Sulla Fiat e altri scritti all’Alquati dell’ultimo venticinquennio di attività? È un interrogativo che affronterò verso la conclusione.

Francesco Bedani aggiorna i tratti distintivi dell’elaborazione di Alquati rispetto alle varie declinazioni del marxismo dei recenti decenni, rammentando che Alquati ha sviluppato una polemica con quei futurologi che hanno prospettato il disfacimento dei rapporti di sfruttamento «attraverso le nuove forme del lavoro, confondendo maggiore flessibilità con più libertà». Per contro, con lo sfruttamento andava e va avanzando l’espropriazione di capacità, mentre i nuovi mezzi si ritorcono contro gli umani. Va quindi compiuto lo sforzo fecondo di analisi e di costruzione di pratica politica intorno all’ambivalenza di lavoro e attività, al fine di sfuggire alle secche della contrapposizione dell’attività al lavoro. Il capitale punta alla separazione tra soggetto e oggetto, ossia tra agente e capacità e, così facendo, trasforma il soggetto impoverendolo. Ai vertici della produzione poco è cambiato nei decenni recenti, mentre in basso la meccanizzazione spinta ha raggiunto dimensioni impensabili negli anni Settanta. Dal canto suo, Bedani nota che secondo Alquati il lavoro autonomo non promette nuove prospettive. Il salario si complica, si estende, in parte si mimetizza e allora veste la tuta di una falsa libertà, rendendo più arduo riconoscere le tracce del conflitto.

Anna Curcio nota queste tracce affrontando con approccio critico l’inedito di Alquati «Sulla capacità umana-vivente oggi», uno scritto dei primi anni del Duemila. Qui Alquati è polemico con la critica femminista del marxismo, la quale insisteva – e insiste – sul valore che il capitale estrae dal lavoro femminile di riproduzione: le donne come portatrici di nuove vite e allevatrici di bambini/e e di adolescenti. Secondo Alquati, questo aspetto del lavoro riproduttivo è «residuale» perché non farebbe parte della formazione «alle professioni», ovvero al lavoro che produce valore. In altri termini, Alquati giudica decisiva ai fini dell’accumulazione la fase della formazione ma non quella del lavoro gratuito di cura dell’infanzia e adolescenza, svolto in larghissima parte dalle donne all’interno del nucleo famigliare. Secondo Alquati, gli ambiti funzionali del sistema sociale iperindustriale sono sostenuti dal lavoro specifico salariato che è imperniato sulla reciprocità con la prestazione di cura prevalentemente svolta dalle donne, indipendentemente dalla loro «biologicità separata»; in parole povere, separatamente dalla loro condizione di portatrici e curatrici di nuove vite. Alquati appare qui sorvolare sul fatto che il lavoro di cura è una condizione di attività e lavoro delle donne in cambio di pochissimo o di nulla; in altri termini, il grado primario della generatività sarebbe socialmente indistinto.

Come Anna Curcio osserva, la ristrutturazione della riproduzione si regge sempre più sulla famiglia, una tendenza che in Alquati rimane opaca, mentre in un primo tempo coglie la valenza politica del salario per il lavoro domestico riconoscendo la giustezza e l’opportunità politica della rivendicazione. I servizi riproduttivi assorbono risorse relazionali e le incorporano in macchine che risparmiano tempo di lavoro, ma questa tendenza non fa che spostare in avanti l’invisibile ma reale erogazione di cure prevalentemente femminili che non sono robotizzabili. Ed è tuttavia qui che, come osserva Anna Curcio, Alquati apre al contro-percorso dell’agire autonomo del soggetto, un tema che Guido Borio affronta sottolineandone la plasticità.

Guido Borio richiama brevemente in premessa la traiettoria politica e teorica di Alquati, tesa a comprendere «le peculiarità dei conflitti e delle trasformazioni della società dagli anni Sessanta al Duemila». In questa lunga ricerca è centrale il tema della soggettività che definisce e influenza «l’agente-umano» ma che non aderisce all’agente umano né lo sostituisce. L’agente-umano è sia attore di ruoli sistemici sia agente ambivalente rispetto alla società capitalistica sia, quel che più conta, soggetto-umano necessariamente antagonista. Il soggetto persegue «fini differenti, contrapposti, insostenibili e inaccettabili per il sistema capitalistico». L’estraneità alle fortune del capitale che Alquati constatava nei giovani operai di Torino e di Ivrea degli anni Sessanta è pienamente rintracciabile in queste sue note a circa trent’anni di distanza. A sua volta, la soggettività è un sistema caratterizzato da storicità e socialità ed è quindi capace di modificare se stessa manifestandosi in un processo individuale e collettivo.

Tenendosi a distanza dalla «soggettività macchinica» di Deleuze e Guattari, come Borio osserva, Alquati intende esperire la possibilità antagonistica dei soggetti tesa ad aprire processi di demercificazione, in contrapposizione a una soggettività che tanti immaginano adesiva al capitalismo. Il crinale tra antagonismo e adesione è la formazione, che cambia «qualcosa di rilevante nella soggettività della gente, oltre che nella sua competenza e cultura». Un uso diverso dei mezzi, della scienza e della tecnologia potrebbe avvantaggiare la soggettività umana e bloccare i processi di impoverimento soggettivo provocato dall’uso capitalistico, intrinsecamente strumentale, di chi è sfruttato/a. Per elevarsi e riuscire a sospendere l’impoverimento soggettivo occorre alterità rispetto al sistema attuale, e alterità comporta agire collettivo e militanza. In questo ambito la conricerca «è perciò una pratica di radicamento politico perseguita e costruita – anche e soprattutto sperimentalmente – dai militanti»: non per rimanere in basso bensì per «far risalire i movimenti e le lotte».

Anche Raffaele Sciortino guarda alla parabola di Alquati situandone la prima fase nell’ambito di una sinistra che fin dai primi anni Cinquanta opera al di fuori dei partiti di sinistra. Dopo i primi anni del suo definitivo periodo torinese e le pubblicazioni in «Quaderni rossi» e «Classe operaia», Alquati non dà affatto per scontata l’invarianza della crescita industriale ed è anzi tra i primi a introdurre nel dibattito pubblico la figura dell’operaio sociale. Sciortino insiste sulla discontinuità del passaggio e individua due motivi centrali nella ricerca alquatiana dalla fine degli anni Settanta: l’iperindustrializzazione dalla parte del capitale da un lato e l’attività umana dispiegata nelle sue manifestazioni ambivalenti dall’altro. Questa contrapposizione sta all’origine di quello che Alquati chiama il suo «Modellone», che – come giustamente Sciortino insiste – non è la rappresentazione di un sistema, bensì una critica dell’autorappresentazione da parte del capitale e al contempo l’apertura al contro-percorso della soggettività antagonistica. Sciortino riconosce il merito di Alquati di essersi addentrato «nei segreti laboratori della produzione», contrariamente alla cauta ritrosia degli hegelo-marxisti, di Lukács (e pure, aggiungo, della scuola di Francoforte) in proposito. L’attività umana sotto il capitale viene separata e convertita in accumulazione di valore e dominio. La sfera iperindustriale interagisce con la scienza e genera una «soggettività/ macchinica» discendente dal «General Intellect» che Alquati e Sciortino considerano una potenza ostile all’attività umana e ai suoi «contro-percorsi», nonostante la diffusa attesa a sinistra di un suo salvifico avvento progressivo.

Secondo Sciortino «in gioco è oramai a livello di questo capitalismo la soggettività umana in quanto tale». Quindi la riproduzione sistemica entra in contraddizione con la riproduzione sociale. Questo è un grande quesito, al quale mi permetto sommessamente di aggiungere che la riproduzione sociale è forse già entrata in una materiale rotta di collisione con la riproduzione del genere umano. Mi riferisco non tanto ai lunghi sconvolgimenti sociali subcontinentali (come la politica del figlio unico in Cina) quanto agli sconquassi sociali ed ecologici su scala planetaria che colpiscono tutti/e, ma non in uguale misura. La costruzione marxiana, pur nelle sue discontinuità e le sue crescenti riserve, propendeva per una superiore razionalità del capitale rispetto alle società precedenti. Tuttavia, con questo capitalismo stiamo andando verso un’estinzione su scala che era inimmaginabile fino alla prima modernità. Come afferma Sciortino alla fine del suo scritto, «dove più alto è il rischio, il rischio di una tendenzialmente completa sussunzione della soggettività sotto il capitale, è anche più profonda e potenzialmente produttiva la contraddizione che si può andare ad aprire». Occorrono i soggetti che la aprano.

Sull’importante questione della continuità o della cesura (alla metà degli anni Settanta) tra le due fasi della ricerca di Alquati i pareri dei suoi estimatori non sono concordi. In questo volume sembrano prevalere, ma cautamente, i giudizi favorevoli alla discontinuità. Per parte mia inclino a pensare a una fondamentale continuità della ricerca di Alquati che si è formato in condizioni difficili e che è riuscito a «diventare Alquati» già nei primi anni Cinquanta, come ha autorevolmente affermato Renato Rozzi durante una commemorazione torinese dell’amico. La successiva maturazione di Alquati è avvenuta fondamentalmente in ambienti politici e intellettuali che oggi ci appaiono disparati ma che erano tutti giustamente schierati contro quello che Italo Calvino chiamava «il mare dell’oggettività», ossia una visione del mondo in assenza di soggetti. Per quanto riguardava le scienze sociali dei decenni del dopoguerra, la rigida ripartizione ingessata delle competenze appariva chiara: una scienza economica che stava spostandosi da Keynes verso Milton Friedman; una sociologia a lungo (fino ad almeno Erving Goffman) indebitata con Talcott Parsons; un marxismo che, anche nelle sue declinazioni più innovative, non intendeva scendere «nei segreti laboratori della produzione», perché era intimidito e magnetizzato in vari gradi dallo sviluppo industriale e non poteva certamente sognarsi la conricerca.

Sulla base dalle indispensabili indicazioni che dobbiamo a Guido Borio nel suo capitolo nel citato volume L’operaismo politico italiano, provo a formulare un’ipotesi interlocutoria a proposito delle componenti che concorrono alla formazione di Alquati. La sua maturazione avviene principalmente in tre ambienti: nella sinistra non allineata, in particolare nel gruppo di «Unità proletaria» e nei suoi contatti internazionali, poi nella comune milanese dove Alquati incontra alcune delle migliori menti della fenomenologia e, ancor più, nel contatto torinese con la condizione operaia nell’allora più grande company town del mondo, mentre rimane costante il suo dialogo con alcuni sodali e in particolare con l’amico di una vita, lo psicanalista Renato Rozzi. Nei prossimi tempi occorrerà ancora scavare nei legami, nei contatti e nelle letture di Alquati, specialmente degli anni Settanta, per meglio comprendere la continuità e la discontinuità della sua ricerca. Certamente l’acuta sensibilità politica di Alquati a fronte sia dello scialo corrente delle capacità umane sia delle enormi spoliazioni che ne conseguono lega a doppio filo i due periodi della sua ricerca, mantenendo Alquati lontano e alieno dal cinismo prevalente nell’areopago dei dotti di questi tempi, generalmente soddisfatti dell’esistente. In lunghi periodi di solitudine, confortata da poche ma salde amicizie, Alquati ha tenuto aperta la porta del possibile che a più riprese minacciava di chiudersi – e non soltanto contro di lui.

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