Tra sovversione e conservazione: la piccola borghesia contadina alle origini del fascismo

Tra sovversione e conservazione: la piccola borghesia contadina alle origini del fascismo

mussolini in trattore
Recensione di Filippo Borreani a Davide Vender, Piccola borghesia tra socialismo e fascismo, Odradek, Roma 2021

Risultato di una ricerca decennale, Piccola borghesia di Davide Vender è un volume che propone un’analisi del rapporto tra la nascita e il radicamento del fascismo in Italia e una piccola borghesia contadina e proprietaria che, dopo le occupazioni delle terre in seguito alla Prima guerra mondiale, appare “nella Storia” e diventa la base sociale di riferimento per il nascente movimento. 

Il libro di Vender, destreggiandosi con abilità tra sociologia storica, storia delle politiche agrarie e storie delle dottrine politiche, ci restituisce un quadro critico delle complesse e stratificate strategie economiche del regime, nell’arco temporale del ventennio. Utilizzando un approccio non strettamente cronologico, il volume affronta le origini politiche e ideologiche del fascismo, la costruzione dello Stato, la politica agraria, le politiche specifiche con cui il regime affronta la crisi economica del primo dopoguerra e la crisi del ’29. Le conclusioni del volume aprono una serie di questioni che toccano il presente, sottolineando gli aspetti di continuità e discontinuità tra fascismo ed epoca repubblicana e ponendo il problema del rapporto tra classe e Stato-nazione.  

Secondo l’autore, le devastazioni della Prima guerra mondiale e l’ineguale distribuzione dei costi e delle sofferenze durante il conflitto portarono a una scia di rancore e contrapposizioni, sia tra blocchi sociali che tra città e campagna. Di fatto, mentre le masse contadine e i ceti urbani emergenti costituivano la fanteria della sanguinosa guerra di trincea, la classe operaia in fabbrica mandava avanti la produzione industriale in condizioni di sfruttamento, ma di relativa sicurezza sociale e fisica. Dopo la guerra, quella massa di lavoratori agricoli che costituiva la netta maggioranza nel paese e che era distribuita su tutto il territorio nazionale insorse, allo scopo di ottenere terra e giustizia sociale. Il fascismo della prima ora comprese la possibilità di egemonizzare le vaste agitazioni contadine e il grande movimento di occupazione e recinzione delle terre che ne seguì. 

Come osserva l’autore, «le masse rurali divennero protagoniste di una riforma agraria sotterranea che unificò il primo fascismo reducista delle città e dei ceti medi umanisti a quello più propriamente piccolo borghese delle campagne, rompendo l’egemonia socialista-bracciantile nelle campagne» (pp. 28-29). Gli assetti della struttura agraria cambiarono improvvisamente forma: nacquero centinaia di migliaia di ettari di nuovi piccoli possedimenti, in un quadro generale di frantumazione, dispersione e polverizzazione della proprietà agricola. Presi insieme ai ceti medi urbani, nacquero così classi spurie politicizzate e rappresentate nazionalmente, egemonizzate dalla piccola proprietà contadina. 

Dopo questi avvenimenti, il nuovo regime dovrà cercare di esprimere politiche anticicliche in grado di superare prima la crisi economica del primo dopoguerra e poi le conseguenze della crisi del ’29, ma a partire da una contraddizione fondamentale: il blocco sociale che rappresenta la base politica del suo successo è allo stesso tempo il maggior ostacolo a una modernizzazione capitalistica della produzione agricola. La piccola borghesia contadina e proprietaria non solo impediva l’accorpamento delle terre e l’innovazione tecnologica, ma proprio attraverso il fascismo esprimeva la battaglia contro i processi di ristrutturazione capitalistica del mercato agricolo. 

A partire da questa situazione, anomala e specifica all’interno del panorama europeo e transcontinentale, la piccola borghesia e il suo partito eletto esprimeranno lo Stato-piano totalitario e corporativista, le campagne per l’autoconsumo e, in ultima istanza, i processi di colonizzazione e bonifica integrale. Contrariamente alle ipotesi storiografiche più accreditate, che sottolineano gli aspetti strumentali e orientati al controllo sociale della legislazione fascista, l’autore ci mostra gli aspetti più innovativi, anche se paradossali, brutali e contraddittori. Infatti, il regime utilizzerà proprio il plusvalore ottenuto dall’ipersfruttamento della piccola proprietà contadina per modernizzare e in parte costruire ex novo gli apparati statali, spingendo al massimo l’autoconsumo e utilizzando la neonata previdenza sociale come cassa per gli investimenti. Il fascismo, che doveva salvare la piccola proprietà dalle conseguenze del progresso e dell’industria «si trasformò invece in un meccanismo infernale di controllo e di ipersfruttamento della forza lavoro colonica, che permise all’Italia di uscire dalla crisi economica mondiale e la avviò verso l’industrializzazione» (pp. 114-115).   

Negli anni a ridosso della crisi del ’29, in una situazione già di crisi, il regime inizierà contemporaneamente la battaglia del grano e le campagne di colonizzazione e bonifica come tentativo di estensione della sua base politica e realizzazione di extraplusvalore, dovuta alla rendita differenziale dei territori bonificati. Un tentativo che non riuscì a tenere insieme il blocco sociale precedentemente acquisito: a partire dalle campagne settentrionali, le condizioni di lavoro spinsero i contadini alla pluriattività nelle nascenti manifatture periurbane e iniziò un processo di proletarizzazione che venne acuito dalla crisi economica. Le migrazioni verso le città, a cui il fascismo tentò consapevolmente di opporsi per tutto il primo dopoguerra, diventarono incontrollabili e contemporaneamente i mutati assetti urbani scompaginarono i ceti medi urbani, sempre più orientati al lavoro tecnico al servizio dell’industria. Il regime arrivò così alla Seconda guerra mondiale con una base sociale esasperata e frantumata, e cadde, nella sua forma-nazione, l’8 settembre 1943. In maniera ambigua, e forse a tratti nemmeno consapevole, i fascisti consegnarono ai governi successivi un apparato statale funzionante e un territorio dotato di infrastrutture prima inesistenti, finanziate prevalentemente dallo Stato (insieme, naturalmente, a una classe di burocrati e dirigenti pubblici autoritari e abituati alle prassi del totalitarismo).

Al di là di questa ricostruzione focalizzata sulle politiche economiche, il volume ha il pregio di non sciogliere mai completamente l’intricato rapporto tra politica, composizione di classe e ideologia. In questo modo la ricerca sottolinea l’intrinseca politicità dell’economico e contribuisce al dibattito storiografico sul tema in maniera originale. 

Ad esempio, l’autore dedica alcune pagine particolarmente significative all’interpretazione della cultura fascista. In contrapposizione con una storiografia che ha considerato la mentalità e l’eccentrica ritualità del regime come “vita spirituale” della borghesia o inedita “religione della patria”, l’autore ci invita a non separare fenomeni culturali e mentalità dalla struttura economica. Il culto del littorio, le feste e i comizi sono così considerati come forme di comunicazione funzionali alla vita stessa della piccola borghesia contadina e aspetti fondamentali del comportamento strutturale di questo blocco sociale. Se dopo la caduta del fascismo alcuni fenomeni culturali scomparvero quasi immediatamente, è appunto perché legati alla vita quotidiana di una base sociale che si sfaldò con l’industrializzazione e i conseguenti processi di proletarizzazione. Se invece all’inizio della sua storia il fascismo cambiò così velocemente da movimento pseudorivoluzionario a regime difensore dell’ordine costituito, è anche perché espressione di un’ambivalenza intrinseca al comportamento di questi ceti spuri: sovversivi e conservatori allo stesso tempo, bonaccioni e popolareschi da una parte, violenti ed autoritari dall’altra.

Inoltre, il volume contiene pagine dense e particolareggiate dedicate al dibattito teorico all’origine dell’ideologia fascista, alla ricerca delle motivazioni per cui una dottrina politica inizialmente nata in Francia trionfò in Italia. L’autore fa risalire l’elaborazione teorica del fascismo alle attività del Circle Proudhon, ma ricostruisce molti aspetti dell’aspro dibattito tra Marx ed Engels e Proudhon stesso e i suoi seguaci, precedente fondamentale alle attività del circolo. 

In questo laboratorio confluirono le due correnti piccoloborghesi del socialismo, una di stampo proudhoniano e l’altra di stampo nazionale, ispirata al pensiero di Sorel. La piccola proprietà contadina italiana si riconobbe nell’idea di una comunità di produttori operanti al di fuori delle leggi del mercato, nel rifiuto della modernizzazione capitalistica e della mercificazione del valore del lavoro, esprimendo, di fatto, le idee fasciste e lo stato totalitario. Di nuovo, l’idea di non separare ideologia, cultura e posizionamento di classe nella struttura sociale contribuisce a una interpretazione convincente degli aspetti meno comprensibili dell’avvento del fascismo in Italia. 

Secondo l’autore, l’ambiguità e l’instabilità della piccola borghesia italiana sono elementi fondamentali per capire come il problema della costruzione dello Stato-nazione sia rimasto una questione aperta. Mentre con la Rivoluzione in Francia la nazione venne costruita a immagine e somiglianza della grande borghesia, i ceti medi spuri in Italia, benché maggioritari, non espressero una tale forza. Tuttavia, la piccola borghesia italiana influenzò in maniera decisiva il comportamento del proletariato nei trent’anni successivi e rimase elemento centrale delle linee di continuità tra fascismo ed era repubblicana, ben descritte dall’autore nell’ultimo capitolo. 

Il problema della costruzione della nazione verrà in parte risolto, secondo Vender, dal trasferimento di potere politico dettato dalla globalizzazione. La piccola borghesia italiana del nuovo millennio, immersa nella odierna crisi dello Stato-nazione, si presenta in maniera frantumata e parcellizzata, in un contesto stravolto da processi di digitalizzazione, impoverimento, ristrutturazione del mercato del lavoro.  

In conclusione, Piccola borghesia si rivela un libro non solo interessante in relazione al dibattito storiografico, ma anche attuale per tematiche e proposte metodologiche. 

Dal punto di visto dei temi trattati, il volume di Vender è attuale in quanto amplia la letteratura sulla questione del ceto medio in Italia attraverso una ricerca storica preziosa e focalizzata su una parte rilevante di questo blocco sociale. Nonostante l’inafferrabilità e le difficoltà nel definire e circoscrivere i ceti medi, la crisi di questi strati sociali si intreccia con fenomeni politici rilevanti, come l’affermazione dei populismi, il trumpismo, strappi e rotture nel patto sociale. La conservazione e la produzione di classi medie può essere ancora vista come elemento irrinunciabile degli assetti sociali della socialdemocrazia liberale. Vender ricorda i quattro milioni di partite Iva nel paese e gli oltre centocinquanta distretti industriali basati sull’impresa familiare, a testimoniare la complessità della struttura produttiva italiana e di conseguenza la complessità dell’analisi di classe. Provare a ipotizzare le traiettorie contemporanee del ceto medio sembra quindi un’attività di assoluta attualità. 

Per quello che riguarda la metodologia, l’autore propone un approccio fortemente orientato all’analisi di classe e al rapporto tra politica economica e blocchi sociali, utilizzando in parte la cassetta degli attrezzi marxiana. La proposta metodologica risulta convincente e capace, come abbiamo scritto precedentemente, di contribuire in maniera originale ai dibattiti. Tuttavia, è legittimo chiedersi se la strumentazione analitica di Vender non risulti difficile da utilizzare per analizzare la stratificazione sociale contemporanea, segnata dalla dissoluzione delle istituzioni tipiche della società industriale, da un complesso mercato dell’informazione, da un generale declino di forme di governo e regimi di verità tipicamente occidentali. 

Queste questioni sono particolarmente pressanti perché condizionano fortemente la lettura della società ed emergono con straordinaria forza durante i conflitti contemporanei, segnati da composizioni sociali spurie e testimoni d’eccellenza della complessità del nostro presente. In alcune posizioni espresse nelle “piazze no-lockdown” durante la pandemia, ad esempio, possiamo ritrovare tracce del comportamento ambivalente della piccola borghesia descritto da Vender, sovversivo e conservatore nello stesso tempo, ambiguo e contradditorio. Approfondire queste linee di continuità pare ragionevole, ma cercando di tenersi lontano dal rischio di offrire una lettura ideologizzata e aprioristica della realtà, calcolando a tavolino possibilità e potenzialità di movimenti difficilmente inquadrabili. In questo senso, prendere le distanze dalle narrazioni giornalistiche e provare a toccare con mano le situazioni di conflittualità del presente dovrebbe costituire un principio metodologico irrinunciabile. 

In definitiva, potremmo affermare che il maggior difetto del volume di Vender è allo stesso tempo il suo punto di forza: da una parte ci convince pienamente del valore e attualità della sua analisi, dall’altra rischia di indurci nella tentazione (a sua totale discolpa, sia chiaro) di sederci troppo sugli allori, di non prendere seriamente la sfida data dai profondi sconvolgimenti politici ed economici degli ultimi trent’anni. Recuperare la lucidità con cui l’autore svolge l’analisi della situazione economica e sociale, non separa cultura e posizionamento di classe, e combinare questa forza con l’analisi di altri assi portanti negli assetti della società, può indicarci una via proficua per trattare le ambivalenze della contemporaneità.

 

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