Sabotare i bisogni. Per un’ecologia degli oggetti

Sabotare i bisogni. Per un’ecologia degli oggetti

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Recensione di Matteo Bronzi a Razmig Keucheyan, I bisogni artificiali. Come uscire dal consumismo (ombrecorte 2021)

«Di cosa abbiamo bisogno?»

Col moltiplicarsi della letteratura ecologica di questi ultimi anni, il lavoro della casa editrice Ombre Corte arriva sempre più al centro del dibattito, con l’introduzione e la traduzione di testi fondamentali per la costruzione di una prospettiva critica, conflittuale e soprattutto politica della crisi ambientale. 

In questo dibattito si inserisce anche l’ultimo testo del sociologo francese Razmig Keucheyan, I bisogni artificiali. Come uscire dal consumismo, uscito a febbraio 2021 e tradotto in italiano da Gianfranco Morosato. Attraverso la rilettura del pensiero di André Gorz e Agnes Heller, Keucheyan costruisce una teoria critica dei bisogni atta a ricostruire alleanze fra il fronte dei movimenti ecologisti, le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori della logistica e i consumatori e le consumatrici.

È un testo denso, che tenta di ricomporre una grande quantità di piani teorici, dall’ecologia politica alla critica della produzione e del consumo. Quello di Keucheyan è un approccio con un posizionamento chiaro, rivolto a una società occidentale, con la quale dialoga nel corso delle riflessioni. I bisogni artificiali sembra assumere una forma di manuale militante piuttosto che di testo teorico, un manifesto di critica della quotidianità, che apre spazi di conflitto in quella sfera che da sempre, nonostante le contraddizioni, è rimasta solida nel dogma reazionario della responsabilità individuale prospettato dall’ecologia liberale. 

La riflessione si sviluppa attorno all’analisi e alla critica dell’alienazione generata dalla società contemporanea dei consumi, partendo quindi dagli effetti del processo di produzione e cercando di riconnettere tale aspetto alla questione ecologica, ma anche a un cambio radicale nella concezione e nella progettazione degli oggetti stessi. «Di cosa abbiamo bisogno?», questa è la domanda che si pone Keucheyan, riprendendo Gorz ed Heller. Farsi una domanda così semplice in un sistema che produce costantemente scarti e sprechi, sia nella produzione che nel consumo, risulta essere centrale e la risposta quanto meno complessa. «Interrogarsi in questo modo è già prevedere che parte di quelli che passano per “bisogni” non lo sono realmente. È prevedere che soddisfare determinati bisogni è nocivo per la persona e/o la società»

L’autore assume quindi che molto di ciò che viene prodotto non risponda effettivamente a una necessità, non soddisfi alcun bisogno “reale”, ma sia frutto di un bisogno artificiale, prodotto dal sistema stesso. Produttivismo e consumismo rappresentano le caratteristiche del capitalismo contemporaneo, una dinamica che si muove circolarmente, portando a un maggior consumo diversificato di merci e a una conseguente velocizzazione della produzione. Ripensare i bisogni diventa, in questo contesto, un atto politico necessario. 

In tutto il mondo sono nati, dalla fine degli anni Ottanta, movimenti per riconquistare il diritto all’oscurità, un chiaro esempio di bisogno artificiale, che Keucheyan riporta fin dalle prime pagine del libro. Infatti, il progressivo inquinamento luminoso, dovuto all’urbanizzazione compatta, all’aumento dei lavori notturni e a un tentativo di prevenzione del crimine («sorvegliare e illuminare», come riporta lo stesso autore, parafrasando Foucault), ha portato a una “perdita della notte”, in un alienante giorno infinito, illuminato da milioni di luci e schermi artificiali. Gli effetti devastanti riportati nel libro, sia sui comportamenti umani che sugli ecosistemi urbani e periurbani, hanno portato all’emergere di un bisogno del buio: «Fino a poco tempo fa, l’oscurità era un “dato”. L’idea di creare un movimento sociale a suo favore sarebbe sembrata incongrua alle generazioni precedenti. Con la “colonizzazione luminosa”, ciò che era dato per scontato, la notte, è andato perso e si è trasformato in un bene da riscoprire. L’oscurità è diventata un oggetto politico. La sua esistenza è determinata dall’azione – o inazione – dello Stato, dai processi economici e tecnologici e dalle mobilitazioni dei cittadini. È oggetto di un conflitto sociale, nel quale si scontrano attori con interessi e rappresentazioni diverse».

Keucheyan ci mostra come la deprivazione della notte faccia emergere due aspetti del capitalismo alla base dell’alienazione. Da una parte un biocapitalismo, assimilabile alla tradizione biopolitica, dove il capitale si insinua sempre più a fondo nei processi biologici umani e non-umani, moltiplicando i piani dello sfruttamento e assottigliando, fino a cancellarla del tutto, la separazione fra lavoro e non-lavoro. Nel biocapitalismo, infatti, «la merce cessa di essere unicamente un’entità separata dalla persona. L’individuo stesso, il suo corpo, la sua soggettività, la sua socialità si trasformano in merci». 

Dall’altra parte la biologizzazione del capitalismo è accompagnata dalla sua cosmologizzazione. L’autore riprende il concetto di cosmocapitalismo da Pierre Dardot e Christian Laval, presente nella loro pubblicazione Del Comune o della Rivoluzione nel XXI secolo (DeriveApprodi, 2015), dove essi sottolineano come il capitalismo assoggetti «alla sua logica tutte le sfere dell’esistenza, vale a dire, in ultima istanza, il cosmo stesso, contaminando l’universo». Partendo da questo assoggettamento totalizzante è necessario un cambiamento radicale, che Keucheyan individua nella necessità di riaprire un campo di conflitto riguardo i bisogni generati dall’alienazione all’interno del sistema di bio/cosmo-capitalismo. 

Ma come ri-pensare i bisogni? Riprendendo da una parte l’analisi della società europea dei consumi fatta da Gorz e dall’altra la critica di Heller al sistema di burocratizzazione sovietico, nel testo l’autore sostiene che una società ecologica, per essere realmente tale, debba basarsi su una scelta collettiva dei bisogni. Una collettività non elitaria, come invece criticava Heller nel modello sovietico, e che si fondi sulle necessità individuali discusse comunitariamente in assemblee territoriali, dove poter valutare, per ogni bisogno, l’impatto ecologico, attuale e futuro, sugli ecosistemi umani e non-umani. Per farlo Keucheyan si richiama al modello di comunità ecologiche pensato dal sociologo anarchico Murray Bookchin, considerato uno dei fondatori dell’ecologia sociale, sostenendo, tuttavia, la necessità di integrare le imprese stesse all’interno di questi processi democratici.

 

Un’ecologia degli oggetti

Tuttavia, non solo riconfigurando i bisogni è possibile sovvertire tale sistema, radicato nelle nostre esistenze. Uno degli aspetti più interessanti del testo è la centralità che viene data agli oggetti. Ri-pensarli ci permette di riconfigurare anche i rapporti che si instaurano con essi e i bisogni che essi generano. L’uscita dal capitalismo passa soprattutto dal cambiare la nostra relazione con le merci. Keucheyan fa emergere la necessità, che la contemporaneità ci presenta, di estendere l’anticapitalismo agli oggetti come condizione fondamentale per rompere l’alienazione. «Il capitale progetta gli oggetti in funzione delle esigenze dell’accumulazione», ecco perché una contro-progettazione dal basso, esterna a queste dinamiche, rappresenterà un ruolo centrale nell’orizzonte delle lotte che si stanno configurando. La proposta di Keucheyan è quella di un’ecologia degli oggetti, attraverso i beni emancipati, oggetti con determinate proprietà che sovvertono il sistema produttivo per come è organizzato: robustezza, smontabilità, interoperabilità ed evoluzione. I beni emancipati ci mostrano anche una possibile via d’uscita dalla società dello scarto, cambiando la prospettiva nei confronti dei materiali e uscendo dall’assuefazione dicotomica del “nuovo” o “rifiuto” nel quale siamo entrati con la produzione di oggetti sempre più usa e getta. 

Il cambio della nostra relazione con il rifiuto, la riparabilità degli oggetti, la sostituzione dei componenti ci pongono ontologicamente sempre più dentro a un mondo ecologico, senza un esterno, un altrove marginale, dove accumulare gli scarti, lontano dai meccanismi di riproduzione del capitale. I laboratori di hacking, di autoriparazione e autoproduzione, che stanno iniziando a crescere in maniera sempre più capillare, dentro e fuori gli spazi sociali e spesso connessi ad altre esperienze conflittuali, ci mostrano la strada per re-immaginare e ri-progettare dal basso nuovi oggetti e nuovi sistemi di alleanze con essi, alternative al mercato che possano avvicinarsi all’idea di beni emancipati.

Per come sono proposti da Keucheyan, i beni emancipati ci mettono, inoltre, davanti a un’altra grande necessità: distruggere i privilegi di classe. No, il peso della crisi ambientale e le sue responsabilità non sono distribuiti ugualmente sulla popolazione mondiale. No, non subiremo i suoi effetti allo stesso modo. Per mettere un punto alla narrazione tossica della responsabilità individuale, anche se esistessero dei beni veramente ecologici, essi avrebbero un valore tale da essere accessibili solo alle classi privilegiate. Per una società ecologica, il lusso dev’essere un bene comune e i beni emancipati sono un passo importante verso questa infrastruttura dell’uguaglianza. Riprendendo le teorie emerse durante la Comune di Parigi, l’autore riporta al centro il concetto di lusso comunitario, lontano dalle teorie di marketing o dall’elitarismo, se esiste un lusso, è un lusso per tutte e tutti. Questo non vuol dire, come il sociologo francese rimarca, che i prodotti più costosi devono essere accessibili a ognuno, ma tale concetto rimarca la volontà di tirare fuori il lusso dal mercato e inserirlo in una «società sostenibile in rottura con esso». Ma qual è il senso di ambire a un lusso collettivo? Senza dubbio quello di uscire dalla narrazione della rivoluzione ecologica come un passaggio ad un mondo più sobrio e più povero. La rivoluzione ecologica sarà piuttosto una festa.

 

Sabotare è Evergreen 

Mentre leggo le ultime pagine di questo libro, una nave cargo lunga quattrocento metri, carica di tonnellate di container, uno dei simboli del capitalismo contemporaneo, rimane incastrata nel canale di Suez, impigliata nella rete della logistica. Da questo evento, all’apparenza limitato, segue una concatenazione di altri che portano alla luce la fragilità celata di questo sistema economico. Una nave di traverso al metabolismo del capitale porta da sola alla perdita giornaliera di circa dieci miliardi di dollari e alla ridefinizione delle rotte commerciali. Una deflagrazione di contraddizioni in un istante. Così è facile rimanere a propria volta impigliati in una frase di Keucheyan che sembra racchiudere il momento: «Amazon sarà anche un gigante digitale, ma le merci che distribuisce sono proprio questo: delle merci, dotate di una materialità concreta. La digitalizzazione dell'economia non ha portato a una riduzione della circolazione degli oggetti, anzi. Ma le merci possono essere ostacolate o addirittura distrutte». 

Keucheyan riporta a una de-fascinazione dall’algoritmo, indagando la materialità delle merci, il loro rimanere incastrate nella quotidianità, al di fuori delle astrazioni simulate dagli e-commerce. Di conseguenza non solo le merci, ma anche i sistemi di trasporto e distribuzione che le spostano sono materiali e come tali possono essere sabotati. Con un’operazione di ritorno al futuro Keucheyan risignifica pratiche come lo sciopero, il boicottaggio provando a ricomporre alleanze e aprire la strada a nuove. Guardando al presente, con l’insorgere delle lotte all’interno delle sedi Amazon, del primo sciopero nazionale italiano, tali parole indicano una strada necessaria. 

Keucheyan sceglie un posizionamento preciso, riferendosi alla società con cui quotidianamente si relaziona, una soggettività occidentale, urbana, che lo porta a leggere l’ecologia politica attraverso la lente della critica all’alienazione e al consumismo. Più nello specifico egli fa riferimento alla società francese e, in parte, a quella americana, ripercorrendo la storia e le pratiche dei sindacati e delle associazioni di produttori e consumatori, cercando di rivendicare un loro ruolo cruciale nel presente e nella contingenza delle nuove lotte della logistica. Tuttavia, la criticità di tale testo risulta essere il difficile adattamento ad altri contesti nazionali come quello italiano. La Francia vanta tutt’oggi una realtà sindacale radicale e con un importante potere contrattuale. Stesso discorso può essere fatto anche per le associazioni dei consumatori-produttori, che si trovano alle spalle un percorso di maggiore politicizzazione, rispetto al contesto italiano maggiormente cooptato da una narrazione moderato-liberale. Inoltre, la teoria della decrescita ha assunto un peso rilevante nell’opinione pubblica del paese con il quale i soggetti politici sono costretti a confrontarsi. 

Keucheyan, venendo da un approccio eco-socialista, cerca di identificare, se non nel partito, comunque in una forma strutturata e organica il soggetto che dovrà portare avanti le lotte. Ciò difficilmente può valere nel caso italiano, con un sindacalismo frammentato e, in parte, perfettamente integrato nei sistemi di governance e contrattazione istituzionali. Tuttavia, nel post-pandemia movimenti e collettivi attraverso alleanze informali e rapporti mutualistici stanno aprendo nuovi territori di conflitto e prendendosi carico di nuove e vecchie lotte verso una convergenza. Nonostante la prospettiva dell’ecologia politica intrapresa da Keucheyan si allontani da quella portata avanti dai movimenti ecologisti e dalle teorie degli ultimi anni, rivolte soprattutto allo sfruttamento delle risorse, se messa a dialogo con queste può portare alla costruzione di un fronte compatto, verso un’ecologia integrale (riattualizzando Gramsci). 

La scritta tragicomica a caratteri cubitali sul lato della nave cargo, “EVERGREEN”, ci ricorda, come un monito, che sabotare è sempre la risposta.

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