«Noi siamo quelli che camminano sulla soglia della catastrofe»

«Noi siamo quelli che camminano sulla soglia della catastrofe»

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Nicola Baldi recensisce "Crocevia di punti morti. Quattro anime nel pozzo" (effequ 2020), primo romanzo di Matteo Grilli.

Crocevia di punti morti (effequ 2020), di Matteo Grilli, è un romanzo che fa qualcosa di assurdo: racconta una storia che pur essendo onirica, surreale e fantastica ha in qualche modo dentro di sé un pezzo di ognuno di noi. Il pezzo di ogni ragazzo di provincia abituato a vedere narrate con ogni mezzo le grandi città, a fruire romanzi, film, serie sui drammi della gioventù romana o milanese, al massimo sui ragazzetti di Napoli, a vedere narrata, insomma, la vita di chi ha la possibilità di confrontarsi quotidianamente con un’infinità di contesti e realtà che dalla provincia puoi solo farti raccontare. 

Alla base del libro non c’è nessuno di questi cliché geografici, che egemonizzano la produzione culturale, ma c’è il Pozzo. Non ha importanza dov’è, perché ognuno di noi ha il suo Pozzo, quel piccolo spazio dove cresci con i soliti amici, facendo le solite cazzate e vedendo le solite facce, il posto dove lasciar scorrere quella vita monotona che abbiamo fatto tutti e che prima di noi hanno fatto i nostri genitori, dove se becchi qualcuno di nuovo ti stupisci incredibilmente, quel posto dove puoi uscire di casa pure senza prendere appuntamento con nessuno, tanto qualcuno lo becchi, tanto i bar son sempre quelli. È così che rapidamente il libro diventa qualcosa di vicino a te, diventa un racchiudersi di situazioni che hai vissuto un milione di volte e che quasi nessuno ti aveva raccontato in un libro, in un film o in una serie Tv pop su Netflix. 

Crocevia di punti morti non è però il racconto di noi che passiamo i pomeriggi sulle panchine ad ascoltare Noyz Narcos che parla di una città che abbiamo visto soltanto per tre giorni e in gita scolastica, è invece il romanzo di tutto ciò che viene dopo, perché purtroppo o per fortuna c’è sempre un dopo. In realtà, tendenzialmente, ce ne sono sempre due: c’è il dopo di chi resta al Pozzo e si fa assorbire dal suo malessere, dalle sue dinamiche e dalla sua monotonia lottando per costruirsi il suo spazio, più o meno consapevole di questa pesante coltre che tutto avvolge, e quello di chi a un certo punto si stanca e se ne va. 

È fisiologico, a un certo punto cresci e ti convinci di dover andare “nella città grande a diventare grandi”, prendi e te ne vai mentre un occhio ti resta fisso puntato al Pozzo che sai che non ti abbandonerà mai. Di questo parla Crocevia di punti morti, di tre ragazzi che se ne vanno da una provincia che per un motivo o per l’altro li richiamerà a sé, di tre ragazzi che seguono quel richiamo e trovano una realtà immutata, statica, che può essere scossa esclusivamente da un qualche evento sovrannaturale che ne alteri concretamente lo scorrere piatto del tempo. Parla della disillusione che provi quando scopri che certe cose ti seguono ovunque vai, del castello che cade quando arrivi nella città grande e realizzi che il precariato è lo stesso ovunque, le relazioni sono sempre un casino e gli stage fanno schifo uguale, quel che cambia è che forse le pretese sono maggiori. 

Lo leggi e non puoi che vedere riflessa perfettamente l’esistenza della nostra generazione abbandonata a sé stessa, dei nostri genitori così spesso travolti dal nostro malessere che non capiscono e che forse non possono capire, l’esistenza di un qualcosa di più o meno tangibile che rende quel posto così fortemente pesante e appiccicoso. Questo “qualcosa” in questo libro è un drago. Letteralmente un drago, vive sotto terra ed è il responsabile dell’andamento buio della vita della cittadina, degli incubi, del terrore, degli attacchi d’ansia che prendono anche chi ha cinquant’anni e la vita normale, un drago del quale pensi che sarebbe un sogno se ci fosse davvero e potessimo dargli la colpa di quest’oscurità palese, che forse sarebbe più facile, piuttosto che capire come organizzare la lotta al sistema opprimente con questi miseri contesti di riferimento. 

Capita che nel libro questa componente surreale a volte risulti in qualche modo confusionaria e ridondante rispetto al racconto dell’esistenza lineare degli abitanti del Pozzo, ti fa sfuggire il punto, si contrappone nel suo essere così caotica con troppa violenza alla monotonia perfetta di una realtà che hai vissuto o visto vivere. Probabilmente è vero, però, che se ognuno di noi ha il suo Pozzo ogni Pozzo ha il suo drago. Tutto quello che sappiamo per certo di questo drago, comunque, è che ad un certo punto della sua vita (o della sua morte?) in qualche modo partorisce K, un essere indefinibile che ha la peculiarità di avere la stessa voce narrante di un admin di una pagina di meme che fa textposting: parla saltuariamente, praticamente senza punteggiatura, bestemmiando, senza nessun tipo di filtro, senza ordinare i pensieri, vomitandoti a raffica tutto quello che gli passa per la testa, tutto quello che vede, conosce e sa del Pozzo. Altro fatto certo è che K è un abitante del Pozzo, a confermarlo il malessere indissolubile che non risparmia nemmeno quest’essere sovrannaturale. 

È sicuramente una sfida interessante, un canone che viene fatto saltare, uno stacco durante la lettura che ti dà respiro rispetto alla profonda angoscia che provoca. Così lo spazio dedicato a K diventa lo sguardo naturale di un essere esterno alla vita che siamo costretti a vivere, due occhi puntati su un’esistenza che risulta assurda e deprimente se guardato da fuori, se guardato da chi di questa vita non sa niente. 

Tolto K restano gli altri tre protagonisti: Celeste, Massimo e Leonardo. Ognuno con la sua storia e le sue caratteristiche, ognuno con la peculiarità di farti pensare almeno una volta che quella roba l’hai già vissuta e se non l’hai vissuta l’hai vista vivere. Sono tre ragazzi con un’esistenza tanto diversa quanto simile, tutti consapevoli della vita di merda che fai se resti nel Pozzo e con la voglia di trovarsi qualcosa di meglio da fare, almeno per poterti godere un domani un paio di comodità in più. Tutti, quindi, inevitabilmente, intrappolati in una maledetta vita precaria ad investire il tempo sperando in futuro di essere in qualche modo ripagati. 

Celeste, in tutto questo, rappresenta le nostre relazioni travagliate che ci fanno rimandare l’ennesimo esame, la necessità di unirsi anche quando si fa una fatica incredibile ad incastrarsi, quelle storie d’amore che ti debilitano, ti lasciano senza forze e ogni volta che tu e i tuoi amici siete a terra non possono che farti chiedere come cazzo sia possibile che pesino così tanto. Celeste è la confusione emotiva che ci portiamo dietro, le serate e le droghe, il raptus in cui rompi il telefono e non te ne frega un cazzo ma non sai come dire a tuo padre che ne hai rotto un altro, l’ennesimo, e sai però che ti tocca dirglielo, che tanto i soldi per cambiartelo da solo probabilmente non ce li avrai mai. 

Massimo ha un lavoro di merda, quei lavori che ti piacerebbero, che faresti volentieri, che in un primo momento ti riempiono la vita e poi realizzi che forse era meglio continuare ad averci un sogno se arrivarci significava questo. Non c’è mai una volta che tutto sia come te l’hanno descritto, inevitabile dato che le uniche descrizioni le hai sentite là nel Pozzo da chi quella roba non l’ha mai vista davvero e non ti ha raccontato altro se non i suoi sogni irrealizzati. Alla fine c’è solo permeata dentro la speranza che avevano tutti, la speranza che fuori da queste quattro vie di merda il mondo fosse perfetto. Massimo voleva fare lo sceneggiatore, è scappato dal Pozzo per questo, è andato a cercare fortuna altrove e quando c’è arrivato è finito a fare “il meccanico”, quello che sistema trame che non quadrano di serie Tv scadenti senza la benché minima gratificazione. Quello che, alla fine, trova la prima scusa per mollare tutto e tornarsene a casa dai genitori, che intanto invecchiano e ti ricordano che inesorabilmente il tempo va avanti, travolge ogni cosa e insieme alla tua innocenza si porta via anche tutto il resto. 

Leonardo, invece, ha una fissazione con gli horror che è nata in una di quelle situazioni squallidissime che si creano negli ecomostri che decorano le nostre province, riempie la vuotezza della vita coltivando compulsivamente un’ossessione incredibile per determinati aspetti del Pozzo, ne coglie le sfaccettature sovrannaturali e decide di inseguirne il richiamo, di farsi immergere dalla spaventosa magia dei luoghi della sua infanzia. 

Così, in questi tre personaggi, quattro con il surreale K, Matteo Grilli imprime su carta tutta la nostra esistenza, l’esistenza di una generazione derelitta, la generazione mia e quella prima della mia di cui fanno parte tanti amici, compagni e fratelli che vedo lottare quotidianamente contro quell’esistenza deprimente che emerge nelle pagine del racconto. 

Però questo fanno e facciamo spesso e volentieri: lottiamo. Non abbiamo nessun essere squamato a prendersi gioco della nostra psiche, non abbiamo nessun drago immortale che dorme sotto terra e rende incontrovertibile lo scorrere degli eventi, ancorandoci a questa sofferenza esistenziale; non abbiamo, insomma, troppe scuse. Abbiamo, piuttosto, un mondo da cambiare radicalmente, spazi da riconquistare, una vita da riprenderci per riemergere dalla merda che ci sommerge. 

E allora che il libro non sia un invito a piangersi addosso, ad accettare la tristezza come fatto cosmico, ad arrendersi all’insostenibile pesantezza della vita, come forse la lettura rischia di essere, ma diventi piuttosto una buona lente per mettere a fuoco gli aspetti ambivalenti della nostra controversa vita, l’ennesimo appello che ci ricordi che non siamo soli e che sta roba è talmente generalizzata e quotidiana che non stiamo vivendo un’anomalia ma la realtà così com’è, la realtà come una roba da stravolgere e distruggere e ricostruire nel modo migliore per tutti, che ci inviti a rinunciare all’abbattimento e ci sproni a credere in una vita migliore per tutti e tutte. 

Certo non è facile dopo qualcosa del genere, però, forse, non ci resta altro. 

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