La risata perduta della sinistra

La risata perduta della sinistra

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Recensione di Marco Duò ad Alessandro Lolli, La guerra dei meme. Fenomenologia di uno scherzo infinito, effequ, seconda edizione 2020.

Come se la passa la rana verde? I risultati delle recenti elezioni americane riaccenderanno la guerra civile digitale? Ma soprattutto, dov’è finito il cane giallo in copertina? Marco Duò, da vero king, riflette sullo stato dell’arte del meme politico a partire dalla nuova edizione de La guerra dei meme di Alessandro Lolli (effequ 2020), nel tentativo di delineare scenari e prospettive della nuova militanza online.

Partiamo dalla cronaca. Domenica 15 novembre, a Washington, migliaia di sostenitori di Trump si sono radunati per marciare contro il recente risultato delle elezioni presidenziali. Hanno sfilato per le strade della capitale non solo i soliti sostenitori del presidente uscente coi loro caratteristici cappellini rossi, ma anche gruppi di estrema destra, come gli Oath Keepers e i Proud Boys, armati di tutto punto e con tanto di giubbotti antiproiettile. Le motivazioni dietrologiche che hanno animato la protesta – i presunti brogli elettorali che avrebbero consegnato la vittoria a Biden – non potevano non attirare anche i seguaci di Q Anon, l’ultima teoria del complotto partorita dalla piattaforma online 4chan per cui Trump sarebbe un paladino del popolo americano in lotta contro un Deep State di pedofili satanisti.

Cos’è cambiato in casa Alt-right rispetto alle ultime elezioni? Di sicuro non è cambiato l’appoggio di Trump, che negli scorsi mesi non ha mancato di esprimere il proprio supporto per le milizie suprematiste e per i Q Anonisti. Ciononostante, le alterne vicende dell’estrema destra negli ultimi quattro anni, per quanto evidenzino comunque il filo rosso che le lega al destino del trumpismo, non descrivono affatto una parabola lineare.

Facciamo quindi un passo indietro e ripercorriamone la storia recente. Nell’estate del 2017, a Charlottesville in Virginia, i numerosi gruppi che compongono la galassia della destra alternativa danno vita all’evento Unite the Right, ma sono costretti a disperdersi a causa di un’energica contromanifestazione antifascista. Nel corso del 2018, diventa sempre più difficile per l’Alt-right occupare piazze e spazi pubblici; nei campus, gruppi di studenti fanno sistematicamente irruzione ai loro eventi, le loro pubblicazioni vengono boicottate, i loro canali censurati e i loro cortei interrotti. Le scissioni interne fanno il resto. Il movimento, sconfitto sul campo, entra in fase di riflusso e se ne torna nell’underground. È difficile dire se questa ritirata abbia contribuito a togliere alla campagna di Trump quella spinta necessaria per vincere, ma sta di fatto che il movimento ha perso molta della sua energia, come si può vedere anche dall’ultimo corteo a Washington. La lotta di chi è sceso in piazza lo scorso mese non è più quella di chi vuole conquistarsi un posto di primo piano all’interno del discorso politico, ma di chi non accetta una sconfitta evidente. Alcuni opinionisti hanno visto nel suddetto riflusso un segnale di crisi irreversibile; senza Trump alla presidenza il movimento non può più trovare sbocchi. Altre testate progressiste, invece, hanno osservato che queste frange estremiste sono più pericolose proprio quando agiscono nell’ombra e che quella cui abbiamo assistito in questi ultimi anni sarebbe una ritirata tattica più che una dissoluzione. Per il momento, rimane dunque il dubbio se la crescente popolarità di Q Anon, la ricomparsa dei Proud Boys e il raduno molto agguerrito del 15 novembre siano un canto del cigno o i primi segni di una riemersione.

Un elemento, però, si è mantenuto costante lungo tutti questi processi, andando anzi ad esacerbarsi fino a diventare, secondo alcuni, il tratto caratterizzante della politica e della società americana odierna. Si tratta di quella tendenza alla guerra civile di cui ha parlato Jack Orlando nella sua recensione a Kill all normies di Angela Nagle.

E veniamo finalmente ai meme e alla nuova edizione, rivista e arricchita, del libro di Alessandro Lolli, La guerra dei meme. Fenomenologia di uno scherzo infinito (effequ 2020). Perché, d’altronde, cos’è la guerra dei meme se non una guerra civile a pieno titolo? Non solo, infatti, essa è sintomo e parte integrante del panorama sempre più teso e polarizzato venuto a crearsi negli Usa, ma è anche e soprattutto un conflitto squisitamente politico. Per usare sempre le parole di Orlando, si tratta, in sostanza, dell’«esplodere ultimo di un conflitto che separa irrimediabilmente due o più corpi appartenenti allo stesso consesso storico nella competizione per chi debba prevalere nell’accesso e il controllo delle risorse (materiali, ma anche simboliche)». Questo passaggio si riflette non solo nel carattere di medium dei meme – e quindi dell’uso che ne viene fatto online, ma coinvolge direttamente anche i loro aspetti formali. Non è un caso se, nella nuova introduzione, Cuter sceglie proprio Swole doge vs Cheems per esemplificare il confronto tra le guerre ideologiche del Novecento (il cane giallo muscoloso) e quelle contemporanee (lo sgorbio minuto e sgraziato). Un formato, quindi, che taglia il campo in due, delimita il confine di un’inimicizia e afferma la superiorità di una delle parti in gioco. Insomma, un meme che incarna l’essenza della guerra ideologica usato per affermare qualcosa sulla guerra ideologica. Azzeccato a dir poco.

I meme che incontriamo oggi servono sempre meno a farci ridere e sempre più a farci prendere posizione e a delegittimare le opinioni di un avversario, reale o immaginario che sia. Swole doge vs Cheems è solo uno dei molti esempi. La stessa dinamica la possiamo ritrovare anche nel Virgin vs Chad, in cui lo stallone biondo dalla mascella squadrata fa valere la forza delle proprie opinioni su quelle del verginello ingobbito semplicemente asserendole, senza alcun bisogno di argomentazione. Oppure si pensi al Nordic gamer, il quale rivendica le accuse scagliategli contro dall’avversario con un semplice quanto risoluto “sì”. E poi ci sono tutti i vari Wojak, caricature parossistiche che all’occorrenza possono essere utilizzate per ridicolizzare una fazione politica, un’abitudine o uno stile di vita estranei, avversi, degeneri. Chi ha maggiore padronanza di questi meme polarizzanti ha più possibilità di diffondere le proprie idee su internet. Lolli la chiama “guerriglia linguistica”, Orlando “accesso e controllo di risorse”. Noi potremmo aggiungerci “produzione e accumulazione di capitale simbolico”.

È particolarmente interessante notare come tutti gli esempi portati sopra siano in realtà meme di vecchia data, diffusisi in maniera capillare sui social solo di recente. Responsabile di questo successo differito è la “normieficazione”, quel processo che porta il meme da essere dank (ossia esclusivo, di nicchia) a normie, e quindi mainstream, popolare. Anche qui possiamo riscontrare un notevole cambio di paradigma rispetto agli albori; di questi tempi, la risalita dei meme dalle imageboard ai social media è sempre meno un’invisa commercializzazione del prodotto e sempre più un potente strumento propagandistico. Questo già si poteva intuire nel 2016, quando lo sdoganamento di Pepe The Frog sul profilo Twitter di una celebrità non irritò affatto i frequentatori di 4chan, anzi, ne scatenò l’entusiasmo. Questo perché quella celebrità era proprio Donald Trump. Lolli individua correttamente in questo episodio uno spartiacque; da quel momento in poi, la normieficazione è diventata un mezzo per spingere l’opinione pubblica sempre più a destra o, per lo meno, per costringerla a confrontarsi con idee prima ritenute inaccettabili. In questo senso, la normieficazione ha smesso di essere la morte del meme e ne è diventata, invece, la nuova vita.

Quel Pepe sulla bacheca di Trump aveva anche un altro significato profondo; la destra alternativa ora aveva uno scopo che andava ben oltre la semplice difesa dei propri spazi e la lotta per il diritto a esistere. Più che di scopo, si può parlare di vera e propria missione: seguire e influenzare la campagna elettorale. La produzione di meme compie così la sua metamorfosi in agenda politica, andando a configurare un nuovo tipo di attivismo tutto online, per nulla subordinato o antitetico a quello “vero”, della vita reale, ma parallelo e propedeutico ad esso. I forum sono stati la rampa di lancio e non si può certo dire che l’Alt-right non abbia capitalizzato sull’influenza accumulata a quel livello; si pensi alla notorietà raggiunta da personaggi come Steve Bannon e Alex Jones, alla diffusione di «Breitbart News», al successo editoriale di Milo Yiannopoulos. Le shitstorm e le molestie virtuali vanno di pari passo con le assidue azioni di volantinaggio e le numerose piazze occupate.

Una militanza insomma fortemente d’avanguardia, per due motivi: a) perché rifiuta le norme convenzionali dell’attività politica e, più in generale, della comunicazione online; b) perché permette a una minoranza rumorosa di esercitare una forte pressione ideologica sulla maggioranza silenziosa. Il semplice fatto che esista un processo di normieficazione presuppone un lavoro di formulazione di linguaggi e sistemi simbolici che non solo anticipa l’uso comune, ma lo determina. Scrive Lolli che «l’Alt-right si è sporcata le mani rinunciando all’elitismo della sottocultura e prendendo parte attiva al processo di normieficazione, sostanzialmente governandolo».

Per comprendere fino in fondo l’efficacia di questo progetto, torniamo agli aspetti più tecnici del meme, spostandoci dalla sua forma al suo discorso. Il discorso del meme è l’ironia, ma non quell’ironia che si limita a sfottere o a dire il contrario di quello che intende, ma l’ironia che si annida nell’ambiguità. Ed è proprio l’ambiguità irriducibile del meme a costituire il punto di forza dell’Alt-right. Il fascismo di 4chan, proprio perché veicolato da immagini divertenti, permette ai suoi promotori di camuffarsi dietro allo scherzo, di “nascondersi in bella vista”. Il memer, quindi, non è mai completamente responsabile dei contenuti che produce e il suo fascismo può diventare reale, «ma può sempre tornare ironico se le condizioni per una battaglia a viso aperto non sono favorevoli». Considerando la cosa dal punto di vista del fruitore si possono trarre conclusioni analoghe; ad esempio, Ryan Skinnel nota su «ARC» che, proprio in virtù di questa loro ambiguità strutturale, i meme riducono la nostra consapevolezza di ciò che viene comunicato, favorendo così l’assimilazione a livello inconscio e scavalcando barriere ideologiche e morali.

Questo ci porta finalmente a un confronto coi comportamenti della sinistra online. Uno dei capitoli aggiornati della nuova edizione affronta il tema della cancel culture, quella tendenza a condannare pubblicamente, attraverso i social, persone colpevoli di atteggiamenti o azioni “problematiche”. Una specie di gogna mediatica cui segue di solito la sconfessione o l’espulsione dal gruppo. La differenza con la prassi della parte opposta è abissale; se la destra preferisce muoversi nell’anonimato e mantenersi ambigua, la Woke Left invece promuove comunità perfettamente trasparenti, in cui ogni membro deve attenersi a un codice di condotta ed essere pienamente responsabile di ogni sua azione. Sottoprodotto di questa cultura è una mentalità da vigilante antitetica rispetto a quella del persuasore occulto.

Se si indagano le dinamiche che hanno definito l’identità di questi due schieramenti si può intravedere una differenza ancora più profonda. La militanza Alt-right segue un modello espansionistico e intrusivo – infiltrarsi e invadere gli spazi altrui per radicalizzarli – mentre la sinistra punta a circoscrivere degli spazi sicuri, in cui gli individui possano ripararsi dalle discriminazioni subite nel mondo “reale” e riconoscersi a vicenda per socializzare e discutere in tranquillità. Naturalmente, nel corso del tempo, questi due comportamenti si sono alimentati a vicenda, secondo quella dialettica ricorsiva che caratterizza ogni inimicizia assoluta. 

Nasce così l’idea che la sinistra non sappia memare, cavallo di battaglia dell’Alt-right. In poche parole, la sinistra, a causa del suo moralismo e della sua seriosità, non sarebbe in grado di servirsi di un medium iconoclasta e subdolo per definizione. Questa accusa in larga parte si è dimostrata fondata, visto il ritardo cronico in termini di produzione e comunicazione memetica della Woke Left, per molto tempo costretta ad appropriarsi di meme creati dalla sponda opposta nel tentativo di deturnarli (collocandosi così a valle e non a monte del processo di normieficazione). Eccezioni notevoli ce ne sono state e proprio qui in Italia, come ci ricordano le freschissime pagine sull’esperienza del “Sinistralibro”. Questo gruppo Facebook, fondato nel 2017, ha raccolto molta gente di sinistra con l’intento non solo di promuovere un confronto sano e sicuro, ma anche di sfornare meme originali per foraggiare la neonata galassia di pagine accelerazioniste/xenoleft. Purtroppo, questo non ha impedito che all’interno si ripresentassero le solite dinamiche poliziesche già viste fra i predecessori del Leftbook americano a cui si sono poi aggiunti gli atteggiamenti burocratici e verticisti che molti dei partecipanti si erano portati dietro dalle loro esperienze di militanza. La struttura iperconnessa dei social ha fatto da combustibile a questa miscela esplosiva e il gruppo è collassato.

Ci troviamo, quindi, di fronte a due culture separate da un baratro. Per Angela Nagle, il tira e molla tra una sponda e l’altra non può che precipitarci in un’impasse nichilistica: da una parte, un desiderio di controllo totale, volto a normare ogni aspetto della realtà, che sfocia inevitabilmente nell’immobilismo e nella ghettizzazione; dall’altra, una tendenza altrettanto totale alla trasgressione, che rende impossibile qualsiasi grado di disciplina e di compattezza interna (se pensate che le lotte intestine siano una malattia esclusiva della sinistra vi consigliamo di approfondire la storia dell’estrema destra americana). Nessuna di queste due prassi potrà mai cambiare realmente la società. Ma né il libro di Nagle, né quello di Lolli sono così ambiziosi da avanzare proposte in questo senso. Sarebbe già un buon primo passo tornare a ridere anche dalle nostre parti, dice il nostro autore. 

Per il momento, quindi, limitiamoci a trarre le giuste lezioni per muoverci in questa direzione. Dobbiamo innanzitutto imparare a sfruttare l’algoritmo, invece di limitarci a subirlo; dobbiamo capire che nuovi mezzi di comunicazione richiedono nuovi messaggi e che l’egemonia si costruisce anche attraverso la forza dell’ambiguità. D’altronde, se c’è una cosa che ci insegnano i meme è proprio questa, che non tutto deve essere per forza detto. Una sinistra troppo affezionata alle proprie parole d’ordine e così convinta della correttezza del proprio verbo da non accettare mai di camuffarlo non saprà mai memare veramente. Per ritrovare la risata bisogna tornare a sporcarsi le mani e abituarsi, almeno di tanto in tanto, a indossare la maschera.

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