Il Grande Contraccolpo: ascesa e prospettive del neostatalismo

Il Grande Contraccolpo: ascesa e prospettive del neostatalismo

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Recensione di Paolo Gerbaudo, Controllare e proteggere. Il ritorno dello Stato, Milano, Edizioni nottetempo, 2022 (ed. orig. The Great Recoil: Politics After Populism and Pandemic , Brooklyn, Verso Books, 2021)

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Chi ultimamente ha prestato attenzione alla cronaca avrà forse notato uno shift notevole nel comportamento delle più grandi istituzioni economiche, finanziarie e governative incaricate di gestire la crisi attuale; la Bce, ad esempio, la cui principale prerogativa è sempre stata la solidità dell’euro e il contenimento dei prezzi, sembra oggi aver assunto un atteggiamento più che tollerante nei confronti dell’inflazione. Tale atteggiamento può lasciare perplesso chi ha sempre creduto che la Banca centrale europea fosse un baluardo delle politiche economiche ultraliberiste improntate sull’austerity. Tuttavia, le motivazioni dietro a questa scelta sono chiare: l’unico modo per far ripartire l’economia sono gli investimenti e l’accesso facilitato al credito, ma, com’è noto, questo richiede che i tassi d’interesse rimangano il più possibile vicino allo zero, il che, a sua volta, implica un aumento dell’inflazione dovuto alla crescente quantità di moneta in circolazione. Questa situazione viene a crearsi, fra le altre cose, con il ricorso al Quantitative Easing (Qe) e alla continua introduzione di spese per il sostegno della domanda e misure d’assistenza sociale, fattori che non sono di certo mancati negli ultimi mesi. Sebbene, proprio in questi giorni, la Fed abbia deciso di distaccarsi da questo indirizzo, annunciando un imminente rialzo dei tassi d’interesse, si ricorderà senza dubbio il ruolo che essa ha giocato nel finanziamento dello stimulus check trumpiano e dei recenti piani multimiliardari di Biden. Insomma, pare che di comune accordo banche e governi abbiano abbandonato le politiche di contenimento della spesa degli ultimi anni, arrivando persino a sospendere il Patto di Stabilità, il tutto in nome della ripresa postpandemica.

Per Paolo Gerbaudo, autore di The Great Recoil: Politics After Populism and Pandemic (Verso Books, 2021), lo shift a cui stiamo assistendo ha, in realtà, radici e conseguenze ancora più profonde di quanto il panorama economico e finanziario lasci intravedere. Esso, infatti, non si sostanzia semplicemente nell’abbandono dell’austerità, ma si presenta piuttosto come un vero e proprio rilancio dello stato interventista come guida economica e soprattutto politica nella società. «Siamo tutti statalisti adesso», si può leggere in un articolo di «Foreign Policy» del marzo 2020. L’emergenza pandemica ha, in altre parole, presentato problemi – quali il contenimento degli spostamenti, l’attuazione di isolamento sociale di massa, il controllo e il tracciamento dei contagi, il panico collettivo e così via – che solo uno Stato forte e onnipresente può gestire e risolvere.

La metafora che dà il nome al libro, nella sua quasi schematica semplicità, contiene già in sé tutte le principali intuizioni con cui l’autore dimostra di saper cogliere eventi con notevole anticipo rispetto al passo dei tempi. Alla sua base troviamo una visione della storia come movimento pendolare, costante ma per l’appunto non lineare e quindi contrassegnato da colpi e contraccolpi. In questa cornice hegeliana, il neoliberalismo sarebbe il momento positivo, l’orizzonte ideologico a partire dal quale si è costituita e riprodotta la realtà sociale negli ultimi decenni. A questa “tesi” segue, però, una negazione; il neoliberismo comincia a vacillare con la crisi del 2008 e, a partire dagli anni ’10, viene a prendere forma il cosiddetto “momento populista” che, con i suoi attacchi alle élite, sposta il focus dal mercato globalizzato alla nazione e al popolo. Questo colpo è poi seguito da un contraccolpo, un momento che va oltre la negazione senza però configurarsi del tutto come nuova tesi; in un certo senso, corrisponde al lascito sul lungo-medio termine del momento negativo e, in quanto tale, si tratta di un contromovimento più che di un vero e proprio progresso. Questo contraccolpo corrisponde proprio al sorgere di un neostatalismo che Gerbaudo identifica come il nuovo orizzonte metaideologico del capitalismo pandemico (e postpandemico).

Metaideologico perché ha la forza di trascendere l’ideologia stessa, ponendosi come orizzonte di significato ineludibile, necessario per costruire un qualsiasi discorso e quindi non solo come campo di posizionamento politico. Il nuovo statalismo non è postideologico, com’era invece il momento populista, in quanto non ripudia qualsiasi forma di ideologia, ma, al contrario, ha la capacità di racchiuderle tutte. Ma cosa contraddistingue il neostatalismo dai due momenti precedenti?

Gerbaudo osserva, innanzitutto, che quello a cui stiamo assistendo non è un “Grande Reset”, come l’ha chiamato il World Economic Forum (Wef). Il capitalismo come sistema-mondo, messo sotto forte pressione dalla pandemia, non sta ricominciando da capo, ma si sta trasformando per superare la propria crisi profonda; sta assorbendo il colpo, più che soccombendo ad esso. Scrivendo nei primi mesi del 2022, possiamo già renderci conto di quanto il suddetto contromovimento si stia solidificando in una nuova fase, andando a costituire un rinnovato assetto politico-ideologico più che una semplice reazione.

È interessante notare come, rispetto al momento populista, venga mantenuto il richiamo alla nazione e al popolo. Per Gerbaudo, i tre master-signifiers attorno ai quali si articola il discorso neo-statalista sono “sovranità”, “controllo” e “protezione”. Contro la deterritorializzazione costante del mercato globale, la pandemia avrebbe riproposto la necessità di un’autorità e un potere localizzati entro i confini di uno Stato-nazione, allo scopo di contenere i flussi commerciali che hanno contribuito alla diffusione del virus. Questa riterritorializzazione servirebbe a soddisfare le richieste di sicurezza e protezione provenienti da un popolo che, come nella ragione populista, si configura come massa omogenea caratterizzata da identità linguistica, culturale e territoriale, da cui vengono del tutto astratte le differenze di classe.

La differenza fondamentale con il momento populista sta nel fatto che viene del tutto a cadere la critica all’establishment. Le delicate questioni tecnico-scientifiche portate all’ordine del giorno dalla pandemia hanno fatto sì che il corrente rilancio della sovranità nazionale si configurasse in forte senso tecnocratico e istituzionale. Il vastissimo consenso raccolto da Draghi alla guida dell’Italia sembra aver relegato a un passato ormai lontanissimo l’endemica diffidenza nei confronti dei “tecnici”. Allo stesso tempo, il potere direttivo e decisionale del comitato tecnico-scientifico, accompagnato dalla costante presenza di virologi, esperti e dottori nei media hanno dimostrato come politica e tecnica siano ormai diventate indistinguibili.

Il controllo, inteso come direzione e comando, non è, per Gerbaudo, altro che il mezzo pratico che realizza il fine ideale della protezione. Non è solo forza coercitiva, né semplice sorveglianza, ma un’unione di entrambe, ossia l’enforcement, quella cinghia di trasmissione fra sovranità e territorio/popolazione. Gli esempi a portata comprendono naturalmente il Green Pass e le varie forme di passaporto Covid, le app di tracciamento/autocertificazione, le quarantene fiduciarie e così via. È già stato osservato come, anche in questo settore, l’Italia abbia fatto da avanguardia – almeno per l’Occidente – in termini di numerosità e pervasività delle misure di controllo introdotte.

Del resto, è proprio questo ruolo di avanguardia che ha garantito fiducia al governo Draghi sia da parte dei cittadini che da parte dell’Ue, da cui, del resto, provengono i fondi per il Pnrr. In questa fase che si vorrebbe postpandemica, il potere statale si legittima attraverso le risposte che esso è in grado di fornire alla crescente richiesta di protezione, e quindi grazie alla quantità di pratiche di controllo che riesce ad elargire. Gerbaudo osserva, giustamente, che sin dai tempi di Hobbes il politico è alle sue fondamenta una cessione di potere in cambio di protezione. In questo quadro, il Covid non può che essere il pretesto per la nascita di un nuovo “patto sociale”, che ora cerchiamo di delineare nel dettaglio, spingendoci oltre la pur ottima analisi di Gerbaudo e cercando di individuare potenzialità e punti critici.

Il segretario al Tesoro statunitense, Janet Yellen, ha dichiarato, al Wef, che l’agenda economica dell’amministrazione Biden sarà «un’economia moderna dal lato dell’offerta» (a modern supply side economics), incentrata sull’aumento dell’offerta di lavoro, delle infrastrutture e della ricerca. Nella stessa sede, Yellen ha affermato che il modello tradizionale di economia dal lato dell’offerta – ovvero il neoliberismo – si sarebbe rivelato una strategia fallimentare per aumentare la crescita. In altre parole, Yellen ha messo Milton Friedman in soffitta. La prima caratteristica del nuovo patto sociale sembra quindi essere l’abbandono dei tagli fiscali e della deregolamentazione aggressiva, in favore di un ritorno alla spesa pubblica. Lo Stato, quindi, non solo sostiene la domanda tramite sussidi e ammortizzatori, ma si ripropone anche come datore di lavoro e consumatore (infrastrutture, opere pubbliche, servizi) di ultima istanza, contro una vulgata che lo descriveva come apparato burocratico inefficiente, improduttivo e sprecone.

Seconda caratteristica è l’uso politico della tassazione, che ci ricollega tramite un filo rosso al rapporto fra Stato e classi sociali. Il nuovo nucleo della politica postpandemica è, infatti, sempre per Yellen, la minimum tax globale, tassa sulle multinazionali approvata dal G20 che entrerà in vigore a partire dall’anno prossimo. L’altissima borghesia sembra, per il momento, accettare, se non addirittura incoraggiare misure simili. L’associazione dei Patriotic millionaires si è distinta per aver scritto una lettera aperta ai governi in cui i firmatari chiedevano di essere tassati di più al fine di porre rimedio alle diseguaglianze sociali. Del resto, lo stesso Wef, da cui proviene il nuovo indirizzo statalista sposato da Yellen, altro non è che un club di super ricchi che rappresenta la parte del capitalismo internazionale più sensibile alle istanze sociali, attento agli interessi degli stakeholder e non solo a distribuire ricchi dividendi agli azionisti.

È chiaro quale sia il ritorno che la classe dominante si aspetta in cambio di queste concessioni: protezione da parte dello Stato – dalle turbolenze dei mercati, ma anche dalla resistenza della forza-lavoro – e “controllo assoluto” sulla pandemia, che altro non significa se non garanzia che le attività economiche proseguano senza più interruzioni per motivi sanitari. In Italia, la stretta collaborazione tra Confindustria e governo si è concretizzata nella concessione di prestiti a fondo perduto e nel farsi carico, da parte dello Stato, di buona parte dei costi dovuti alla crisi (si pensi all’uso massiccio della Cig nella prima fase di pandemia).

La tassazione gioca un ruolo cruciale anche nell’ottica del ripristino delle classi medie, ossia di quegli strati sociali che notoriamente fungono da collante fra classi dominanti e classi subalterne. Negli ultimi decenni, e soprattutto in corrispondenza della crisi del 2008, queste classi hanno subito un graduale processo di disgregazione e proletarizzazione. Questo perché, fra le altre cose, le politiche fiscali neoliberali hanno cercato di attrarre le multinazionali attraverso il dumping, danneggiando manifattura, artigianato e piccole-medie imprese locali, settori, per l’appunto, appannaggio delle classi medie. Il rischio per i poteri costituiti è che il malcontento delle classi medie si generalizzi verso il basso, andando così a creare un fronte di opposizione sociale ingestibile. La minimum tax globale serve, in parte, a ovviare anche a questo problema, riducendo la propensione delle imprese a usare l’aspetto fiscale per aumentare dividendi e favorendo, invece, la capacità di innovare nell’economia produttiva (locale). Ma forse il più chiaro esempio di riforma “su misura” per le classi medie lo troviamo nella finanziaria del governo Draghi, che è andata ad alleggerire considerevolmente il carico fiscale delle fasce di reddito medio-alte. Se si esaminano i settori avvantaggiati da queste manovre, si può capire in maniera limpida dove il governo intenda piazzare la sua scommessa politica per il prossimo futuro.

Sempre a questo livello, è forse più evidente la dedizione dello status quo nel ricostruire e mantenere la pace sociale. Le larghissime concessioni elargite a favore di esercenti e ristoratori a seguito delle proteste (“Io apro”) sono il più chiaro esempio dell’impegno dello Stato nel conservare e rivitalizzare anche gli strati più bassi delle classi medie. Sono proprio questi, del resto, i settori a più alto rischio di declassamento, viste le difficoltà incontrate a seguito delle chiusure anti Covid, ed è proprio a quest’altezza che – al momento – è più probabile si accenda la miccia del dissenso. Con i vari bonus turistici, i sostegni al consumo e un’inflessibile politica opposta alle chiusure, il governo è riuscito a disinnescare i rischi che queste classi avrebbero comportato per la sua legittimità, sgonfiando anche non di poco la forte trazione che l’estrema destra stava guadagnando nello stesso terreno.

Il che ci porta al rapporto fra Stato e classe lavoratrice nel Grande Contraccolpo. Agli occhi di governi e banche questa classe ricopre principalmente il ruolo di consumatrice. I salari, quindi, rimangono invariati – anche per non scontentare la borghesia – il che di fatto porterà a una caduta libera del loro potere d’acquisto a causa dell’inflazione. Lo Stato ovvia a questo problema tramite cashback, buoni spesa e stanziamento di fondi per poter smorzare l’effetto del rincaro delle utenze. Contro ogni aspettativa di chi ha sempre considerato Draghi un alfiere del neoliberismo e dell’austerity, il governo ha mantenuto il reddito di cittadinanza, rafforzando per di più i controlli sulle percezioni indebite. Lo Stato del Grande Contraccolpo si dimostra consapevole dell’importanza che hanno le misure assistenzialistiche nella salvaguardia della pace sociale e nel mantenere i lavoratori (disoccupati e non) in stato di cronica dipendenza. A una timida difesa dell’occupazione in corrispondenza del blocco dei licenziamenti è, inoltre, subito seguita, nell’ultimo anno, una nuova esplosione del precariato. La sospensione del Decreto Dignità ha portato a un aumento esponenziale di part-time involontari, contratti formazione-lavoro e lavori stagionali.

A differenza delle socialdemocrazie novecentesche, quindi, sembra che allo Stato del Grande Contraccolpo non interessi affatto implementare una ripresa economica strutturale. Almeno in Italia, le politiche del governo stanno puntando, da un lato, a tagliare i costi tramite la riduzione delle ore di lavoro ai margini, dall’altro, a incrementare il tasso di sfruttamento e l’intensità dei ritmi (smartworking, telelavoro, straordinari ecc.) al centro. Il paradigma dell’austerità sarà anche stato abbandonato, ma quello della flessibilità no. Il ritorno dello Stato preferisce orientare i propri sforzi verso la tenuta delle alleanze sociali e l’estensione del consenso, senza preoccuparsi di ampliare la dimensione della forza-lavoro o di migliorare il tessuto produttivo tramite ricerca, tutele e sicurezza (si vedano gli episodi di morti sul lavoro all’ordine del giorno). La coesione politica del corpo civico viene ricostruita mettendo a sistema e “normalizzando” le misure emergenziali e iperflessibili introdotte nei periodi più difficili della pandemia.

Dal punto di vista del quadro internazionale, Gerbaudo segnala un passaggio dall’esopolitica all’endopolitica o, in altre parole, dalla pulsione neoliberista all’esternalizzazione e all’espansione continua in mercati esteri al ritorno in sé del neostatalismo, improntato sulla ricerca di un nuovo senso di stabilità e sicurezza interna. Anche qui l’autore riesce ad anticipare la corrente crisi della supply chain, fattore che ha contribuito alla diffusione di nuove forme di protezionismo (guerra dei dazi fra Usa e Cina) e di nuove crescenti pressioni per un ritorno a un modo pre multilateralismo (si veda l’assenza di coordinamento monetario globale, ma anche la crisi ucraina). Le numerose difficoltà di approvvigionamento lungo le filiere transnazionali e il conseguente rincaro delle materie prime stanno rivelando quale sarà la posta in palio nel piano geopolitico del Grande Contraccolpo. Si è parlato sopra di controllo come direzione e come comando; a questi, Gerbaudo affianca il controllo come autonomia. Si tratta, in estrema sintesi, del grado di indipendenza e di autosufficienza che gli Stati riusciranno ad assicurarsi nel processo di riterritorializzazione postpandemica.

Le rivolte popolari e la crisi di governo in Kazakhstan hanno dimostrato come sistemi economici basati esclusivamente sull’esportazione di poche risorse fondamentali siano destinati a una cronica instabilità politica. Molti produttori di gas e greggio stanno già cercando di emanciparsi dal legame di dipendenza che li lega agli investimenti esteri: tra questi troviamo Russia e Arabia Saudita. D’altro canto, anche la tendenza contraria – l’emancipazione dalle importazioni – si è andata notevolmente ad accentuare, con, ad esempio, il Chip Act della Von der Leyden e gli investimenti della Intel in Ohio, entrambi mirati ad avviare la produzione autoctona di chip e semiconduttori rispettivamente nell’Ue e negli Usa. Il monopolio commerciale di Taiwan, congiuntamente all’interruzione della catena di scambi che la legava al resto del mondo, ha infatti creato notevoli problemi alle industrie automobilistiche e informatiche dell’Occidente.

Sembra, quindi, che il libero mercato stia decadendo dalla sua funzione di sistema ottimale per la compravendita e l’allocazione di merci, risorse e forza-lavoro; le fluttuazioni di domanda e offerta sono divenute incontrollabili, gli spostamenti proibitivi, quando non del tutto impossibili, mentre i prezzi si sono ridotti a dei meri indicatori della paura di investitori e azionisti. Per questo, la direzione postpandemica sembra stia portando verso il ripristino della produzione e del mercato su scala nazionale, con lo Stato che si erge a principale garante per quanto riguarda il finanziamento degli investimenti. Anche qui, ritorna il tema dell’uso politico della tassazione, che, in quest’ottica, avrà la duplice funzione di favorire, da un lato, i prodotti locali e di scoraggiare, dall’altro, le penetrazioni nel settore produttivo da parte della finanza estera. Come suggerisce Gerbaudo, è probabile che le relazioni internazionali assurgeranno dal livello di semplici alleanze commerciali a quello di collaborazioni confederali e intergovernative, in cui i singoli paesi mantengono elevato potere esecutivo sulle economie interne e si affiancano l’un l’altro nei rispettivi progetti di ristrutturazione semiautarchica.

Passiamo ora al piano della proposta politica e della prassi. Ogni cambiamento di fase richiede innanzitutto che le armi della critica vengano affilate e aggiornate. L’errore in cui si rischia di cadere in questi casi è di riproporre strumenti ed analisi ormai obsoleti per semplice abitudine o, peggio, per inerzia. A sinistra, dove è così facile infatuarsi delle proprie critiche antisistema, questo rischio è più alto che altrove. Per questo riteniamo che proposte orientate alla restaurazione della cosa pubblica e al ritorno dello Stato sociale siano ormai del tutto fuori fuoco e, quel che è peggio, non facciano più male a nessuno, o almeno a nessuno che conti veramente. Il semplice fatto che negli ultimi anni il bersaglio sia diventato sempre più solo il neoliberismo è indicativo del deperimento teorico e politico di tutta la sinistra, anche quella sedicente radicale. Non solo questo denota una strutturale incapacità – o indisponibilità – ad articolare una critica al capitalismo nella sua dimensione globale, ma evidenzia anche un’indifferenza nei confronti del ruolo che lo Stato ricopre all’interno del capitalismo stesso.

Purtroppo, anche Gerbaudo si ferma a questo livello per quanto riguarda la strategia “socialista” che emerge dal suo libro. Per l’autore il Grande Contraccolpo, più che una riorganizzazione del fronte nemico, è un’opportunità di rilancio per le sinistre in debito di ossigeno da decenni. La questione nel libro viene, quindi, affrontata attraverso una lente che possiamo definire socialdemocratica, per cui il problema non sarebbe tanto il ritorno dello Stato come momento evolutivo del capitalismo, quanto chi si ritroverà a guidare questo ritorno. Per Gerbaudo, i rischi di questa fase sono più che altro l’ascesa delle destre e le derive reazionarie; in fin dei conti, all’autore basta che il capitale sia regolato il più possibile e che sia la sinistra a incaricarsi di questa gestione. Non stupisce, del resto, che l’orizzonte programmatico del libro non coincida con la lotta di classe, ma con la creazione di consenso. Il soggetto di riferimento per Gerbaudo, infatti, è l’elettorato, di cui la classe costituisce solo un asse trasversale.

L’analisi di questo retroterra riformista è importante perché da esso derivano anche notevoli problemi metodologici. Il fatto che i suoi modelli politici siano, come ci si potrà aspettare, Sanders, Tsipras, Ocasio-Cortez, Mélenchon eccetera lo porta a diluire – se non proprio camuffare – la distinzione tra populismo di sinistra e social-protettivismo, quando quest’ultimo sarebbe la declinazione progressista del neostatalismo. Non sembrano esserci dubbi sul fatto che l’autore auspichi una svolta social-protettivista nel Grande Contraccolpo, ma l’ambiguità che avvolge la questione diminuisce considerevolmente la carica di uno dei tratti più felici del libro che consiste proprio nella caratterizzazione delle tre fasi (neoliberista, populista e neostatalista) in maniera ben distinta l’una dall’altra. Per gli stessi motivi, rimane vaga anche la differenza tra social-protettivismo e “protezionismo proprietario” (neostatalismo di destra), per quanto questo sia indubbiamente un terreno fecondo per successive elaborazioni teoriche. Soprattutto non è chiaro se questi due fenomeni, social-protettivismo e protezionismo proprietario, siano già in atto o se si tratti ancora di potenzialità non del tutto espresse che la volontà politica dovrebbe agevolare (nel primo caso) o scongiurare (nel secondo). L’anticipo con cui è stato concepito e scritto il libro rimane qualcosa di encomiabile, ma a prescindere dai limiti che il tempo ha posto all’analisi di Gerbaudo l’agenda politica che informa la sua lettura rimane a noi distante.

Dal punto di vista militante, occorre estendere gli strumenti della critica al di là dei meccanismi di mercato e lungo le direttrici della ristrutturazione pandemica guidata dallo Stato. Non si tratta di un semplice ritorno allo Stato pianificatore: abbiamo visto, del resto, come flessibilità, precariato e impoverimento del tessuto produttivo siano tratti di continuità rispetto al momento precedente. Ci troviamo chiaramente di fronte a qualcosa di diverso. In un certo senso, vengono perfino portate a compimento molte tendenze che il neoliberismo aveva lasciato a metà: la totale disgregazione del mondo del lavoro e la definitiva trasformazione della classe lavoratrice in classe consumatrice, là dove il Welfare State del boom economico si “limitava” piuttosto a integrarla all’interno del piano del capitale.

Fra gli strumenti che ci offre The Great Recoil ci sembra, quindi, opportuno conservare e modificare il concetto di controllo come autonomia. All’autonomia dello Stato, che si impone come ricerca di autosufficienza in termini di produzione e risorse, proponiamo di contrapporre l’autonomia della classe; autonomia dai meccanismi di mercato, dalle burocrazie sindacali, dalla sinistra radicale e dallo Stato stesso. L’autonomia della classe così intesa, va da sé, non può trovare spazio all’interno del paradigma socialdemocratico che emerge dal libro; in queste pagine, ci imbatteremo al massimo in indicazioni su come persuadere o incoraggiare i lavoratori, ma non troveremo mai la classe operaia come soggetto dotato di volontà e interessi propri. Questo perché, in fin dei conti, non vi è poi così tanta differenza fra chi vede nella classe un serbatoio di voti e chi la considera una semplice massa di consumatori; in entrambi i casi, infatti, essa viene sradicata dal suo ruolo sociale di opposizione al capitale. E tuttavia, le parole con cui Gerbaudo introduce la sua versione del concetto di autonomia posso tornare utili per chiunque volesse riscoprire questo ruolo di opposizione nella fase che si sta preparando: non c’è potere senza controllo.

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