Black Fire. La complessità del sistema-razzismo

Black Fire. La complessità del sistema-razzismo

malcolm
Recensione di Gabriele Proglio a «Black Fire» (a cura di Anna Curcio, DeriveApprodi 2020).

Come ogni raccolta, anche Black Fire – a cura di Anna Curcio (collana Input, Derive Approdi 2020), può essere letta in molteplici prospettive. La prima, forse la più immediata, segue la traiettoria storica dei neri nelle Americhe, dalle resistenze alla schiavitù fino alle proteste siglate Black Lives Matter. Curcio, nelle pagine introduttive, riflette proprio sull’urgenza di «cogliere la profondità storica» delle rivolte nere, sullo smarcarsi dalla proposta mainstream delle insorgenze come mero epifenomeno, «come reazione o effetto per la morte di un afroamericano per mano di un poliziotto bianco». Incapsulata e al contempo celata nella narrazione, infatti, c’è la doppia immagine del nero – che nel contesto delle Americhe diventa l’afroamericano – inerme alle più efferate violenze bianche o, viceversa, mosso da istinti di distruzione e saccheggio che non hanno un perché meramente politico.

Rifacendosi alle analisi di Cedric Robinson sul capitalismo razziale, il lavoro di selezione del testi non ha, però, l’intento di segnare un continuum lineare, da un prima all’adesso. L’operazione culturale, viceversa, intende «restituire visibilità al radicalismo nero insistendo sulla sua ricca articolazione interna e sulla specificità dei processi di conflitto, ciascuno calato nella particolare fase politica che lo prepara e comprende». L’intensità del fuoco delle rivolte – evocato in Black Fire – serve come traccia per affrontare una genealogia di interventi su tematiche differenti e focalizzandosi su tre momenti in particolare: il periodo della resistenza degli schiavi nelle piantagioni; gli anni Sessanta e Settanta, tra guerra del Vietnam e lotte degli afroamericani; e il periodo della «controrivoluzione liberale», a partire dalle presidenze Reagan e Bush fino ad oggi, passando per le rivolte di Los Angeles del 1992 e di Ferguson nel 2014.

A partire da queste coordinate, uno dopo l’altro riaffiorano testi imprescindibili per comprendere gli snodi storici in cui si è ridisegnato il razzismo sistemico: l’introduzione di un classico, I giacobini neri di C.L.R. James, a cui seguono, prima, il testo di  George P. Rawick sulla resistenza dello schiavo al padrone e poi il discorso di Sojourner Truth pronunciato nel 1851 ad Akron (Ohio), alla conferenza per i diritti delle donne. Nella seconda sezione, che si riferisce al 1964 – anno apicale per le rivolte nere – Malcolm X parla al lettore, come lo fece quel 3 aprile nel discorso pronunciato alla Cory Methodist Church di Cleveland, di rappresentanza, della scelta sul che fare, tra la scheda e il fucile. Eldridge Cleaver, militante delle Black Panther, sviluppa un altro binomio della violenza - quello poliziotto-soldato mettendo in relazione il piano nazionale con quello internazionale. Huey P. Newton inquadra la condizione del popolo nero prendendo a prestito le parole di Frantz Fanon: «siamo diventati i ‘dannati della terra’, uomini relegati nella posizione di spettatori mentre i razzisti bianchi portano avanti il loro sporco gioco internazionale sulla pelle dei popoli oppressi». Dinamite nel ghetto, il brano siglato da Stokely Carmichael e Charles V. Hamilton, analizza la condizione abitativa e urbana di molte città americane, mostrando la sistematicità della segregazione con declinazioni in termini di istruzione, violenza da parte della polizia e lavoro. Proprio su questo ultimo tema si concentra il programma generale della lega degli operai rivoluzionari neri, ragionando in termini di sistemi di privilegio di «un’aristocrazia operaia bianca» e il sistema imperialistico. La trascrizione del discorso di Angela Y. Davis, pronunciato ad Oakland, riesce a tenere insieme più piani per una lettura del 1969: l’economia di guerra, le sentenze dei tribunali mirate a reprimere i BPP, i pestaggi in divisa e il piano internazionale con il Viet Nam quale emblema delle lotte di liberazione. Assata Shakur, poi, ribadisce chi siano i veri banditi, i veri ladri che affamano la popolazione nera. Gli ultimi tre interventi, appartenenti al terzo blocco, riguardano rispettivamente il rapporto razza-capitalismo in relazione all’anti-democrazia a firma di Cedric J. Robinson, la rivolta di Ferguson attraverso le parole di Alvaro Reyes e Black Lives Matter, con un’intervista realizzata nel luglio 2020 a Asad Haider.

Si diceva, sopra, che questa è una chiave di lettura proposta dalla curatrice. Ma, come suggerito da Edward Said e poi ripreso da moltissimi altri teorici, i testi possono avere poi vita autonoma e continuare a circolare, fuori dai contesti originari, ben oltre le vicende degli autori e delle autrici. È necessario, per una riattualizzazione dei testi, fare due precisazioni. L’azione di portare nell’Europa contemporanea tali riflessioni non può limitarsi a un viaggio di ritorno dall’Atlantico nero, cioè a leggere le specificità dell’eredità della schiavitù e dei movimenti neri nelle Americhe già ben descritti da Cedric J. Robinson. D’altro canto, la linea del colore, come operazione culturale che porta W.E.B. Du Bois a studiare la condizione dei neri a Philadelphia nel 1899, si fonda su approccio contestuale, cercando di interpretare l’interazione di molteplici portati del passato (schiavismo, colonialismo, posizionamenti di classe e di genere, ecc.) con la complessità di quel presente. Utilizzare tale sguardo sulla condizione postcoloniale europea significa, ad esempio, collegare il passato coloniale con le specificità della Penisola partendo, però, da come razza e razzismo siano stati declinati in termini sistemici. Fatte queste premesse, allora, l’operazione culturale si presenta ben lungi dalla mera traduzione della lingua inglese e del linguaggio politico costruitosi nei secoli attorno alle resistenze nere. Potremmo dire che sposta l’attenzione sulla complessità dei rapporti di potere centrati sulla linea del colore e non fornisce risposte ma bensì stimoli che vanno interrogati. Ad esempio, C.L.R. James scrive rispetto alla rivoluzione di Touissant Loverture che «come spesso accade, però, la verità non sta al centro. I grandi uomini fanno la storia, ma soltanto nella misura del possibile a ciascuno di essi. La loro libertà di impresa è limitata dalle necessità in cui si muovono. Presentare i limiti di tali necessità e la realizzazione, totale o parziale, di tutte le possibilità, questo è il vero compito dello storico.»

È un invito, letto in chiave italiana, a mostrare la complessità del sistema-razzismo e a non limitarsi alla decostruzione della rappresentazione della razza come fenomeno che precede e attraversa la storia del Paese, ad andare a svolgere le relazioni di potere e le pratiche di soggezione che si moltiplicano.

Oppure, ancora, George P. Rawick, analizzando il rapporto schiavo-padrone, disquisisce sulle forme con cui il nero è inferiorizzato, invisibilizzato o ipervisibilizzato. E poi, con un piglio che torna a Fanon, rompe la dualità di soggettivazione imposta al nero (Sambo, lo schiavo “infantilizzato” e Nat Turner, lo schiavo sedizioso), permettendo un accostamento con la figura del migrante contemporaneo. Si sostituisca schiavo con migrante e si avrà una parallelismo inquietante, sebbene i contesti siano molto diversi: un ragionamento che vale per entrambi i casi, assai diversi tra di loro. Rawick afferma, infatti:

«Se lo schiavo non ha avuto la tendenza a essere Sambo, non potrà mai diventare Nat Turner. Uno che non ha mai avuto paura di diventare Sambo, non avrà mai bisogno di ribellarsi per conservare la propria umanità. Un puro Sambo, o un ribelle puro, sono astrazioni teoretiche che non ci aiutano a capire concretamente il comportamento di esseri umani viventi.»

Il discorso di Malcolm X «La scheda o il fucile», poi, permette di interrogare il sistema della rappresentanza nelle democrazie europee in relazione alla produzione di cittadinanze e all’inclusione differenziale, ai presupposti che celano interessi bianchi. La delega, come luogo deputato per definire gli obiettivi delle lotte dei neri, è problematizzato in modo diretto: «è stato il vostro voto – afferma Malcolm X – il vostro voto sciupato a farli andare a Washington, a eleggere un’amministrazione che si è prima preoccupata di chissà quali leggi e poi, per ultimi, di voi”. L’analisi è posta anche sulle conseguenze, che poi sono anche i presupposti della delega: «Voi permettete che l’uomo bianco vada dicendo quanto è ricco questo paese ma non vi fermate mai a pensare come ha fatto a diventare ricco così presto. È diventato ricco perché voi lo avete reso tale.»

Si pensi alla riforma della cittadinanza in Italia come risultato di un dialogo tra la politica italiana (quasi totalmente bianca) e associazioni di neri. Il fallimento della proposta dello ius soli potrebbe essere letto anche in questa prospettiva. Vista la specificità del caso italiano, per delega non si intende voto, ma consegna di istanze a un rappresentante (bianco) a cui è domandata una risoluzione di un problema che riguarda i neri senza cittadinanza.

E poi ancora, i testi di Eldridge Cleaver e Angela Y. Davis collegano il piano locale e nazionale con quello internazionale, permettono di pensare il razzismo come parte inscindibile di un sistema economico, politico e sociale che si riproduce in continuazione e che può essere messo in crisi – tornando al testo di Huey P. Newton – attraverso la mobilitazione e la lotta: «Ma il popolo nero può guastare questa macchina dal di dentro. Il popolo nero può far saltare gli ingranaggi della macchina che ha ridotto in schiavitù il mondo.» 

Stokely Carmichael e Charles V. Hamilton, invece, partono dall’analisi delle politiche abitative, dall’organizzazione delle città e degli spazi urbani, per leggere le migrazioni come processi legati al lavoro che sono determinati da grandi concentrazioni industriali e finanziarie. «I problemi urbani sono strettamente connessi con il problema del razzismo istituzionalizzato». Qui, il riferimento possibile pare scontato ed evoca le tante periferie italiane ed europee, i nuovi e vecchi ghetti, in cui l’immigrato – proveniente in epoche diverse da diversi Sud – è stato carne da macello per la produzione di profitto.

Questi sono solo alcuni esempi di come questi testi parlino al presente andando ben oltre a una visione schematica dell’intersezionalità, imponendo di spostare l’attenzione dalle manifestazioni del razzismo al rapporto che la razza ha con l’organizzazione della società europea, suggerendo che la decolonizzazione è un processo che non può risparmiare le stesse strutture attorno a cui si ricrea la bianchezza; che, questa ultima opzione, per essere percorsa deve avere ben chiari gli obiettivi e le forme delle possibili nuove società per non cadere nel tranello di una riforma impossibile del razzismo. Black Fire: una collezione di testi preziosi. Let’s keep fighting!

 

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