Tecnologia e organizzazione di classe

Tecnologia e organizzazione di classe

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di Guido Bianchini in «Quaderni del progetto», n.1, 1974

Operai e macchine, composizione di classe e tecnologia, lotte e innovazione capitalistica: i due termini sono sempre inscindibili, da osservare nel loro reciproco rapporto. L’estratto che proponiamo, prima parte di Tecnologia e organizzazione di classe di Guido Bianchini, pubblicato nel 1974, è prezioso per mettere a fuoco questa relazione nel processo storico-politico del Novecento, soprattutto dal punto di vista dell’organizzazione di classe: mostra, infatti, come la vicenda politica della catena di montaggio fordista nasca dalla necessità capitalistica di spezzare la forza del ciclo di lotte di classe internazionali del 1917-1921, incentrata sulla capacità dell’operaio professionale di gestire e comandare l’intero processo industriale.

Questo potere, organizzato nei consigli (soviet) e trainante la complessiva conflittualità proletaria, andava piegato attraverso il combinato di innovazione tecnologica e ristrutturazione della composizione di classe, mettendo un segmento operaio politicamente marginale (l’operaio dequalificato, disoccupato, emigrato) contro quello politicamente egemone (l'operaio di mestiere dei consigli) per spezzarne le avanguardie e la forza organizzata. Questo processo di massificazione e astrattizzazione del lavoro, tuttavia, negli anni Sessanta si è ritorto contro lo stesso capitale: l’operaio-massa ha rovesciato quella che inizialmente era stato un fattore di debolezza di classe in fattore di forza e di attacco contro l’intera catena di montaggio sociale. Da qui la necessità per i militanti di presidiare la tensione tra lotte e innovazione e anticipare le possibili strade che il capitale può intraprendere per rilanciare, con un salto in avanti, la propria riproduzione, consapevoli del punto di vista politica da mantenere: prima le lotte operaie, poi lo sviluppo capitalistico.

 

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La composizione organica del capitale subisce nel tempo modifiche continue e, a volte, importanti e profonde, prevalentemente a causa della diversa combinazione, nella produzione, di due fattori: la tecnologia e la forza-lavoro.

La connessione fra innovazione tecnologica e produzione industriale è così stretta che una storia separata dei due fenomeni è praticamente impossibile. Una storia della termodinamica applicata separata dalla storia delle ferrovie e dell’industria tessile, una storia delle macchine separata dalla storia della meccanizzazione degli utensili e dei sistemi di trasferimento nell’industria degli utensili e dei sistemi di trasferimento nell’industria metalmeccanica, una storia dell’elettronica (dal relè al più sofisticato calcolatore) separata dalla cibernetizzazione delle informazioni utili alla produzione industriale in genere, sono francamente impossibili.

Una tecnologia impiega, sovente e per vari motivi, molto tempo prima di affermarsi. Watt fu considerato per tutta la sua vita poco più che un abile meccanico e Solvay morì senza che l’arcinoto processo che porta il suo nome ricevesse la minima attenzione.

La catena di montaggio, asse portante della produzione industriale in grande serie fin dai primi anni del Ventesimo secolo, è diventata argomento di studio solo perché essa è la base della rivoluzione industriale fordista. In realtà l’organizzazione tayloristica del lavoro, cioè la produzione con operazioni parcellizzate, ha origini molto più lontane.

Quanto Taylor «razionalizza» le operazioni che i singoli operatori fanno dentro un processo lavorativo, in realtà egli innova solo perché diffonde questo suo metodo e trova un ambiente preparato ad accettarlo. Però Babbage, cento anni prima di lui, aveva descritto gli stessi fenomeni e, tra l’altro, essi erano puntualmente già applicati in almeno due casi citabili (per dire che le

«invenzioni» tecniche precedono sempre le «scoperte» scientifiche): la fabbricazione della carabina Winchester e la macellazione del bestiame a Chicago.

L’organizzazione scientifica del lavoro è, dunque, un processo già in atto, un’anticipazione sperimentale passibile di venire estesa ad altre lavorazioni. Prima di Taylor approfondiscono l’argomento della parcellizzazione del lavoro i coniugi Gilbreth. A tutte queste analisi si rifarà quel grande utilizzatore che fu Ford. E dunque taylorismo e fordismo sono due fenomeni diversi.

Il taylorismo è riducibile alla scoperta che, all’interno dei processi lavorativi, un’operazione complessa poteva essere suddivisa in più operazioni semplici il cui tempo totale (tempi morti + tempi attivi) fosse minore del tempo necessario a compiere l’operazione complessa. Una conseguenza importante, anche se non dichiarata, della segmentazione delle operazioni complesse fu la distruzione della professionalità del lavoro, del mestiere e la sua sostituzione con la mansione. Un lavoro ha un maggiore o minore contenuto professionale in relazione al fatto che esso comporti un maggiore o minore flusso d’informazioni atte a produrre un determinato bene a utilità finale. Quando il numero di informazioni necessarie è semplificato di molto, perché una parte della professionalità preesistente è stata trasferita al macchinario, si ha in realtà quello che tutti definiscono come «processo di dequalificazione del lavoro».

La segmentazione delle operazioni connessa a processi di meccanizzazione del lavoro, naturalmente, appariva a Taylor e ai tayloristi come un processo di razionalizzazione del flusso di lavoro, come qualcosa che introduceva nei movimenti della forza-lavoro criteri di valutazione che apparissero oggettivi e in quanto tali non sottoponibili a critiche ideologiche. In realtà ciò che avveniva era non un processo di dequalificazione, ma di diversa qualificazione di lavoro concreto, da un lato, dall’altro un’intensificazione della cooperazione a fini di maggiore produttività.

Il taylorismo introduce per la prima volta il problema di adattare il lavoro dell’uomo alla macchina. Solo molto più tardi si affronterà il problema inverso, si affinerà l’analisi in modo da adattare la macchina al lavoro umano perché solo più tardi si scoprirà che la continuità del flusso della merce nel processo lavorativo è garantito solo dall’ottimizzazione fra tempi morti e tempi attivi del rapporto uomo-macchina.

Il taylorismo si afferma negli Stati Uniti, tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, nell’edilizia. Non a caso si afferma in tale settore perché proprio in quegli anni i lavoratori edili sono protagonisti di grandi scioperi, sono, come direbbe un sociologo, tra le categorie socialmente meno tranquille. L’edile americano ha sempre conservato molto gelosamente il proprio mestiere attraverso forme di organizzazione ferocemente corporative. Ciò è spiegabile in generale non tanto in termini di difesa del proprio mestiere contro l’innovazione tecnica, ma di difesa del mestiere perché esso viene individuato come strumento efficace di difesa del proprio salario. Del resto, al contrario degli ideologi, gli operai non danno mai giudizi di valore sull’innovazione tecnica, ma danno giudizi sul rapporto fra innovazione tecnica e livello di occupazione, fra innovazione tecnica e salario, fra innovazione tecnica e orario ecc.

Dunque il taylorismo interviene in un momento nel quale da parte capitalistica occorreva trovare una strumentazione in grado di ridurre l’abilità del mestiere edile vista come arma adoperata contro l’organizzazione del lavoro. Il taylorismo come razionalità è un punto di vista di parte perché è il punto di vista di chi, in realtà, è disposto a investire capitali solo alla condizione di una maggiore produttività. L’innovazione tayloristica va pertanto interpretata non tanto come un tentativo d’introdurre la razionalità quanto di risparmiare conflittualità.

Il fordismo d’altro canto, altro non è che un’applicazione su grande scala del taylorismo, un’estensione al settore auto dell’uso (al posto dell’operaio professionalizzato) dell’operaio massificato, dell’operaio applicato a una catena che gli impone mansioni semplici e ripetitive e, dunque, di un operaio in crisi politica profonda che non sarà più in grado per molto tempo di essere causa di disordine come prima lo era il vecchio operaio professionalizzato e di opporre la propria massificazione alla nuova organizzazione del lavoro.

In generale la vecchia fabbrica prima di Ford era costituita essenzialmente da una serie di officine giustapposte, l’una accanto all’altra, all’interno delle quali gli operai professionalizzati, quelli che, per intenderci, daranno vita in Europa al movimento dei consigli, esercitavano un proprio mestiere. Nella fucina, nella forgiatura, nella laminazione ecc., essi rappresentavano delle grosse frazioni dell’operaio complessivo. All’interno della catena fordista, invece, questa figura di operaio complesso viene sminuzzata, divisa in più operai parziali sprovvisti di professionalità, capaci di erogare solo sforzo fisico, di compiere atti ripetitivi, in una parola, di svolgere soltanto una mansione. Il macchinario ha «ingoiato» tutta la professionalità del vecchio operaio. Ford se n’è appropriato: il «suo» macchinario contiene un furto d’informazione, contiene cioè, lavoro non pagato.

L’altra rivoluzione che Ford opera è quella relativa al passaggio della produzione industriale da produzione, tutto sommato, tesa a produrre beni che circolano nel mercato dei capitali a produzione di beni che devono e possono venire acquistati anche dai possessori di salario: è l’uso capitalistico del salario. A partire da Ford la massa salariale acquisterà un ruolo determinante ai fini di quella strategia capitalistica che si chiama sviluppo. Tale strategia, naturalmente, ha un costo: l’emarginazione dell’operaio specializzato mediante la sostituzione a esso di un ispessito capitale fisso opposto a un operaio diverso, politicamente disorganizzato e, in America in particolare, un operaio troppo diviso dalle nazionalità. Nella stratificazione salariale i negri saranno all’ultimo posto insieme con le donne; i polacchi, gli italiani, gli irlandesi ai posti intermedi, gli americani nelle qualifiche più alte; ma comunque nessuno di essi sarà per molto tempo in grado di rappresentare quel grande pericolo, quel veicolo di «disordine» che fu l’operaio professionalizzato.

Il diciassette fu l’anno della rivoluzione sovietica, ma fu anche l’anno che segnò l’inizio di un ciclo di lotte straordinarie per intensità e per livelli di comunicazione negli Stati Uniti d’America e in tutto il mondo. Nel ’18, nel momento, in cui gli statisti dell’Occidente sedevano a Versailles per firmare il trattato di pace, scoprivano che in realtà avevano battuto un nemico molto meno importante di quello che si era profilato all’orizzonte. Questo filo rosso che sembrava legare un movimento dei consigli, che rappresenta il punto più alto dell’organizzazione dell’operaio professionalizzato, con l’ascesa al potere dei soviet in Russia, fu guardato in Occidente (da John Maynard Keynes soprattutto) come un collegamento estremamente pericoloso. La soluzione data da Ford ai problemi posti da questo terrore fu una rivoluzione industriale.

L’automobile diventa l’elemento trainante di un processo di soppressione o di emarginazione del vecchio operaio che aveva la debolezza in fondo di essere un proletario il cui salario non era in grado di comprare nient’altro che il suo pacchetto di sopravvivenza, non era in grado di far circolare cioè la quantità di merce necessaria per produrre lo sviluppo. Non solo, Ford riuscì a capire anche che per sbloccare il mondo occidentale dalla paura di un’aggressione operaia al potere occorreva usare il salario. La crisi del ’29 sarà nient’altro che l’epilogo necessario, forse inevitabile, di questa scoperta fordista. I fallimenti delle aziende obsolete e i crack finanziari furono solo l’aspetto fenomenico della decisione tutta politica di imporre la massa salariale e l’organizzazione scientifica del lavoro con tutti i mezzi. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, il 1929/39 in America, anno di grande crisi, le industrie automobilistiche aumentarono le loro vendite pur essendosi abbassato il livello nominale del salario individuale, perché aumentò, dentro il settore, il numero degli addetti. La crisi del ’29 in realtà fu una crisi salutare per il capitalismo, fu una crisi che ripropose un’importante modificazione nella qualità e nel modo in cui veniva erogato il lavoro.

Le tecniche con cui la catena si è imposta devono essere tutte lette non solo per ciò che esse intendevano ottenere, cioè l’incremento della produttività (ci riferiamo all’analisi di Taylor e Gilbreth), ma per ciò che esse rappresentavano in quanto risposta politica a un’altra congiuntura internazionale di lotte sociali.

L’introduzione della catena come modo generalizzato di produrre merci è stata soprattutto una risposta politica che il capitale ha dato all’impatto imponente rappresentato dalle lotte operaie del «quinquennio rosso del ’17-21». Ai movimenti dei consigli di gestione, al movimento degli shop steward – cioè alle aristocrazie operaie divenute capaci di dominare l’intero processo lavorativo e di sostituire l’imprenditore privato nella sua funzione di comando sul lavoro –, il capitale oppone la massificazione del lavoro, la sua deprofessionalizzazione. I contadini senza terra e i disoccupati che Lenin aveva scagliato contro il regime zarista potevano e dovevano essere usati come motori di un balzo in avanti del sistema. E così il giornaliero sardo, soldato nella brigata Sassari, sparò con convinzione sugli «imboscati» delle Spa di Torino, il disoccupato della Slesia sparò con rabbia nelle milizie di Noschke contro i

«disfattisti» berlinesi, l’emigrato irlandese siciliano o polacco prestò la sua miseria al racket delle braccia negli Usa. Ognuno a suo modo lottò per superare l’ottocentesco modo di produrre in fabbriche che erano gigantesche officine addossate l’una all’altra, mestiere vicino a mestiere; i padroni per battere, con i fucilieri o con la recessione, col fascismo o col New Deal, avanguardie operaie sempre più aggressive, gli schiavi per riconquistare con la loro dimensione di massa, con un’adeguata forza contrattuale il loro diritto al reddito. Una minoranza di specializzati, di operai «finiti», che produce sulla base di un elevato livello di «partecipazione», merci che sono destinate prevalentemente al consumo dei capitalisti e che sono prodotte tramite combinazioni di fattori a bassa intensità di lavoro e, per di più, una minoranza senza un’organizzazione politica capace di elevarla al rango di avanguardia di massa dell’intero proletariato, fu sbaragliata da un ceto capitalistico che seppe opporle masse dequalificate, o meglio, non professionalizzate, non solo sul piano puramente militare, ma proprio sul piano del basso livello di «partecipazione» richiesto dal nuovo modo di far lavorare la gente, alle catene di montaggio.

La catena si affermò in un regime internazionale caratterizzato da feroci repressioni politiche, si affermò in mezzo a un coprifuoco durato trent’anni; soprattutto in Europa dove i regimi militari garantivano l’inesportabilità della rivoluzione, il cordone sanitario, dove l’efficienza delle camere a gas fu provata sui dirigenti operai tedeschi prima che sugli ebrei. Sviluppo e deportazione hanno camminato a braccetto nelle regioni alte del capitale: il lavoro rende liberi. Essa non produsse solo il termidoro però. Ebbe i suoi enciclopedisti: a uno di essi si deve la prova sperimentale, eseguita alla Westinghouse, che un alto quoziente di intelligenza e di professionalità era incompatibile con un alto livello di produttività alla catena.

Un alto livello di «partecipazione», quello che il vecchio modo di produrre chiedeva alle élite operaie, comportava elevate differenze salariali. La loro consistenza era a base della solidità del sistema di valori su cui era fondato il lavoro: disoccupati, contadini poveri, braccianti, carriolanti e manovali e, infine, operai «finiti». Al vertice dei valori stava il «mestiere» e l’operaio che aveva fatto «le tecniche». A un differenziale salariale relativamente elevato corrispondeva una massa molto bassa di salari pagati. L’impiego di forza-lavoro, al di là dell’incerto valore delle statistiche, era così basso che in un paese come l’Italia con 8 milioni di addetti all’agricoltura, cioè con metà della popolazione attiva in forza all’agricoltura, è stato molto difficile per i braccianti raggiungere le 104 giornate di lavoro annue necessarie per l’erogazione degli assegni familiari. L’emigrazione (sciopero bianco) della forza-lavoro o la deportazione di essa intaccano il parco agricolo di forza-lavoro solo a partire dagli anni Cinquanta. L’avvento della produzione a catena ha proprio significato mettere ordine in questa anomalia, in questo squilibrato impiego del fattore lavoro nella produzione. Un’elevata massa di bassi salari tabellari, congrui rispetto al basso livello di partecipazione richiesto, fornisce un’elevata massa di profitto e scarica sulla fabbrica il compito (assunto dallo Stato in regime di stagnazione) di blocco d’ordine in regime di sviluppo. Che un sistema che dà la forza-lavoro (dunque, il suo comportamento) come variabile dipendente e la produttività del lavoro come data dallo spessore di capitale fisso vada rapidamente alla malora, lo si può desumere dal crescente uso degli incentivi, se a essi si attribuisce il significato di spie della crescente insubordinazione o, se si vuole, della decrescente passività, se con essi l’impresa tende a premunirsi a che il pur minimo livello di consenso non si abbassi trascinando il già basso saggio di profitto al di sotto del saggio di interesse, al di sotto della cosiddetta propensione all’investimento, all’impresa.

La catena come forma generalizzata di produrre oggetti in grande serie arriva in Italia tardi, con trenta anni di ritardo rispetto agli Usa, quando cioè gli «8 milioni di disoccupati con baionette» vengono più produttivamente trasformati in operai alla linea. Ma l’operaio massa italiano consuma l’esperienza con forte anticipo sui propri colleghi americani, passa cioè in minor tempo dalla passività alla lotta.

Gli anni Sessanta hanno significato, da parte operaia, la fine della passività come ragione della propria sconfitta storica, l’inizio della massificazione delle lotte contro la massificazione del lavoro; hanno significato la scoperta del salario come interesse operaio al reddito, all’appropriazione di crescenti quote di ricchezza prodotta, non come gratificazione e misura per il lavoro; hanno significato la scoperta che il lavoro non contiene altro valore se non quello di essere la condizione imposta dal sistema per percepire un reddito; hanno significato la perdita di ogni illusione che una diversa gestione della differenza tra valore del lavoro e valore del salario avrebbe cambiato la natura del lavoro salariato.

Gli anni Sessanta hanno stabilito definitivamente che la catena di montaggio – su cui si è praticamente scritto tutto, anche che essa era stata una tecnica applicata ai processi lavorativi con una funzione meramente politica –, è entrata in crisi. Le capacità che gli operai hanno dimostrato nell’ultimo decennio (più o meno consapevolmente, non importa) di opporsi a un certo modo di fare lavoro, ha raggiunto un tetto al di sopra del quale la fabbrica come luogo del controllo della continuità del flusso produttivo e, dunque, della passività politica degli operai, salta. La massificazione del lavoro che la catena aveva comportato finiva col rovesciarsi in massificazione delle lotte che la fabbrica esportava nella società.

Un paniere di sussistenza che cresce di lotta in lotta, scambiato con quantità di lavoro «socialmente utile» di lotta in lotta decrescente, sposta l’occhio del tifone dalla fabbrica allo Stato, alla società. L’impresa non ha margini illimitati di produttività a tecnologia data, né il comando sul lavoro può esercitarsi indefinitamente al venir meno della passività come condizione che assegnava all’impresa un ruolo determinante nell’imporlo. Dunque la catena negli anni Settanta non appare più quel sicuro, efficace mezzo di controllo della forza-lavoro. Nel ’69, su 100 ore non fatte, 70 erano di sciopero e 30 di assenza, nel ’70 le 100 ore erano 70 di assenze e 30 di sciopero. La ragione della crisi, quella vera, è tutta qui. L’altra, quella chiacchierata, quella per cui s’impongono un ridimensionamento del livello occupazionale, l’uso massiccio della cassa integrazione guadagni e, al limite, le riforme è solo un contraccettivo, una contromisura politica. Proprio negli anni Settanta si scopre che la catena non è nemmeno il mezzo più vantaggioso economicamente proprio perché non è più efficace politicamente.

Una volta che gli operai hanno conquistato, fino in fondo, la logica della massificazione per rovesciarla sui padroni – con gli scioperi di massa, con il salto della scocca, con la autolimitazione dei ritmi –, la mancanza di passività rende la catena non più economicamente vantaggiosa, perché essa non è più capace di controllare il nuovo livello di organizzazione degli operai. La catena, nella misura in cui ha distrutto la professionalità, ha, però, rimesso in contatto, l’uno vicino all’altro, centinaia di operai tutti concentrati in una grande azienda e tutti, possibilmente, domiciliati in prossimità dell’azienda stessa fino a costruire intere città intorno all’azienda – Torino è costruita intorno alla Fiat.

La fine della passività decreta la fine della grande fabbrica come luogo del controllo politico di una elevata concentrazione di operai; la cooperazione forzata imposta dal taylorismo s’è inceppata a questo punto. Ed è lo scontro. Già! Perché anche la società civile, in epoca di rapidi mutamenti, in epoca in cui, cioè, è più facile distruggere posti di lavoro che crearne di nuovi, è incapace di rendere credibile l’ideologia del lavoro e, nella stessa misura, lo è l’istituzione deputata alla produzione di forza-lavoro «disponibile», la scuola. Questo spiega molte delle inquietudini sociali di questi ultimi anni.

Le parti in conflitto stanno, frattanto, cambiando dolorosamente pelle. I connotati degli interlocutori vanno mutando nel tempo. Uno sbocco accelerato al presente conflitto sta, forse, in una mutazione epocale, «postindustriale» prossima ventura della composizione tecnica del capitale e della forza-lavoro.

 

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