L'essere umano: un caso complicato

L'essere umano: un caso complicato

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Il testo che pubblichiamo è il primo contributo del cantiere ospitato dalla sezione formazione di Commonware e intitolato:  «Per una critica dell'innovazione capitalistica. Scienza e tecnica tra storia, funzioni politiche e soggettività». Ubaldo Fadini ci offre uno sguardo sul rapporto tra tecnica e uomo prima della nascita del capitalismo, cioè quel sistema sociale che ha intrecciato inscindibilmente macchina tecnica e macchina sociale in un rapporto di dominio e sfruttamento. Esiste un dibattito lungo e significativo su come la tecnica sia legata all’umano sin dai suoi albori, un dibattito che ha intrecciato riflessione filosofica, biologia ed evoluzionismo. L’assunto di base è la specificità fisiologica dell’essere umano, che vive di tempi estremamente lunghi nella crescita e nell’apprendimento, condizioni non favorevoli alla sopravvivenza in un ambiente primordiale, ma anche di «ricchezze organiche» che compensano tali inadattamenti. La tecnica è profondamente legata all’organico e al fisiologico, sia nel senso che esiste fin da subito una tecnica dell’organico, sia nel senso che è il potenziamento degli organi umani il fine principale dello sviluppo tecnico, che a sua volta retroagisce sullo sviluppo fisiologico. Ciò che ha permesso l’inizio della storia sociale dell’uomo è la sua «intelligenza produttiva» o meglio la sua capacità produttiva, la costruzione di un mondo artificiale non immediatamente coincidente con l’ambiente naturale. Questo mondo artificiale è basato sullo sviluppo tecnologico, punto di partenza dell’agire cognitivamente sofisticato, dell’arricchimento di idee e capacità umana, al punto da poter affermare che l’essere umano per come lo conosciamo è «naturalmente tecnico». Lo è perché il manufatto è profondamente intrecciato con la corporeità umana e con la sua psiche, in una dimensione dove le due parti sono inscindibili, tanto da considerare la mano come un organo anche «riflessivo». In questa dimensione l’agire tecnologico manuale è alla base dell’agire intelligente, della sua capacità di plasmare e trasformare il mondo circostante, come questo suo agire produttivo sia stato piegato da un sistema sociale verso la sopraffazione sistematica del prossimo sarà al centro del prossimo contributo di questo cantiere.


 

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Nel suo Imperfezione. Una storia naturale, Telmo Pievani rileva l'importanza del caso nel momento in cui si fanno i conti con l'imperfezione/perfezione in natura e questo mi sembra da richiamare anche e soprattutto in relazione ad una immagine dell'essere umano che lo presenta come una sorta di

condominio affollato che ospita miliardi di microbi, in equilibro instabile. Essendo la natura sempre ambivalente e imperfetta, alcuni ci fanno vivere (sono simbionti: noi abbiamo bisogno di loro e viceversa), altri approfittano di noi senza farci troppo del male (sono parassiti innocui o commensali), altri ancora ci infettano e ci fanno ammalare (sono patogeni), altri ancora iniziano innocui ma poi diventano patogeni. Nel caso di molti altri, semplicemente, non sappiamo ancora che cosa facciano. Non siamo soli nemmeno nel nostro corpo. Siamo 'olobionti' (1).

Siamo una imperfezione che funziona, almeno in parte, ed è in questo senso, nell'apprezzamento del nostro essere di relazione, «mutualmente costituiti», per dirla con Tim Ingold, che appare ancora utile ritornare al complesso dei temi e delle figure proprio dell'antropologia filosofica novecentesca, a partire appunto dagli anni Venti del secolo scorso, con i suoi esponenti di maggiore spicco, da Max Scheler e Helmuth Plessner ad Arnold Gehlen, non dimenticando colui a cui si deve una prima versione dell'antropologia «negativa», Günther Anders. Soprattutto mi sembra essenziale ribadire il carattere di instabilità della nostra vicenda evolutiva, da un punto di vista biologico e storico-sociale: se in effetti è l'instabilità il motore del nostro avventurarci nel tempo, allora pare opportuno ribadire che l'essere umano è un organismo in un particolare «ambiente», una ben singolare entità vivente che diviene nel suo rapporto con un «mondo» complesso presente ai suoi occhi di essere insieme biologico e sociale. Allo svilupparsi della sua storia concorre in modo decisivo la tecnica, corresponsabile del suo procedere ingarbugliato, del suo manifestarsi molteplice. In L'uomo nell'era della tecnica, del 1957, Gehlen rimarca come lo specifico umano sia da individuare in un agire che è naturalmente tecnico, che ben raffigura la mobilità propria di un essere che è «carente» (a livello istintuale, come appare nel confronti con gli animali non umani) ed «eccedente» (sul piano pulsionale, del possesso cioè di risorse/energie vitali alle quali attingere per inventare tutto quello che può servire a conservarsi proficuamente in vita). Rispetto ad altre caratterizzazioni dell'umano che ricorrono al dato di essenzialità della tecnica, ad esempio quella di matrice «aristotelica» che affianca però a quest'ultima altre capacità/facoltà umane in grado di ridimensionarne gli effetti a volte prevaricatori (ad esempio la ragione «contemplante» oppure la prassi «fronetica»), Gehlen insiste sull'essere umano come essere naturalmente tecnico, artificiale, il che significa affermare la tecnica come qualcosa che inerisce alla natura umana in termini tali da modificare, nel confronto con la realtà esterna, tutto quello che risulta inadeguato allo svolgimento soddisfacente del compito del sopravvivere. È in questa prospettiva che va richiamata la distinzione della tecnica, in relazione alla sfera della corporeità, in tecniche di integrazione, che rimpiazzano le capacità non possedute dagli organi, in tecniche di intensificazione, che potenziano determinate capacità organiche, e in tecniche di agevolazione, che alleggeriscono certi esercizi organici. C'è un testo del 1953, La tecnica vista dall'antropologia, nel quale tutto ciò è esplicitato in maniera chiara ed esauriente:

Fin dalla sua origine l'uomo è stato accompagnato dalla tecnica, ed essa è tanto originariamente sapiens quanto lo è l'uomo. Ci conduce più vicino a cogliere questa intima interconnessione una riflessione compiuta da Alsberg, Ortega y Gasset e altri, che hanno fatto discendere la necessità della tecnica dalla carenze in fatto di organi. Fra le più antiche testimonianze di manufatti umani rientrano in effetti le armi, che come organi sono mancanti, e sotto questa voce andrebbe contato anche il fuoco, pur essendo servito primariamente per il riscaldamento. Questo sarebbe il principio del sostituto dell'organo, accanto al quale compaiono fin dall'inizio l'esonero dell'organo e il superamento dell'organo. La pietra impugnata per colpire esonera e nel contempo supera nel risultato il pugno. Il veicolo, la cavalcatura, ci esonerano dal camminare e ne superano ampiamente le capacità. Nella bestia da soma il principio dell'esonero (Entlastung) diviene intuibile in modo tangibile. L'aeroplano a sua volta sostituisce le ali che non ci sono cresciute, e supera ampiamente tutte le prestazioni organiche nel campo del volo. Alcuni di questi esempi indicano che esiste una tecnica dell'organico molto antica: l'addomesticamento, e anzitutto l'allevamento di animali è una autentica tecnica, riuscita solo dopo molti esperimenti (2).

Tutto ciò ha alla base un'idea della tecnica come qualcosa di intimamente connesso con la sfera della corporeità: anzi, direi di più, che anche sulla base di tanta ricerca in ambito biologico, tra la fine del XIX secolo e i primi decenni di quello successivo, si può vedere diversamente dallo stesso Gehlen tale nesso, così come ha fatto Heinrich Popitz in un suo testo ancora oggi estremamente stimolante, Verso una società artificiale. Il sociologo tedesco richiama le matrici filosofiche dell'antropologia della tecnica in termini estremamente chiari: si può risalire addirittura a Platone, al suo Protagora, nel quale si afferma che la tecnica, in sintesi estrema, rimpiazza appunto le deficienze organiche dell'essere umano. La prospettiva è quella che sarà fatta propria da Gehlen e che troverà una prima riformulazione moderna nel Saggio sull'origine del linguaggio, di Herder, ma ciò che risulta interessante è l'esposizione complessiva dei temi dell'indeterminatezza, dei tempi lunghi della maturazione, dell'apprendimento, di una serie di «inadattamenti» di fondo che esigono immediatamente capacità produttive di sviluppi di cui fanno parte alcune delle facoltà dell'internità umana, dall'immaginazione al linguaggio e così via. Sono queste facoltà che vanno combinate/accordate ulteriormente con quel singolare «progetto della natura» rappresentato dall'essere umano.

L'accordo di 'tutte le caratteristiche e prestazioni interiori' Gehlen crede di averlo trovato in una 'legge strutturale' che egli chiama principio dell'esonero. Le funzioni inferiori vengono esonerate successivamente tramite le superiori – le motorie dalle sensorie, le sensorie dalle intellettuali – , quanto le funzioni superiori si fanno carico delle inferiori, ad esempio nella misura in cui possiamo esperire con la vista ciò che precedentemente andava esperito col tatto, oppure in quanto possiamo richiamare nell'immaginazione esperienze motorie – fino all'esonero dell'azione fattuale per mezzo del linguaggio. Conseguenza di questo processo di esonero è lo 'sviluppo crescente di comportamenti umani indifferenti', la 'svalutazione del contatto con l'ambiente'. Il circolo dell'immediatezza viene rotto – l'uomo acquisisce la distanza e la libertà di rendersi atto alla vita agendo nel mondo (3).

Da apprezzare in queste righe è, tra l'altro, il rilievo accordato al motivo dell'indispensabile diventare sempre più indifferenti, vera e propria spinta ad affidarsi infine a quelle strutture di selezioni adeguate rappresentate dalle istituzioni, in grado appunto di rendere il meno impegnativo possibile il «contatto» con i diversi ambiti di esistenza. Certamente, in questo senso è da sottolineare pure come il tema della «mancanza» trovi conferma sorprendente, ma non troppo..., nel differente realizzarsi degli artefatti tecnici che ne spostano sul piano corporeo il limite espressivo. È proprio tale spostamento a indicare un progredire dell'essere umano in quel processo di disimpegno attraverso l'agire che ne restituisce la specificità. È un procedere singolare, freddamente restituito alla necessità di ri/dimensionare ad ogni costo l'eccedere naturale, la pulsionalità irrimediabile, che comunque si manifesta pericolosamente e, insieme, virtuosamente (se ben spesa) nell'essere umano. Popitz non è d'accordo con Gehlen su quello che considera un funzionalismo antropo-biologico che rappresenta gli artefatti tecnici semplicemente come delle protesi derivanti da insufficienze del nostro organismo, cioè sotto veste di «sostituti, esoneri e rafforzamenti degli organi». È proprio la formula «sostituti degli organi» a essere messa in discussione in quanto il collegamento di alcuni oggetti tecnici con una difettività organica ha dei limiti precisi, che sono dati dagli organi che sono propri dell'essere umano e non da qualcosa che risulta di fatto assente. Anche nei confronti del motivo dell'esonero si deve rilevare come la storia della tecnologia sia più articolata rispetto ad una spiegazione dell'innovazione riferita in larghissima misura soltanto al compito della riduzione degli sforzi. Si pensi semplicemente alla lancia o all'aratro: sono degli oggetti tecnici che richiedono ancora più impegno da parte degli organi per arrivare a delle prestazioni migliori. Dell'antropologia della tecnica, nella versione gehleniana, Popitz riprende positivamente il tema del rafforzamento degli organi, particolarmente utile per afferrare l'evoluzione stessa degli utensili. In breve, la tecnica non è in primo luogo una compensazione di mancanze originarie ma appare invece come l'espressione di una particolare specificità organica: essa è originariamente «tecnica di rafforzamento della mano» e concretamente si può dire che l'utensile potenzia quella mano che senz'altro smentisce il ruolo primario della deficienza organica. La capacità umana ad agire tecnologicamente è senza dubbio strettamente riferita allo svilupparsi di determinate facoltà, dalla memoria al linguaggio, ma essa è parte essenziale della costituzione organica, di cui va apprezzata soprattutto la mano, anche come fattore distanziamento e di ricerca di un controllo certo dei contatti, del rapporto – in definitiva – con il «mondo». La flessibilità della mano è ciò che consente di arrivare a delle azioni, a dei movimenti, che fanno appunto leva su una ricchezza fisiologica fuori dal comune: le sue prestazioni sono indubbiamente decisive nel permettere di attrezzarsi al meglio per conservarsi in vita in modo sempre più soddisfacente. Certamente il tastare e l'afferrare, indicativi di una capacità di adattamento alle forme degli oggetti, il plasmare, modalità di un fare che si concretizza tra il modello esplorativo e quello appropriativo, il percuotere, che vede la forza del corpo concentrarsi nel movimento della mano, il gettare, che segna il rapporto con ciò che è prossimo, sono – tutte insieme – prestazioni che qualificano l'agire umano e soprattutto il plasmare e il percuotere possono essere considerate alla base della nascita della tecnologia degli utensili. E l'artefatto tecnico svolge appunto una funzione essenziale, già agli inizi del suo formarsi, nel senso che consente di rendere sempre più distanziato il corpo umano dagli ambienti circostanti, così circoscrivendoli con precisione attraverso la «catena mezzi-scopi» e rimandando all'esperienza centrale del confronto «tra la mano che plasma e la durezza delle cose»:

La mano afferra una realtà che resiste alla sua forza, ma la mano percepisce anche le differenze di grado nella durezza dei diversi materiali. Ora sfruttando queste differenze la mano può superare la resistenza delle cose: utilizza le cose più dure come mezzo per le altre. Questa astuzia della mano, con la quale essa impiega la superiore durezza delle cose materiali contro le cose materiali, è il primo atto di un'intelligenza materiale (4).

Questa sorta di elogio della mano accerta l'idoneità dell'essere umano, sul piano organico, all'agire tecnologico, ovviamente tenendo conto della vicenda evolutiva complessiva che letteralmente segna i tempi di confronto con la «realtà rugosa», per dirla con il poeta. Infatti sono le capacità organiche, in prima battuta, a determinare le condizioni di base del progresso tecnologico, in modo tale cioè da dare sostanza all'idea che l'evoluzione biologica precede l'evoluzione tecnologica. Popitz riprende un'immagine particolarmente incisiva di André Leoi-Gourhan che raffigura gli oggetti tecnici nel loro essere «in un certo senso sudati» dal cervello e dal corpo degli ominidi, ma accanto a ciò è subito da aggiungere che la stessa evoluzione delle esperienze propriamente tecnologiche influenza la costituzione psico-fisica dell'essere umano, arrivando a modificarla. Mano, cervello e occhio definiscono allora un circuito di regolazione, una regolazione «tecnico-organica», che rende ancora più comprensibile l'idea di una naturale artificialità dell'essere umano (quest'ultimo è un essere «naturalmente artificiale», «tecnico», afferma d'altra parte lo stesso Gehlen). Tale circuito viene così rappresentato ancora da Popitz, con le dovute annotazioni

La mano fa il lavoro (plasma l'argilla creando una figura oppure utilizza uno strumento) e con ciò produce una trasformazione all'esterno del sistema costituito dall'organismo umano. L'occhio – in quanto 'sensore' del sistema – percepisce questa trasformazione e la comunica al cervello. Il cervello – in quanto 'regolatore' – confronta i dati che gli sono trasmessi in funzione di determinati valori finali che ha prodotto – si tratta di una ontologia con una deontologia – e, nel caso di deviazioni, corregge la mano, che si regola di conseguenza (il modello è fortemente riduttivo: non si prende in considerazione il fatto che anche la mano funge da sensore: anche senza l'aiuto dell'occhio può registrare i risultati del suo lavoro con il tatto e perciò restituire informazioni al cervello; e non si fa nemmeno menzione del fatto che l'occhio guida la mano; perciò si dovrebbe piuttosto parlare di diversi circuiti di regolazione intrecciati tra loro) (5).

La produzione di utensili sempre più sofisticati si accompagna a un arricchimento di idee, forme, nella «testa» umana, insieme a un più di capacità di visualizzazione e di possibilità concrete di movimento. Da tutto questo segue un concepire l'agire tecnologico, sulla base del riconoscimento del ruolo della mano che inizia a fare il lavoro e trova poi modi diversi di disimpegno, come un fattore della «filogenesi umana», come un agente di effettivo condizionamento dello stesso circuito di regolazione tecno-umana. La potenza di vita che apre al «mondo» (tema caro, quello della Weltoffenheit, all'antropologia filosofica novecentesca) sta in prima battuta proprio nelle mani: è così che si riconduce la progressione dell'agire tecnologico alla costituzione organica dell'essere umano, rilevando però di quest'ultimo non tanto una «carenza» originaria quanto una forza essenziale da rivenire in primo luogo nella mano, in ciò che anima l'agire tecnologico consentendo alla nostra stessa «psiche» di trovare il fattore fondamentale per la complessificazione e l'approfondimento delle sue facoltà. Ancora con Popitz:

Le facoltà psichiche che guidano l'azione vengono prodotte e sfidate proprio dalle esperienze nell'agire tecnologico. Così, dal collegamento delle facoltà motorie della mano con le facoltà psichiche nella direzione dell'azione – come ad esempio dalla sempre più precisa coordinazione tra mano, occhi e cervello, facoltà di immaginazione e di esplorazione – sorge una nuova e assolutamente unica 'dimensione della relazione dell'uomo con il mondo': la dimensione della intelligenza produttiva (6).

La questione è sempre quella di come vivere nel mondo, per dirla ancora con Ingold, di come realizzare rapporti sempre più soddisfacenti soprattutto laddove l'intelligenza produttiva viene piegata a logiche di sopraffazione, di sfruttamento, contrassegnate dall'affermazione di tempi sempre più rapidi, veloci, per il raggiungimento dei fini prefissati. Tornando però all'agire tecnologico manuale, c'è da rimarcare come esso stia alla base e accompagni poi lo sviluppo variegato di quell'agire «intelligente», cognitivamente sofisticato, che si avvale proprio delle facoltà dell'esplorazione e della rappresentazione che si manifestano nell'azione primariamente tecnologica. Riassumendo: la mano è capace di più prestazioni, è l'organo che guida il contatto con la realtà nei suoi diversi aspetti, quello organico e quello inorganico; inoltre essa è sicuramente il medium decisivo che collega con il mondo l'essere umano e, insieme, permette a quest'ultimo di mettere in piedi una relazione con la propria stessa corporeità, tenendo ben fermo il fatto che l'azione di contatto è da distinguersi da qualsiasi altra esperienza tattile poiché in essa si concretizza una «duplice sensazione», che appare essere la premessa fondamentale del fenomeno essenziale di qualsiasi «esperienza riflessiva», vale a dire lo «sdoppiamento». La mano non è allora soltanto un «organo esplorativo» ma è anche un «organo riflessivo», che permette all'essere umano di «sentire» il proprio corpo. Complessivamente, la razionalità deriva dall'organo più versatile e attivo, a differenza dell'occhio e dell'orecchio, e tale motivo non va dimenticato anche quando si prende atto che la relazione del produrre con il corpo umano ha assunto oggi modalità che sono addirittura superate da altre espressioni dell'intelligenza produttiva. Popitz ha ancora delle osservazioni importanti laddove rileva come la mano abbia perso oggi il suo ruolo una volta dominante:

Certo, all'ombra della moderna tecnologia, si continua a lavorare con utensili: nelle botteghe artigiane, nei lavori domestici, nell'agricoltura e perfino in alcuni ambiti dell'industria. Alcune antichissime forme di strumenti e alcune antichissime operazioni non sono cambiate quasi per niente. Ma soprattutto, oggi come ieri, confidiamo nello strumento manuale laddove intendiamo produrre qualcosa di singolare e forse di creativo, come accade dipingendo e disegnando, nel bricolage, col giardinaggio e in cucine (…). Gli inizi dell'agire tecnologico sono ancora presenti e con questi il particolare sforzo e il particolare lavoro con i quali l'essere umano si è costruito una relazione originale con il mondo, presenti come esperienze possibili della intelligenza produttiva, in grado di penetrare nei corpi con la mano e con gli strumenti che questa utilizza (7).

Questo processo è quindi da assumersi anche sotto la veste di una perdita progressiva di specificità di ordine tecnico che sono di fatto riferibili a disposizioni di carattere organico (come nel caso della mano). Si ritorna così a una idea dell'essere umano come «naturalmente artificiale», oltre il motivo della «carenza», il che va poi a indicare un rapporto talmente stretto tra il corpo e la tecnica da poter arrivare a immaginare (ma poi ci pensa l'intelligenza produttiva e le sue caratterizzazioni di segno storico a rendere tutto estremamente concreto...) una destrutturazione/disattivazione parziale dell'organismo umano nel momento in cui la progressione tecnologica accelera il suo passo. Disattivazione che investe il corpo e ciò che si presenta come tecnologicamente utilizzabile nel momento in cui può essere appunto sostituito: altro motivo, quest'ultimo, riferibile al complesso variegato di figure e temi dell'antropologia filosofica novecentesca, assai meno monolitica, per non dire altro, rispetto a come frequentemente la si raffigura.


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Note

 

1Telmo Pievani, Imperfezione. Una storia naturale, Cortina, Milano, 2019, p.40.

2 Arnold Gehlen, Prospettive antropologiche, tr. di S. Cremaschi, presentazione di G. Poggi, il Mulino, Bologna, 1987, p.128

3 Heinrich Popitz, Verso una società artificiale, tr. di G. Auletta, prefazione di F. Ferrarotti, Editori Riuniti, Roma, 1996, p.37

4 Ivi, p.51

5 Ivi, p.5-3

6 Ivi, p.55

7 Ivi, p.57

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