L’eredità teorica di "Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo" di Raniero Panzieri

L’eredità teorica di "Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo" di Raniero Panzieri

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Per una demistificazione delle ideologie «oggettivistiche» e una prospettiva di democrazia socialista

Nell'ambito del cantiere ospitato dalla sezione formazione di Commonware e intitolato: «Per una critica dell'innovazione capitalistica. Scienza e tecnica tra storia, funzioni politiche e soggettività», pubblichiamo il contributo di Marco Cerotto che, riprendendo il pensiero di Raniero Panzieri, ci propone un'interessante analisi sul rapporto tra macchine, capitale, e tecnica.

1. Premessa

Questo contributo si propone di arricchire la discussione sulla tematica «tecnica e scienza nel capitalismo» avviata recentemente dalla rivista Commonware, attraverso l’analisi di uno degli scritti più importanti elaborati dalla produzione critica del neomarxismo italiano, la cui eredità teorica è tuttora rintracciabile negli sviluppi del modo di produzione del capitalismo odierno. Si tratta del noto testo Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, uscito sul primo numero dei «Quaderni rossi» nel 1961, il cui oggetto principale di ricerca risulta essere lo studio della nuova organizzazione produttiva, ovvero del «regime di fabbrica»1 affermatosi nel teatro italiano del nuovo modello di sviluppo: la Fiat di Torino.

Risulta necessario precisare che, nonostante il modo di produzione capitalistico abbia subito trasformazioni continue sino alla nostra contemporaneità, bisogna riconoscere il ruolo centrale che ricopre l’uso tecnologico e scientifico negli attuali rapporti di produzione della società post-industriale storicamente determinata e la radicale trasformazione che ha subito il soggetto produttore. A tal proposito, un’analisi approfondita sulle elaborazioni teoriche e sulle prospettive politiche della prima esperienza del neomarxismo italiano, da una parte cerca di cogliere negli sviluppi di questo dibattito un’importante e innovativa chiave di lettura dei mutamenti tecnologici avvenuti nella grande fabbrica industriale, dall’altra compensa il tentativo storiografico di individuare negli anni del boom economico l’antesignano della società tecnologica dominante al giorno d’oggi. Seguendo questo ragionamento, dunque, è possibile scorgere l’attualità delle dottrine neomarxiste affermatesi durante gli anni Sessanta e Settanta, le quali individuarono la pericolosità della nuova e sofisticata organizzazione produttiva nei confronti di una forza-lavoro dequalificata e perlopiù emigrata, fornendo contemporaneamente, e nelle diverse fasi di sviluppo, un’indicazione politica strategicamente fondata sulle potenzialità antagoniste della nuova soggettività emergente attraverso la costruzione di autentici momenti di democrazia diretta.

 

2. Tecnica e scienza nella fabbrica degli anni Sessanta: una lettura neomarxiana

 

Il recente dibattito su Raniero Panzieri, arricchito in occasione del centenario della sua nascita (1921-2021), ha avuto sicuramente il merito di approfondire la discussione sulle radici del neomarxismo italiano, analizzando nuovamente tematiche a lungo sottaciute e mai definitivamente chiarite dalla letteratura critica dei decenni passati.

L’attività teorica e politica di Raniero Panzieri, dunque, non ha bisogno, almeno in questa sede, di una presentazione dettagliata, quanto piuttosto di uno studio innovativo sulle elaborazioni critiche sul neocapitalismo e sulle indicazioni strategiche indirizzate al movimento operaio, in crisi dopo il biennio 1955-56 e isolato dall’offensiva della nuova organizzazione produttiva fondata su una moderna tecnologizzazione dei mezzi di produzione. Il saggio che ci proponiamo di presentare riveste un’importanza fondamentale per comprendere l’operazione panzieriana nei primi anni Sessanta, ma altresì per cogliere gli sviluppi del dibattito marxista italiano sul neocapitalismo.

È importante precisare che Panzieri si allontanò dai vertici dirigenziali del Partito socialista sul finire degli anni Cinquanta, quando appariva oramai chiara la prospettiva politica che avrebbe intrapreso il suo partito, e soprattutto dopo aver tentato di trascinare nuovamente le organizzazioni storiche del proletariato italiano su posizioni di sinistra. Infatti, l’incessante lavoro politico-culturale condotto durante il quadriennio 1953-57 sulle pagine dell’«Avanti!» e sulla rivista «Mondo Operaio», con la massiccia partecipazione dei cosiddetti «marxisti critici», puntava a sviluppare una discussione collettiva sul nuovo modo di produzione e sulle eventuali strategie politiche rivolte ad una nuova classe operaia forgiata dal neocapitalismo. Di questo immenso e proficuo dibattito sono noti, in particolare, gli scritti di Vittorio Foa, «Il neocapitalismo è una realtà» (maggio 1957), di Panzieri, «Capitalismo contemporaneo e controllo operaio» (dicembre 1957) e infine le «Sette tesi sulla questione del controllo operaio», scritte da Panzieri e Libertini nel febbraio 1958. Le tematiche discusse dal neomarxismo in fieri criticavano il notevole ritardo del movimento operaio nel riconoscere la presenza di un nuovo modello di sviluppo, dal momento che insisteva prettamente sulla presenza di un «capitalismo straccione»2 e sulla conseguente necessità del socialismo concepito come meta finale di un processo storico deterministico, ma soprattutto rivolgevano la loro critica alla concezione assunta dogmaticamente dal marxismo teorico sulla nuova organizzazione produttiva, fondata sull’esaltazione della tecnologia di fabbrica e dei mezzi di produzione automatizzatisi, in quanto avrebbero assicurato un generale miglioramento per la classe operaia tout court sia all’interno della struttura produttiva, sia nella sfera sociale.

In questo scenario teoricamente e politicamente desolante per il movimento operaio, Panzieri si trasferisce a Torino nel 1959 e due anni più tardi fonderà la rivista dei «Quaderni rossi», prima esperienza del neomarxismo italiano, la quale coinvolse numerose personalità del movimento operaio intenzionate a sviluppare una strategia anticapitalista in fabbrica. La rivista ebbe soprattutto il merito di esporre all’attenzione del dibattito marxista italiano le problematicità della nuova organizzazione produttiva e la conseguente fagocitazione del lavoro vivo nella complessità dei mezzi di produzione completamente automatizzatisi. Se il primo numero dei «Quaderni rossi» si propone di velocizzare la cosiddetta «svolta»3 della Cgil, bisogna ugualmente riconoscere che il saggio di Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, rappresenta la proposta «teorico-politica»4 della rivista di classe fondata a Torino, la quale rifletteva le esigenze di un profondo rinnovamento teorico espresso dal neomarxismo delle «nazioni europee filosoficamente più significative»5, distinguendosi tuttavia dalle altre produzioni critiche per la costante attenzione dedicata al lavoro vivo, ovvero alle potenzialità antagoniste della soggettività emergente negli sviluppi neocapitalisti e per la ricerca di una strategia politica imperniata sulla democrazia diretta.

Concentrando l’attenzione sul saggio che ci proponiamo di analizzare, chiariamo anzitutto che quando Panzieri scriveva che «la tecnologia incorporata nel sistema capitalistico insieme distrugge il vecchio sistema della divisione del lavoro e lo consolida sistematicamente quale mezzo di sfruttamento della forza-lavoro in una forma ancora più schifosa»6, rivolgeva interamente la sua critica al marxismo ortodosso del movimento operaio, che aveva elaborato una lettura dell’uso dei mezzi tecnologici e scientifici della nuova fabbrica piuttosto dissonante rispetto a quella emersa sul primo «Quaderno», concependo siffatta organizzazione come propedeutica ad un reale superamento del sistema capitalistico «autarchico» e «vivente ai margini del mondo moderno»7 caratterizzante i decenni passati. Secondo la lettura di Panzieri, questa fase storica corrispondeva a quel processo in cui l’introduzione della tecnologia su vasta scala si presentava come modello di sviluppo della grande fabbrica, la cui organizzazione appariva come forma di rottura totale rispetto a quella precedente, fondata appunto sulla manifattura, e incidendo in modo completamente diverso sulla forza-lavoro. Infatti, l’operaio finiva per perdere le abilità lavorative perfezionate nel tempo per «servire una macchina parziale», subendo una reificazione totale, senza precedenti storici, nel processo produttivo, che rifletteva incondizionatamente la sua dipendenza assoluta all’autorità, al «dispotismo» scrive Panzieri, del capitalista8. Con l’introduzione delle macchine tecnologiche si completava quel processo di «svalorizzazione della forza-lavoro individuale»9, a tal punto che la potenza intellettuale operaia veniva fagocitata dal processo di produzione che, eseguito dalle macchine, si realizzava come un’autentica contrapposizione al lavoro vivo dell’operaio, manifestando esclusivamente il potere del capitalista e dei mezzi di produzione che apparivano come una proprietà del capitale contrapposta alla forza-lavoro. Seguendo il ragionamento di Panzieri, emerge che nella «applicazione capitalistica del macchinario, nel moderno sistema di fabbrica l’automa stesso è il soggetto, e gli operai sono coordinati ai suoi organi incoscienti solo quali organi coscienti e insieme a quelli sono subordinati a quella forza motrice centrale»10. Pertanto, l’analisi panzieriana puntava a riconoscere l’appropriazione capitalistica della tecnica e della scienza nel processo produttivo diretto, riflessione esplicita del «potere del padrone», e contemporaneamente intendeva demistificare le cosiddette ideologie «oggettivistiche» del movimento operaio, le quali avevano sviluppato una visione «tecnologico-idilliaca»11 nei confronti del nuovo modello di sviluppo fordista.

A tal proposito, osserviamo come il saggio di Panzieri prosegua nell’intento di confutare le «cristallizzazioni ideologiche»12 delle organizzazioni storiche del proletariato italiano, dal momento che impedivano un funzionale sviluppo di una strategia realmente anticapitalistica. Panzieri prende in considerazione la discussione del 1956 avvenuta all’Istituto Gramsci, che riporta il titolo: «Le trasformazioni tecniche e organizzative e le modificazioni del rapporto di lavoro nelle fabbriche italiane». In particolare, focalizza la sua critica sulla relazione di Silvio Leonardi: «Progresso tecnico e rapporti di lavoro», poiché rifletteva la concezione generalizzata del movimento operaio sulla fabbrica tecnologica, in quanto questa moderna organizzazione produttiva veniva interpretata come una «fase di passaggio, dolorosa ma necessaria»13 per l’affermazione di un godimento universale dellla classe operaia, non solo nella sfera chiusa della fabbrica ma anche all’esterno, nella società. Il progresso tecnico veniva interpretato come indipendente dall’uso capitalistico che se ne faceva e quindi come rispondente a «proprie leggi oggettivamente valide» che rendevano irrilevante la capacità umana di operare poiché il soggetto operante ne determinava soltanto l’uso a posteriori. Dal momento in cui la tecnologia assumeva una funzione liberatrice, perché agiva come rimedio alle fatiche della classe operaia, Leonardi rilanciava assegnando agli operai il ruolo di ferventi paladini del progresso tecnico per poterlo così tradurre in progresso sociale, racchiudendo coerentemente quelle riflessioni dei marxisti gravitanti attorno all’area del movimento operaio. Panzieri, invece, riportando Marx nel vivo del neocapitalismo italiano, asseriva che l’introduzione delle macchine tecnologiche all’interno del processo produttivo non avrebbe condotto ad un reale miglioramento della condizione operaia, ma veniva considerata invece come un fenomeno in grado di svelare il dispotismo del capitale e l’integrazione moderna che subiva la forza-lavoro, nella misura in cui, perdendo ogni abilità lavorativa, degradava alla mera funzione di «sorveglianza di un macchinario a lei estraneo»14 regolante semplicemente tempi e metodi produttivi. Se è vero per una parte, come dichiaravano i marxisti teorici delle organizzazioni operaie, che con la nuova tecnologia di fabbrica gli operai traevano benefici prima d’ora sconosciuti, è altrettanto vero che con i nuovi metodi lavorativi la macchina semplificava notevolmente il lavoro dell’operaio rendendolo un semplice ingranaggio del processo produttivo, in quanto - citando direttamente Marx - «non è l’operaio ad adoperare la condizione del lavoro ma, viceversa, la condizione del lavoro ad adoperare l’operaio», fenomeno ritenuto intrinseco a tutta la produzione capitalistica, ma che assumeva «una realtà tecnicamente evidente»15 solamente con la fabbrica automatizza.

Strettamente connesso con l’uso capitalistico delle macchine e col potere sempre più autoritario concentrato nella figura del capitalista, emergeva il tema della programmazione, la quale veniva compresa come funzionale all’affermazione del capitale che agiva «come privato legislatore», poiché con la pianificazione intendeva mostrare chiaramente il suo carattere dispotico. Il neocapitalismo sembrava coincidere con la lezione marxiana sulla progressiva tendenza del capitale a perfezionare un autentico «regime di fabbrica», dal momento che con gli sviluppi della fabbrica neocapitalistica venivano incorporati nel capitale non solo le macchine, ma anche l’intera organizzazione produttiva che si realizzava come piano del capitale. Da questo giudizio critico al sistema di fabbrica, Panzieri esprimeva la sua contrarietà nei riguardi dell’apologetica tecnologica e della consapevolezza produttiva operaia che, esaltata dal marxismo teorico delle organizzazioni operaie, veniva demistificata dall’analisi panzieriana, in quanto il coinvolgimento diretto della forza-lavoro al piano del capitale e alla sua organizzazione politica avrebbe comportato una radicale alienazione della classe operaia.

Inoltre, dall’analisi panzieriana emergeva una posizione fortemente critica, oltreché nei confronti dell’impreparazione teorica del movimento operaio, specialmente riguardo alla strategia politica delle organizzazioni di classe, e venivano definite «reazionarie» tutte quelle ideologie «oggettivistiche» che consideravano siffatti processi come una «fatalità tecnologica», cioè come sviluppo di una «oggettiva razionalità»16, avanzando un’alternativa operaia fondata sull’uso socialista delle macchine. La richiesta salariale, infatti, veniva aspramente criticata dal fondatore dei «Qr» che, riattualizzando Marx - e in particolare il Marx di Lavoro salariato e capitale - asseriva che l’aumento salariale era un fenomeno lucidamente previsto dal filosofo di Treviri, che lo considerava anzi connaturato al processo capitalistico e al progresso tecnologico, generante un aumento oltre che del salario nominale soprattutto di quello reale. La lettura marxiana, secondo Panzieri, tuonava prepotentemente nel pieno del «miracolo economico» e del riformismo del centro-sinistra, laddove col verificarsi dell’accumulazione e concentrazione del capitale corrispondeva un effettivo e generalizzato miglioramento per la classe operaia, che però equivaleva a un aumento della sua dipendenza dal capitale. Infatti, come scriveva precisamente Panzieri, «nella misura in cui migliora la situazione materiale dell’operaio, peggiora la sua situazione sociale, si approfondisce l’abisso sociale che lo separa dal capitalista»17. Le conclusioni a cui giungeva Panzieri sconvolgevano non solo le strategie del movimento operaio, ma soprattutto quello che veniva considerato come il patrimonio storico conquistato dagli organismi della classe operaia dal secondo dopoguerra e che rappresentava, secondo i protagonisti, la più grande novità teorico-politica per l’affermazione del socialismo nei paesi a capitalismo maturo. Panzieri, invece, scriveva convintamente che la strategia delle riforme di struttura non prevedeva un intervento diretto nella sfera produttiva, escludendo quindi la rottura rivoluzionaria del sistema e favorendo «soltanto catene più dorate per tutta la classe operaia», per cui concludeva rilanciando una proposta di potere gestionale che investisse alla radice il dispotismo capitalistico. La lettura panzieriana si configurava, in definitiva, come un attrattivo schema interpretativo dei processi strutturali del neocapitalismo che irrompeva in un clima denso di ortodossia e impreparazione teorica, per fronteggiare adeguatamente gli sconvolgimenti degli anni Sessanta, demistificando le concezioni neutrali sulla scienza e sulla tecnica diffuse in quel periodo e proponendo all’attenzione del dibattito marxista un’analisi neomarxiana sulla trasformazione che subiva la «figura del produttore»18.

 

3. La prospettiva del controllo operaio e la ricerca di una democrazia socialista

Infine, è utile dedicare l’attenzione ad un’ulteriore tematica che riveste un’importanza straordinaria per la comprensione del pensiero politico di Panzieri, ovvero la strategia del controllo operaio, la quale risulta funzionale per lo sviluppo di una prospettiva di democrazia socialista durante gli anni del neocapitalismo italiano. A tal proposito, conviene brevemente fare riferimento alla formazione politico-culturale dell’intellettuale socialista, poiché se è vero che il filosofo Galvano Della Volpe risulta essere il magister politicus dei neomarxisti italiani, come le numerosi fonti hanno documentato19, è altrettanto vero che il dirigente socialista Rodolfo Morandi ricopre una funzione fondamentale per la biografia politica di Panzieri. Morandi, infatti, ha il duplice merito di proiettarlo pienamente nell’attività politica dei partiti della classe operaia, inserendolo nel clima della Realpolitik dei difficili anni della «guerra civile fredda»20, e di indurlo, infine, agli studi socialisti sulla democrazia diretta. Panzieri mutua da Morandi sia la predilezione verso le istanze consiliariste, sia, e strettamente connesso, il convincimento dell’idoneità del partito-strumento, la cui concezione contrastava nettamente con quella del partito-guida di origine terzinternazionalista, e comunista.

La strategia del controllo operaio è presente negli scritti panzieriani sin dall’immediato exploit della crisi del biennio 1955-56, come valida alternativa alla scelta riformista che sembrava essere «la vera vincitrice della crisi del ’56»21, secondo il giudizio di Mancini. Nel primo numero dei «Quaderni rossi», la prospettiva gestionale veniva considerata una strategia capace di investire alla radice il dispotismo capitalistico, soprattutto perché essa avrebbe dovuto differenziarsi completamente dalla recente esperienza dei Consigli di gestione, i quali avevano subordinato la prospettiva del potere e dell’autogestione socialista all’elemento collaborazionista. Diversamente, l’indicazione panzieriana prevedeva la costituzione di un radicato potere operaio nella gestione dei mezzi di produzione e la conseguente affermazione di un dualismo di potere funzionale alla lotta anticapitalistica, rappresentante una «versione non mistificata, una linea politica immediata alternativa a quelle proposte attualmente dai partiti di classe», che infine si sarebbe tradotta in una strategia in grado di esercitare la «massima pressione sul potere capitalistico»22. Questo ragionamento conduce ad avviare un’indagine sull’operazione squisitamente politica che Panzieri assegnò alla rivista dei «Quaderni rossi», il cui compito principale era quello di assumere una funzione collegante tra le esigenze della nuova classe operaia e la prospettiva politica anticapitalista delle organizzazioni storiche del movimento operaio: i «Qr» come trait d’union tra il nuovo proletariato industriale e il sindacato della Cgil.

Se la lettura panzieriana dei mutamenti tecnologici avvenuti nella grande fabbrica, con la conseguente pianificazione capitalista, si contraddistingueva per essere uno schema interpretativo aperto, indagante sull’evoluzione del modo di produzione dei primi anni Sessanta, bisogna altresì riconoscere la medesima funzione per la prospettiva politica gestionale. Infatti, per evitare di scadere in formule astratte e meramente intellettuali, la prospettiva del controllo operaio risulta piuttosto un’indicazione strategica per lo sviluppo di una linea politica seriamente anticapitalistica affinché non venisse perseguita unicamente la via parlamentare, la quale avrebbe rivelato la propria caducità con gli sviluppi politici del neocapitalismo, ossia con la formazione dei primi governi di centro-sinistra, che posero la questione della programmazione economica tra le priorità del nuovo governo. Ad avvalorare questa tesi contribuisce la problematicità del modus applicandi del controllo operaio esposta da Panzieri ai «compagni de l’Unità», nello scritto «La discussione sul problema del controllo operaio. Un dibattito su l’Unità», apparso nel settembre 1958 e che risultava essere ancora il proseguimento della discussione iniziata con la pubblicazione delle «Tesi» in quello stesso anno. In questo articolo Panzieri formulava le ambiguità da risolvere collettivamente, ovvero attraverso l’elaborazione dell’«intellettuale collettivo», per l’attuazione di una strategia di democrazia operaia all’interno delle strutture produttive, chiedendo se questa potesse concretizzarsi «rivendicando maggiori poteri alle Commissioni interne», oppure con le «Conferenze di produzione». Non avendo soluzioni prontamente elaborate, Panzieri non escludeva «nessuna via, nessuna forma»23, ma anzi considerava la strada della lotta operaia l’unica che avrebbe svelato i concreti sviluppi della lotta di classe negli anni nuovi del neocapitalismo.

Rispetto alla pubblicazione delle «Sette tesi», la situazione a Torino nel 1961 appariva sensibilmente diversa, perché da una parte la lotta operaia sollecitava le organizzazioni di sinistra ad intraprendere un percorso diverso, da un’altra, invece, il dibattito teorico e le possibili scelte politiche del sindacato della Cgil apparivano in continuo mutamento. A tal proposito, risulta fondamentale tenere presente le prospettive che si stavano sviluppando all’interno del sindacato durante i primi anni Sessanta, le quali rispecchiavano un percorso nuovo apertosi dopo il “nostro indimenticabile 1955” alla Fiat. Ricordiamo brevemente che sin dai primi anni Cinquanta, il sindacato era stato quasi completamente arginato dalle principali decisioni aziendali volte a pianificare una nuova fase del processo produttivo, come testimoniano le numerose fonti storiografiche. In particolare, gli studi condotti da Aurelio Lepre conducono a constatare che se è vero, per una parte, che la politica della Cgil nelle fabbriche risultò inefficace in questi anni di transizione, è altrettanto vero, per un’altra, che la linea aziendale della Fiat puntava a condurre una vera e propria offensiva repressiva nei confronti della Fiom, la federazione degli operai metallurgici e meccanici appartenente alla Cgil, giungendo persino a costituire, tra il settembre e l’ottobre 1953, dei «tribunali di fabbrica»24 che avevano il compito di giudicare gli operai denunciati dai sorveglianti sia per scarso rendimento, sia per organizzazione di scioperi: la sconfitta della Cgil nel 1955 alla Fiat contribuì ad aggravare ulteriormente la situazione del movimento operaio italiano.

La Cgil reagì immediatamente a questa sconfitta storica, convocando il congresso romano del ’56, il IV, nel quale venne votata all’unanimità la risoluzione finale che inquadrava nelle parole d’ordine del «ritorno in fabbrica» la nuova politica sindacale. Nel 1960, invece, si svolse il V Congresso della Cgil, che si tenne a Milano in aprile e la cui risoluzione finale riconfermò la linea del precedente congresso romano del 1956, ruotante attorno alle parole d’ordine del «ritorno alla fabbrica» promosse principalmente da Vittorio Foa e Bruno Trentin. Tuttavia, la lotta in fabbrica per la Cgil si tradusse nell’elaborazione di una strategia prettamente salariale, vale a dire nello sviluppo di una politica basata sulla contrattazione articolata, dalla quale emersero comunque i primi segnali di validità, quando, sul finire di quello stesso anno, la vertenza degli elettromeccanici milanesi si concluse con l’ottenimento di numerosi accordi vantaggiosi. Un attento osservatore come Panzieri, nonostante l’entusiasmo scaturito dalla nuova linea sindacale e dalle sollevazioni operaie, noterà che queste «rivendicazioni sono sempre del tipo vecchio» ed evadono la delicata questione dei «termini di potere» per la classe operaia nella sfera produttiva. In questo intervento, pronunciato a giugno, Panzieri ribadiva che «solo il sindacato» possedeva delle concrete potenzialità per «operare un rinnovamento reale» all’interno del movimento operaio, soprattutto se avesse puntato a sindacalizzare la «parte non organizzata»25 dei lavoratori, i quali paradossalmente avevano assunto un ruolo di avanguardia negli ultimi scioperi scoppiati nei principali stabilimenti industriali, in particolare alla Fiat. Come aveva afferrato Panzieri, la Cgil aveva realmente intrapreso un percorso diverso dopo gli importanti esiti congressuali del ’56 e del ’60, seppur ereditando ancora diversi limiti politici scaturiti dai difficili anni della crisi staliniana e dell’offensiva neocapitalista, secondo la lettura di diversi dirigenti sindacali. Sicuramente, uno dei problemi principali risiedeva nella visione contraddittoria del «ritorno alla fabbrica», poiché si basava sulla strategia salariale e contrattuale che puntava a migliorare la condizione della classe operaia all’interno del modo di produzione capitalistico, finendo per assolvere una funzione stabilizzatrice per l’affermazione della fase nuova del sistema economico, come già precisato.

La prospettiva politica panzieriana, dunque, con il coinvolgimento di importanti personalità politiche appartenenti al sindacato e alla Camera del lavoro torinese, puntava a far assumere alla Cgil una posizione classista negli sviluppi neocapitalisti, avviando la costituzione di autentici momenti gestionali propedeutici alla fondazione di una democrazia socialista all’interno delle strutture produttive. Sappiamo, però, che i primi contrasti tra la redazione dei «Quaderni rossi» e gli esponenti sindacali, sorti all’indomani del tentativo di organizzare uno sciopero alla Fiat Ferriere nel 1961 e ampliatisi notevolmente dopo i fatti di piazza Statuto del 1962, condussero ad una definitiva rottura tra gli intellettuali della rivista torinese e i dirigenti sindacali che avevano collaborato alla stesura del primo numero, i quali subirono numerose e continue pressioni dai vertici dei partiti di sinistra26.

Le conclusioni di questo contributo intendono definire la complessità del pensiero teorico di Panzieri, concernente l’uso della tecnologia e della scienza annesso al modo di produzione capitalistico negli anni del boom, e contemporaneamente soffermarsi sulla prospettiva politica delineata dal saggio che apriva il primo numero dei «Quaderni», contenente l’indicazione del controllo operaio. Il merito dell’intellettuale e dirigente socialista è sicuramente quello di demistificare le ideologie «oggettivistiche» del movimento operaio, da un punto di vista strettamente teorico, e indicare una valida prospettiva politica, quale la gestione socialista dei mezzi di produzione, per uscire dall’impasse scaturita dall’offensiva neocapitalista e sofferta tremendamente dal sindacato della Cgil. In definitiva, si tratta di chiarire se l’indicazione politica panzieriana si fondava sulla volontà di elaborare una nuova strategia con il diretto coinvolgimento del sindacato, e se infine questa possa essere considerata la più grande novità teorica e politica del neomarxismo italiano nei confronti delle pratiche di lotta sperimentate durante il biennio rosso del 1968-69. Il controllo operaio, l’autogestione socialista dei mezzi di produzione si configurano tuttora come un valido e alternativo modello di sviluppo economico e sociale, tendente a contrastare l’appropriazione dell’immensa ricchezza generata dalla sofisticata organizzazione produttiva, imperniata sulla tecnologizzazione totale dei processi produttivi. Per enfatizzare l’eredità del pensiero politico di Panzieri, ci proponiamo di riportare una parte della Postilla (agosto 2003) del celebre romanzo Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, sottolineando l’importanza di una tematica decisamente attuale negli sviluppi della società occidentale post-industriale, i cui recenti processi hanno concorso a trasformare completamente l’organizzazione della produzione e la figura del soggetto produttore, generando l’esistenza di disparate raffigurazioni sociali di lavoro-vivo dalle quali estrarre costantemente e metodicamente plusvalore.


 

Sempre più l’automatizzazione della produzione, e più in generale la possibilità di affidare alle macchine e ai computer pressoché ogni tipo di lavorazione e di attività, richiede quantità irrisorie di forza-lavoro umana. Perché dunque tutti non dovrebbero poter approfittare della ricchezza prodotta dalle macchine e del tempo liberato dal lavoro? […] Una nuova epoca attende l’umanità, liberata dal ricatto e dalla sofferenza del lavoro, che ruba e degrada il tempo della vita, dalla schiavitù del denaro, sempre più nelle mani di pochi, mentre esistono le possibilità reali per un benessere diffuso e generale. Questo ha significato e potrà significare ancora oggi e domani l’antico grido Vogliamo tutto!27.


 

1 M. Cacciari, Note intorno a «sull’uso capitalistico delle macchine» di Raniero Panzieri, in «aut-aut», n. 149/150, 1975, p. 187.

2 V. Foa - C. Ginzburg, Un dialogo, in M. Scotti, Da sinistra. Intellettuali, Partito socialista italiano e organizzazione della cultura (1953-1960), Ediesse, Roma, 2011, p. 313.

3 G. Trotta - F. Milana, Agli inizi, in L’operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia», Roma, DeriveApprodi, 2008, p. 74.

4 M. Cacciari, op. cit., p. 183.

5 G. Cesarale, Filosofia e capitalismo. Hegel, Marx e le teorie contemporanee, Manifestolibri, Roma, 2012, p. 86.

6 R. Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, in «Quaderni rossi» n. 1, Milano, 1970, p. 54.

7 G. Tamburrano, Cronaca e storia del centro-sinistra, Milano, Rizzoli, 1990, p. 78.

8 R. Panzieri, op. cit., p. 54.

9 M. Cacciari, op. cit., p. 185.

10 R. Panzieri, op. cit., p. 55.

11 Ivi, p. 59.

12 Ivi, p. 57.

13 Ibidem.

14 S. Mancini, Socialismo e democrazia diretta. Introduzione a Raniero Panzieri, Dedalo libri, Bari, p. 70.

15 Raniero Panzieri, op. cit., p. 55.

16 M. Cacciari, op. cit., p. 188.

17 R. Panzieri, op. cit., p. 64.

18 A. Negri, Ambiguità di Panzieri?, in «aut-aut», n. 149/150, 1975, p. 145.

19 Tra queste citiamo il saggio di M. Fugazza, Dellavolpismo e nuova sinistra. Sul rapporto tra i «Quaderni rossi» e il marxismo teorico, in «aut-aut», n. 149/150, 1975; ma anche M. Alcaro, Dellavolpismo e nuova sinistra, Dedalo libri, Bari, 1977; S. Mancini, Socialismo e democrazia diretta. Introduzione a Raniero Panzieri, Dedalo Libri, Bari, 1977.

20 A. Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 2003, Il Mulino, Bologna (I ed. 1993) 2004, p. 119.

21 S. Mancini, op. cit., p. 77.

22 R. Panzieri, op. cit., p. 71.

23 R. Panzieri, La crisi del movimento operaio. Scritti interventi lettere, 1956-1960, a cura di, D. Lanzardo e G. Pirelli, Lampugnani Nigri editore, Milano, 1973, 175.

24 A. Lepre, op. cit., p. 173.

25 R. Panzieri, Intervento sui temi per il congresso della Cgil, in La ripresa del marxismo-leninismo in Italia, a cura di D. Lanzardo, Sapere Edizioni, Milano, 1972, pp. 115-116.

26 Si veda lo studio di M. Scavino, Potere operaio. La storia, La teoria, volume I, DeriveApprodi, Roma, 2018.

In particolare il primo capitolo, L’apprendistato degli anni Sessanta, pp. 31-98.

27 N. Balestrini, Postilla (agosto 2003), in Vogliamo tutto, Roma, DeriveApprodi, (I ed. 2004) 2019, p. 190.

 

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