La tecnologia e il suo ‘altro’

La tecnologia e il suo ‘altro’

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Il testo che pubblichiamo è il secondo contributo per il cantiere ospitato dalla sezione formazione di Commonware e intitolato: «Per una critica dell'innovazione capitalistica. Scienza e tecnica tra storia, funzioni politiche e soggettività». Andrea Cengia si interroga sulle continuità e discontinuità che hanno accompagnato la  relazione tra tecnologica e modo di produzione capitalistico.

 

«È noto che l'applicazione delle scienze alla produzione si inizia col capitalismo stesso, il quale perviene ad una loro totale subordinazione nella grande industria».

Romano Alquati (1)

 

«Il n'y a pas de route royale pour la science et ceux-là seulement ont chance d'arriver à ses sommets lumineux qui ne craignent pas de se fatiguer à gravir ses sentiers escarpés»

Karl Marx (2)


 

L’indagine sulla relazione tra tecnologia e modo di produzione capitalistico parte qui dalla considerazione che il loro legame risulta tutt’altro che lineare, progressivo e ‘pacificato’ come vorrebbero alcune interpretazioni (3). Al di là degli elementi di rottura, generati dalle trasformazioni tecnologiche e produttive, è tuttavia legittimo chiedersi se non siano presenti elementi di continuità profondi e problematici tra ciò che viene retoricamente descritto come il superamento di un universo sociale passato e l’approdo a un futuro di liberazione sociale per via tecnologica. Il punto da cui si vuole osservare il fenomeno è quello che trae le sue categorie fondamentali dalla riflessione marxiana. Grazie ad essa si cercheranno di precisare i tratti e la complessità del modo di produzione all’interno del quale la tecnologia (4) ha assunto, non di rado, i significati di innovazione, accelerazione, produttività, sviluppo. Tutte queste accezioni, alla luce della riflessione marxiana, si mostrano come concetti altamente problematici. Se il rapporto tra tecnologia e modo di produzione va colto in forma determinata, allora diventa essenziale indagarne il momento genetico. Sorge qui un problema che è destinato ad influire sull’intero arco della ricostruzione che si vuole proporre. Se il modo di produzione capitalistico vede la sua affermazione peculiare grazie alla repentina immissione di tecnologia nella grande industria, basta questo passaggio a stigmatizzare il tratto di rottura dal proprio passato precapitalistico? Oppure, pur nella rottura, permangono connessioni stratificate tra modi di produrre a bassa tecnologia e quelli ad alta tecnologia?

Un “pre” problematico

Non si tratta ovviamente di contestare il carattere di assoluta novità che caratterizza l’irrompere del modo di produzione capitalistico. La forza del suo dispiegamento è così evidente da rideterminare le relazioni tra individui secondo il parametro prevalente del «freddo pagamento in contanti» (5), come ricorda la straordinaria sintesi di Marx e Engels nel Manifesto. Tuttavia, il carattere di rottura prodotto dal modo di produzione capitalistico merita di essere osservato con maggiore attenzione, poiché nelle forme del suo affermarsi, sono presenti alcuni elementi che possono contribuire a far chiarezza sulla relazione tra tecnologia e modo di produzione. Si tratta di uno sguardo genetico volto a cogliere le modalità in cui le innovazioni tecnologiche si inseriscono in un tessuto di relazioni sistematico. Tale oggetto di studio è così significativo che Marx lo affronta in più occasioni  (6). Ad esempio, è da notare come egli, pur non descrivendo ancora il modo di produzione capitalistico, ponga attenzione alla pluralità e alla flessibilità dei processi di trasformazione sociale, non solo quelli di meccanica successione (7). Se ciò avviene in contesti precapitalistici è possibile che anche nel modo di produzione capitalistico possa essere visto come luogo del combinarsi di più forme produttive. Inoltre, nella celebre Prefazione a Per la critica dell’economia politica del 1859 Marx afferma che: «una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza» (8). Vale a dire che il rapporto di ‘successione’ tra forme storiche sembra strutturarsi su livelli, al tempo stesso, di discontinuità e di continuità. L’interesse di Marx è meno rivolto a una precisa successione cronologica e si concentra piuttosto sulla «evoluzione in senso generale» (9). La trasformazione generale delle forme sociali di produzione porta all’approdo nel modo di produzione capitalistico. Si tratta di una destinazione caratterizzata da un lato dall’accrescimento delle forze produttive e dall’altro lato da una tensione, da un «antagonismo» (10), che riguarda le forze produttive sociali e le «condizioni di vita» (11). Marx, tuttavia, è qui convinto che il passaggio al modo di produzione capitalistico rappresenti comunque una svolta in quanto «con questa formazione sociale si chiude […] la preistoria della società umana» (12). Paragonando le formazioni sociali precedenti e quella esplosa in tutta la sua forza nell’Inghilterra del XIX secolo, Marx segnala che il modo «borghese moderno» marca «il progresso della formazione economica della società» (13).

Continuità nella discontinuità

Lasciando ad un secondo momento le riflessioni sul ‘progresso’ rappresentato dal modo sociale borghese moderno (14), si ritiene utile riflettere sul legame tra rottura e continuità, un asse teorico che risulta tanto ricco quanto problematico. Il tipo di livello tecnologico sembra essere uno dei punti da cui emerge la differenza specifica del modo di produzione capitalistico dalle forme precapitalistiche in quanto queste formazioni sociali si caratterizzano anche per una instabilità del progresso tecnologico (15). Al contrario, nel caso della formazione sociale capitalistica, come già affermato nella Einleitung del 1857, Marx ne rimarca la forza dirompente. La grande industria, la scienza, le macchine mostrano senza appello la forza trasformativa della nuova forma di relazioni sociali raffigurata nella grande industria. Tuttavia, enfatizzando gli elementi di rottura con il passato, questa lettura corre il rischio di interpretare il capitale come forza prometeicamente (16) senza limiti (17). L’accento posto da Marx sul carattere di discontinuità, tratto che rimane costante nei Grundrisse anche rispetto alla concettualizzazione del capitale come capitale generale, rappresenta quindi il «fulcro» (18) del suo ragionamento. Quest’ultimo ha come destinazione l’analisi del «ruolo sovversivo» (19) quello esercitato storicamente dal capitale.

Occorre attendere la riflessione attorno ai tre libri del Capitale perché, a fianco di questa lettura, ne emerga una significativa integrazione. La maturazione della riflessione marxiana oltre i Grundrisse, ma a partire dai risultati ottenuti su questo piano, si precisa e si problematizza prendendo la forma del Libro I del Capitale e dei manoscritti che Engels pubblicherà come Libro III del Capitale. Si tratta di un punto centrale in quanto Marx riesce a porre il rapporto problematico tra valorizzazione, lavoro-vivo e innovazione tecnologica. Di conseguenza scivola sullo sfondo il tema stadiale della dicotomia precapitalismo-capitalismo. Il processo storico e teorico studiato da Marx mostra in ogni direzione articolazioni di significati che lo rendono un oggetto molto complesso da analizzare. Il tema del processo di lavoro e delle sue implicazioni tecnologiche ne è lo sfondo. Ritorna tutta l’articolazione del fenomeno studiato, fatto di rotture e continuità che convivono nel medesimo processo. È su questo punto che la riflessione sulla tecnologia si innesta non in forma astratta, ma come strumento interno al processo di produzione. Se la contaminazione tra passato precapitalistico e presente capitalistico, e la conseguente messa a sistema, assume la forma molteplice di linee di continuità e di rottura, questo avviene perché «il modo di produzione capitalistico non produce dal nulla i propri presupposti. Esso alimenta di elementi esterni/interni scanditi da temporalità storiche che esso cerca di sincronizzare» (20). In che cosa consiste la sincronizzazione? Essa si dà nella forma della temporalità del lavoro socialmente necessario (21). Si tratta di uno degli aspetti fondamentali che qui si vuole affrontare (22). La lettura di Tomba problematizza un aspetto della temporalità che risulta particolarmente importante rispetto al piano dell’analisi del rapporto tra capitale-società-tecnologia. Afferma infatti Tomba che il processo di sincronizzazione prevede la presenza di multiformi anacronismi, che devono essere interpretati «sia tempi non sincronizzati dalla macchina capitalistica, sia come controtempi operai» (23).

Partiamo dal primo punto: la sincronizzazione operata dalla macchina capitalistica. Per Marx un ruolo determinante è giocato dalla tecnologia e dall’introduzione delle macchine. Nel Capitale Marx illustra il passaggio al modo di produzione capitalistico anche come una trasformazione delle basi tecniche. Queste ultime non vengono lette in astratto, ma nella loro determinazione in rapporto al lavoro vivo. «Ogni volta che viene esercitata la produzione di merci viene contemporaneamente esercitato lo sfruttamento della forza-lavoro; ma soltanto la produzione capitalistica di merci diviene un modo di sfruttamento che fa epoca, il quale nel suo successivo sviluppo storico, attraverso l'organizzazione del processo lavorativo ed il gigantesco progresso della tecnica, sovverte l'intera struttura economica della società e si lascia enormemente indietro tutte le epoche precedenti» (24). Qui Marx insiste ancora sull’aspetto di rottura rappresentato dal capitalismo. Nel capitolo 13 del Libro I del Capitale la superba descrizione della ‘novità’ del nuovo modo di produzione mostra tuttavia un aspetto differente. In particolare, Marx denuncia come quest’ultimo mantenga sistematicamente un contatto con forme di sfruttamento antiquate, anacronistiche rispetto alla grande industria. Almeno un tratto delle forme precapitalistiche di sfruttamento permane nel successivo modo di produzione, nonostante il carattere di novità che lo qualifica e nonostante quindi la considerazione che «il macchinario rivoluziona a fondo la mediazione formale del rapporto capitalistico» (25). Infatti, questa rivoluzione non impedisce l’impiego di fanciulli e di donne, queste ultime «spesso legate con uomini» (26), nelle miniere di carbone, oppure il loro uso «invece di cavalli»27. Perché il loro uso viene preferito alle grandi energie addomesticate dalla scienza e rese disponibili al processo di produzione? Il fatto si spiega solo con il codice morale del «libro mastro» (28) del capitale. Le innovazioni tecnologiche non sono impiegate fintantoché conviene di più pagare i wretch, i miserabili, per lavori in cui le macchine avrebbero un costo troppo elevato. La denuncia di Marx mostra come dietro la facciata del progresso tecnologico-produttivo, che alimenta l’immane raccolta di merci, emergano costantemente rapporti di sfruttamento disumanizzato tali che «[…] in nessun’altra parte del mondo si ha un più sfacciato spreco di forza umana per lavori da niente di quello che si ha per l’appunto in Inghilterra, il paese delle macchine» (29). Arriviamo quindi ad una prima conclusione: l’impiego delle macchine risponde ad una precisa logica ‘tecnologica’ e ad un ordinato comando politico del capitale sul lavoro vivo. In questo senso la questione tecnologica può essere compresa solo all’interno della critica allo sfruttamento del lavoro vivo sul piano sociale e alla critica alla valorizzazione sul piano della critica dell’economia politica. Si può concludere che l’uso della tecnologia è funzionale solamente alla sua convenienza (30) rispetto all’uso della forza lavoro. A partire da questa ragione, nel caso della rivoluzione industriale, ma in generale nel modo di produzione capitalistico, non è possibile codificare come ‘neutrale’ l’impatto della tecnologia. Il suo impiego è sempre funzionale al raggiungimento dello scopo della produzione del plusvalore. L’affermarsi delle macchine determina una serie di implicazioni, non solo nel senso dell’incremento della produttività. Non va infatti dimenticato il rilievo politico che il loro impiego determina sul piano delle relazioni tra capitale e lavoro, ad esempio contribuendo al disciplinamento, inteso come obbedienza, del lavoratore. Significativo è il modo in cui Marx descrive l’effetto generale dell’introduzione delle macchine grazie al quale si mette con le spalle al muro la forza lavoro più «muscolare» degli uomini. Con le macchine anche donne e bambini possono svolgere le attività che in precedenza erano prerogativa dei soli uomini (31). Le macchine permettono così di sostituire, in alcune condizioni economicamente vantaggiose, le donne impiegate prima come cavalli e immetterle nuovamente nel mercato del lavoro questa volta in contrapposizione al lavoro degli uomini. Si tratta di un continuo gioco di ridefinizione dei ruoli, molto significativo del processo in corso. L’esito drammatico di queste dinamiche sociali costringe il padre di famiglia a vendere per disperazione moglie e figli diventando «mercante di schiavi» (32). Nell’estrema versatilità che caratterizza il modo di produzione capitalistico quasi tutto è intercambiabile al fine della valorizzazione. Si inaugura così un processo caratteristico del XIX, del XX e del XXI secolo. Dopo i muscoli verranno altre caratteristiche del lavoro vivo da soppiantare: l’esperienza/competenza, la razionalità, la sensibilità, ecc... In generale il discorso marxiano illustra più aspetti del processo di colonizzazione del tempo e della vita del lavoratore, in una tensione costante nella direzione della sussunzione reale al capitale. È infatti l’«ora delle macchine»(33) a garantire il «passaggio dalla sussunzione formale del lavoro sotto il capitale alla sua sussunzione reale» (34). In alcune pagine del Capitolo VI inedito, Marx segnala questo passaggio temporale, facendo riferimento alla modificazione della generale dimensione tecnologica. Si tratta di una segnalazione dal valore indiscutibile. Se si osserva il processo sul piano del passaggio da forme produttive a basso contenuto tecnologico, ad esempio nel passaggio dalla bottega artigiana (35) alle macchine spinte dalla forza del vapore, questo scorcio storico mostra i tratti della novità, della rivoluzione. Tuttavia, se l’attenzione si rivolge al significato complessivo del processo, ciò che risalta è la continuità del processo di valorizzazione. Esso subisce solo accelerazioni, senza soluzione di continuità rispetto al tema della valorizzazione. Com’è noto il capitolo 13 del Libro I del Capitale si qualifica per la ricchezza delle esemplificazioni circa l’effetto dell’uso capitalistico delle macchine. Vi è tuttavia un aspetto ulteriore che si vuole segnalare.

Rispetto al dato prometeico dell’avanzata del capitale, già evocato dalle pagine dei Grundrisse, con la pubblicazione del Capitale, Marx sembra introdurre una novità, frutto della sua matura riflessione di critica dell’economia politica. Egli, infatti, afferma che «considerato esclusivamente come mezzo per ridurre più a buon mercato il prodotto, il limite [Grenze] d’uso del macchinario è dato dal fatto che la sua produzione costi meno lavoro di quanto il suo uso ne sostituisca» (36). Ecco quindi emergere un elemento teorico difficilmente aggirabile e in grado di rimettere in discussione, tutte assieme, le retoriche del progresso senza fine rappresentato dal modo di produzione capitalistico. L’uso delle macchine e l’avvento di modelli produttivi ad alta presenza tecnologica assumono significato non tanto per il loro astratto apporto di innovazione, ma solo se questa innovazione è funzionale alla produzione di plusvalore. Il soggetto impersonale della modernità (37) non ha a cuore altro se non se stesso.

Ciò non basta. Per comprendere con maggiore profondità il tema della tecnologia occorre sottoporre a critica proprio questo vertice di indiscussa forza che il modo di produzione capitalistico raggiunge reclutando al proprio servizio le forze della scienza e gli apparati tecnologici. È qui che le argomentazioni marxiane rivestono un valore ulteriore. Una generalizzazione degli strumenti tecnologici nel modo di produzione capitalistico non farebbe altro che consolidare un tendenziale appiattimento del plusvalore prodotto, come descritto da Marx (38). Ciò emerge in particolare nel capitolo La caduta tendenziale del saggio di profitto (39) presente nelle bozze per il Libro III del Capitale. L’uso politico delle macchine e più in generale della tecnologia, se assolve efficacemente al problema politico dell’assoggettamento generale del lavoro vivo e della sua sottomissione formale e reale, lascia aperta la questione, strutturalmente ineliminabile, del fatto che il capitale è lavoro non pagato. La fabbrica automatica, scientificamente organizzata per emanciparsi dal lavoro umano (40), produce la caduta di questa grandezza essenziale al processo di valorizzazione. Estromettendo lavoro vivo la fabbrica capitalistica nega sé stessa. Si tratta di un limite all’impiego delle macchine sul quale occorre riflettere oggi, in un momento in cui il capitale ha raggiunto la dimensione del mercato mondiale e sembra aver conseguito una vittoria politica schiacciante sui lavoratori. Il modo di produzione capitalistico —incurante della valutazione morale degli uomini e delle svariate forme di antropocentrismo, idee del progresso, ecc… — agisce combinando tempi (forme capitalistiche a forme precapitalistiche), spazi (luoghi industrializzati o preindustriali), energie (umane o naturali). Alla luce di questa tendenza incessante alla sussunzione di ogni ente utile allo scopo, appare poco sostenibile la tesi secondo cui, in una sorta di filosofia della storia riguardante la tecnologia, la massa crescente di lavoro morto, oggettivato in hardware o software di varia natura, è indice inequivocabile di progresso sociale (41). Emerge nitidamente la consapevolezza che, sul piano dello sfruttamento, le discontinuità legate alle apparenti innovazioni tecnologiche, lasciano il posto a una radicata continuità (42) tra epoche storiche. Da questo punto di osservazione, quale cesura legata alle novità tecnico-scientifiche potrebbe offuscare la continuità con cui lo sfruttamento capitalistico si perpetua, certo secondo una fenomenologia sempre differente? La questione delle macchine e dei macchinari, a cui faceva riferimento Marx e quella dell’odierna condizione tecnologica digitale, non hanno in comune la problematica della valorizzazione? Questo spostamento del punto di osservazione, ad avviso di chi scrive, dovrebbe far risaltare la questione non tecnologica che riguarda la tecnologia. Vale a dire che, se si osservano le innovazioni tecnologiche sul piano della loro capacità di produrre strumenti o beni di consumo, non si può non notare la presenza di numerosi cambiamenti nel corso dei decenni. Viceversa, se si pone il tema della continuità, ecco che lo sguardo è obbligato a cogliere come la spinta all’innovazione tecnologica sia il frutto di un meccanismo più profondo e articolato che si lega ai fondamenti istitutivi del modo di produzione capitalistico. La tecnologia, da questo punto di osservazione, diviene un elemento funzionale alla produzione di plusvalore (43). Non è difficile invece identificare, contro queste evidenze, un corpus di argomentazioni concentrate ad enfatizzare il carattere di rottura, di emancipazione, sotto certi aspetti salvifico, del processo di affermazione tecnologica.

Vi è infine un ultimo passaggio che si ritiene fondamentale per mettere in chiaro la questione tecnologica dal punto di vista del Capitale. Come si è sopra accennato, la vittoria del lavoro morto sul lavoro vivo, ossia il dilagare delle macchine all’interno dei processi produttivi, pone il problema della composizione organica del capitale, che è il cuore entropico del modo di produzione capitalistico. Ora, siccome, «è essenziale al capitale ridurre la propria tendenza entropica» (44) è evidente che il processo generale di valorizzazione metterà in campo una serie di azioni, di «tendenze antagonistiche» (45), che siano in grado di opporsi, o rallentare, l’esiziale tendenza alla caduta del saggio di profitto. Ciò, evidentemente, non significa che tale processo recuperi la sua piena coerenza interna, ossia che riesca a riaffermare stabilmente la propria legge istitutiva, la legge del valore. Ed è a questo livello che il carattere di rottura, di rivoluzione, di progresso, rappresentato dal capitale tecnologicamente avanzato nel suo complesso, mostra nuovamente elementi di continuità con il passato. Il modo di produzione capitalistico, allo scopo della sua valorizzazione senza limiti, sussume e sfrutta poli produttivi a basso contenuto tecnologico, al fine di poter superare i limiti rappresentati dalla caduta tendenziale del saggio di profitto. Anche per questo il Capitale opera quindi un’analisi a livello della concorrenza tra capitalisti. Nella concorrenza avviene che il “gioco” del capitalista, in competizione con gli altri capitalisti, consiste nell’individuare un modo per produrre che sia in grado di approntare merci con un livello di produttività più elevato rispetto alla media degli altri capitalisti nello stesso ambito produttivo (46). Agendo in questo modo egli può produrre del plusvalore straordinario «Extramehrwert» (47). Si tratta di quelle forme di valorizzazione che nella lettura di Panzieri vengono definite «profitti straordinari» (48), da lui interpretati come impulso alla innovazione tecnologica, alla «macchinofattura» (49). La competizione produttiva tra una fabbrica ad alto contenuto tecnologico e una fabbrica a più basso contenuto tecnologico determina la realizzazione di merci dal diverso valore produttivo. Ma occorre ricordare che il valore sociale della merce è fissato prima che sia avvenuta l’innovazione, è già fissato come media, come valore sociale, ricavato da quelle che sono divenute le precedenti basi tecnico-tecnologiche. Queste ultime sono ormai in trasformazione perché, con l’innovazione tecnologica introdotta da un primo capitalista, le condizioni produttive stanno modificandosi nuovamente, generando un ritardo tecnologico (tra rami dell’industria nazionale, tra centro e periferia del sistema). Come sintetizza anche Harvey: «Quanti [tra i capitalisti] hanno una tecnologia migliore o una migliore forma organizzativa nella produzione ottengono profitti maggiori (plusvalore relativo) perché producono a costi unitari di produzione minori e vendono alla media sociale» (50). Le fabbriche ad alto contenuto tecnologico, con la loro autorappresentazione asettica e fredda, non sono semplicemente la punta più sviluppata di un sistema produttivo inarrestabilmente rivolto verso il progresso. Esse sono la forma apparente di un sistema che usa la propria capacità scientifico-tecnologica per incrementare i regimi di sfruttamento e di valorizzazione su scala mondiale. Da questo punto di vista le nuove stagioni delle macchine, la società della fine del lavoro e tutte le forme retoriche che vorrebbero mostrare l’avvenuta nuova rivoluzione tecnologica (51) dai tratti emancipativi, eludono il problema. L’espressione ‘innovazione tecnologica’ appare quindi come un concetto astratto e per essere compreso richiede di venir declinato a partire da precisi rapporti di potere. Raniero Panzieri (52) li descriveva parlando di uso capitalistico, un concetto marxiano che va tenuto sempre presente. La questione tecnologica è quindi una questione in primo luogo politica. Lo stesso Marx ribadiva nel 1857 che «l’economia politica non è tecnologia» (53).

Alla luce delle questioni appena richiamate è difficile sostenere che la rivoluzione del modo di produzione capitalistico si attui come semplice separazione dal proprio passato. Inoltre, è difficile sostenere che tale carattere di continuità non sia determinante anche rispetto al tema della tecnologia. L’avvento delle macchine, come si è visto, riconfigura i rapporti di lavoro, non certo emancipandone i tratti caratteristici, ma imprimendo un’accelerazione ai processi di estrazione del plusvalore. La questione tecnologica è quindi una questione capitalistica sin dall’affermarsi della grande industria. Parimenti, la questione tecnologica è una questione capitalistica anche oggi. Ed essa, se osservata dalla prospettiva della critica dell’economia politica, si precisa in modo molto significativo. Vale a dire che la rappresentazione rivoluzionaria del progresso tecnologico e l’idea secondo la quale esso possa essere astratto e utilizzato contro le relazioni politiche che lo fondano, mostrano tratti altamente problematici, finanche velleitari. Nel processo di valorizzazione, ogni processo produttivo assume significato solo se considerato nell’ambito della sua sussunzione al modo di produzione capitalistico. Intelligenza artificiale, Big data, sono forze nella piena disponibilità del capitale e, in queste condizioni, difficilmente possono contribuire al rovesciamento dei rapporti di forza votati alla sussunzione continua delle forme di lavoro vivo al capitale.

Se la formazione storica del modo di produzione capitalistico si qualifica per la disinvolta e inumana ricerca della valorizzazione, anche attraverso la combinazione di modi differenti di sfruttamento, allora è possibile istituire una lettura teorica del fenomeno secondo la quale, nel perimetro della dominazione capitalistica, si registra la medesima esigenza di differenziazione violenta, dei poli produttivi. Si tratta della necessità di «determinare differenziali salariali» per via extraeconomica (54) nei luoghi, già capitalistici o meno. Di conseguenza il ‘ritardo’ che caratterizza alcuni paesi non va visto come una differenza temporale da colmare, ma si inserisce coerentemente nel processo di valorizzazione per via tecnologica: alta tecnologia, sistemi di lavoro patriarcale e forme di lavoro di sfruttamento del lavoro manuale sono le differenziazioni prodotte al fine della istituzione di differenziali salariali funzionali alla produzione di plusvalore a livello globale. I differenziali avvengono ‘dentro’ il modello accumulativo, ne sono parte. Non vi è un ‘fuori’, a partire dal fatto che, come ricorda Tomba, il «modo di produzione capitalistico nasce globalizzato» a partire da colonialismo e schiavismo (55). Anche i modelli produttivi apparentemente eterogenei al capitale sono ormai stati sussunti, sfruttandone le caratteristiche, che vengono giocate contro tutti i tipi di lavoratori, in ogni luogo dove si dà modo di produzione capitalistico (56).

L’osservazione del significato della tecnologia nell’orizzonte capitalistico, sia che essa assuma la forma delle macchine o sia un processo di organizzazione immateriale su base algoritmica, non può prescindere dalla costatazione dell’intimo legame tra forme produttive ad alta tecnologia e forme produttive in cui i lavoratori richiamano le sembianze dei loro predecessori del XIX secolo. Queste due realtà, se osservate in apparenza, possono sembrare disgiunte. Se, al contrario, esse vengono interpretate alla luce dei processi di valorizzazione globali e del lavoro medio socialmente necessario, la presenza di queste differenze trova una spiegazione nella sintesi ricercata dal processo di valorizzazione. Insomma, il vero è l’intero.

Il tema del lavoro socialmente necessario propone quindi come elemento determinante la questione della tecnologia e del suo uso. Se il modo di produzione capitalistico si caratterizza per la sua capacità di sussunzione di tutto ciò che è in grado di assecondarne il processo di valorizzazione, ne deriva allora una serie di considerazioni fondamentali sul piano teorico e politico. Appare difficilmente percorribile una fuoriuscita dalla sussunzione per via tecnologica (57). La storia dei processi produttivi e dell’uso capitalistico della tecnologia e della scienza, hanno fornito, fino a qui, un quantitativo di prove non irrilevante. Quest’ultimo segnala come il percorso unidirezionale di sottomissione del lavoro vivo al capitale sia avvenuto globalmente per via tecnologica, sia nei paesi industrializzati che in quelli qualificati come in via di sviluppo. Il binario sul quale corre il modo di produzione capitalistico incrementa lo sfruttamento occupando tutti gli spazi e i tempi della vita dei lavoratori, producendo lavoro morto accumulato. Per questo va ribadito che si ritiene difficilmente proponibile una fuoriuscita dallo sfruttamento globale operato per via tecnologica attraverso una sua espansione/accelerazione esasperata. Le ragioni di questa conclusione sono politiche e non tecnologiche. Altrettanto problematica, per le ragioni sopra descritte, appare l’adesione a prospettive sociali in cui l’intero processo di lavoro sia gestito da macchine e che quindi sia in grado di sostituire il lavoro umano sul piano della valorizzazione. D’altra parte, appare poco praticabile, per ragioni speculari, un meccanico ritorno a forme di lavoro a basso contenuto tecnologico. È questo il dramma teorico e politico a cui l’universo del proletariato è chiamato a dare risposta in un processo di costruzione/ricostruzione di prospettive alternative. Si tratta di un dramma in quanto l’universo del mondo del lavoro pare aver dismesso largamente forme di autocoscienza della propria condizione e sia quindi in grado di istituire orizzonti collettivi di lotta. La sconfitta epocale del movimento internazionale dei lavoratori, con buona probabilità, avrà bisogno di molto tempo per riprendere il percorso iniziato nel XIX secolo. A chi scrive pare che un contributo piccolo quanto determinante può giungere dalla messa in discussione del valore non tecnologico della tecnologia. Si tratta di un luogo teorico-politico, offuscato dalle forme ideologiche dominanti, sul quale esercitare azioni politiche possibili, nel segno della critica dell’economia politica, anche se ancora da immaginare.

 

 

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1 AA. VV., Quaderni rossi 3, Roma, Nuove edizioni operaie, 1963, pp. 128–129.

2 Karl Marx, Friedrich Engels, Gesamtausgabe - MEGA II/7: Le capital: Paris 1872-1875, Institut für Marxismus-Leninismus beim Zentralkomitee der Kommunistischen Partei der Sowjetunion (a cura di) , Berlin, Dietz, 1989, p. 9.

3 Si veda, ad esempio, Erik Brynjolfsson Andrew McAfee, La macchina e la folla come dominare il nostro futuro digitale McAfee, Andrew, Brynjolfsson, Erik. Machine, platform, crowd, Milano, Feltrinelli, 2020.

4 Si rimanda ai lavori di Guido Frison per un’indagine sull’origine e il significato del concetto di tecnologia (Technologie) in Marx. Nell’economia del testo qui presentato si utilizzerà il concetto di tecnologia in un’accezione più estesa rispetto a quanto descritto da Frison. In particolare, si farà riferimento alla tecnologia come l’insieme di strumenti e di forme di razionalità coinvolti nei processi economici del modo di produzione capitalistico. Si veda Guido Frison, «Le diverse e artificiose macchine di Marx», Giorgio Baratta (a cura di) , Attualità di Marx, Milano, Unicopli, 1986, pp. 207–216; Guido Frison, «Technical and technological innovation in Marx», History and Technology, vol. 6, settembre 1988, pp. 299–324; Guido Frison, «Linnaeus, Beckmann, Marx and the foundation of technology. Between natural and social sciences: A hypothesis of an ideal type: First part: Linnaeus and Beckmann, Cameralism, Oeconomia and technologie», History and Technology, vol. 10, gennaio 1993, pp. 139–160; Guido Frison, «Linnaeus, Beckmann, Marx and the foundation of technology. Between natural and social sciences: A hypothesis of an ideal type: Second and Third parts: Beckmann, Marx, technology and classical economics», History and Technology, vol. 10, gennaio 1993, pp. 161–173.

 

5 K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito comunista, cit., p. 59.

6 Come ha ricordato Hobsbawm, il discorso di Marx, relativo al passaggio da forme economiche ‘precapitalistiche’ a quella capitalistica, sembra approfondirsi lungo il tempo maturando nel 1857-58. Si veda Hobsbawm nella sua Introduzione a Karl Marx, Forme economiche precapitalistiche., Eric John Hobsbawm (a cura di) , Roma, Editori riuniti, 1967, p. 31.

7 Ibidem, p. 72. Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. Vol. II, (tradotto da) Enzo Grillo, Firenze, La Nuova Italia editrice, 1978, p. 97. Il tema della combinazione o integrazione tornerà soprattutto nella visione che Marx maturerà dalla fine degli anni Cinquanta fino alla sua morte. Si veda Massimiliano Tomba, Strati di tempo: Karl Marx materialista storico, Milano, Jaca book, 2011, p. 285. Dove il mercato mondiale è letto come integrazioni di forme sociali differenti.

8 Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Roma, Editori riuniti, 1957, p. 5.

9 K. Marx, Forme economiche precapitalistiche.cit., pp. 34–35.

10 K. Marx, Per la critica dell’economia politicacit., p. 5. Marx sottolinea come si creino qui le condizioni politico-sociali per il superamento dell’antagonismo poiché «le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo» Ibidem, p. 6. Anche su questo punto l’impatto delle trasformazioni tecnologiche avrà un rilievo non indifferente.

11 K. Marx, Per la critica dell’economia politicacit., p. 5.

12 Ivi.

13 Ibidem, p. 6.

14 Sul suo carattere rivoluzionario rispetto alla tradizione storica Marx e Engels hanno avuto modo di riflettere in occasione della stesura del Manifesto. Si veda Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del Partito comunista, (tradotto da) Palmiro Togliatti, Roma, Editori riuniti, 1981.

15 Hobsbawm in Prefazione a K. Marx, Forme economiche precapitalistiche.cit., p. 28.

16 Luca Basso, Socialità e isolamento: la singolarità in Marx, Roma, Carocci, 2008, p. 160.

17 Il ragionamento che Marx sta svolgendo si concentra sull’idea di capitale in generale. Esso rappresenta la «forma generale della ricchezza» cioè il denaro si caratterizza per essere «impulso illimitato e smisurato ad oltrepassare i suoi ostacoli», Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. Vol. I, (tradotto da) Enzo Grillo, Firenze, La Nuova Italia editrice, 1978, p. 330. Per una prima ricostruzione del rapporto tra capitale in generale e concorrenza si veda Rosdolsky, Il «capitale in generale» e «i molti capitali» in Roman Rosdolsky, Genesi e struttura del Capitale di Marx, (tradotto da) Bruno Maffi, Bari, Laterza, 1971, pp. 65–75. Si veda anche Roberto Fineschi, «“Capital in General” and “Competition” in the Making of Capital: The German Debate», Science & Society, vol. 73, fasc. 1, 2009, pp. 54–76.Per una lettura recente del ruolo dei «mille capitali» si veda come Roberto Finelli utilizza questa espressione, Roberto Finelli, Karl Marx, uno e bino: tra arcaismi del passato e illuminazioni del futuro, Milano, Jaca Book, 2018, p. 120.

18 L. Basso, op.cit., p. 158.

19 Ibidem, p. 159.

20 M. Tomba, op.cit., p. 257.

21 Ibidem, p. 258.

22 Per questa ragione è opportuno ricordare la definizione che ne offre Marx: «Tempo di lavoro socialmente necessario è il tempo di lavoro richiesto per produrre [darstellen] un qualsivoglia valore d’uso con date le condizioni di produzione socialmente normali, e con un grado medio di intensità e qualifica del lavoro» Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete 31.1: Il capitale Libro primo: Il processo di produzione del capitale (1863-1890). Tomo 1, Roberto Fineschi (a cura di) , Napoli, La Città del sole, 2011, p. 49.

23 M. Tomba, op.cit., p. 258.

24 Karl Marx, Il capitale: Critica dell’economia politica. Libro secondo, Friedrich Engels (a cura di) , (tradotto da) Raniero Panzieri, Roma, Ed. Riuniti, 1989, p. 41.Va osservato che qui Marx usa l’espressione «die Organisation des Arbeitsprozesses und die riesenhafte Ausbildung der Technik», si veda K. Marx, F. Engels, Werke Bd. 24, Berlin, Dietz, 1973, p. 42.

25 K. Marx, F. Engels, 31.1 Libro primocit., p. 432.

26 Ibidem, p. 430.

27 Ivi.

28 Ivi.

29 Ivi.

30 Il tema di ciò che conviene al processo di valorizzazione può includere l’impiego delle macchine come risposta alle lotte dei lavoratori o alle ragioni di vario ordine che conducono alla legislazione sulle fabbriche, come il Factory Act del 1864.

31 «Lavoro delle donne e dei fanciulli è stata quindi la prima parola dell’uso capitalistico del macchinario!». K. Marx, Il capitale, Libro primo, 431 [437].

32 K. Marx, F. Engels, 31.1 Libro primocit., p. 432.

33 K. Marx, Il capitale I, cit., pp. 517–518.

34 R. Panzieri, «Plusvalore e pianificazione», cit., p. 270.

35 Ibidem

36 K. Marx, F. Engels, 31.1 Libro primocit., p. 428.

37 È questa, in sintesi, la formula con la quale Roberto Finelli descrive il modo di produzione capitalistico: Marx mette «a tema un soggetto impersonale e astratto come cuore della modernità», Roberto Finelli, Un parricidio compiuto, Milano, Jaca Book, 2014, p. 396.

38 I dati messi a disposizione dalla Banca mondiale sono molto significativi e mostrano una flessione a partire dall’esplosione della pandemia. Si veda AA. VV., «Labor force, total | Data», worldbank.org, World Bank, 2021, https://data.worldbank.org/indicator/SL.TLF.TOTL.IN?end=2020&start=1990.

39 Karl Marx, Il capitale: Critica dell’economia politica. Libro terzo, Friedrich Engels (a cura di) , (tradotto da) Maria Luisa Boggeri, Roma, Ed. Riuniti, 1989, pp. 259–321.

40 «Il principio della grande industria di risolvere nei suoi elementi costitutivi ciascun processo di produzione, in sè e per sè considerato e senza tener nessun conto della mano dell’uomo, ha creato la modernissima scienza della tecnologia», Karl Marx, Il capitale: Critica dell’economia politica. Libro primo, (tradotto da) Delio Cantimori, Roma, Ed. Riuniti, 1989, p. 533.

41 È significativo notare come l’accrescimento della materia prima di cui si stanno nutrendo gli apparati di intelligenza artificiale siano realizzati in modo non dissimile in cui vengono delocalizzate su scala globale le produzioni tipiche dell’industria tradizionale. Occuparsi di intelligenza artificiale è un lavoro la cui ripetitività, alienazione e basso salario, non sembrano così lontani da quello svolto, ad esempio, per la produzione di indumenti. Si veda, ad esempio, il contributo di Jeronimo Montero Bressan, From newliberal fashion to new ways of clothing in AA. VV., Beyond Digital Capitalism: new ways of living., Leo Panitch (a cura di) , USA, Monthly Review, 2020, pp. 201–217. Alcune inchieste sull’intelligenza artificiale sono eloquenti. Si veda ad esempio Clara Mogno, «“Ho lavorato come Turca Meccanica per Amazon”», ilmanifesto.it, il manifesto, aprile 27, 2018, https://ilmanifesto.it/ho-lavorato-come-turca-meccanica-per-amazon/. Cade Metz, «A.I. Is Learning From Humans. Many Humans.», The New York Times, agosto 16, 2019, par. Technology, https://www.nytimes.com/2019/08/16/technology/ai-humans.html.

42 Questa posizione è stata recentemente esplicitata anche da Larry Lohmann, Interpretation Machines: Contradictions of ‘Artificial Intelligence’ in 21st-Century Capitalism, si veda AA. VV., Beyond Digital Capitalism: new ways of living.cit. Si tratta di una linea argomentativa che qui si ritiene fondamentale. Essa si contrappone alla retorica della rivoluzione digitale. È possibile qui solo accennare all’enorme portata del problema dello sviluppo dell’economia globale mediante automazione, robotizzazione, digitalizzazione. Si vedano Erik Brynjolfsson, Andrew McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine, (tradotto da) Giancarlo Carlotti, Milano, Feltrinelli, 2015. Martin Ford, Rise of the robots: technology and the threat of a jobless future, New York, Basic Books, a member of the Perseus Books Group, 2015.Per quanto riguarda la fiducia nel raggiungimento di una forma superiore di intelligenza per via tecnologico-scientifica si veda Nick Bostrom, Superintelligenza: Tendenze, pericoli, strategie, Bollati Boringhieri, 2018. Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina Raffaello, 2017. Di fronte a prospettive di fiducia quasi incondizionata vanno ricordate altre proposte contenenti maggiore problematicità politica, ad esempio il Manifesto per una politica accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek. Si veda Matteo Pasquinelli, Gli algoritmi del capitale: accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune, Verona, Ombre corte, 2014. Va osservato che, secondo un’ottica differente, alcuni interessanti studi di impostazione economico-politica cominciano a emergere. Si veda l’analisi di Moody (2018). L’insistenza sulla forza rivoluzionaria della tecnologia ritorna costantemente indicando anche la via per l’uscita dallo stato di indigenza anche ai paesi più poveri. Si veda Ruchir Sharma, «Technology will save emerging markets from sluggish growth», Financial Times, aprile 11, 2021, https://www.ft.com/content/2356928b-d909-4a1d-b108-7b60983e3d22.

43 Sul tema fondamentale delle contraddizioni riguardanti il rapporto tra legge del valore, modificazione della composizione organica del capitale e concorrenza, è qui possibile fare un semplice richiamo. Non vi è tuttavia spazio per affrontare la questione anche se essa assume una centralità indiscussa rispetto al tema delle problematiche strutturali che il modo di produzione capitalistico deve affrontare.

44 M. Tomba, op.cit., p. 268.

45 K. Marx, Il capitale IIIcit., p. 284.

46 Claudio Napoleoni, Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx, Torino, Boringhieri, 1972, p. 86.

47 Karl Marx, Friedrich Engels, Werke Bd. 23, Berlin, Dietz, 1962, p. 336.

48 AA. VV., Quaderni rossi 4, Roma, Nuove edizioni operaie, 1964, p. 268.

49 Ivi.

50 David Harvey, Marx e la follia del capitale, (tradotto da) Virginio B. Sala, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 114.

51 Sheldon Richmond ha recentemente evidenziato l’esistenza di una sorta di ideologia mistica delle tecnologie informatiche. Si veda Sheldon Saul Richmond, A way through the global techno-scientific culture, 2020, p. 9.

52 Cfr. Raniero Panzieri, Il lavoro e le macchine. Critica dell’uso capitalistico della tecnologia, Andrea Cengia (a cura di) , Ombre Corte, 2020.

53 K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica. Vol. Icit., p. 8.

54 Rosa Luxemburg, Paul Marlor Sweezy, Bruno Maffi, L’accumulazione del capitale : contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo ; Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista una anticritica, Torino, G. Einaudi, 1968.

55 M. Tomba, op.cit., p. 266.

56 Interessante l’osservazione di Sanyal: «[…] the existence of the direct producers belonging to the three distinct parts of the economy—the need economy that exists outside the domain of capital, the informalized production activities that are implicated in the circuit of capital and the formal capitalist labor process—is grounded in production for the satisfaction of need, and they are all subjected to capital's dominance although the nature and form dominance is different in each case. The perspective of need can thus provide a common ground for both the "excluded" and the "included" in their battle against capital», Kalyan Sanyal, Rethinking Capitalist Development: Primitive Accumulation, Governmentality and Post-Colonial Capitalism, London, Routledge India, 2013, p. 261.

57 Si veda qui la proposta del Manifesto per una politica accelerazionista, si veda M. Pasquinelli, op.cit.

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