La classe operaia emiliana di fronte al problema dell’organizzazione

La classe operaia emiliana di fronte al problema dell’organizzazione

n
di Guido Bianchini

In questo scritto – rielaborazione di Guido Bianchini a un documento molto più esteso presentato all'interno del dibattito sull'organizzazione in Potere Operaio dopo l’autunno caldo del 1969 – gli operaisti di Modena e Ferrara analizzavano a fondo il “modello emiliano” di sviluppo, una particolare via di modernizzazione capitalistica “controllata” e “armoniosa” gestita dalle sinistre e differente da quella avvenuta tumultuosamente a Torino, Milano o Porto Marghera negli anni Cinquanta e Sessanta, centro del ciclo di lotte dell’operaio-massa. 

Diverse traiettorie e questioni sperimentate nell’“Emilia rossa”, era la tesi dai militanti, si candidavano a essere generalizzate a livello nazionale (e non solo, col senno di poi): la fabbrica diffusa e l’organizzazione territoriale delle lotte, la decentralizzazione produttiva e la ricomposizione della frammentazione e stratificazione operaia; la gestione sociale che di questa disseminazione riuscivano a fare il sindacato con le sue compartimentazioni contrattuali e categoriali, il Pci con la sua politica di alleanze con i ceti medi produttivi e le amministrazioni locali rosse con i loro programmi di welfare e promozione della piccola impresa artigiana; l’uso antioperaio del sottosviluppo, la cogestione dello sviluppo e l’uso capitalistico delle riforme, della partecipazione democratica, del progresso; la governance riformista della «borghesia rossa» e il «farsi Stato» delle sinistre, compatibili e anzi non alternative allo sviluppo del capitale.

Attraverso l’analisi della composizione tecnica e politica di classe, i militanti emiliani proponevano di percorrere un indirizzo di ricomposizione di classe diverso dal mero “fabbrichismo” e dalla sindacalizzazione del conflitto, da una parte, e dall’astratta e artificiosa riproposizione del “partito” (seppur “dell’insurrezione”), dall’altra. Attorno alla disputa apparentemente teorica sulle tendenze di sviluppo del capitalismo, infatti, si giocavano le concrete prospettive politiche e organizzative dei rivoluzionari, non solo emiliani. 

--------------------------


«La fabbrica diffusa», n.1, 1977. Rielaborazione di Materiale di analisi sulla situazione emiliana e proposte politico-organizzative di Potere Operaio, pubblicato sul giornale del gruppo come La classe operaia emiliana di fronte al problema dell’organizzazione. Analisi della struttura produttiva in Emilia («Potere Operaio», n. 13, 28 febbraio-7 marzo 1970, pp. 4-5).

 

Uno – Ciclo Fiat

 

Per fare un minimo di analisi sulla dipendenza delle strutture produttive emiliane del ciclo capitalistico complessivo, occorre premettere qualche considerazione e qualche dato sull’agricoltura. Questo in vista della dimostrazione che esistono una via emiliana allo sviluppo e una gestione politica di tale sviluppo, tutta incentrata su un rapporto città/campagna risolto politicamente ed economicamente in modi che vanno assumendo crescente importanza quali modi generali di sviluppo e di gestione della complessiva società italiana.

Bisogna preliminarmente sgombrare il campo dal pregiudizio che l’agricoltura sia un settore a sé stante, pregiudizio coltivato in particolare fra coloro che tendono a sottolineare il momento della produzione agricola, a lasciare in ombra il consumo produttivo che di questa produzione è il presupposto e che in realtà caratterizza la trasformazione capitalistica dell’agricoltura. Considerata dal punto di vista del consumo produttivo, l’agricoltura è un mercato e lo sviluppo dell’agricoltura è lo sviluppo di questo mercato, cioè è in definitiva lo sviluppo dei produttori di macchinari (concimi ecc.). Già partendo da questa minima considerazione è possibile comprendere nella loro intera portata i seguenti dati che si riferiscono alla produ-zione di trattori in Italia. Secondo i dati Cee riferiti al 1960 dei 43.000 trattori prodotti in Italia in quell’anno

soltanto sono stati assorbiti dal mercato interno. La Fiat ha prodotto il 50% dei trattori, il restante è stato prodotto al 43% da 4 imprese: Same di Treviglio, Landini (Massey Fergusson) di Fabbrico, Lamborghini di Cento, Carraro di Campodarsego. Il residuo 7% è stato prodotto da 41 società minori. Un dato di estremo interesse è la concentrazione territoriale della produzione di trattori; si calcola che le quattro imprese che insieme alla Fiat producono il 93% dei trattori si comportano sul mercato come suoi prolungamenti, producendo trattori differenziati per potenza in modo da coprire gli spazi del mercato lasciati liberi dalla Fiat. La Lamborghini, ad esempio, produce trattori di elevata potenza che non sono in concorrenza con il 35 cavalli della catena Fiat in Modena; la Landini produce invece trattori di piccola potenza.

La modestia del comparto (200.000 tonnellate di acciaio consumato sul totale di sei milioni di tonnellate prodotte nel 1960 dalla siderurgia italiana) non deve trarre in inganno. Esso è capace, a condizione che il reddito in agricoltura abbia un sufficiente saggio di incremento, di generare importanti effetti di moltiplicazione. Parallelamente all’uso del trattore aumenta infatti l’uso di numerose macchine operatrici motrici che non si diversificano in ragione della struttura del suolo, delle culture, delle dimensioni delle aziende, ma si prestano invece alla produzione in grande serie. Accanto all’industria dei trattori, estremamente concentrata, si sviluppa così una miriade di piccole o medie fabbriche, a struttura artigianale.

La massiccia presenza della Fiat e delle sue terminazioni tentacolari in Emilia spiega come l’indice di affollamento di artigiani e di piccolissime imprese sia qui più alto che altrove, e, come settore metalmeccanico collegato all’agricoltura, sia diffuso in tutta la regione. Il quadro delle diramazioni Fiat è completato poi dalle imprese di produzione automobilistica (Ferrari, Maserati, Weber ecc.) le quali, a loro volta, inducono direttamente terze lavorazioni cui provvede una rete intensa e diffusa di aziende artigianali, di piccole imprese industriali, di cooperative, che soprattutto lungo l’asse Piacenza-Faenza svolgono la funzione di boite piemontesi1. Tutto ciò ha contribuito in modo assolutamente determinante a una accentuata proliferazione delle imprese artigiane in Emilia. Identificando le unità artigianali emiliane con le unità fino a 10 addetti il peso specifico dell’artigianato risulta, con indici insuperati dalle altre regioni del centro-nord, il 91.84% di tutte le imprese con il 36.3% di tutti gli addetti.

Dal 1950 al 1969 il numero delle imprese artigiane regolarmente iscritte all’albo è semplicemente raddoppiato in Emilia. Ma il dato più clamoroso è che di unità locali fino a 100 addetti (cioè artigianato, piccole imprese e cooperative messi insieme) rappresentano più del 99% delle imprese con più del 65% degli addetti.

Nessuna di queste mini-aziende proliferate dal ciclo Fiat, direttamente o indirettamente a causa della meccanizzazione dell’agricoltura, ha un mercato proprio. La stragrande maggioranza lavora su commessa e per quasi tutte il committente, diretto o indiretto, è la Fiat. Collateralmente l’aumento di reddito netto delle aziende agricole è quasi tutto speso nella meccanizzazione dell’azienda o investito comunque in capitale tecnico per aumentare la produttività. Il processo di sviluppo emiliano può essere schematizzato così: l’aumento di produttività in agricoltura induce la meccanizzazione, l’industria relativa si sviluppa soltanto sfruttando la mobilità della forza-lavoro espulsa dall’agricoltura e assorbendone aliquote decisive in regime di bassi salari che permettono la produzione di beni capitali senza ricorrere, almeno in un primo momento, al mercato finanziario. Cioè denaro a costo zero.

Ma il ciclo Fiat non si ferma alla mera produzione di beni strumentali. Una volta realizzato il postulato che il ruolo del settore primario va commisurato alla sua capacità di essere mercato che consuma beni strumentali e non soltanto un settore che produce, occorre dare a tale mercato una dimensione che soddisfi le esigenze della produzione. Il fattore che condiziona maggiormente l’uso dei mezzi meccanici e di macchine operatrici è l’ampiezza aziendale, in un secondo luogo la struttura fondiaria. Dati i prezzi, di solito alti, il mezzo meccanico deve essere utilizzato per un certo numero di ore annue perché sia economicamente vantaggioso sostituire la manodopera. Se l’azienda e la proprietà sono estremamente frazionate il coefficiente di utilizzazione delle macchine resta estremamente basso.

L’Emilia ha dimostrato come a un assetto fondiario arretrato e a una struttura aziendale frazionata può corrispondere un alto indice di utilizzazione delle macchine. In realtà il numero di aziende dotate di trattore può essere basso, ma il numero di trattori per ettaro può essere elevato, se esistono cooperative o imprese a noleggio che prestano questo servizio specifico. La Fiat è l’unica impresa che ha tutta la propria produzione convenzionata con i consorzi agrari.

Nelle ricorrenti sfuriate per la democratizzazione dei consorzi agrari questo elemento ha il suo peso nel valutare gli appetiti. All’azienda agricola il trattore arriva, o attraverso la mediazione dei consorzi agrari, o per effetto del noleggio esercitato dalla cooperazione. In un caso o nell’altro la cooperazione diventa un momento centrale nell’adeguare la struttura agricola alle esigenze della produzione, garantendo una rete capillare di distribuzione o un sistema di leasing, che è poi il sistema usato dai produttori di elaboratori elettronici applicati alle imprese industriali.


 

Due – Ciclo Montedison

 

Relativamente all’integrazione della fabbrica verde nel ciclo capitalistico complessivo valgono analoghe considerazioni per il ciclo Montedison. La diminuzione degli addetti in agricoltura e il corrispondente aumento della produttività agricola e della meccanizzazione hanno un andamento coordinato con gli indici di incremento della produzione e quindi di uso della concimazione spinta di prodotti antiparassitari come insetticidi o erbicidi. In questo campo, ancora una volta, il confronto dei consumi di prodotti chimici per l’agricoltura in Italia e negli altri paesi della Comunità economica europea mostra tutta la distanza che separa l’Italia dalle agricolture più evolute. Se si prende ad esempio il consumo di prodotti chimici in Olanda e in Italia si trova un rapporto di 10 a 1. Già soltanto da questo rapporto si può intuire quale enorme sviluppo di mercato implichi una evoluzione dell’agricoltura italiana che induca consumi produttivi di livello europeo. La produzione e quindi il fatturato della Montedison verrebbero moltiplicati di varie volte se soltanto l’Italia si avvicinasse al modello di consumi esistente nelle agricolture più evolute. A questo punto può essere rovesciato il tradizionale discorso che vede lo sviluppo dell’agricoltura comandare lo sviluppo dell’industria chimica. In realtà il rapporto che si è stabilito è questo: lo sviluppo della chimica, come lo sviluppo della ferrovia negli Usa della fine del secolo scorso, comanda lo sviluppo dell’agricoltura. Del resto basta esaminare il bilancio di un operatore in agricoltura per rilevare, soprattutto dove l’agricoltura ha raggiunto un certo sviluppo, come l’indirizzo di spesa consentito è già perfettamente determinato; tutti gli incrementi di produttività che vengono realizzati in agricoltura sono costantemente assorbiti sotto forma di maggiore consumo di beni strumentali e quindi si traducono in un incremento del ciclo Fiat e del ciclo Montedison.

Tale fenomeno, che appare come insufficiente accumulazione di capitale monetario nelle campagne, non è un segno di arretratezza, ma al contrario indica il livello di integrazione crescente dell’agricoltura nel più dinamico ciclo del capitale industriale. I limiti che questo processo di integrazione conosce sono dovuti al fatto che esso non ha ancora raggiunto una diffusione adeguata a livello generale.

Tutto ciò rinvia da un lato agli ostacoli che questo processo incontra nella struttura fondiaria arretrata, nella insufficienza della penetrazione di modi di pensare e di conoscere tipici di una società fondata sui consumi; dall’altro lato pone il problema di una gestione socialmente controllata della trasformazione, per impedire che questa produca agglomerazioni e tensioni pericolose per il capitale nel suo insieme. La vicenda dell’Emilia rossa, di una regione prevalentemente agricola che realizza la sua trasformazione in un modo sufficientemente equilibrato, che controlla e organizza il trasferimento della forza-lavoro dalla campagna alla città, che sviluppa insieme una crescente produttività e meccanizzazione agricola e una fitta rete di piccole e medie aziende di artigiani, è la vicenda esemplare di come un socialismo realizzato possa rappresentare una via tranquillamente percorribile dal capitale per il suo sviluppo. L’Emilia diviene così un modello, un punto di riferimento essenziale del piano di sviluppo del capitale. Riforme e partecipazione trovano nell’Emilia rossa il luogo della praticabilità e della verifica. Non è un caso che nella seconda metà degli anni Sessanta, sotto l’urgenza di una risposta capitalistica al dilagante attacco operaio e sotto la pressione di riforme indilazionabili, maturi proprio in Emilia il disegno di una nuova maggioranza fondata sul Pci e sulla sua dimostrata capacità di gestire un processo di trasformazione capitalistica.


 

Tre – La funzione del Pci

 

La gestione del processo di sviluppo capitalistico in agricoltura e della integrazione di questa nel ciclo del capitale industriale parte dalla sconfitta operaia negli anni Cinquanta. La scelta del partito in queste condizioni è quella di favorire entro il quadro ideologico dell’accerchiamento lo sviluppo di attività artigianali e cooperative basato su bassi salari e su capitali di modestissima entità.  Lo  sviluppo  delle  cooperative è essenziale in una prima fase per supplire, con l’autosfruttamento operaio, all’insufficienza di capitali, fornendo in tal modo una base all’autofinanziamento e all’accumulazione.

In un secondo momento invece la funzione delle cooperative è prevalentemente quella di fornire quel minimo di capitale collettivo necessario ad avviare un processo di trasformazione dell’agricoltura. La gestione degli enti locali è tutta funzionalizzata a consentire tale accumulazione: la politica del pareggio di bilancio va intesa, a questo proposito, come rivolta a garantire la massima riduzione delle imposte comunali. I pochi interventi di spesa sono diretti ad alleggerire i costi delle imprese artigiane, a reintegrare i bassi salari con servizi pubblici e sociali semigratuiti.

La passività operaia scaturita dalla sconfitta subita nel primo periodo degli anni Cinquanta consente i più ampi margini di manovra al processo di ricostruzione capitalistica. Il partito, attraverso la copertura ideologica, garantisce la pace sindacale nelle piccole e medie imprese che vanno sorgendo, mentre agita la bandiera delle lotte su obiettivi tutti esterni alla fabbrica. La presenza del sindacato nelle manifestazioni contro il presidente americano Eisenhower non ha riscontro nella presenza del partito nelle lotte operaie per il salario. È significativa l’assenza del sindacato di classe nelle officine artigiane, nelle piccole industrie, nelle cooperative. In realtà il progetto di sviluppo elaborato dal Pci è fondato sulla formazione di una borghesia rossa alla quale va garantito in un modo o nell’altro un clima favorevole. Il progetto di sperpero e proliferazione delle grandi concentrazioni produttive è un fenomeno generale che in America si conosce da molti anni; ma lo specifico è che in Emilia i padroni sono nel Pci. Costituiscono una borghesia stalinista, allevata nell’idea che il lavoro è un dovere socialista, capace di prefigurare in concreto attraverso le infinite articolazioni di una gestione, socializzata e contemporaneamente deconcentrata, quella riforma agraria che il ceto politico italiano non è stato capace di intravedere e organizzare. Si comprende quindi che l’individuazione del capitale monopolistico come unico nemico del popolo costituisce il corollario, la copertura, di questa alleanza con i ceti medi. Non si tratta, come pretendono alcuni, di un errore o di una debolezza teorica dell’apparato ideologico del Pci. Tutto questo esprime invece la lucida consapevolezza dei processi ideali che il Pci ha gestito in Emilia, non ultimo la garanzia dell’equo profitto ai padroncini comunisti.

La politica antimonopolistica del Pci è in realtà perfettamente funzionale a un progetto di sviluppo equilibrato, teso a evitare grosse concentrazioni operaie, e a coltivare un clima favorevole ad attività di modeste dimensioni, largamente disseminate ai confini delle città e nei principali centri agricoli. Una tale proliferazione di piccole imprese, come abbiamo già visto, non ha uguali in nessun’altra regione italiana, e reca un duplice vantaggio politico: la decomposizione delle concentrazioni operaie consente di controllare le lotte e di gestire fino in fondo la passività operaia; le dimensioni minimali delle imprese ne fanno un insieme subordinato alle scelte e alle decisioni del capitale sociale. Questo insieme sociologico è controllato in modo determinante dal Pci. È in questo ambiente che il capitale Fiat trova le migliori condizioni per avviare un processo di decentramento e di scorporamento della produzione in una miriade di sezioni staccate, costituite da laboratori, fabbrichette, cooperative, con l’obiettivo determinante di decomporre la classe operaia, operarne la stratificazione e la disseminazione per controllarla meglio, per ridurre ove possibile il capitale fisso a spese di un altissimo sfruttamento e di bassi salari.

Non va dimenticato che questo processo di scorporo della Fiat non è una scoperta originale, non è neppure una scoperta recente. È semplicemente la lezione tratta dall’esperienza americana dello scorporo dei grandi stabilimenti di Detroit, l’insegnamento statunitense dell’uso del sottosviluppo in funzione antioperaia. Questi sono gli strumenti materiali che garantiscono il processo di deconcentrazione: enorme sviluppo dei trasporti e della tecnologia dei trasporti, aeronautica, ferrovie, marina mercantile, porti, canali, aeroporti, container, decentramento doganale, autostrade, sviluppo e consolidamento della teleselezione interurbana, elaboratori elettronici in time-sharing e collegati a mezzo di terminali. Se a livello di classe operaia il ruolo di controllo e di organizzatore della passività gestito dal Pci si salda oggettivamente con le esigenze del capitale di decomporre e disseminare la classe operaia, analogamente il progetto di sviluppo equilibrato dell’agricoltura attraverso una intelligente promozione di forme cooperative e associative si dimostra assolutamente funzionale al piano di integrazione dell’agricoltura nel ciclo capitalistico Montedison.

Il rapporto fra prezzi dei prodotti in agricoltura e prezzi dei beni strumentali prodotti dall’industria ha fatto spesso parlare i terzomondisti incalliti e i riformisti inconsapevoli di un imperialismo dell’industria sull’agricoltura. È facile dimostrare il contrario, e cioè che il capitale, sovvenzionando i mezzi di produzione direttamente o indirettamente (attraverso le agevolazioni creditizie, la vendita a prezzi ridotti) ha usato l’apparente disincentivo per accelerare l’integrazione dell’agricoltura nel ciclo capitalistico. La diffusione nelle campagne di un numero sempre crescente di sportelli bancari, di incentivi per la ricerca di nuove macchine adatte a diversi tipi di lavorazione e di coltura, l’immissione sul mercato di nuovi concimi chimici, la capillarizzazione dei punti di assistenza tecnica, di vendita dei mezzi, ecco, tutte queste cose sono anche il sintomo di una imprenditorialità capace di districarsi nei non sempre facili meandri della pratica burocratica. A essa ha provveduto il Pci, rimacinando la vecchia e ancora vitale ideologia cooperativa e soprattutto usando fino in fondo il potere locale come autentica scuola del conto profitti/perdite e del triplo bilancio. Anche in questo caso l’ideologia del potere locale democratico-popolare, dell’alleanza fra proletariato e borghesia come garante dello sviluppo equilibrato, rinsalda il potere politico del Pci in Emilia. Quindi non solo integrazione della fabbrica verde nel ciclo capitalistico, ma anche gestione politica di questa integrazione sotto l’insegna che l’idea dello sviluppo deve funzionare come interesse generale, interesse del popolo e degli alleati del popolo.

Il processo di integrazione dell’agricoltura nel ciclo del capitale e lo sviluppo della produzione scorporata pongono a un certo punto il problema dell’adeguamento della produttività nella singola azienda alla produttività media sociale. L’idea del piano nasce da qui. E gli strumenti del piano non sono le pure e semplici indicazioni del piano Pieraccini e del Progetto 80. Il piano del capitale in Italia si chiama uso del salario come volano per lo sviluppo, si chiama integrazione dei sindacati in fabbrica in funzione dell’autogestione operaia dello sfruttamento, si chiama socializzazione dello sviluppo attraverso la consociazione partecipativa, attraverso cioè l’integrazione del Pci nel sistema politico italiano, che prevede ormai l’ideologia del Pci, l’equo canone d’affitto, l’equo profitto. L’area dell’iniquità è ridotta a comprendere solo i monopoli e le rendite parassitarie. Il partito diviene un interlocutore valido del piano del capitale, in grado di gestire fino in fondo gli strumenti di controllo politico sui quali il piano è basato: sindacato, enti locali, cooperative, forme di partecipazione di massa. Il discorso della nuova maggioranza nato nella pratica reale dell’Emilia rossa tende a oltrepassarne i confini e a proporsi come modello di gestione sociale dello sviluppo capitalistico a livello nazionale.

L’offensiva della classe operaia negli ultimi due anni ha tuttavia gravemente compromesso il progetto di nuova maggioranza. Le nuove lotte del ’68 e del ’69 hanno avviato un generale processo di ricomposizione di classe operaia. Obiettivi come gli aumenti salariali uguali per tutti, le 40 ore, la parità normativa hanno realizzato sugli interessi materiali e particolari di classe operaia quella riunificazione contro la quale sono stati inutili i vecchi strumenti di inglobamento e di divisione degli operai messi in opera dai padroni e dai sindacati. Tra il 1966 e il 1969 si colloca la ripresa dell’autonomia operaia in Emilia: il vecchio quadro comunista è sostituito dalla massa dei giovani operai. La lotta sul salario, contro il cottimo, contro le qualifiche diviene il terreno su cui prima attraverso la lotta aziendale, poi attraverso la massificazione della lotta contrattuale, inizia il nuovo processo di ricomposizione di classe. Tra il 1966 e il 1969 il nostro intervento ha funzionato come strumento di comunicazione di obiettivi e di modelli organizzativi delle avanguardie operaie di Porto Marghera, Torino e Milano. Si trattava di romperne l’accerchiamento e l’isolamento. Bisognava impedire al capitale di usare lo smembramento della classe operaia emiliana e la pace sociale gestita dal partito come cardine dell’offensiva anti-operaia durante le lotte contrattuali. Questo disegno è stato in effetti battuto.

La richiesta degli aumenti uguali per tutti imposta al sindacato è stata lo strumento attraverso cui gli operai, anche in Emilia, hanno massificato le lotte facendo saltare strumenti di divisione quali il contratto Confai e rendendo precari i dislivelli fra fabbrica e fabbrica di una stessa impresa (ad esempio la richiesta di parità salariale con gli operai Fiat da parte degli operai delle imprese artigiane). Questo ciclo di lotte ha quindi radicalmente cambiato la situazione, il Pci si è reso a tal punto consapevole della pericolosità dell’attacco operaio e della sua incidenza, reale e potenziale, sugli equilibri sociali che fino a questo punto gli hanno consentito la gestione del potere, da attaccare esplicitamente, sulle pagine di «Rinascita» scritte in vista della III Conferenza del partito, il corporativismo delle richieste salariali degli operai.

In quasi tutte le fabbriche emiliane il livello medio della forza operaia ha compiuto quel salto che impone al padrone singolo di muoversi nelle fabbriche con la massima cautela per non provocare l’immediata e dura reazione operaia. Lo vediamo dai modi delicati e circospetti che oggi il padrone usa per aumentare i ritmi, o imporre lo straordinario, o nel premiare con qualche aumento di merito gli ormai pochi ruffiani. E lo dimostrano gli operai nella scrupolosa vigilanza contro ogni possibile attacco del padrone. Al momento della prima busta paga post-contrattuale generale è l’incazzatura operaia contro le trattenute: la disponibilità alla ripresa immediata delle lotte c’è dovunque.

Ma c’è qualche cosa di più rispetto al ’68-’69: c’è tra gli operai la convinzione che la lotta va tutta rilanciata al livello più alto e più generale di scontro. Quale è infatti il tipo di risposta del capitale, nel breve e medio periodo, alle lotte? A questo punto l’attacco agli operai in fabbrica i padroni lo conducono partendo dalla società. L’aumento dei prezzi non è solo un banale strumento di recupero degli aumenti concessi (come se tra capitale e operai si giocasse a rincorrersi) ma va visto soprattutto come incentivazione al lavoro in fabbrica. Ciò che costringe l’operaio ad accettare lo straordinario, a piegarsi al cottimo, è proprio l’aumento del costo della vita.


 

Quattro – Il salario politico

 

La proliferazione del ciclo Fiat, l’introduzione di nuovo macchinario, la riorganizzazione generale dei metodi di controllo del lavoro saranno strumenti politici per far passare un attacco a tre livelli: 

 

la ristrutturazione di tutto il sistema delle qualifiche. La lotta contro le qualifiche e la job evaluation è stata per gli operai un terreno unificante. Si tratta di decomporre la forza-lavoro attraverso un nuovo sistema di valutazione delle mansioni in grado di riassorbire ogni tipo di scontento che favorisca l’unificazione delle lotte degli impiegati con quelle degli operai. Con l’eliminazione dell’arbitrio e del paternalismo con cui le qualifiche sono state fino a ora distribuite, con l’introduzione di diversi criteri oggettivi gestiti magari dal sindacato, o con l’apertura di prospettive di carriera, si tenterà di fare delle qualifiche un canale di consenso, un momento di partecipazione che spezzi in particolare, prima che possa consolidarsi, la saldatura fra tecnici e operai;

 

un attacco all’occupazione, che nella situazione emiliana assume aspetti solo apparentemente contraddittori. Da un lato c’è l’espansione produttiva e l’aumento degli operai occupati nei settori a bassa composizione organica, dall’altro c’è sempre maggiore difficoltà per i giovani scolarizzati a trovare presto lavoro. La scuola tende sempre più a divenire anche una sacca di disoccupati e, in particolare, l’università un periodo di parcheggio prima dell’entrata in fabbrica;

 

un uso massiccio degli spostamenti non più solo da un reparto all’altro, ma da una fabbrica all’altra contro ogni possibile costruzione organizzativa.

 

La capacità capitalistica di rispondere alle recenti lotte operaie con un piano complessivo che utilizzi strumenti immediatamente praticabili dentro e fuori la fabbrica per far passare un processo di ristrutturazione che nel medio periodo sancisca una sconfitta della crescita politica e organizzativa degli operai, impone una risposta altrettanto complessiva. Limitarsi a difendere, magari dinamicamente, il contratto lascia ai padroni tutto lo spazio politico necessario al loro piano. Va preparato invece un nuovo scontro generale politico che veda gli operai armati di una prospettiva politica chiara e di una organizzazione capace di sorreggerla, bloccare la nuova iniziativa capitalistica, spostare ancora in avanti la forza organizzativa degli operai. Vanno affrontati e battuti politicamente tutti gli strumenti vecchi e nuovi di incentivazione e di controllo che pesano sugli operai, in fabbrica e fuori. Questo passaggio della lotta operaia, questo passaggio dallo scontro con il capitale singolo allo scontro con il capitale sociale si esprime attraverso l’obiettivo del salario politico.

Il salario politico, fuori dalla fabbrica, è lotta al costo della vita. È abolizione delle trattenute sulla busta paga, il rifiuto del pagamento dei servizi sociali (mense, alloggi, trasporti ecc.). È la lotta al costo della scuola (libri, tasse scolastiche ecc.). È la lotta all’uso politico della disoccupazione: il salario deve essere garantito agli studenti nella loro duplice funzione di forza-lavoro in formazione e di disoccupati di riserva.


 

Sezioni