Il capitale può essere matriarcale?

Il capitale può essere matriarcale?

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Pubblichiamo due estratti del libro «Sulla riproduzione della capacità umana vivente. L’industrializzazione della soggettività»  (DeriveApprodi 2021) che raccoglie gli scritti di Romano Alquati  sulla riproduzione rimasti per lungo tempo inediti. Il primo estratto (pp. 145-152) è intitolato «Nuova femminilità? Verso un nuovo femminismo»; il secondo (pp. 183-188) coincide con la seconda parte dell’Appendice intitolata «Donnazione e crisi dei femminismi».

 

Quella di Romano Alquati è una scrittura complessa e densa perché procede per stratificazioni successive ed attenta e rigorosa nell’uso di concetti e neologismi. Gli estratti che pubblichiamo sono tuttavia relativamente semplici perché consentono di afferrare il nocciolo del ragionamento sviluppato dall'autore anche se si è sprovvisti di una conoscenza pregressa del suo lessico specifico. Va da sè che la dimestichezza con la terminologia alquatiana permette un apprezzamento maggiore dei testi. A chi volesse cimentarsi nello studio del sociologo e militante cremonese consigliamo di partire dalla lettura di Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati pubblicato dalla collana Input DeriveApprodi e, qualora riuscisse a recuperarle, dalle Dispense di Sociologia industriale. (Volume 3, Tomo 1 e 2, Il Segnalibro, Torino, 1989) di cui il volume Sulla riproduzione della capacità umana vivente. L’industrializzazione della soggettività edito da DeriveApprodi che contiene gli estratti qui presentati, rappresenta un corposo approfondimento.

In questa introduzione ci limitiamo a fornire, ancorché in maniera sintetica e grossolana, le definizioni di due concetti fondamentali che negli estratti vengono dati per scontati, poiché sono ampiamente trattati nell’intero volume, ma che costituiscono le premesse teoriche del ragionamento. Il primo concetto è quello di capacità-attiva-umana in mercificazione, che indica non una generica facoltà di agire ma di lavorare per il capitale: non solo quindi le abilità fisiche, ma l’insieme delle attitudini che fanno di un soggetto un lavoratore. Quando tale capacità è mercificata, essa non è posseduta dal lavoratore ma al contrario egli ne è posseduto. Occorre però fare una precisazione ponendo l’attenzione sul termine «mercificazione». Esso infatti indica un processo che non è mai concluso una volta per tutte, perché al contrario è aperto, reversibile e dall’esito incerto. Dentro un sistema capitalistico questa capacità di agire da un lato può diventare merce per il capitale ma dall’altro può diventare autonoma ed essere funzionalizzata a fini non sistemici. È dentro questo spazio di ambivalenza che si devono collocare gli sforzi organizzativi.

Il secondo concetto è quello di riproduzione della capacità umana in mercificazione. Secondo il complesso modello di Alquati, questa riproduzione avviene in tutti e tre gli ambiti che danno forma al sistema capitalistico: quello della produzione, del consumo e del politico. Nel libro Alquati analizza i processi di riproduzione della capacità dentro l’ambito del consumo, luogo oggi baricentrale per i processi di valorizzazione capitalistica (Alquati parla di consumo distruttivo e consumo riproduttivo che a sua volta può essere distinto in conservativo o formativo di capacità). Questa merce speciale deve  essere continuamente creata e ricreata, conservata, innovata, differenziata ma soprattutto formata. Va da sé che per l’importanza che la merce capacità-attiva-umana rappresenta per il capitale, l’ambito della riproduzione ha sempre avuto una rilevante centralità politica. Tuttavia per Alquati, in un quadro di dominio invariato, le trasformazioni capitalistiche hanno attribuito un senso nuovo alla centralità della riproduzione. Essa infatti sta «diventando per la prima volta luogo diretto e principale della stessa valorizzazione/accumulazione del capitale e del capitalismo». È a questo processo di progressiva indistinzione tra produzione e riproduzione che possiamo ricondurre l’applicazione all’ambito riproduttivo della razionalità industriale che invece caratterizza «normalmente» il funzionamento di quello produttivo. 

Fatte queste brevi premesse che ci auguriamo possano essere propedeutiche alla lettura, riteniamo che queste pagine siano sufficientemente chiare e forti da poter parlare da sole. Sono pagine dall’altissima carica critica, come quella che soltanto Romano Alquati sapeva concedere alle questioni che riteneva di assoluta rilevanza politica. Pensiamo che tra le molte che meriterebbero un po’ della nostra attenzione queste più di altre ci costringano a pensare, come solo la forza di chi vuole mettere a soqquadro il mondo sa fare. Perché mettono in discussione certezze e, potremmo dire, veri e propri tabù. Consigliamo quindi ai lettori e alle lettrici di lasciarsi interrogare dalle domande e dalle riflessioni di questo Romano Alquati, di abbandonare, durante la lettura, le proprie convinzioni e di seguirlo per scrutare cosa c’è oltre di esse. Se c’è una piccola lezione che possiamo trarre dal rapporto con questo compagno duro e spigoloso come pochi, é che non dobbiamo mai accontentarci dei nostri risultati politici; che prima di tutto dobbiamo guardare alle nostre insufficienze e rivolgere la critica al nostro operato e ai nostri tic ideologici; che per essere contro questo mondo dobbiamo esserci dentro o in altre parole fare conricerca.

 

 

 

 

Primo estratto

 

Nuova femminilità? Verso un nuovo femminismo?

 

Attualmente il lavoro è soprattutto affettivo-emotivo e cognitivo, e sembra che le donne sappiano fare meglio proprio questi lavori tipici di oggi. Allora sono più produttive, magari se glielo riconoscono si gratificano, e tutto finisce lì? Questa seduzione i cinici politici la fanno. Le femmine sono più relazionali, anche per la loro maternità, ma forse anche più intelligenti. Ipotizzo che abbiano un’altra maniera soprattutto di stare dentro i rapporti di lavoro-specifico che, secondo molte di loro, se fosse imposta al nostro sistema odierno lo trasformerebbe radicalmente. Fin dove? Come?

Non era facile negli ultimi decenni dire cosa, al di là dell’anatomia da una parte e dei ruoli sociali dall’altra, nel loro reciproco rapporto, quindi nella psiche e nella mente, fosse davvero la femminilità, lo specifico femminile nella società-specifica. Si constatava facilmente che da un lato anche la psiche/mente delle femmine cambia nei tempi, nei luoghi, nei ruoli, nelle funzioni, che anche nelle femmine sono differenziati. Dall’altro lato, si notava che se si fa una comparazione sistematica con i maschi spesso questi oggi risultano più o meno uguali alle femmine (sono femminizzati?), anche se certo non in tutto. Comunque, le femmine spesso si mostrano propense a una maniera di lavorare (nel significato mio, trasversale, della parola) più o meno diversa da quella maschile; se ciò è vero, ha probabilmente un’enorme importanza anche per i progetti di una società diversa. Possiamo credere che si tratti soprattutto di una maggiore loro relazionalità, che possiamo ricondurre alla loro funzione di madri, potenziale e reale, quindi sia alla loro anatomia sia a questo loro grande ruolo, che non si limita al dare la vita, ma dà anche la capacità di sopravvivere nella società. Tuttavia insisto: in cosa consistesse davvero e tuttora consista, oltre la biologia, i ruoli, i diritti differenti e il differente prezzo della capacità-lavorativa, la differenza effettiva delle donne e del lavorare femminile, tanto più scendendo nel profondo, ieri restava abbastanza oscuro. Forse è ancora più misterioso oggi per l’enorme fumo ideologico che avvolge tale questione, oltreché per la grande commistione e rimescolamento di tutto quanto, nella crescente culturalità umana. Tanto più che io ritengo fondata l’ipotesi che il femminismo emancipativo, quello della parità con i maschi, ha parecchio maschilizzato le donne. Andando perfino contro una certa femminizzazione (che io chiamo qui «donnazione») di periodo lungo della nostra società. Donnazione della famiglia, del lavoro/occupazione, del consumo, della politica, incluso lo Stato, che nel welfare governava la riproduzione come Stato-mamma. Donnazione del lavoro specifico trasversale. Paradosso? Ci tornerò.

A un certo punto, poi, le femmine sono state «psichizzate» dai mass media, dai rotocalchi del sistema e dalla stessa letteratura femminista. La medicalizzazione dei movimenti femministi più radicali ha avuto e ha toni da psichiatrizzazione. Si sono moltiplicate donne di ceto medio iperproletarie affascinate da una psicanalisi di seconda mano di sedicenti psicanalisti dilettanti cialtroni: è esploso un consumo, un mercato, di una pseudo-psicanalisi assai ideologica, diventata una religione, dunque rassicurante. Molto iperproletariato di ceto medio, ora ambivalentemente egemone, e non solo femminile, è andato abbastanza dietro1 a questo femminismo piuttosto borghese. Sottolineo, psichizzazione molto semiologica, verbosa, spinta da vari femminismi di stampo borghese. Per la potenza dei media le donne si sono sentite, immaginate, dette e parlate loro stesse quali fortemente specializzate in sensazioni, emozioni e sentimenti. Autoinganno? Allora, ritengo significativa la difficoltà di caratterizzare ulteriormente la femminilità psichica effettiva e profonda, ovvero la differenza femminile proprio sul piano psichico. Ma è vero che la psiche femminile segna per sua natura profonda questa differenza in una maniera tanto forte? Malgrado le «women university», si può ancora dubitarne, tanto che non mancano tra loro rappresentazioni molto differenziate. E le classi sociali in senso sociologico, qui non c’entrano proprio niente? E le culture locali?

I vecchi socialcomunisti dicevano che il voto alle donne avrebbe favorito i conservatori; sembra che ancora oggi, malgrado tutto, dalle donne venga il maggior consenso al capitalismo. Oggi, per un nuovo femminismo che vada contro il patriarcato capitalistico non solo per rovesciarlo in un matriarcato capitalistico, e per un nuovo rapporto di cooperazione conflittuale tra i due generi rinnovati, bisogna ripartire dalle donne effettive, dalla conricerca sulle e con le donne effettive. Capire cosa sono e come sono le donne effettive, e perché, e con che conseguenze.

Resta vero che una buona percentuale della forza lavoro vivente femminile disponibile è tuttora (e pure nel prossimo futuro) al lavoro nella baricentrale riproduzione di capacità-umana-vivente, sia in casa sia nell’occupazione esterna, separata. Ho già ripetuto che le donne sono più relazionali; però, adesso lo sono in parte crescente in un lavoro autonomo, pure schiavistico, in buona misura nemmeno riconosciuto e retribuito come lavoro. Tanto più che, come ripetuto fino alla nausea, adesso in molti paesi dell’Occidente c’è una tendenza di donne deluse della loro uscita a tornare in casa. Ma in casa si prendono o si debbono fare imporre gli stessi lavori anche molti maschi. Oggi entrambi i sessi fanno a domicilio, di solito per moltissime ore al giorno e alla settimana (tendono a sparire le domeniche), tele-lavori soprattutto terziari e quaternari, ma non solo (si guardi negli scantinati del nord-est), lavorando in maniera sempre più in apparenza e formalmente neo-autonoma a produrre e riprodurre a domicilio: doppia (e tripla) presenza, in casa propria. C’è poca differenza nel lavorare tra i grandi ambiti.

Però (ahi!) sono riproduttive solo le donne che effettivamente la riproduzione la fanno. Dietro l’ideologia, ci sono molte donne che non riproducono e tantomeno curano niente e nessuno. Nate per dare la vita: però ancora oggi, di solito, per far questo bisogna essere in due e di diverso genere. Il patriarcato sfruttava un rapporto che però c’era. Ma il separatismo integrale? Oggi ci sono perfino molte donne che ricevono e fruiscono di molta più cura di quella che danno: sono molto più auto-riproduttive che riproduttive. Nel narcisismo. C’è una sterilità assai ideologica, soprattutto di femministe intellettuali (e separatiste). Non poche assumono salariate e salariati per far loro fare, ad altre e anche ad altri, il «loro» lavoro riproduttivo e parte di quello stesso autoriproduttivo.

Nondimeno le donne in generale rimangono le principali protagoniste dell’oggi baricentrale riproduzione di capacità-umana-vivente in mercificazione e così permangono in una fondamentale dualità, sebbene ora tendenzialmente iperindustrializzata. Ad esempio, le nuove tecnologie a pagamento liberano le più ricche da vari aspetti del procreare, partorire, allevare. E di solito le donne effettive sono anche contente di certe modifiche del loro corpo biologico (modifiche respinte dalle femministe), anche con il solito grave dilemma dell’obsolescenza di capacità-umana-vivente. E poi se compri immigrati eviti i costi di riproduzione al tuo paese e hai forza lavoro già fatta! Come ciò però le cambia soggettivamente?

Proprio a questo punto, torno al suddetto ipotetico paradosso. Io mi muovo da tempo nella distinzione ipotetica tra le donne effettive e le femministe. Scandalo! Meglio: tra un processo storico di lungo periodo, di sei o sette secoli, di crescita graduale ma continua del peso e potere delle donne che, ripeto, chiamo «donnazione», effettiva e sostanziale. Donnazione della nostra famiglia, società, cultura, etica e perfino della politica istituzionale; e poi i movimenti recenti di breve periodo detti «femministi». La distinzione è tale che la sconfitta dei femminismi (se c’è davvero stata) non ha significato granché la sconfitta delle donne, in primo luogo in Occidente; magari grazie alla globalizzazione capitalistica, dappertutto. Su questa ipotesi ultraschematica c’è moltissimo da approfondire, precisare, capire meglio. Il grande processo plurisecolare della donnazione in Occidente e anche in Italia era già giunto a livelli tali di crescita che (ipotesi ulteriore) gli stessi femminismi recenti probabilmente sono stati più una sua conseguenza che una sua causa. Lo Stato democratico dei partiti e la politica istituzionale, che nel Novecento hanno avuto molto la funzione di governare la riproduzione della capacità-umana-vivente-merce, ne sono stati fortemente investiti, imbevuti, poi messi in questione e più volte rifatti. Orbene, perfino questi sono stati un poco donnizzati2.

Da questa centralità della riproduzione e tuttora delle donne effettivamente riproduttive, e feconde, forse deriva anche da noi un potenziale di lotta di parte anche come lotta aperta femminile e neo-femminista; e pubblica, politica, pure strategica, che però in giro oggi si realizza proprio pochino. Potenziale di lotta davvero a quel tanto di patriarcato e di patriarcalismo iperindustriale e ipercapitalistico3 residuale? E non solo competizione, concorrenza, nella carriera? Me lo auguro. Nondimeno abbiamo condizioni sempre più favorevoli alle donne e strappate da loro, dalle donne effettive: c’è una forza e un potere crescenti delle donne intere ed effettive nel capitalismo, cosa davvero ancora le frena? Non rispetto alle ideologie dei femminismi, ma rispetto a un loro effettivo ulteriore miglioramento di posizione e uso della loro crescente forza, magari verso esiti di grande trasformazione, o addirittura «rivoluzionari».

Tuttavia molto resta, almeno staticamente, dubbio, oscuro e soprattutto immaginario, in particolare negli sterili verbalismi sempre più formali di intellettuali tardo-femministe. Una cosa negativa, finora, è che malgrado non abbiano proprio raggiunto trionfalmente molti dei loro obbiettivi, la maggior parte delle leader dei vari e differenti femminismi concorrenti non hanno quasi mai fatto o fanno seria autocritica. Soprattutto sulla suddetta questione di cos’è lo specifico femminile, in particolare lo specifico psichico e quindi anche la «differenza», pure mitica. Certo, c’è la maternità, il corpo materno; se però, malgrado la loro forza reale e potenziale enorme le donne su molti aspetti chiave dei loro attacchi non hanno vinto4, ci sarà pure qualche ragione e spiegazione! Non c’entreranno anche le balle consolatorie e formali che si sono raccontate e si stanno ancora raccontando? E, tra l’altro, il piacere della parola colta fine a se stessa, che si esaurisce in se stessa? Sempre più il consumismo culturale-umanistico e spettacolare è soprattutto femminile. Ci sono state e ci sono ancora nei femminismi slogan, parole d’ordine neppure magiche, linee e ideologie proprio sbagliate. Le sconfitte sono venute dalle inadeguatezze. Bisogna cambiare parecchio, questo è il punto ineludibile. Ci sono tanti, troppi compiacimenti del presente.

Un vero matriarcato inteso modernamente come governo delle femmine non è mai esistito. Però fino al mondo pre-ellenico le donne sono state molto potenti nella lunga stagione dell’animismo, della magia, del pensiero magico e del mito esplicito: poiché non solo davano la vita, ma allevavano e formavano i fanciulli, pure i piccoli maschi, fino all’iniziazione, e per la loro conoscenza esclusiva di vari importantissimi aspetti della natura, nella divisione sessuale dei ruoli. Il patriarcato è cominciato con i greci. Ma anche nella più classica civiltà contadina e nel suo culto della fecondità, Demetra non ha mai comandato il suo paredro, il suo Toro: contava comunque la maggior forza fisica, muscolare. Ricordare e riproporre Demetra oggi implica riproporre anche il complementare patriarcato. Allora, ribaltarlo in un matriarcato e basta? In pura rivincita? È un revanscismo separato che sceglie la sterilità, nel narcisismo? O invece si vuole un nuovo rapporto pure fecondo tra i sessi, liberati dal capitalismo, come auspico anch’io?

La storia dell’umanità è, almeno dagli elleni in poi, una storia di patriarcati differenti. Il patriarcato capitalistico è diverso da tutti gli altri e ha esso pure una sua storia interna come supersfruttamento con sottosalario. Per comprenderlo e anche per combatterlo bisogna inserire e contestualizzare questo patriarcato peculiare di oggi nel sistema capitalistico odierno, o ipercapitalistico. Le femministe erano partite contro il patriarcato di oggi, però poi molte di loro se la sono presa, spesso molto duramente, quasi esclusivamente con i loro partner maschi diretti in una sorta di vendetta, appunto in un loro revanscismo: li hanno attaccati «solo» per la loro maschilità, anche per aspetti abbastanza generali o di genere che certo i maschi singoli non si sono scelti loro e per i quali, di solito, non hanno vera colpa. Così si sono spesso sfogate e unite tra loro5. Ma, partendo dall’unione dei cromosomi che ci dà il patrimonio genetico, c’è fecondità, dare vita, senza lo scambio tra i sessi? Anche uno scambio del tutto nuovo e diverso? Anche nella mediazione di macchine-artificiali riproducenti?

Però, nel frattempo il patriarcato specifico capitalista veniva piuttosto perso di vista, tanto che adesso quasi tutti i vari femminismi hanno discretamente cittadinanza nell’odierno ipercapitalismo, che li accetta come un’altra forza di modernizzazione. Così, sebbene all’inizio i femminismi apparissero come una gigantesca minaccia potenziale alla società capitalistica, anche per il ritmo lento di certi cambiamenti, adesso vi hanno un’abbastanza tranquilla collocazione integrante. Tuttavia, di recente, questo patriarcato non è magari cambiato fino a svuotarsi e un poco rovesciarsi, dall’interno e «dal basso», proprio grazie a certi aspetti del neo-capitalismo, inclusa la tecnologia scientifica e il macchinario-artificiale? Forse su ciò, sui bisogni, i desideri e gli interessi nelle donne, nella loro compresenza anche non contemporanea, e le richieste di certi residuali femminismi, c’è sfasatura? E c’è sfasatura tra condizione effettiva delle donne occidentali e femminismi dei decenni Settanta, Ottanta e Novanta, sfasatura tra i punti di vista? C’è talora una distanza rilevante?

Ma attenzione, dalla forza delle donne non viene fuori o non si ripropone più nessun dualismo netto, almeno dal Novecento. Né tra donnazione e altro maschile, né dentro la donnazione stessa, come ad esempio potrebbe essere con taluni fenminismi recenti. Decenni o addirittura secoli di commistioni e rimescolamenti hanno frantumato e più volte riarticolato in varie molteplicità anche questa condizione, fino alla grande indeterminata pluralità odierna. Oggi che la riproduzione della capacità-umana-vivente e neo-merce diventa baricentrale dappertutto per il capitalismo, ma impresizzandosi e macchinizzandosi nell’ulteriore tecnoscienza, la donnazione cresce ancora. Tuttavia, adesso i femminismi non rinascono e neppure si rianimano. La mia ipotesi provocatoria è che vari movimenti femministi, forse nel loro ideologismo e ideologizzazione del femminile, non hanno sempre davvero molto capito, correttamente raffigurato e rappresentato proprio le donne effettive. Spesso non hanno saputo vedere, valorizzare, moltiplicare e utilizzare la forza e il potere crescenti delle donne pur dentro questo involucro patriarcale capitalistico; e tantomeno per uscire fuori da quest’ultimo, pur residuale. I femminismi recenti e «borghesi» in concorrenza hanno ricercato ieri soprattutto un riconoscimento e una legalizzazione (di situazioni di fatto, pure di potere, di femministe cooptate dal sistema patriarcale e capitalistico); soprattutto in questo non sono tanto riusciti, ma anche nel superare certe situazioni di fatto o nel crearne.

Perfino l’odierna sconfitta e declino eventuali del fondamentalismo islamico (paradosso) nei confronti dell’Occidente esprime l’ulteriore sconfitta del maschilismo di fronte alla donnazione (e al familismo, all’umanitarismo, al «socialitarismo»). E forse sbagliano le femministe di oggi a porre la psicologia anche come psicanalisi di dilettanti cialtroni e non la sociologia, la scienza del sociale, come scienza umana delle donne, relazionali.

In conclusione: forse oggi lo stesso patriarcato capitalista sta cedendo; si sta aprendo per la prima volta proprio nel capitalismo e ipercapitalismo una crisi storica del patriarcato medesimo, mangiato gradualmente dall’interno dalla donnità effettiva? In un capitalismo e in una iperindustrialità capitalistica che, malgrado tutto, hanno dato molta forza soprattutto alle donne. Anche il macchinario-artificiale ha favorito le donne togliendo ai maschi il vantaggio della forza fisica. È difficile rispondere nella grande commistione e rimescolamento. Certo, fuori dalle ideologie, il capitalismo, malgrado l’odierno perdurare del patriarcato (intorno ai tre suddetti aspetti del supersfruttamento delle donne), intasca più che può; però non è «necessariamente» patriarcale, né le donne effettive sembrano essere «necessariamente anticapitaliste», per nulla. Questa è la questione. A un certo punto (futuro prossimo?) potremmo ritrovarci in un matriarcato capitalista. E ci sono su questa strada varie alternative. Io sono innanzitutto contro il capitalismo. Un nuovo femminismo meno precario dovrà ripartire dal chiedersi cos’è davvero una donna, oggi, conricercare6. Ma è proprio vero che il capitalismo con la sua mercificazione della capacità umana e mercantilizzazione dei rapporti pseudo-umani sottomessi al profitto piace alle donne e non ha negatività per loro? Oppure siamo per un matriarcato capitalista, magari immaginandolo come capitalismo dal volto umano, che nel sogno di alcune migliorerebbe anche la sopravvivenza capitalistica dei maschi, governati dalle femmine? E allora perché non sognare almeno un matriarcato post-capitalista, anti-capitalista, più vicino al nuovo rapporto fecondo e cooperante tra i sessi rinnovati nell’uscita dal capitalismo? Per puntare a un nuovo rapporto di cooperazione e contro-cooperazione tra i due sessi rinnovati pur nella loro differenza.

 

 

Secondo estratto

 

Appendice 2 – Donnazione e crisi dei femminismi

 

Lo specifico psichico femminile?

 

Non è mio scopo sedurre femministe. La mia ipotesi fondamentale è che da sempre le caratteristiche anatomiche, fisio-funzionali e perfino psichiche delle donne abbiano avuto un peso così forte che la donna e i suoi ruoli sono cambiati poco nelle diverse civiltà e culture. A differenza dei maschi. Sebbene differenze minori nel tempo e nello spazio ci siano state e ci siano. Anche per questo, forse, esse hanno spesso rappresentato la forza di tradizioni passate rispetto e certi cambiamenti.

Taglio giù con l’accetta, ultraschematicamente. La differenza anatomica già negli animali superiori sociali ha determinato da un certo momento in poi una differenza sessuale dei ruoli, differenziando la maniera di vivere e di partecipare al branco o al gruppo familiare. Ma quel che conta è che già dall’apparire dell’homo sapiens sapiens la differenza sessuale dei ruoli si pone diversamente: la madre è raccoglitrice e travaglia nel focolare domestico; il maschio esce a caccia ed è più importante nelle piccole proto-guerre, comanda l’insieme, anche quando la discendenza è matrilineare. E c’è l’esogamia femminile, con cultura e formazione differenziate e molti rituali distinti per parecchi millenni e decine di millenni. Non è mai esistito un matriarcato nell’antichità, nel significato moderno di un governo delle femmine. Decisiva rimase comunque la maggior forza muscolare dei maschi. Anche nella sedentarietà agricola, la maternità pesantissima e mortifera e l’allevamento vincolano le donne, così come le tradizioni di raccolta, la cura, la conoscenza concreta delle piante selvatiche, degli animali da cortile. Ma certo ci fu una lunghissima stagione della magia e del pensiero magico in cui le donne furono molto potenti non solo perché davano la vita, ma perché allevavano i fanciulli e possedevano importantissime conoscenze esclusive della natura. A parte l’enorme, ardua e ambigua questione degli schiavi, in particolare nelle civiltà contadine, che si sono spesso assunti soprattutto gran parte del lavoro femminile. I maschi patriarchi evolvono verso una maggiore distanza dalla manipolazione diretta delle materie naturali, verso una maggiore astrazione. Proprio in Grecia, con il logos ha inizio anche il patriarcato, quasi tremila anni fa: con la città/mercato contadina, il denaro e la specializzazione dei mestieri artigianeschi; e nell’esercizio del comando, con la separazione e ulteriore differenziazione in nobili, sacerdoti, militari e artigiani.

La variabile strategica differenziatrice principale appare la maggiore relazionalità delle donne, sia come madri reali che pure (ma meno) come madri e allevatrici potenziali. Altre determinanti storiche universali della donnità si indicano nel naturismo del bios e nel travaglio, nel familismo, nel comunitarismo, nel pacifismo, nell’umanitarismo, nel suddetto relazionismo di cura. Dalla crisi della polis in avanti, una cultura donnesca caratterizzerà anche le culture dette orientali e gli schiavi a Roma (in gran parte di provenienza orientale), porterà alla grande rivoluzione cristiana contro la romanità maschilista che (con la polis e la città contadina del dispotismo) rappresenta il momento della maggior distanza storica tra i sessi, i loro ruoli e le loro culture.

Ipotesi: sulla differenza dei grandi ruoli (indotta dall’anatomia) si differenzia lo specifico femminile. Le cose cambieranno gradualmente solo con l’industrialità capitalistica che riduce sempre più la distanza anatomica; la distanza culturale e psichica delle donne, poi anche sociale e lavorativa, si attenuerà gradualmente dalla fine del Settecento e con l’Illuminismo. Oggi diventa diventa sempre più spesso molto arduo dire cos’è lo specifico femminile psichico e culturale, in una formazione sempre più promiscua, in una vita malgrado tutto sempre meno somatica.

Fin dall’antichità le femmine umane mostrano una serie di ruoli più diretti nella riproduzione della specie, all’inizio a partire dalla loro famiglia e clan, e poi tribù e popolo. Ciò non verrà mai meno, anche se nell’iperindustrialità capitalistica sarà più indiretto e meno esclusivo.

 

Il patriarcato

 

Fino alla fine del Settecento la storia dell’umanità è storia di patriarcati, ossia di forme di dominio di maschi sulle femmine (soprattutto se tolta di mezzo la complicazione degli schiavi). Il patriarcato nell’homo sapiens si fonda sulla maggiore forza e prestanza fisica dei maschi fecondatori rispetto alla donna, che nella civiltà contadina sedentaria diventa la terra, che riceve il seme. Per la fecondità si richiedeva infatti il rapporto, pur asimmetrico, dei due sessi. Il patriarcato però è un po’ relativo: se è vero che i maschi comandano sull’insieme, tanto più con lo sviluppo delle guerre, dell’impero e dello Stato, è altrettanto vero che c’è comunque una sfera domestica di cui i maschi non si degnano e in cui le donne sono a loro modo sovrane; in tale sfera, inoltre, vige una regola diversa e spesso resistente a quella statale e pubblica. In seguito la tecnologia e la tecnoscienza apriranno certe sfere alle donne, senza che i maschi si assumano granché il focolare; così ad alcuni è parso che lo specifico potere femminile (basato su potenze invisibili e silenti) all’inizio del capitalismo e della società borghese fosse diverso ma non inferiore. Tra l’altro, la borghesia e la sua visione della vita soprattutto privata è stata sentita come molto più donnesca rispetto all’aristocrazia feudale (si veda anche Elias e l’imporsi graduale delle buone maniere).

Comunque: patriarcato e dominio. Il capitalismo appare la civiltà in cui un lungo periodo storico di patriarcato si attenua sempre più fino a che – ipotesi – il patriarcato nel capitalismo industriale, tecno-scientifico e neo-finanziario, per quanto ancora forte, appare «residuale». Soprattutto il macchinario nella sua tecno-scientificità (si pensi al rapporto tra streghe, donne, scienza e tecnoscienza) riduce l’inferiorità delle donne, malgrado l’uso capitalistico di tutto ciò. Ma c’è stata davvero e come una critica femminista o anche femminile peculiare dell’uso capitalistico delle macchine, della tecnoscienza, dei modi di razionalità e organizzazione scientifica? Cioè un discorso femminile sull’ambivalenza di ciò? E sul nuovo sociale, sull’economico e sul politico, sul culturale e sul religioso? E rispetto al dominio?

Ma com’è (ipoteticamente) il patriarcato capitalistico? Il patriarcato capitalistico, almeno nella fase classica, si presenta come un peculiare super-sfruttamento delle donne soprattuto proletarie nell’ambito del più generale sfruttamento del proletariato, costretto a vendere, a dare in leasing o addirittura gratis la propria capacità-umana-vivente. Questo peculiare super-sfruttamento si attua in tre maniere: 1) pagando meno (o non pagando affatto) il lavoro femminile di ogni tipo; 2) collocando le mansioni di lavoro femminile o le donne in qualsiasi mansione ai gradi più bassi della gerarchia, che è sempre anche gerarchia salariale; 3) facendo finta di non vedere o addirittura negando la mercità specifica di molto lavoro femminile, o perlomeno negando il suo concorrere a produrre valore (capitale). Pertanto, la lotta contro questo nostro patriarcato non è solo questione di salario al lavoro domestico, sebbene sia innanzitutto questo, ma più ampiamente rientra nella questione generale dello sfruttamento del proletariato mediante salario e lavoro trasversale salariato di fatto, come questione di sotto-salario. Ciò è stato particolarmente vero da noi fino ai primi anni Settanta. Tuttavia, cosa molto importante, per riuscire a protrarre al massimo nel tempo queste tre condizioni anche il capitalismo industriale ha cercato e cerca di mantenere vive e forti antiche tradizioni patriarcali di altre epoche, soprattutto di formazione culturale, ideologica e religiosa delle donne, per poterle discriminare il più possibile non solo nella loro accettazione, ma perfino con il loro frequente concorso. Così, malgrado il capitalismo dia almeno potenziale forza alle donne, queste poi nella loro soggettività manipolata e particolarmente colonizzata (altrettanto di quella maschile) accettano o subiscono abbastanza una presunta inferiorità.

Comunque la mia conclusione ipotetica triplice è: il capitalismo non è necessariamente patriarcale; le donne non sono necessariamente anticapitalistiche (anzi!); per un futuro nemmeno troppo lontano possiamo ipotizzare addirittura un matriarcato capitalistico, che sarebbe anche il primo matriarcato della storia umana.

 

Femminismi

 

Una certa reazione a tutto ciò hanno cercato di promuoverla i vari e diversi movimenti femministi, raccolti in due principali e non sempre distinguibili tradizioni: quella di «emancipazione» e di parità (almeno pari opportunità) con i maschi, e quella cosiddetta di «liberazione» delle donne.

La tendenza che ha avuto relativamente più successo è stata (ovviamente?) quella di emancipazione. Ha toccato maggiormente anche la questione della salarietà femminile e del patriarcato specifico, attenuando soprattutto le prime due inferiorità. Si dice che i femminismi della parità abbiano anche parecchio maschilizzato le donne, andando perfino contro certi aspetti del processo di donnazione industrial-capitalistica della società. È un’ipotesi. La tendenza alla liberazione annovera femminismi più decisamente sconfitti e ora in crisi, almeno come movimenti che talora sono stati «di massa», ma poco o magari niente anti-capitalistici, o poco davvero con efficacia anti-patriarcale.

Segnalo, anche sulla scorta delle interviste fatte da Francesca Pozzi7: femminismo terzomondista, maternista, dell’autocoscienza e psicanalista, dei servizi pubblici del salario al lavoro domestico, del salario del cittadino consumatore ed elettore, e altri, poco mediabili, spesso incompatibili e in contrasto tra loro, cosicché oggi appare arbitrario e distorsivo parlare di «femminismo» al singolare.

L’analisi storica dei movimenti femministi recenti, degli anni Settanta e Ottanta, che hanno subito pesanti sconfitte, malgrado la donnazione e la crescente forza delle donne, suggerisce l’ipotesi che ottenebrate da ideologie gratuite e spesso folli, raramente riscontrate, non abbiano saputo capire cosa sono le donne e la loro «vera» differenza, e tantomeno abbiano saputo (o voluto) valersi della loro forza crescente; hanno anzi combattuto proprio molti degli aspetti che alle donne davano e ancor più oggi danno forza. E raramente questi movimenti hanno davvero combattuto lo stesso patriarcato, compiacendosi narcisisticamente di possibilità superficiali di sensazioni ed emozioni, accettando una falsa immagine della donna come irrazionale, soprattutto da parte di intellettuali separatiste spesso lesbiche e sterili, ben poco riproduttive, che in molti casi ricevono ben più cura di quanta ne danno; esse cercano un’affermazione revanscista sui maschi piuttosto che un rapporto nuovo di convivenza o cooperazione tra i sessi, foss’anche conflittuale e magari molto. E senza coscienza della lavorità riproduttiva specifica anche nella fruizione.

Tuttavia, nel processo storico che almeno nell’ultimo secolo ha da un lato (quello dei valori) promosso la donnità, dall’altro ha dato nuova forza materiale alle donne, producendo una donnazione della società capitalistica (e non più solo borghese), oggi si dà un’accelerazione e un’amplificazione, un vero balzo. Abbiamo il recente primato della riproduzione della capacità-umana-vivente, in primo luogo nell’occupazione, ma più importante nella valorizzazione del capitale, cominciando dalla stessa produzione del plusvalore. Proprio nel momento in cui certi femminismi riuscivano a coinvolgere non trascurabili minoranze di massa in rivendicazioni e movimenti contro alcuni aspetti del patriarcato specifico, in particolare nel terreno crescente della riproduzione della capacità umana, pure aumentandone il costo per i capitalisti (ossia al netto di volontariati e qualche razionalizzazione spontanea dal basso), proprio allora questi ultimi hanno introdotto nuove modalità e tecnologie di risparmio di lavoro anche o soprattutto riproduttivo e di consumo, nella sua trasversalità. Cosicché hanno cominciato a valorizzare direttamente capitale nella riproduzione della nostra capacità mercificata. Ciò, malgrado la sua ambivalenza, ipotizzo che come saldo moltiplichi almeno potenzialmente il potere contrattuale e la forza politica delle donne odierne, in particolare in Occidente.

 

Un nuovo femminismo plurale ma rivoluzionario?

 

Se è vero, come pare fondato, che la donnità di per se stessa non è anti-capitalistica, nondimeno un nuovo femminismo liberatosi di certi ideologismi e compiacenze sterili potrebbe cercare di sfruttare la nuova centralità delle riproduttrici forti iperproletarie, proletarie sempre due volte, per una mobilitazione plurale di vaste e magari crescenti nuove minoranze di donne in una loro nuova soggettività trasformabile in contro-soggettività. In una prospettiva plurale e magari sincretistica di nuovo rapporto – quand’anche conflittuale – tra i due sessi, in un movimento anti-patriarcale in primo luogo perché anti-capitalistico. Magari a partire proprio dal terreno della riproduzione della capacità-umana-merce e della sua mercità odierna, in cui risalta la questione formativa e soggettiva. Sottolineo che questa non è questione settoriale, interessa entrambi i sessi in specie iperproletari (siamo tutti imprese) come forza-contro almeno potenziale, anche contro se stessa!

1 Ho già detto che hanno fatto eccezione in Italia negli anni ’70 le femministe di “Lotta femminista” aderenti al movimento internazionale pel salario al lavoro domestico.

2 L’indicatore non è tanto la percentuale delle parlamentari o delle funzionarie.

3 Ma qui la grande domanda é: il capitalismo è necessariamente patriarcale? Perché? E allora?

4 Ma su certi altri stanno da molti decenni stravincendo.

5 Nelle riprese femministe della «guerra dei sessi», «lui» non è tanto combattuto perché l’attuatore e il sostenitore del patriarcato capitalistico, ma solo perché è un maschio, e allora qualcuno da odiare con l’approvazione delle amiche. E viceversa.

6 Il conricercare è anche femminile: le donne hanno una loro maniera di farlo.

7 Alla fine degli anni Novanta Francesca Pozzi ha condotto, in collaborazione con Alquati, una ricerca sulla soggettività delle militanti femministe, poi non pubblicata. [Nota del curatore]

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