«Costringere alla docilità la mano ribelle del lavoro»: il ruolo delle macchine nella rivoluzione industriale

«Costringere alla docilità la mano ribelle del lavoro»: il ruolo delle macchine nella rivoluzione industriale

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Articolo di Marco Duò sull'uso capitalistico della tecnologia

Se la vita non è che moto di membra, la cui origine è in qualche principale organo interno, perché non possiamo dire che tutti gli automata – macchine che si muovono da sé, con molle e ruote, come un orologio – hanno una vita artificiale?

(T. Hobbes, Leviatano)

Rivoluzione industriale o espansione macchinale?

Nel primo libro del The Wealth of Nations, Adam Smith individua nella divisione del lavoro il principale propulsore dell’economia mercantile di fine Settecento. Essa spiega non solo l’aumento di produttività, l’espansione del commercio e il miglioramento generale delle condizioni di vita di questo periodo, ma anche il macchinismo, fenomeno che acquisisce una sempre più specifica funzione di progresso proprio grazie alla parcellizzazione delle mansioni. Secondo Smith, questa nuova razionalità del processo produttivo ha permesso agli uomini che vi sono coinvolti di concentrare un maggior numero di forze – fisiche e intellettive – nel perfezionamento e nell’invenzione di strumenti di lavoro allo scopo di alleviare ulteriormente la fatica e di ottimizzare il più possibile il lavoro. L’economista inglese non esita a riscontrare in questa congiuntura favorevole una rampa di lancio per l’iniziativa operaia: «Gran parte delle macchine che sono usate in quelle industrie in cui il lavoro è maggiormente suddiviso, furono originariamente invenzioni di operai comuni, i quali, ciascuno di loro essendo addetto a qualche operazione semplicissima, volsero naturalmente la loro attenzione a trovare metodi più facili e più rapidi per eseguirla».

Tuttavia, a un grado più avanzato della tecnologia e della specializzazione del lavoro, gli effetti possono rivelarsi paradossalmente opposti; la restrizione dell’area lavorativa e la sempre crescente ripetitività delle mansioni istupidiscono l’operaio, a cui comincia a essere richiesta una preparazione sempre più limitata. Sorge pertanto l’esigenza di nuove figure professionali all’interno dell’officina, addette alla supervisione e alla sorveglianza. Fra queste, oltre ai guardiani e ai tempisti, vi sono anche tecnici, costruttori di macchine e «filosofi, o uomini di speculazione, la cui professione non è il fare qualche cosa, ma l’osservare ogni cosa, e i quali per questo motivo sono spesso capaci di combinare insieme le capacità degli oggetti più distanti e diversi».

L’ingegno dell’operaio, che prima si esplicava in una discreta padronanza del mestiere e nella facoltà di semplificarlo qualora ce ne fosse il bisogno, diventa appannaggio di una categoria esterna al processo lavorativo. Le sue conoscenze sono appropriate, accresciute e sviluppate da scienziati e “filosofi” non più per alleggerire i carichi di lavoro, ma per incrementare la produttività del sistema complessivo. In parole povere, un sapere che in precedenza era proprio dell’operaio, ora gli diventa estraneo. Questo furto dei saperi operai realizza, storicamente, il passaggio dalla manifattura domestica al sistema-fabbrica, passaggio comunemente noto come “prima rivoluzione industriale”.

Proviamo a ricostruire questo spartiacque calandoci in un discorso puramente tecnico, prendendo in esame l’invenzione di tre specifici macchinari. Il settore in questione è il tessile, fino al 1760 prerogativa di piccoli cottage a conduzione familiare. In questo periodo, il comparto della filatura non riesce a produrre quantità di filo sufficienti per la tessitura, già forte di notevoli innovazioni tecniche. Lo scompenso viene colmato nel 1767 dall’introduzione della jenny, una macchina a lavoro intermittente dotata di fusi multipli. Grazie a questa non solo si possono impiegare più donne e bambini, ma il basso costo e le limitate dimensioni permettono anche di ristabilire un equilibrio all’interno del sistema domestico. Tuttavia, con l’aumentare del numero di fusi incorporati, la jenny diventa più ingombrate e difficile da azionare.

È il telaio ad acqua di Richard Arkwright che di fatto porta al completo inserimento della jenny all’interno della fabbrica, estendendone le potenzialità produttive. L’introduzione della mule di Crompton (1779), che rimane per circa un decennio nell’ambito del sistema domestico, rende invece possibile l’unificazione dei processi di filatura, cardatura e tessitura. Insomma, il cottage comincia a stare stretto ai nuovi macchinari. In questi anni (1775-1785), inoltre, i filatori si accorgono di come il passaggio del materiale attraverso un più elevato numero di processi comporti sprechi e perdite di tempo. Pertanto, diviene chiaro quali siano gli importanti vantaggi di condurre nello stesso edificio le numerose operazioni di una lavorazione su vasta scala. Nasce così una nuova unità produttiva, che unisce e amplia le basi tecniche del cottage e dell’officina e che si pone alla guida dell’economia industriale d’inizio Ottocento.

Questa ricostruzione della nascita del sistema-fabbrica sembra contraddire l’assunto di partenza di Smith per cui la divisione del lavoro sarebbe la causa dell’innovazione tecnologica. Da quanto emerso finora, infatti, sembrerebbe vero il contrario: è l’innovazione tecnologica a spingere verso un più alto livello di specificità i ruoli già esistenti. Le implicazioni di un resoconto del genere potrebbero, del resto, essere ancora più radicali; pare, infatti, che le macchine siano gli agenti principali dell’intero fenomeno noto come “rivoluzione industriale”, in virtù della loro capacità di imporre, attraverso le loro esigenze logistiche, l’introduzione del sistema-fabbrica all’uomo. Del resto, la dinamica appena descritta è facilmente riscontrabile anche in altri settori dell’industria. Più che di rivoluzione industriale, quindi, si dovrebbe parlare di una vera e propria espansione macchinale.

Tuttavia, la svolta impressa da jenny, telaio ad acqua e mule nel tessile, per quanto generalizzabile, fornisce una ricostruzione parziale non solo della rivoluzione industriale, ma anche della nascita del sistema-fabbrica. Si è visto, infatti, come le nuove invenzioni potrebbero benissimo sopravvivere e coesistere anche all’interno del cottage e che, solo in un secondo momento, si rende necessaria la ricollocazione. Se poi le caratteristiche tecniche delle nuove attrezzature bastassero da sole a rendere conto dello sviluppo economico di questi anni, allora non si spiegherebbe perché l’aumento della produzione si arresta tra il 1785 e i primi anni del secolo XIX, in corrispondenza del periodo rivoluzionario e delle guerre napoleoniche1. Altro problema lasciato aperto da questa ricostruzione meramente tecnica è quello della forza-lavoro, che, proprio come le macchine, viene costretta ad abbandonare l’impresa familiare e a integrarsi nella fabbrica. La transizione che vogliamo esaminare, quindi, non sembra affatto necessaria o automatica, ma coinvolge piuttosto la soggettività e gli interessi particolari di classe.

Ure e la nascita del sistema di fabbrica

Le pagine di Marx sull’accumulazione originaria ci danno un’idea di quanto sia travagliato e segnato dal conflitto questo passaggio2. Nei cottages, infatti, gli operai godono di un notevole spirito di indipendenza, guadagnano salari alti e possono organizzare il proprio lavoro anche in maniera irregolare. I capitalisti si trovano così di fronte al problema del disciplinamento della forza-lavoro, uno scoglio che la feroce concorrenza del mercato rende impossibile da aggirare. Le due classi, quindi, non possono che venire allo scontro; i capitalisti hanno bisogno di integrare gli operai nella neonata fabbrica, gli operai sono costretti ad abbandonare l’ormai obsoleta officina domestica, ma non vogliono rinunciare alle libertà che questa garantiva. Sul solco di questa irriducibile contrapposizione si colloca il pensiero di Andrew Ure, il filosofo della fabbrica, che, facendo suo il punto di vista della classe padronale, delinea i principi della nuova organizzazione produttiva.

Criticando Smith, Ure identifica innanzitutto nell’automazione, e non nella divisione del lavoro, la forza motrice del progresso. Come si è visto, la divisione del lavoro, implementata anche a livelli piuttosto avanzati nella piccola manifattura, comporta discontinuità, spreco e spese per l’apprendistato. La meccanizzazione, pertanto, deve essere introdotta primariamente come misura disciplinare, per domare la natura caparbia e intrattabile dell’operaio, e per spazzarne via i residui di manualità e specializzazione3. Per raggiungere questo scopo, la meccanizzazione deve evolversi in automazione.

L’iniziativa e l’abilità che prima stavano dalla parte del lavoro vivo devono ora passare interamente alle membra dell’enorme automa; in questo modo, l’uomo è ridotto a tutti gli effetti a un’appendice della macchina. Da qui l’antagonismo della classe operaia, ancora legata ai ritmi e alle libertà della conduzione familiare, che sfocia, fra le altre cose, nel luddismo5. Domare questi rigurgiti di insubordinazione è una delle principali preoccupazioni degli industriali di cui Ure si fa portavoce. Nella proposta che emerge da The Philosophy of Manifactures, i problemi tecnici riguardanti il rapporto della forza-lavoro col processo produttivo devono essere ricondotti a problemi di ingegneria meccanica. In altre parole, la classe operaia va inglobata nella fabbrica come parte del capitale stesso, cessando così di costituire una forza esterna e contraria ad esso. Il furto dei saperi già prefigurata da Smith raggiunge qui la sua massima realizzazione. Scrive Ure: «per la debolezza della natura umana avviene che più l’operaio e abile, più è propenso a diventare caparbio e intrattabile […] Il capitale, forzando la scienza a servirlo, costringe sempre alla docilità la mano ribelle del lavoro».

D’altro canto, però, Ure si rende perfettamente conto che l’omologazione da lui auspicata non può di certo sorgere spontaneamente. C’è bisogno di un codice di fabbrica che stabilisca i termini entro i quali deve avvenire l’omologazione tra uomo e apparato macchinale. Questo codice consiste in una serie di norme che vadano a regolare il comportamento degli operai, prescrivendo a ciascuno di essi un compito obbligato da svolgere alla macchina. L’iniziativa individuale viene, quindi, ridotta a ruolo di supervisione. L’egualizzazione ipotizzata da Ure «è stata resa possibile dal progressivo assorbimento delle funzioni di intervento tradizionali, che richiedono l’uso di uno strumento, e delle funzioni di coordinamento».

La meccanizzazione è dunque un sottoinsieme del sistema integrato, e, in quanto tale, necessita di un complemento da parte del codice di fabbrica, della regolazione dei coefficienti di produttività, dei turni e delle tempistiche. Nella visione di Ure, l’innovazione tecnologica ha lo scopo di perfezionare il comando del capitalista sull’operaio, aggiungendo al rapporto di sfruttamento quello di coercizione. La fabbrica non è più semplicemente l’unità produttiva ottimale per perseguire l’imperativo del profitto, ma anche dispositivo di contenimento e di disinnesco dei conflitti sociali. Il potere contrattuale, la sindacalizzazione, la spinta per il ritorno all’economia domestica costituiscono, infatti, dei freni allo sviluppo, in quanto costringono gli imprenditori a investire più capitali in salari.

Nel 1835, quando Ure pubblica la sua opera, il panorama economico e sociale dell’Inghilterra è appena stato segnato dalle prime legislazioni sulle fabbriche (i cosiddetti Factory Acts). Viene regolato l’impiego di donne e fanciulli e viene limitata la durata della giornata lavorativa in alcuni settori. Queste limitazioni oggettive imposte ai tempi di lavoro danno una notevole spinta all’automazione dei processi lavorativi, tendenza che sicuramente ispira The Philosophy of Manifactures6, ma anche Il Capitale di Marx. Per il moro di Treviri, infatti, i limiti oggettivi posti dalle factory laws alla giornata lavorativa riducono la possibilità di estrarre plusvalore assoluto e portano, quindi, i capitalisti a cercare di estrarre plusvalore relativo. Il macchinismo è la più alta realizzazione di questa tendenza, dal momento che «le macchine sono il mezzo più potente per aumentare la produttività del lavoro, ossia per accorciare il tempo di lavoro necessario alla produzione di una merce», in quanto «producono plusvalore relativo svalutando la forza-lavoro e riducendola più a buon mercato». Si apre così un nuovo ciclo di lotte, alimentate dai tagli salariali e dalla disoccupazione strettamente correlata all’espansione del macchinismo. Scrive Marx che «essa [la macchina] diventa l’arma più potente per reprimere le insurrezioni periodiche degli operai, gli scioperi, ecc. contro l’autocrazia del capitale. […] Si potrebbe scrivere tutta una storia delle invenzioni che dopo il 1830 sono nate soltanto come armi del capitale contro le sommosse operaie». Non ci sono più dubbi quindi sull’incidenza della soggettività di classe nella fase economica in questione; il macchinismo può portare a determinate conseguenze solo perché ne viene fatto un uso consapevole da parte dei capitalisti. Secondo Marx, gli operai, dal canto loro, devono superare i limiti del luddismo e imparare a distinguere la macchina dall’uso capitalistico che ne viene fatto, per portare il livello dello scontro all’altezza dell’offensiva padronale.

L’automazione, quindi, si configurava come risposta della classe padronale all’offensiva operaia, che, attraverso scioperi e lotte, era riuscita a strappare i provvedimenti legislativi appena menzionati7. È interessante però notare che Ure, non diversamente da quanto Marx fa per la classe operaia, non si limita a descrivere questa dinamica, ma vi individua anche l’orizzonte programmatico della borghesia per questa fase storica. In questo modo, egli contribuisce, più o meno consapevolmente, a trasformare il problema tecnico dell’omologazione in problema politico. La sua proposta di razionalizzazione del processo lavorativo si pone, infatti, come espressione del punto di vista padronale sulla lotta di classe; l’introduzione del sistema-fabbrica diventa una delle armi a disposizione in questa lotta e l’innovazione tecnologica assume significato esclusivamente in funzione del suo uso capitalistico.

Ricomposizione di classe nel neocapitalismo italiano

Passando per Marx, le intuizioni di Ure verranno ampiamente riprese a più di un secolo di distanza da Raniero Panzieri, il quale, nel suo Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo (1961), intravede tendenze simili nell’espansione industriale del cosiddetto “boom economico” in Italia8. Per Panzieri, l’uso capitalistico delle macchine determina completamente l’innovazione tecnologica. L’estensione del sistema-fabbrica coincide con l’estensione del dominio della classe borghese in modo tale che, grazie allo svuotamento del lavoro vivo e all’appropriazione dei saperi, lo sviluppo tecnologico venga a identificarsi pienamente con lo sviluppo del capitale. In Panzieri, il codice di fabbrica diventa piano del capitale. La parcellizzazione e il vecchio sistema della divisone del lavoro sono del tutto scomparsi per lasciare spazio a nuove mansioni a carattere unitario. Non solo si è completata l’assoluta dipendenza dall’operaio nei confronti della fabbrica e del capitalista, ma anche i metodi e le tecniche organizzative – e quindi non solo le macchine – «sono incorporati nel capitale, si contrappongono agli operai come capitale: come “razionalità” esterna».

Questo processo ha favorito la diffusione di ruoli di management e decision-making, grazie ai quali gli operai sorvegliano e dirigono la produzione per conto del capitalista. L’elemento specifico del neocapitalismo si dovrà pertanto ricercare nel nesso tra il momento tecnologico e il momento organizzativo-politico (di potere). In un certo senso, la catena di montaggio per come viene introdotta alla FIAT di Torino negli anni ’50 porta pienamente a compimento quell’integrazione che Ure considerava ancora un compito da realizzare; il capitale, infatti, dopo aver scomposto la forza-lavoro in una moltitudine di operai parziali privi di qualsivoglia abilità tecnica, la ricompone, dando vita a un operaio collettivo consapevole dei processi in cui è inserito e in grado di soddisfare richieste gestionali. A Ure non era certo sfuggita questa potenzialità implicita nello sviluppo capitalistico, che egli già intravedeva a inizio Ottocento. Se c’è infatti un punto di contatto tra la fabbrica della prima rivoluzione industriale e la fabbrica taylorista/fordista è proprio questo: le macchine riducono le operazioni a un’unica misura di abilità e di fatica, la mobilità che ne deriva permette all’operaio di sviluppare le proprie facoltà, creando così le premesse per una nuova frontiera della specializzazione, l’operaio è messo nelle condizioni di appropriarsi conoscitivamente dell’intero processo lavorativo.

Conclusioni

Per Ure, come per Panzieri, la fabbrica automatica crea una base tecnica all’interno della quale si rende possibile l’autogestione operaia, ma, di fatto, “i produttori associati” che vi lavorano rimangono al servizio del piano del capitale, accentrando così sempre di più il potere nelle mani del padrone. Il processo di ricomposizione, quando lasciato nelle mani del capitale, non modifica la gerarchia di fabbrica, semplicemente la rende più stratificata; le funzioni manageriali, di sorveglianza che prima erano esterne al processo produttivo (e quindi estranee alla classe operaia) ora vi sono integrate. Il padrone delega alcune delle proprie prerogative, senza però cedere la minima parte del suo potere, così da poter rendere gli operai partecipi del loro stesso disciplinamento. In altre parole, lo sviluppo delle forze produttive non garantisce affatto un eguale sviluppo dei rapporti di produzione. L’avanzamento tecnologico è guidato dall’agenda di una classe particolare, ragion per cui, per gli operai, il consolidarsi del dominio della tecnica è sempre andato di pari passo con l’aggravarsi della dipendenza politica. In sintesi, il particolare uso dell’innovazione, così come la sua estensione all’interno della società in un dato momento, sono fattori determinati dai rapporti di forza fra borghesia e proletariato.

Il discorso tecnico è, come si è cercato di dimostrare finora, parassitario nei confronti del discorso politico. Si può certamente parlare di espansione macchinale, ma questo solo all’interno di un discorso puramente tecnico, nella consapevolezza che ogni ricostruzione storica intrapresa sotto questa prospettiva non riuscirà in alcun modo a individuare i principali agenti del processo in questione. Questo non significa che il discorso tecnico vada privato di qualsiasi dignità, né che non gli si possa riconoscere alcuna validità euristica; semplicemente, in pieno spirito marxiano, andrebbe criticata la sua pretesa di esaurire del tutto il discorso dell’economia politica. La storia della rivoluzione industriale non è storia di ingegneria meccanica, di brevetti e di invenzioni, ma è la storia della lotta fra classi, una storia che non può che avere al suo centro il conflitto fra capitale e lavoro.

Note

1 «Gli investimenti, che erano stati elevati prima e durante la prima parte del periodo bellico (1785-1800), diminuirono ma progredirono ancora irregolarmente durante i difficili anni della guerra (1800-1815). La produzione salì irregolarmente, ma non così rapidamente come ci si sarebbe potuto aspettare dalle innovazioni e dagli investimenti precedenti. I profitti furono irregolari e i fallimenti numerosi» (Smelser, p. 122).

2 Si veda, ad esempio, il capitolo XXIV del primo libro del Capitale di Karl Marx, La cosiddetta accumulazione originaria; qui, Marx delinea una genesi storica del modo di produzione capitalistico, descrivendo il processo evolutivo che porta dalla piccola proprietà artigiana e rurale alla proprietà privata.

3 «Per la debolezza della natura umana avviene che più l’operaio e abile, più è propenso a diventare caparbio e intrattabile […] Il capitale, forzando la scienza a servirlo, costringe sempre alla docilità la mano ribelle del lavoro». (Ure, p. 20).

4 «Una volta accolto nel processo produttivo del capitale, il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima è un sistema automatico di macchine […], messo in moto da un automa, forza motrice che muove sé stessa […] consistente di numerosi organi meccanici e intellettuali» (Marx (2), pp. 389-90).

5 Movimento operaio che protestò contro l’introduzione delle macchine nell’industria, considerate causa di salari bassi e disoccupazione. Il nome deriva da Ned Ludd, operaio che nel 1779 avrebbe distrutto un telaio. Le rivolte dei luddisti, che consistevano notoriamente nella distruzione dei macchinari, si protrassero fino al secondo decennio del XIX secolo.

6 Per Marx, i limiti oggettivi posti dalle factory laws alla giornata lavorativa riducono la possibilità di estrarre plusvalore assoluto (dato dalla mera estensione dell’orario di lavoro) e portano, quindi, i capitalisti a cercare di estrarre plusvalore relativo (che deriva dall’accorciamento del tempo di lavoro necessario). Il macchinismo è la più alta realizzazione di questa tendenza, dal momento che «le macchine sono il mezzo più potente per aumentare la produttività del lavoro, ossia per accorciare il tempo di lavoro necessario alla produzione di una merce», in quanto «producono plusvalore relativo svalutando la forza-lavoro e riducendola più a buon mercato» (Marx (1), pp. 50-55).

7 «Il capitale la proclama [la macchina] apertamente e consapevolmente potenza ostile all’operaio e come tale la maneggia. Essa diventa l’arma più potente per reprimere le insurrezioni periodiche degli operai, gli scioperi, ecc. contro l’autocrazia del capitale. […] Si potrebbe scrivere tutta una storia delle invenzioni che dopo il 1830 sono nate soltanto come armi del capitale contro le sommosse operaie» (Marx (1), pp. 96-97).

8 Gli anni ’50 della catena di montaggio alla FIAT ricordano per molti aspetti gli anni ’50 dei primi passi della seconda rivoluzione industriale. «Gli anni ’50 segnano il tramonto di questi conflitti sociali [del decennio precedente]. Il sistema di fabbrica è una realtà non più contestata che le unions cercano di sfruttare a vantaggio di un innalzamento dei salari; a sua volta, il sistema di fabbrica ormai consolidato come istituzione entrava in una nuova fase di sviluppo in cui l’espansione del consumo e l’aumento dei salari costituivano le fondamentali tendenze» (De Palma, p. 223).

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