Cos'è un militante?

Cos'è un militante?

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In occasione della nuova edizione, pubblichiamo un estratto di «Il treno contro la storia. Considerazioni inattuali sui ‘17» di Gigi Roggero, uscito per la prima volta nel 2017 a cento anni dal ‘17 sovietico, nella collana Input di Derive Approdi. Con queste pagine non vogliamo soltanto promuovere la lettura del volume ma invitare ad interrogare, come l’intero testo fa più diffusamente, il senso e le forme della militanza rivoluzionaria, obiettivo specifico tra l’altro della nostra sezione formazione. Stretta tra conformismo e banalizzazione, tra chiusura identitaria e appagamento comunitario, tra sindacalizzazione e attivismo idealista   la militanza di “movimento” ha esaurito definitivamente il suo potenziale di rottura. Occorre allora tornare al metodo dell’autonomia ovvero a quella «disponibilità continua a sovvertire ciò che si è per distruggere e rovesciare l’esistente».

Cos’è un militante?

Affrontiamo una macro-questione centrale dei nostri ’17, che esplicitamente o implicitamente innerva tutte le nostre discussioni e il nostro agire. È giusto così, deve essere così. Non dobbiamo però mai commettere l’errore di credere di poter risolvere la questione in modo esclusivamente normativo: il militante è chi esegue delle mansioni proceduralizzate, chi non le esegue non è un militante. In realtà, non dobbiamo porci il problema di risolvere la «…»questione una volta per tutte: perché l’essere militante vive in un processo non terminabile, perché la militanza è un processo di controsoggettivazione continua. Il militante fa ricerca, tendenzialmente conricerca, nel momento in cui smette di farla interrompe il suo processo militante.

Negli ultimi trent’anni abbondanti gli ambiti «di movimento» – usiamo ancora questa esausta convenzione e prendiamo ad esempio i centri sociali, che in Italia hanno rappresentato un luogo importante per una fase collocabile tra la fine degli anni Ottanta e la fine dei Novanta, quando erano alimentati da una effettiva spontaneità giovanile allargata – soffrono spesso di una separatezza rispetto al contesto sociale. Ciò ha anche delle ragioni storiche, l’essersi cioè sviluppati in una fase di resistenza rispetto a un contesto sociale ritenuto ostile. Il problema è che lo stesso militante ha teso a formarsi in modo schizofrenico: è cioè militante nella propria comunità di riferimento, è una figura normalizzata nel contesto sociale in cui si colloca, sul luogo di lavoro o nelle relazioni territoriali quotidiane. Talora militanti radicali negli ambiti politici, sono persone accettanti negli ambiti non riconosciuti come immediatamente politici. Qualcuno diceva che la vera ideologia viene fuori quando non si parla di ideologia, qui ne abbiamo una dimostrazione.

Quando la separatezza diventa opzione strategica e non più necessità tattica, il vagone piombato della soggettivazione deraglia sui binari morti della stasi micro-identitaria. Questa formazione militante separata tende infatti a condurre a una chiusura comunitaria e a una visione autoreferenziale dell’agire politico. Referenti e ipotesi non hanno cioè il proprio termine di verifica nel contesto sociale, ma nella comunità politica. Ciò porta al contempo alla formazione di una soggettività conformista, che perlopiù si attiene alla ripetizione di discorsi, lessici e comportamenti della comunità di riferimento, per essere riconosciuta da essa. Si tende così alla costruzione di un agire esclusivamente procedurale e standardizzato, catene di norme e iter burocratizzati da eseguire per ottenere l’approvazione della comunità. Lo spazio della critica interna si riduce o viene guardato con sospetto, come qualcosa che mette in discussione la micro-identità gruppale e i suoi meccanismi di riconoscimento, entrambi intesi in senso statico e dati una volta per tutte.

Questa figura scissa tra la militanza dentro la propria comunità e la normalità al suo esterno si ricompone nel segno della doppia accettazione: del proprio gruppo e dei rapporti sociali esistenti, ovvero di uno stato di cose presente in cui si accontenta di essere riconosciuto e poter riprodurre la propria schizofrenia. Non è contro il proprio tempo, perché questo tempo è garante della possibilità di esercitare la sua identità antagonista dentro i suoi tutto sommato compatibili interstizi.

Divenire un militante-bacillo

Attenzione: parlando del soffocamento normativo della critica militante dentro gli ambiti politici non stiamo offrendo il fianco a uno stucchevole discorso democratico, non fosse altro perché siamo dei sinceri anti-democratici. All’opposto, i punti politici che vogliamo qui evidenziare sono due. Il primo riguarda la formazione militante, come dimensione specifica della formazione in generale. Esiste una formazione intesa come semplice trasmissione di conoscenze: è ovviamente necessaria ma non sufficiente, perché si situa su un livello basso. Nel peggiore dei casi, se si confonde questa con la formazione tout court, si arriva appunto alla costruzione normativa di una soggettività puramente conformista, incapace di affrontare problemi aperti, che ripete i codici esistenti senza ripensare e trasformare linguaggi e pensieri laddove quelli esistenti sono inadeguati. Per fare questo serve una formazione al metodo: è qui che la soggettività si costruisce in modo duro e non effimero, acquisendo un modo di pensare e ragionare non standardizzato, capace quindi di costruire autonomamente risposte adeguate a situazioni differenti, in grado di modificare flessibilmente ipotesi e comportamenti a partire dalla rigidità dei fini collettivi. Metodo di ragionare comune, cambiamento e messa in discussione delle procedure specifiche attraverso cui questo metodo si esprime: ecco il problema della formazione autonoma, che non può essere affidata unicamente ai singoli, ma va organizzata collettivamente.

Il secondo punto riguarda il pensiero del conflitto. Qua si registrano le nostre inadeguatezze: nella capacità di conflitto con la controparte, nel senso della rottura e non semplicemente dell’autorappresentazione simbolica; nella capacità di utilizzo del conflitto interno come motore di crescita collettiva e organizzativa. Guardiamo alla storia del capitale, alla sua straordinaria capacità di usare il conflitto come processo di trasformazione e rafforzamento. Il conflitto con il suo antagonista, cioè il nostro noi potenziale in quanto macro-parte collettiva; il conflitto al suo interno, nella forma della concorrenza e competizione tra differenti soggetti capitalistici. Il capitale riesce a utilizzare quasi tutto come spazio di valorizzazione. Quando viene fuori una lotta il suo primo pensiero non è di reprimerla, come credono erroneamente molti compagni, ma di capire che uso ne può fare per trasformarsi sui livelli medi e bassi, per diventare più adeguato a una nuova fase. Questa trasformazione potenziante e valorizzante del capitale si chiama innovazione. (Dopo, e solo dopo, si pone il problema della repressione di ciò che non può utilizzare o è eccessivamente pericoloso per i suoi equilibri di gestione e riproduzione; a questo tipo di repressione, purtroppo, il nostro nemico è stato costretto troppe poche volte negli ultimi anni.) Noi, invece, agiamo spesso al contrario di come dovremmo agire. Non riusciamo a usare il conflitto nella prospettiva della rottura con la controparte, mentre il conflitto interno diventa una rottura continua del piccolo noi del gruppo e del grande noi potenziale della composizione di classe e sociale. Anziché accumulare attraverso il conflitto, veniamo continuamente scomposti dal conflitto stesso.

Come abbiamo visto in precedenza, la dialettica tra accelerazione e decrescita, sviluppismo e anti-sviluppismo, modernità e anti-modernità, è tutta interna al punto di vista del capitale. Il capitale si compone di accelerazione e trattenimento, distrugge la composizione del proprio antagonista e ne ricompone i frammenti prodotti secondo le sue esigenze di sviluppo. Allora il problema è impostare lo sviluppo dal punto di vista della nostra macro-parte, reale o potenziale, per trattenere gli elementi che impediscono l’accelerazione distruttiva dell’innovazione capitalistica, cioè che ci impoveriscono, e accelerando gli elementi che producono rottura nella controparte, arricchimento della soggettività e autonomia nella nostra parte.

Si può usare, appunto, la metafora del bacillo. Nel nostro corpo dobbiamo trattenere la forza del male, che sviluppa la malattia; nel corpo del nostro nemico dobbiamo accelerare i bacilli pestiferi prodotti dalla lotta di classe. Tra i due movimenti vi è un rapporto, ma non è mai simmetrico, temporalmente lineare, teleologico. Il conflitto dovrebbe perciò funzionare come peste verso la controparte e vaccino al nostro interno, cioè inoculazione controllata di veleno per rafforzare l’organismo. Per noi avviene spesso l’opposto: il conflitto diventa peste al nostro interno, ossia fonte di spaccature spesso inutili, e vaccino per la controparte, dunque innovazione capitalistica.

Perché questo? Proprio perché spesso, consapevolmente o ancor più inconsapevolmente, i militanti hanno il problema di essere riconosciuti dalla propria comunità, temono di non esserlo, di discostarsi da iter e linguaggi accettati. Sono soddisfatti di questo, accettano anche ciò che non li convince per poter mantenere il piano di riproduzione della propria identità individuale. E proprio l’essere soddisfatto del militante costituisce un grande problema. Certo, si può essere soddisfatti per aver fatto bene dei passaggi parziali o dei singoli aspetti di un processo politico, ma come si può oggi essere complessivamente soddisfatti di come vanno le cose? Significa che la propria soddisfazione è concentrata principalmente sulla dimensione individuale, oppure – o proprio per questo – sulla propria comunità e sul ruolo che si ricopre al suo interno. Più in generale, del resto, nel momento in cui un militante cessa di essere insoddisfatto, di essere mosso dall’inquietudine della rottura con l’esistente, anche del proprio esistente, cessa di fare ricerca. Cessa, lo ripetiamo nuovamente, di essere un militante.

Divenire un militante-bacillo nell’organismo del capitale, per spargere in modo organizzato e nei punti giusti la peste. Il militante-bacillo interrompe e distrugge la possibilità di riproduzione del nemico e così facendo si alimenta, rafforza e trasforma se stesso, scomponendo e ricomponendo le cellule del corpo dentro cui è collocato. Ecco il nostro obiettivo, la nostra prassi da ricercare, la nostra materia di studio.

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L’autonomia non è una felpa

Ancora un breve appunto su un macro-nodo: il rapporto spontaneità-organizzazione. Nella tradizione marxista è stato interpretato perlopiù in termini di stadi di sviluppo: prima c’è la spontaneità, poi interviene l’organizzazione. Nel ripercorrere velocemente la nostra storia di parte abbiamo scoperto la «spontaneità organizzata», nella carne viva delle officine Putilov o delle lotte alla Fiat, e ogni volta che si affaccia la possibilità dell’autonomia. Ancora oggi, tuttavia, tendiamo ad avere negli ambiti «di movimento» una sterile dialettica tra il culto della spontaneità e il feticcio dell’organizzazione, ovvero tra un volontarismo idealista fatto di salti senza continuità e un evoluzionismo progressista fatto di linearità senza salti. Il processo organizzativo del capitale, la sua temporalità, è cumulativo, combina incessantemente la continuità dell’estrazione organizzata di valore con la cattura e il balzo innovativo di fenomeni spontanei che sfuggono alla sua organizzazione. La retorica progressista è la sua narrazione ideologica, fatta ex post come tutte le narrazioni ideologiche; la prassi cumulativa – fatta di continuità e salti – è la sua realtà concreta.

Ora, per noi il problema è come la spontaneità sociale possa diventare motore incessante di organizzazione politica attraverso un doppio movimento: da un lato trasformandosi in processo organizzato di controsoggettivazione, dall’altro trasformando l’organizzazione stessa, consentendole cioè di fare un balzo in avanti nell’adeguatezza al livello del conflitto potenziale e della soggettività esistente. La controsoggettivazione non è infatti mai una linea univoca, da A verso B, ma un rapporto che non si chiude. L’organizzazione sui livelli alti mantiene i suoi obiettivi (la distruzione dello stato di cose presente, il progetto rivoluzionario), mentre sui livelli medi e bassi viene continuamente modificata dalla spontaneità. Questa circolarità verticale non si può chiudere, pena irrigidire il processo organizzativo e fargli perdere capacità di trasformazione interna; la sua incessante apertura sui livelli medi e bassi è motore di radicalità rivoluzionaria, massificazione soggettiva e contro-utilizzo allargato dell’esistente.

Prendiamo a titolo esemplificativo una manifestazione di piazza. Un’organizzazione che funziona non è quella che ha il suo piano preordinato e lo esegue a prescindere dal contesto concreto in cui la manifestazione si sviluppa. Un’organizzazione che funziona è quella che ha degli obiettivi e un piano, e adatta, modifica o addirittura stravolge il suo piano utilizzando la spontaneità e ponendosi in rapporto con essa, piegandola cioè verso i propri obiettivi (livello alto), e facendo piegare dalla spontaneità gli elementi del proprio piano (livelli medi e bassi).

Questa è l’autonomia, cioè la capacità di trasformare la resistenza sociale in forza d’attacco politica. Non è resistenza identitaria, intesa come riproduzione di ceto politico. E tanto meno è un look vintage fatto di abbigliamento da esibire, un immaginario degli autonomi ricavato dalle vignette sul «Corriere della sera» negli anni Settanta. L’autonomia è la disponibilità continua a sovvertire ciò che si è per distruggere e rovesciare l’esistente. È la costruzione di una prospettiva collettiva di potenza e possibilità a partire dalla liberazione e trasformazione radicale degli elementi del presente. Ecco perché l’autonomia vive nel metodo rivoluzionario, non sui loghi del merchandising antagonista. Allora osare scommettere, osare agire, osare fare la rivoluzione. Non è forse per questo che viviamo?

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