Articoli

The Battle of Capitol Hill

capitol hill
di Commonware
La battaglia di Capitol Hill. Un evento di enorme portata simbolica, che giunge a maturazione dopo settimane di preparazione, mesi di agitazione, anni di mobilitazione e radicalizzazione, sia aperta che sotterranea.

L'università italiana a due velocità

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Intervista a Gianfranco Viesti a cura di Redazione di Antudo.info
Sebbene le prime iniziative siano ascrivibili a un governo di centrodestra, la politica universitaria è stata sostanzialmente identica per tutti i governi che si sono susseguiti - quanto meno fino al governo Gentiloni, che ha dato qualche segno in direzione diversa. Ed è stata [la politica universitaria, ndr] accompagnata da un’iniziativa piuttosto forte di ambienti politico-culturali prevalentemente del Nord e prevalentemente milanesi, volta a ristrutturare fortemente il sistema universitario italiano. Soprattutto, a concentrare le risorse disponibili su quelle che essi stessi auto-definivano «la parte di maggiore qualità del sistema universitario», le «università di eccellenza», in modo da poterle mettere in grado di competere con le altre università europee.

Onda contro onda

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di Paolo Mossetti
Riprendiamo questo articolo di Paolo Mossetti che a dieci anni dalla rivolta del 14 dicembre 2010  traccia un' interessante genealogia della fase politica che attraversiamo, caratterizzata dall’ascesa prima e dal declino (definitivo?) poi del «momento populista». Quel giorno di dieci anni fa il fuoco della rivolta di un movimento nato e cresciuto nelle università incendiò le strade di Roma e assediò i palazzi del potere dove andava in scena la farsa del voto di fiducia al governo Berlusconi.
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Abitare il caos sistemico. Intervista a Gabriele Cosentino

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Intervista a Gabriele Cosentino, ricercatore e autore di L’era della post-verità (Imprimatur 2017) e Social Media and the Post-Truth World Order (Palgrave 2020). A cura di Matteo Montaguti.
Sicuramente il Covid-19 ha funzionato da potente reality check per tutta una serie di fenomeni politici e culturali, come quelli a cui fai riferimento, che negli ultimi anni sembravano aver imposto una virata irreversibile alle cosiddette “democrazie liberali”, portandole verso crescente instabilità, lacerazioni interne, disorientamento ideologico e generale esasperazione del discorso pubblico.

Fine del momento populista?

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Ipotesi di lettura sull'America post-Trump. Di Raffaele Sciortino.
Nulla dice di più sullo stato del mondo attuale del fatto che gli Stati Uniti sempre più si presentano come una equazione impossibile. Il primo paese mercantile-capitalistico puro nella storia - privo di un passato premoderno - si divincola tra la crisi del suo comando globale e l’impossibilità di ripristinarlo nella cornice consueta dell’ordine internazionale liberale, tra spinte anti-globalizzazione e destino che ne fa la nazione “indispensabile”, per sé e per le altre, del sistema mondiale, tra crescente polarizzazione interna e aleatorietà di qualunque nuovo patto sociale che possa ricostruire un grande consenso, tra scarico dei costi all’esterno e montante riottosità di alleati e avversari a sostenerli al modo di prima.

Dopo il Trumpismo. Intervista a David Roediger

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Intervista di Commonware a David Roediger
«Sembra probabile che tweet dopo tweet, processo dopo processo, incapace di rinunciare ai riflettori e geloso del suo status di leader del partito repubblicano, Trump abbia preso una sbandata. Il fatto che riuscisse a imporsi  dominare e a posare con successo dipendeva, almeno in una certa misura, dal suo essere un vincente, ricco, al centro dell'attenzione e presidente. Presto perderà la maggior parte di queste prerogative, forse tutte, e dovrà affrontare la difficoltà di ridimensionare la sua figura autoritaria.»
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Aspetta e Sclera

listening booths
di Alessio Resenterra e Rocco De Angelis
Il 3 novembre è entrato in vigore il nuovo dpcm che sancisce la chiusura delle biblioteche universitarie e la sospensione delle (poche) lezioni in presenza, per quasi tutti gli studenti, che così tornano all'ormai consueta Dad. Le sporadiche contestazioni che hanno attraversato il nostro Paese in queste settimane non hanno per nulla intercettato o coinvolto l’ambito universitario anzi, sono proprio quelle soggettività che per età e collocazione sociale non hanno frequentato le aule universitarie ad aver animato gli scontri nelle piazze italiane delle sere di ottobre.

Vent'anni e non sentirli

doom
Riflessioni di D.M. (classe 1999) su giovani, composizione di classe e militanza
Quella generazione che ha interiorizzato (anche nella scelta dell’università), il paradigma delle aspirazioni stanche e che guarda al proprio futuro con un cinismo piatto e neanche più (nel senso stretto della parola) pessimista, piuttosto che con la paura che media, politicanti e gruppi indie di 40enni vorrebbero dipingergli addosso. Insomma: se il futuro arriva, di positivo non ci si aspetta nulla, di ciò che invece avverrà di negativo difficilmente si resterà sorpresi. La delusione ha lasciato spazio alla disillusione. Il fatto che le cose possano solo peggiorare è assodato e non stupisce più di tanto. Per riprendere il testo di uno striscione appeso al balcone di qualche universitario quarantenato ai tempi del lockdown: andrà tutto a puttane.
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Tra reazione e avanguardie. Composizione del rider in Italia

rider
A seguito delle mobilitazioni dei rider in alcune città italiane, Andrea Rinaldi ci offre un'analisi delle componenti che attraversano questo settore lavorativo

Durante una nota trasmissione radio (La Zanzara) che è un po’ un coacervo di rancore via telefono, chiama un uomo che si qualifica come rider, il presentatore se la ride con un po’ di disprezzo classista, il lavoratore (bolognese) si fa subito benvolere con qualche battuta da ‘uomo di strada’ che piace tanto alla produzione, poco dopo cattura sdegno e attenzione ammettendo candidamente che quando non gli viene lasciata la mancia dai clienti dei quartieri alti si riserva il diritto di sputare sui campanelli.

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Cosa ci dicono le elezioni americane del 2020

guns
Da New York, Andrew Ross scrive sull'inquietante «ritorno alla normalità»
Grazie al grottesco campanilismo del sistema elettorale americano, il mondo è stato tenuto in ostaggio, ancora una volta, da qualche migliaio di elettori americani. Nonostante lo stallo di fatto dell’esito, siamo stati spinti a credere che, questa volta, il destino della democrazia fosse in bilico. Forse è così, ma il «ritorno alla normalità» negli Stati Uniti non è certo una prospettiva confortante.
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