Quei giorni in cui marciammo sulla testa dei re

Quei giorni in cui marciammo sulla testa dei re

genova 2001
Una Genova così non ve l'ha mai raccontata nessuno. Un racconto di Gigi Roggero.

«Ou, c’avevi ragione, mi sto divertendo un casino». È difficile vedere Cenzino, tra il fumo, gli occhi che bruciano, il sole che stordisce e il sudore che cola dalle fessure dell’improvvisato passamontagna. Però lo sento, e ha ragione: quando mi sono convinto ad andare a vedere cosa sarebbe successo, mai avrei pensato di prendere parte a una cosa del genere.

Cioè, è vero, i giornali ne parlavano da tempo, casini ce n’erano già stati in giro per il mondo, si fiutava l’aria di qualcosa che ne valeva la pena. E poi le questure di tutta Europa erano allarmate, e mica quelli si allarmano proprio per niente. Però una roba così, non me la sarei aspettata.

«Su, Gianca, datti da fare con sto minchia di motorino e riempine un’altra». Come se fossi dietro al bancone del bar Cristian mi passa l’ennesima bottiglia, tiro la benzina dal serbatoio e la verso come meglio posso, un bel po’ va fuori però mica si può perdere tempo, sento le mani di Carlo che la afferrano, ci mettono uno straccio e vai.

Una folata di vento, il fumo dei lacrimogeni cambia direzione e gli ritorna indietro a chi l’ha lanciato. In quei giorni, per un attimo, anche la paura sembrava aver cambiato direzione. Si era rovesciata contro quelli che da una vita pensavano di poterla mettere a noi. Così mi era sembrato, così ci era sembrato.

Sono le 3.30 di sabato pomeriggio. Di un giorno che non scorderò, di giorni che non scorderò. Di giorni in cui per una volta ci pareva di essere noi a comandare.

 

«Con sto casino della partenza di Conte per quest’anno siamo fottuti». Salva sbatte platealmente l’immancabile «Tuttosport» sul bancone e afferra il bianchetto. Non siamo ancora all’ora di pranzo, ma Salva ne ha già ingurgitati almeno tre. Carlo lo rassicura: «Vabbé, però vedi che la squadra la facciamo forte pure quest’anno. Arriva il moru, Evra, quello c’ha un sacco di esperienza. Pure sto Morata dicono che è forte. E con un Tevez che la butta dentro a ripetizione, lo scudetto non ce lo toglie nessuno».

La discussione infuria, si vocifera che stia per arrivare Allegri, quello col Milan ha fatto un bel po’ di dichiarazioni di merda contro di noi. Si intromette qualcuno del Toro, sghignazzando. Viene subito rimesso a posto.

È tarda mattinata, ma il bar è affollato come al solito. E sempre dai soliti. Una volta, quando ero piccolo, a parte gli studenti il bar cominciava a popolarsi di giovani verso il tardo pomeriggio, quando uscivano dal lavoro. All’ora di pranzo c’era chi veniva a mangiarsi un panino o chi aveva fatto la notte in fabbrica. Nelle altre fasce orarie, i vecchi a giocare a carte avvolti nella nuvola di fumo delle loro puzzolenti Nazionali. Ora invece amici e conoscenti sono in giro a bighellonare più o meno tutto il giorno, qualche lavoretto qua e là, ma orari fissi ce ne sono ben pochi, e stipendi ancora meno. C’è poi qualcuno che ha iniziato ad andare in fabbrica quando eravamo ragazzini, sono passati vent’anni o anche di più, e se la boita non ha chiuso è ancora là a fare i turni, abbrutito. E quelli sarebbero i garantiti. Bella vita, eh?

Mio padre aveva aperto il Centrale nel 1981, io avevo quattro anni e vivevamo da quattordici a Orbassano, a due passi da Torino, o meglio da Mirafiori. Classe 1946, si era trasferito qui con mia madre per andare a lavorare alla Fiat. Gliel’avevano raccontata diversa, Torino. La realtà era ben più dura di come se l’era immaginata, però non è che si fosse pentito di essere venuto su. La fabbrica è una merda, certo, però ogni anno faceva venire su dalla Basilicata i parenti per portarli al Salone dell’Automobile e dirgli con orgoglio «questa l’ho fatta io». Come tanti altri napuli era convinto che la fabbrica non fosse il suo destino, ed effettivamente non lo fu. Aprire il bar, con un piccolo gruzzoletto di risparmi e una bella montagnola di cambiali, è stato il suo modo per scappare dalla catena di montaggio. Ogni tanto, spesso a dire il vero, si chiedeva se gli era davvero convenuto, per legarsi alla catena dei debiti e di sedici ore di lavoro al giorno. Quando è morto, tre anni fa, il suo volto triste mi sembrava purtroppo desse una risposta.

Anch’io me lo chiedo, ma non è che ho avuto grandi scelte da compiere. Qui sono nato e cresciuto, dopo l’Itis e con poca voglia di studiare questo bar è stato un po’ la mia fabbrica. Che poi quelli che hanno studiato, non è che proprio sguazzino nel lusso, anzi. E certo, io alzo e abbasso la serranda e non devo rendere conto a nessun capetto del cazzo. Però ogni tanto mi sembra che il capetto che mi dà gli ordini ce l’ho dentro. E non è una bella cosa. Per niente.

 

«Allora Gianca, ci vieni o no a Genova?». È da settimane che Pino e Maria mi stanno addosso, mi garantiscono che sarà una bella storia e farei una gran cazzata a perdermela. Loro due si sono già presi dei giorni di vacanza per non mancare. Cioè, vacanza si fa per dire. Pino lavora in nero per un mobiliere, un piccolo artigiano, un padroncino come si chiama, che monta cucine e fa traslochi. Ha un po’ rognato, ma alla fine non è che potesse costringerlo. Qualche volta la mancanza di un contratto fa comodo anche a chi non ce l’ha. Maria ha studiato legge, ha appena finito l’università e dovrebbe iniziare un tirocinio da un avvocato. Pagata poco o niente, quindi se lo inizia dopo l’estate non è che cambia granché. Così il 19 e 20 luglio si può andare a fare una scampagnata in Liguria, e magari ad agosto in giro da qualche parte. Poi si vedrà.

Pino e Maria sono i più informati e i più impegnati, hanno anche partecipato ad alcuni incontri di preparazione della mobilitazione contro il G8. No, non quelli dei partiti e robe del genere, sai che palle. Sono andati in alcuni centri sociali, perché abbiamo degli amici qui di Orbassano che ci vanno, vengono anche al bar ogni tanto. Solo che ormai anche i centri sociali sono diventati dei baretti, non è che c’abbiano nemmeno più quel qualcosa di un po’ diverso che avevano qualche anno fa. Del resto, la nostra compagnia non ha particolari orientamenti politici. Cioè, la politica l’abbiamo sempre un po’ vista come una cosa dei politici, e ogni tanto ci sembra che anche chi sta dentro i gruppi impegnati nei centri sociali si comporta da politico e inizia a vivere in modo separato dalla nostra realtà, che è tipo questa qua che viviamo al bar, o nel tentare di sfangarcela ogni giorno. Per questo capita che nei centri sociali ci andiamo, abbiamo degli amici che stanno lì dentro, ma non ci siamo mai coinvolti.

In compenso molti del nostro giro vanno allo stadio, compresi io, Cristian, Cenzino, Carlo, Salva, e poi spesso Pino e Maria, e altri. Quelli che ora parlano di andare a Genova a vedere che cazzo succede. Noi andiamo nella curva della Juve, ma c’è anche chi va in quella del Toro. Ricordo che un paio di loro, Riki e Tommi, qualche anno fa sono andati a Milano. C’era una manifestazione di un gruppo di fascisti, che poi è stata vietata dalla questura e li hanno confinati in una discoteca di periferia protetti dalla polizia. Dall’altra c’erano i centri sociali, che per cercare di arrivare ai fascisti hanno fatto un casino della madonna con la polizia, hanno anche saccheggiato un furgone della celere e preso a calci nel culo un po’ di skinhead. Il giorno dopo, allo stadio, Riki e Tommi beccano uno dei centri sociali, chiamato Giap, un ultrà molto conosciuto del Toro e gli fanno: «Diofà, Giap, ma perché non ce l’hai detto che facevate tutto sto casino, eh? Saremmo venuti con voi. Invece noi là, a farci due coglioni così in quella discoteca del cazzo!». Cioè, hai capito, erano andati coi fasci, ma potevano anche andare dall’altra parte!

Ou, non è che sono tutti così, ovvio, né sto sminuendo l’importanza di avere delle idee chiare per cui si è pronti a combattere. Però diciamo che a noi è sempre stato l’istinto a guidarci. L’istinto di fare bordello, diceva mio padre. Non che avesse del tutto torto, ma credo ci sia qualcos’altro. L’istinto di stare da una parte, o forse ancora di più di stare contro un’altra parte. Adesso c’è il G8, e ci sarà un gran casino per contestarlo. Noi non è che abbiamo una chiara idea di cosa sia sto G8, ma abbiamo una chiara idea del fatto che chi comanda ci sta sul cazzo. E l’istinto ci porta verso quella sponda del mare.

In tv nei giorni scorsi abbiamo visto che hanno fermato una macchina di ragazzi che stava tornando da Genova e gli hanno trovato tipo dei bastoni o robe del genere, magari è pure un po’ una montatura. Io mi sono anche detto che è buono se iniziano a portare lì qualche cosa, perché vuole dire che magari c’è l’intenzione di fare davvero sul serio. Comunque gli hanno dato il foglio di via e non possono presentarsi lì durante i giorni del G8 sennò li arrestano subito. Poi magari se uno è un po’ sgamato ci va comunque, bello coperto, senza farsi beccare. Gli hanno anche sequestrato uno striscione con su scritta una frase che mi ha colpito, perché è esattamente quello che sento, quello che penso, quello che vivo: «Se noi viviamo è per marciare sulla testa dei re». Ecco, fanculo: andiamoci, ho detto l’altra mattina, andiamo anche noi a marciare sulla testa di questi fottuti re.

 

«E perché vorrebbe intervistarmi?». Mi ha contattato qualche giorno fa, sto giornalista di un quotidiano di sinistra. Quello mi spiega che ha trovato il mio nome nella lista del «massacro cileno di Bolzaneto», nelle «terribili giornate di Genova». Boh, sì a Bolzaneto ci sono stato. Però a me quelle giornate mica sono sembrate tanto terribili, anzi. Al telefono sento il suo sorriso di benevola comprensione, come di fronte a chi non riesce a capire quello che ha vissuto. Mi spiega che, come ogni anno, anche in questo 2014 il suo giornale vuole dedicare un inserto speciale per «ricordare». Però io non l’ho nemmeno mai letto il suo giornale, gli dico. Non importa, la sua testimonianza è preziosa. Un testimone di Genova, mi metto a ridere. Quello pensa di avermi fatto capire l’importanza di quell’iniziativa, mentre io lo prendevo un po’ per il culo. È contento, mi comunica che verrà appositamente al bar il 15 luglio. Proprio quando Conte ha abbandonato la Juve lasciandoci nella merda e Salva sta affogando nei bianchini il suo disappunto.

 

«Cisti cisti». La voce di Cenzino dietro di me ci avvisa dell’arrivo degli sbirri, usando il gergo tipico delle periferie torinesi. «Cisti cisti, madama ci ha visti». Il corteo non c’è in realtà mai stato oggi, è stata una giornata di scontro campale e caotico, per piccoli gruppi, strade e stradine, carrugi mi sembra che li chiamino qui. Io a Genova città non c’ero mai stato, in Liguria sì, da Torino si viene soprattutto qui al mare, ci vengono i giovani e i vecchi coi bambini: Sestri Levante, Chiavari, Alassio, Diano Marina, San Remo, Finale. Questa mattina ci aspettavamo una roba diversa, cioè tutti belli incazzati e pronti a vendicarsi di quel ragazzo che gli sbirri ieri hanno ucciso. Alcuni nostri amici e un bel po’ di conoscenti sono arrivati ieri sera dopo aver saputo di quello che era successo, e ne ho sentiti molti in giro che hanno fatto lo stesso e ora sono qua a urlare e tirare agli sbirri quello che trovano. Non è che sono venuti per fare il funerale, ma per fargliela pagare.

Beh, bisogna dire che già ieri sera avevamo capito che le cose non stavano così. Dopo tutto quello che è successo, una giornata incredibile di scontri in cui alla madama gliene abbiamo date un sacco, pietre, bocce, blindati che scappano, siamo andati in giro per i campeggi, quello che si definisce degli antagonisti e quello dei tizi che negli ultimi anni facevano le manifestazioni con le tute da imbianchini. A parte pochi interventi qua e là, forse solo un paio, tutti gli altri che piangono, che dicono di avere paura, che parlano della violenza della polizia. E che cazzo vi aspettavate, che vi accoglievano con il tappeto rosso e vi aprivano i cancelli della zona rossa?

Insomma, tutti o quasi a tirarsi indietro, a dire che ci sono quelli vestiti di nero che sono degli infiltrati della polizia perché fanno casino, come se non si accorgessero che qua al di fuori di loro il grosso della gente è venuta per fare casino. E che poi non è che se anche c’è un poliziotto travestito potrebbe incitare qualcuno dei manifestanti a fare più casino di quello che già vuole fare di suo. A un certo punto ci siamo guardati in faccia tra di noi e ci siamo chiesti se il corteo del sabato questi lo volevano ancora fare oppure no. Sicuramente se avessero potuto avrebbero tirato indietro il culo.

E infatti lo spettacolo del sabato mattina è pietoso. Tutti a fare il servizio d’ordine non contro gli sbirri, ma contro i manifestanti! C’è sta fobia della caccia al nero perché è pagato dalla polizia: intendiamoci, se a noi la polizia ci avesse pure pagato per tirargli le pietre sai come saremmo stati contenti, e poi almeno non ce la menerebbero più con sto fatto della violenza gratuita! Tutti i gruppi organizzati a cagarsi sotto, a parte qualcuno che invece decide di stare nel bordello e provare a fare quello che bisogna fare. Noi allora ci organizziamo per i cazzi nostri, un gruppetto in mezzo a mille altri gruppetti.

«Diofà, Gianca, per fortuna che mi sono portato sta fionda e i tondini di ferro che così ci buco anche i caschi a ste merde». Karim ha 16 anni, i genitori sono arrivati da Casablanca prima che lui nascesse: il padre fa il piastrellista, la madre fa le pulizia, lui è un manovale a giornata con una bella testa calda, a differenza dei suoi due fratelli più grandi che invece lavorano sodo e pensano solo alle loro famiglie. Se non fosse che è un po’moru (qua fin da piccolo lo chiamano «Marocco», all’inizio magari un po’ per offenderlo, però poi è diventato un nomignolo amichevole), sembrerebbe di ste parti. Del resto anche lui parla quella strana lingua torinese. No, non il torinese dei torinesi, quelli che da generazioni hanno piantato il proprio albero genealogico nelle solide radici della patria sabauda. Mi riferisco a quella stramba mescolanza, incomprensibile a chi viene da fuori, in cui si perde il dialetto del paese di origine senza guadagnare il dialetto del paese di arrivo. È una lingua, quella dei torinesi di seconda e terza generazione, che rende possibile l’immediata comunicazione tra Mirafiori e Falchera, tra Nichelino e Barriera di Milano, tra Torino sud e Torino nord, molto più di quello che rende possibile la comunicazione con le madamine che ancora oggi trovi negli aristocratici bar del centro cittadino.

«Bingo!», urla soddisfatta Mary con un’altra fionda in mano, mentre Genny le passa le munizioni. Che coppia, Mary e Genny: in paese fin da ragazzine le hanno sempre considerate delle troiette, perché in modo pure un po’ troppo sfacciato si vantavano di scopare a destra e a sinistra. Però sono sempre state tra le poche femmine che giravano in modo fisso nelle compagnie di maschi, senza essere le fidanzate di tizio o di caio, e non solo perché magari si passavano qualcuno; cioè all’inizio era un po’ così, poi sono state considerate dei maschiacci, e col tempo manco più ci facevamo caso se avevano la figa o il cazzo. Ou, si fa per dire, non fraintendiamo, e poi qualche battuta la facciamo sempre, e loro a noi: più che troiette le diciamo che sono delle belle figlie di mignotta. Ma tanto lo siamo pure noi. Ora sostengono di aver beccato almeno una trentina di celerini e caramba, chissà se è vero, secondo me esagerano, però le due hanno indubbiamente una buona mira. Genny ha addosso una maschera antigas, le ha viste su internet nelle foto di altre manifestazioni simili e se ne è procurata una in un centro commerciale di Grugliasco. Ha pure la fibra di carbonio per non far passare nemmeno un soffio di lacrimogeno, per questo costerebbe un sacco. Genny mica l’ha comprata, è una specialista nello sfilare gli aggeggi anti-taccheggio, ciulare la merce e uscire con indifferenza, senza dare nell’occhio. Sai quante volte in sti due giorni ci siamo detti che ha fatto proprio una bella pensata, Genny, anche se prima la prendevamo un po’ per il culo dicendole che l’aveva fatto solo per fare la figa.

È proprio mentre Mary e Karim caricano l’ennesima munizione che arriva la madama, e nonostante l’avvertimento di Cenzino non riesco a svicolare che mi sono addosso in quattro. Faccio appena in tempo a vedere che agguantano pure Mary, poi non vedo più niente. Un po’ di bastonate e calci, mi ammanettano, qualche altra manganellata prima di essere sbattuto sul cellulare. A quel punto capisco che Genova per me è finita. Comunque vada d’ora in avanti, mi dico, ne è valsa davvero la pena.

 

«Uei Gianca, c’è qui il tipo per te, il giornalista». La voce di Claudia mi raggiunge mentre sono nel cucinino a preparare l’apericena. A me sta parola è sempre stata sul cazzo, secondo me viene da Milano come tutte le robe dei fighetti. Però da qualche anno anche a noi tocca scrivere che il Bar Centrale fa l’apericena, così ci facciamo qualche soldo in più con tutti i piciu che vanno dietro alla moda. E purtroppo visto che i piciu al mondo sono la maggioranza, se vuoi vendere la merce li devi fare contenti.

Mentre raggiungo mia sorella al bancone, sento gli sghignazzi di Salva, Cristian e Carlo, che per un minuto dimenticano le preoccupazioni calcistiche e mi pigliano per il culo. «Gianca, allora è vero che sei diventato famoso. Non è che tra un po’ ti vediamo in parlamento? Guarda che poi i sassi te li tiriamo pure a te». E giù a ridere, gli scemi. Il giornalista avrà più o meno la mia età, indossa un sorriso paraculo e un maglioncino casual, alla Marchionne. Prima di lasciarci andare al tavolo, Claudia tiene a dirgli la sua: «Si faccia raccontare che a Genova mio fratello ci è andato grazie a me, perché al bar ci sono stata io al posto suo. E io a Genova non ci sono potuta andare».

Il giornalista cerca di fare il simpatico, ma proprio non ci riesce. «Visto quello che è successo in quei terribili giorni, è stato meglio così». Claudia, che non le manda a dire, tenta di tenere a freno l’immediata incazzatura che le si legge in viso. «Allora vorrà dire che la prossima volta chiamo lei a venire qua a dare da bere a sti ubriaconi e io vado a vedere come sono “terribili” quei giorni». Poi gli volta la schiena e se ne torna dietro al bancone, mentre Cristian e Carlo sghignazzano di brutto.

Finalmente ci sediamo, grondo sudore e mi asciugo con uno strofinaccio che mi sono portato dietro. Il tipo non sembra accusare la calura, tira fuori un quadernetto e lo sistema sul tavolo. Gli chiedo se vuole bere qualcosa, ci pensa un attimo e si limita a una sobria aranciata, più per cortesia che non per sete. La bibita gliela prendo io, per evitare di chiederla alla mia incazzosa sorella. Poi gli chiedo di spiegarmi esattamente cosa vuole da me.

«Vorrei che mi raccontasse... o raccontassi, se possiamo darci del tu». Gli accenno un sì un po’ scocciato con la testa, ste formalità non è che mi piacciano molto, però ormai siamo in ballo e balliamo. «Allora, vorrei che mi raccontassi di quelle giornate di tredici anni fa, come le hai vissute, cosa ti è rimasto, che traumi ti porti dietro. Sei uno di quelli che è stato portato a Bolzaneto, il luogo delle torture, il luogo della violazione dei diritti umani, il luogo in cui la democrazia è stata sospesa». Non rispondo subito, il giornalista crede che stia riflettendo, magari che stia rivivendo con dolore quei momenti; io invece sto semplicemente maledicendo il momento in cui ho accettato di perdere tempo con queste cagate.

«Senta, cioè senti...», provo a non essere scortese, cerco le parole giuste per uscire il prima possibile dall’impiccio. «Non sono sicuro di essere la persona giusta con cui parlare. Io e i miei amici non siamo andati a Genova per i diritti umani e per la democrazia, ci siamo andati perché ci sembrava che si potesse fare il culo a chi ci mangia in testa. Io non sono mai andato a votare in vita mia, qualche mio amico sì, anche se penso che abbia votato abbastanza a caz... a caso, magari si era illuso di avere qualche vantaggio da un partito o da un altro per poi ricredersi velocemente. Oppure aveva lasciato la scheda bianca, o alcuni raccontano quelle robe tipo che gli metti una fetta di salame nella scheda e gli scrivi “mangiatevi pure questa”, ma poi chissà se è vero che uno spreca così una fetta di salame. Per dire che non è che proprio la presenza o l’assenza di democrazia mi toglie il sonno, in entrambi i casi io comunque domani mi sveglio presto e devo mandare avanti sta baracca».

Il giornalista un po’ arrossisce, di imbarazzo. Imbarazzo per me e la mia ignoranza, suppongo. Evidentemente crede di avere davanti uno dei tanti casi disperati privi della vera coscienza politica, quella che loro possiedono e che con encomiabile fatica tentano di portare alle vittime della società. Si schiarisce la voce e ricomincia con toni pacati, un po’ preteschi: «Non voglio fare una discussione ideologica, però è innegabile che le giornate del luglio 2001 siano una ferita aperta in questo paese. Un ragazzo è stato ucciso, c’è stata una repressione inaudita contro cittadini inermi, il massacro della scuola Diaz, le torture di Bolzaneto. Insomma, tenere viva la memoria di quello che è successo può servire affinché giornate come quelle non si ripetano mai più».

Ecco, che «giornate come quelle non si ripetano mai più». Quello che per me è il problema, per lui è la speranza. Queste sono le parole che danno sostanza all’istinto che mi aveva ancora una volta guidato fin dal primo momento in cui avevo sentito la voce del giornalista: stiamo da due parti differenti, che non si incontreranno mai. Non vedo l’ora di sbrigarmi e tornare a fare questa minchia di apericena, che almeno con quella un po’ di soldi li guadagno.

 

«Andiamo a sto stadio Carlini a dormire, che ne dite?». Sono le 10 di giovedì sera, siamo quasi arrivati a Genova. Non prima di esserci fermati in un ristorante sul mare, a mangiare uno spaghettino allo scoglio. Uscendo abbiamo visto un bel po’ di sbirraglia e ci siamo fatti due risate. «Domani ce la giochiamo, eh?», li sfotte Cenzino. Quelli guardano male, non fanno tempo ad avvicinarsi che noi ci siamo già dileguati. Sul furgone di Cristian fa un caldo bestiale, questa cosa di andare a dormire in questo stadio non è che mi convince molto: «Salva e Karim sono andati lì stamattina, dicono che ci si fa due palle pazzesche. Assemblee noiosissime, pieno di giornalisti che ronzano come le api intorno al miele, e poi quelli che chiamano training, cioè delle sorte di teatrini in cui simulano l’impatto con la polizia. Tutto questo a uso e consumo di telecamere e macchine fotografiche. Salva dice che sembra una Hollywood di serie b». Cristian scoppia a ridere, e aggiunge che a Karim l’hanno visto scuretto e quindi pensavano che fosse lì per la manifestazione di oggi a favore degli immigrati; lui risponde che manco sapeva che c’era sta manifestazione, che lui poi è nato in Italia e comunque non ha bisogno di nessuno che manifesta in suo favore perché ai suoi interessi ci pensa da solo. Quando aggiunge, ciliegina sulla torta, che lui è lì per fare casino domani, gli hanno imbruttito in quattro o cinque, figurati Karim, ci è mancato poco che partisse con uno sganassone, Salva ha dovuto portarlo via di peso. E noi giù a ghignare.

«Però ormai è tardi, da qualche parte dobbiamo pur dormire». Cenzino effettivamente ragiona in termini realistici. «Poi se proprio ci fa cagare domani andiamo da qualche altra parte, o magari ci prendiamo una pensione fuori città e ci facciamo un’altra mangiata. Anche se è dura, perché sentivo dire che le pensioni sono tutte occupate». È così che finiamo allo stadio Carlini. Prima di arrivarci facciamo un giretto in città, diamo un’occhiata alle cancellate della zona rossa, le cui immagini da giorni vengono trasmesse in tutti i telegiornali. Vista da qui, tuttavia, la situazione appare molto differente, per certi versi rovesciata. Non siamo noi a essere in gabbia, come sembra dagli schermi della tv. Sono loro a essere in gabbia, gli sbirri, dentro le loro armature pesanti con 40 gradi all’ombra. E sono in gabbia quelli che difendono, costretti a nascondersi come i ladri, ma non i ladri che rubano per campare, sono i ladri che rubano a noi per comandare e costringerci a lavorare per loro.

Andando a piedi fino al Carlini vediamo un bel po’ di manifestanti, li riconosci subito. C’è pure chi indossa degli strani costumi e va in giro con la faccia e le mani dipinte di bianco, sembra carnevale, ma un carnevale degli sfigati. Ce la ridiamo senza fare troppo caso a non farci sentire, quelli ci guardano dimessi e non dicono niente, tanto sono pacifisti. «Ou, speriamo che non sono tutti così, sennò ci facciamo rimborsare il viaggio». Difficile dar torto alle sagge parole di Cenzino.

Tuttavia, quando arriviamo allo stadio, lo spettacolo che c’abbiamo di fronte è se non peggiore, comunque demenziale. Certo, lo stadio è pieno come un uovo, un sacco di gente soprattutto giovane, e sono convinto che molti non c’entrano niente con la pagliacciata che sta avvenendo sul campo da gioco. Anzi, molti guardano tra il divertito e lo sfottente. Sul prato ci sono diverse decine di persone imbottite con della gommapiuma, ginocchiere, parastinchi e paragomiti, sembrano degli omini Michelin che reggono del plexiglass. Altri davanti danno delle botte sui finti scudi, credo simulando i manganelli della polizia. Gli immancabili giornalisti, più numerosi degli omini Michelin, filmano e fotografano.

«Ao, sta a véde che c’è sta già l’accordo co’ le guardie». È inconfondibilmente romano il tizio che becchiamo lì sugli spalti. Ci mettiamo a parlare, deve essere uno del giro dei centri sociali, almeno uno di quelli che ai cortei ci va regolarmente. Ci dice che va avanti così da qualche anno: si mettono d’accordo prima con la questura, arrivano lì davanti imbottiti scenograficamente, loro spingono un pochino, quegli altri manganellano un pochino, i giornalisti fotografano e diffondono, e tutti a casa felici e contenti. È un teatro, a cui nessuno può partecipare se non gli attori dei due schieramenti protagonisti. Noi stiamo sugli spalti, non a caso.

«Io non ci sto a fare lo spettatore, andiamocene via». Mi sono preso tre giorni di ferie, ho dovuto bisticciare con mia sorella per convincerla a stare lei al bar insieme a mia madre, e mi sento anche un po’ in colpa perché voleva venire. E adesso manco per sogno rimango qui ad assistere a queste puttanate. Sennò me ne stavo a Orbassano e andavo al cinema a vedere, che ne so, Matrix, perfino una cagata fantasy è più divertente di quello che accade sotto i miei occhi. Gli altri sbuffano, però sono d’accordo: e come si può non esserlo?

Cenzino dice che c’è un altro campeggio, in cui andavano alcuni ragazzi di Orbassano che stanno in un centro sociale. È il Re di Puglia, in cui ci sono gli antagonisti, anche a loro – dice Cenzino – fanno schifo queste stronzate degli accordi. Nel frattempo si è fatto tardi, la stanchezza inizia a sentirsi. «Mi dicevano che sto Re di Puglia è un ex cimitero militare». Cenzino è inizialmente serio, ma mentre parla si dà già la risposta e scoppia a ridere. «Sai che c’è? Dormiamo sul mio furgone, fuma che ’nduma». La proposta di Cristian non ammette repliche, e del resto siamo tutti d’accordo.

Mentre ce ne andiamo dallo stadio, sentiamo tanti accenti e tante lingue. Non saranno mica venuti tutti qua a fare quello che gli dicono i teatranti che recitano lì sul palco? Noi sicuramente no, e faremo del nostro meglio per non dover ammettere di aver buttato via soldi e tempo.

 

Sarà passata ormai una mezz'oretta dall’inizio di sta maledetta intervista. Ho provato con calma a spiegare al tipo perché sono andato a Genova con i miei amici e cosa ho fatto in quelle giornate. Cioè, mica gli ho raccontato nel dettaglio, che di sta gente non mi fido un cazzo, ci tiene tanto alla democrazia che magari ti manda al gabbio per salvaguardarla. E ho cercato di spiegargli che se vuole dei ricordi per me sono più o meno tutti belli.

Il giornalista non si capacita e non si rassegna. «Certo, ti capisco, è anche lodevole come tu stia cercando di rielaborare quelle giornate e trovarne gli aspetti positivi, le emozioni che ti hanno lasciato. Però sono successe cose molte gravi, un’intera generazione, fammi dire la nostra generazione, è stata profondamente segnata da quello che ha visto e vissuto, dalla paura che ha avuto, dal rumore degli elicotteri che non va via dalla testa, dalle manganellate indiscriminate, dai colpi di pistola, dai comportamenti delle forze dell’ordine che non dobbiamo esitare a chiamare con il loro nome: torture. È per questo che sono qui, perché tu sei uno degli involontari testimoni di quell’orrore, uno dei molti che attraverso il loro ricordo e la loro denuncia possono aiutare affinché quell’orrore non si ripeta mai più».

Sarà il clima di grottesca enfasi delle sue parole, ma giurerei di vedere gli occhi del giornalista che si inumidiscono. Istintivamente mi scappa un sorrisetto, che fatico a controllare per non farlo diventare un’aperta ghignata. Mi trattengo, recupero pazientemente il controllo e ci riprovo. «Senti bene, io non è che sto dicendo che gli sbirri, cioè quelle che tu chiami forze dell’ordine non hanno fatto tutto quello che dici. Certo che l’hanno fatto! Ma è così certo perché è quello che fanno sempre, anche se magari tu e altri l’avete visto solo a Genova. Se parli con i pischelli qua del paese ti raccontano che è quello che gli sbirri fanno tutti i giorni, se ti beccano in due sul motorino senza casco, o a rubacchiare qualcosa in un supermercato, o cazzate del genere. Per di più quella volta sti cazzo di sbirri li hanno messi a dormire per due settimane in container di lamiera sotto il sole, gli hanno raccontato per mesi che gli avrebbero tirato il sangue infetto e altre stronzate del genere, gli hanno detto che il loro ruolo era fondamentale per difendere quella che anche tu chiami democrazia dall’assalto di centinaia di migliaia di persone che volevano prendere a calci nel culo i potenti del mondo, un tizio imbottito di gommapiuma ha addirittura fatto una dichiarazione di guerra, e cosa pensavate, che quelli ci aspettavano con i fiori e i guanti bianchi? Sono delle bestie, e per di più delle bestie riempite di rabbia e cocaina, vogliose di sfogarsi. E quando hanno aperto i cancelli li hanno fatti sfogare. La questione è però che nessuno di voi che siete impegnati in ste denunce si è reso conto che dall’altra parte c’erano trecentomila persone che non erano lì per caso, ma perché gli giravano le palle ben più che agli sbirri, ed erano pronte a prendersela con chi comanda».

Il giornalista butta giù un sorso di aranciata nel gargarozzo, contrae nervosamente il pomo d’adamo, è alle corde. Bene, insisto. «E poi, a chi dovrei rivolgere questa denuncia su quanto sono cattivelli gli sbirri? A quelli che comandano e tirano le fila dei burattini?». Il tizio, rosso in volto, balbetta qualcosa come «alla società civile». «E che cazzo è sta società civile?». Un po’ di ragazzi del bar si voltano, capisco di avere un po’ esagerato e abbasso il tono di voce. «Cioè, scusa. Voglio dire, se mi stai parlando di quelli che andavano in giro con le mani in alto dicendo di essere pacifisti e volersi far massacrare come Gandhi, non ci siamo proprio: gli sbirri vogliono menare, tu vuoi farti menare, quindi non vedo grande contraddizione. Io non capisco bene cos’è sta società civile. Forse sono quelli che possono occuparsi di grandi temi morali e ideali perché nella loro vita di tutti i giorni hanno il tempo e i soldi per farlo. E magari firmano le petizioni, dicono la loro su tutte le cose che succedono, ora è anche più comodo rispetto a quei tempi perché comodamente possono denunciare le ingiustizie del mondo attraverso facebook standosene in poltrona. Magari ogni tanto anche qui viene qualcuno della società civile ad affogare nello spritz il proprio dispiacere per come vanno le cose sul pianeta. Ora, da quando la crisi che gli morde il culo pure a loro, sembra che tempo e voglia per occuparsi dei grandi temi ne hanno sempre meno. Ma in generale, mi vuoi dire a cosa serve?».

Adesso il mio interlocutore, si fa per dire, sembra ammutolito. Incalzo. «La verità è che quegli altri, chi comanda, avevano paura. E io dico che avevano ragione ad avere paura, perché c’era un sacco di gente in tutto il mondo che era pronta ad andarli a prendere a calci nel culo. Finalmente avevano paura, dopo che per tanto tempo eravamo noi ad averla. E questa caz..., insomma quella che chiami “società civile” pensa che sia tutto un gioco, un teatrino, una contrattazione, pensa che ci sia la possibilità di accordarsi su una torta da cui tutti mangiano: voi state tranquilli e vi fate il vostro vertice, noi facciamo finta di contestare però nel rispetto delle vostre regole, e se ci avviciniamo alla zona rossa non vi preoccupate, lo facciamo solo per apparire sui telegiornali, questo ci basta e avanza. E così le cose possono andare avanti come sempre, anzi magari sforniamo un bel po’ di nuovi politicanti che dopo aver fatto un po’ di palestra nel box dei bambini, nelle contestazioni finte, è pronta per andare a fare le cose serie nelle istituzioni. Ecco sì, una risposta alla tua domanda l’ho trovata: è questa la cosa veramente orribile di quelle giornate».

Il chiasso del bar avvolge il silenzio imbarazzato del giornalista. Concludo. «E appena hanno smesso di avere paura, subito siamo tornati ad averne noi. Così è il mondo: o fai paura, o crepi di paura».

 

Sbam sbam. «Vaffanculo, arrivano gli anarchici!». Sbam sbam. È venerdì mattina, il rumore delle vetrine delle banche che si infrange si alterna ritmicamente con le imprecazioni che giungono dal presidio di Piazza da Novi, a cui siamo venuti perché qualcuno del giro dei centri sociali ci ha detto che è quello giusto, quello degli antagonisti, mica il corteo degli omini Michelin. Evidentemente quella presenza non era aspettata, anzi giunge improvvisa e sgradita ai più. Non è che di sti anarchici io abbia mai avuto una grande considerazione; anzi, da quello che capisco a me sono sempre stati abbastanza sulle balle. L’immagine me la sono ricavata passando qualche volta davanti a qualche loro centro, gli squat li chiamano, che a Torino sono un bel po’. Li ho sempre visti esibire appositamente vestiti stracciati e puzzolenti, come a dire noi siamo fuori da questa società, noi stiamo bene nei nostri ghetti, ma in realtà mi pare una posizione elitaria, di chi pensa di essere chissà chi e di aver capito tutto mentre noi non capiamo un cazzo. E poi vanno in giro con i cani, pulciosi, cioè intendo pulciosi loro più che sti poveri cani.

E poi gli anarchici li ho sempre visti come quelli che non fanno un cazzo dalla mattina alla sera. Ou, intendiamoci, io ho il massimo rispetto per chi non fa un cazzo dalla mattina alla sera, tutto sommato la mia vita, la vita della mia compagnia, è la vita di chi ha sempre cercato di sfuggire all’imposizione di dover lavorare. Poi purtroppo, per chissà quale destino beffardo, ci troviamo a lavorare molto di più di quelli che hanno la cosiddetta etica del lavoro per sfangarci metà dei loro salari. Ma vabbè, questo è un altro discorso. Il punto è che io sti anarchici o squatter o come diavolo si chiamano li ho sempre visti come quelli che possono permettersi di non fare un cazzo perché i soldi glieli danno i genitori, e per giunta ti guardano male perché tu sgobbi, come se avessi scelto di essere uno schiavo di merda. Poi magari dopo qualche anno, quanto si sono annoiati di fare i ribelli, salgono sull’ascensore sociale dentro cui la famiglia gli ha tenuto un posticino. In questo ho sempre visto un po’ di differenza con chi frequenta gli altri centri sociali, quelli non anarchici, che non so bene cosa sono però con cui spesso so che ci sono anche scazzi e magari mazzate. Forse dico così perché un po’ li conosco e sono bravi ragazzi, alcuni sono dei nostri, anche se poi quando entrano nei centri sociali pensano di essere dei fighi, vanno in giro con le felpe tutte uguali e le solite quattro frasi fatte tipo réclame, in paese faticano a salutare e la spocchia gli viene anche a loro. Qualche anno fa c’era uno dei centri sociali che lavorava in un postaccio con un ragazzetto di zona nostra, che a un certo punto si è incazzato perché il padroncino non li pagava o li pagava in ritardo. Risultato: il nostro amico licenziato, quello dei centri sociali muto. Poi appena uscito da lavoro magari si rimette la felpa d’ordinanza e ascolta la sua musica noiosissima che dice che bisogna dare fuoco a tutto.

Comunque questa volta sarà la lontananza che non mi fa sentire l’odore o vedere i cani, sarà che i vestiti stracciati sono coperti dalle tute nere, sarà che lo spettacolo delle vetrine delle banche che vengono giù cattura tutta la mia attenzione, mi pare che tutto sommato stiano facendo delle cose buone. Poi va a sapere se sono proprio gli anarchici o altra gente, a caso, come a me sembra più probabile perché quelli ho sempre l’idea che siano un po’ dei chiacchieroni. E comunque se a qualcuno di questi i soldi glieli hanno dati i genitori, stavolta li stanno spendendo bene con mazze, bomboni e perfino con questi tamburi folcloristici, anziché in bonza e sballo da emarginati.

«Diofà, cominciamo alla grande!». Cristian è tutto esaltato, Salva si è coperto come può, Genny ha già indossato con soddisfazione la sua maschera antigas e ci dice ridendo che, a quanto pare, i «costi» dell’investimento verranno presto ammortizzati. Cenzino sta smontando il selciato, qualcuno lo guarda male e interviene chiedendo cosa ha intenzione di fare, lui li manda a cagare e continua nella sua meritoria opera. Karim è già sparito dalla nostra vista, ne intuiamo la presenza quando vediamo qualche tondino di ferro fiondato verso i cordoni di celere e caramba.

Saranno le 10 di mattina, la sarabanda è finalmente iniziata. Ora dopo ora, il tempo scorre veloce e convulso, tra pietre, cariche, bocce, fumo, vetrine sfondate. Fa un caldo della madonna, sono sudato come una bestia, però ho un sacco di energia addosso. Nel frattempo quelli che hanno convocato l’appuntamento in Piazza da Novi, quelli che dovevano essere i più antagonisti di tutti, che fanno? Iniziano a scappare da questa macchia nera. A parte qualcuno, sembra che gli altri dei centri sociali sono venuti qui a Genova con l’unico obiettivo di disperdere chi fa casino e dire che loro non c’entrano niente, che finché si tratta di esibire la voce grossa e scrivere comunicati va bene, però poi nei fatti non fanno niente.

A un certo punto un pischello, poco più che un gagno, sta tirando giù con cura la vetrina di qualcosa, non so nemmeno bene di cosa. Si avvicina un tipo coi capelli bianchi, che urlando in tono severo e paterno gli dice che la sua azione è politicamente controproducente. Il pischello si volta e gli molla due sganassoni pesi, che lo mandano ko. Poi il tizio l’ho rivisto la sera che si aggirava mogio, con una fasciatura in testa che sembrava Chiellini dopo aver sbattuto una delle sue solite zuccate con qualche avversario. Mi sembrava ferito non tanto alla testa, quanto nell’orgoglio, per non essere stato riconosciuto come uno importante, uno di quelli che magari da un sacco di tempo organizza le manifestazioni. Cioè, intendiamoci, magari avrà pure avuto le sue ragioni, nel senso che tirare giù la vetrina di un tabaccaio non è una roba molto intelligente, se a me mi frantumano il bar sai come mi girano i coglioni; però se un ragazzetto vede arrivare uno che c’avrà il triplo dei suoi anni che gli fa la paternale, pensa che sia qualche politico o sindacalista del cazzo e reagisce male. Ou, del resto, quando Cenzino ci aveva detto che questi qua avevano scelto un cimitero militare come quartier generale, avremmo dovuto capire subito come stavano le cose.

 

Credo che ormai il giornalista abbia perso le speranze di cavarne fuori qualcosa. Però non può tornarsene da dove è venuto a mani vuote. Dovrà pur giustificare lo stipendio che prende, e poi il giornale gli avrà sicuramente pagato il viaggio. Fa un’altra sorsata di aranciata, si asciuga qualche gocciolina di sudore con un fazzoletto, tenta di salvare il salvabile. «Tu dov’eri quando hanno ucciso il ragazzo?».

 

In un attimo sono le 14.30. A parte alcuni gruppi gli organizzatori di Piazza da Novi se ne sono tornati nel loro cimitero militare, gli sbirri sono disorientati e in affanno, i pacifisti non pervenuti. In qualche ora abbiamo seminato il panico in città. Dico abbiamo non perché siamo io e i miei amici ad averlo fatto, ma perché è come se facessimo parte di un noi più grande, che si è creato attaccando i nostri nemici, un noi fatto di tanti che non conosciamo e con cui però ci muoviamo come se ci conoscessimo da sempre. Ci mangiamo velocemente qualcosa, panini con prosciutto e formaggio squagliati dal caldo. Giusto per mettere qualcosa nello stomaco, che la giornata si preannuncia ancora bella lunga. Alè!

«I cellulari non funzionano, ce li hanno oscurati ste merde». Salva continua a chiamare a casa col suo nokia mezzo scassato, immagina che i suoi siano preoccupati e li vuole tranquillizzare. Sì, tranquillizzare, se vedessero quello che combini: scoppiamo tutti a ridere. Karim poi, da giovane smanettone, ha la risposta tecnica per tutto. «Ma che cazzo dici, piantala con ste paranoie. Quando c’è tanta gente tutta insieme che usa i cellulari è normale che non funzionano. Guardati intorno, saremo centomila. Sembra che a sti sbirri gli attribuite chissà quale potere: ma non vi rendete conto che gliene stiamo dando un sacco e una sporta?».

Siamo a consumare il nostro pasto frugale a metà di via Tolemaide, quando vediamo in lontananza arrivare il corteo dello stadio Carlini. Davanti gli immancabili omini Michelin, mano a mano che si avvicinano li vediamo meglio: si guardano intorno increduli, evidentemente non si aspettavano di dover sfilare tra macchine rovesciate e negozi incendiati. Questa volta lo spettacolo l’hanno fatto altri, e loro sono spettatori impauriti. Nelle loro comiche imbottiture si avvicinano al cordone dei carabinieri, ma sembrano aver perso la spavalderia che li caratterizzava fino alla sera prima davanti ai flash dei fotografi. Titubano, per un attimo ho quasi l’impressione che non vogliano arrivare al programmato impatto, evidentemente nelle nuove e impreviste circostanze che si sono create non sono più affatto sicuri del risultato.

Fatto sta che tutto succede velocissimo, sembra una frazione di secondo. Trascinati avanti come per inerzia, non fanno a tempo ad appoggiare lo scudo di plexiglass sul cordone che i caramba incazzati come bestie feroci partono con una carica a spazzare: manganelli e calci dei fucili, pim pum, la «testuggine» come l’avevano chiamata viene dispersa in nemmeno mezzo minuto.

Gli omini Michelin sembrano improvvisamente dimagriti, li vedi vagare uno per uno senza più parlare, incapaci di reagire. Qualcuno si siede per terra, qualcuno si mette in salvo, qualcuno ronza attorno al camion che li ha accompagnati, dall’amplificazione non sanno più che pesci pigliare, neppure con quegli slogan pomposi. A quel punto avviene una roba incredibile. Partono in centinaia, in migliaia, ragazzi senza imbottiture e simboli, con magliette di tutti i colori o a torso nudo, a volto scoperto o con bardature improvvisate. Il teatro è finito, gli attori sono spariti. Quelli che stavano sugli spalti, adesso, si sono presi il palcoscenico. Inizia a volare di tutto, i caramba prima arrembanti ora si fermano, si proteggono, qualcuno inizia ad arretrare, prima lentamente, poi alla bell’e meglio. 

Non abbiamo bisogno di dirci niente, ci buttiamo subito nella mischia. Non so se ci sono gruppi organizzati, boh sicuramente ci saranno, ma a me pare una roba molto spontanea. La sensazione, straordinaria, è di un sol corpo che vien fuori dal cemento infuocato, con mille teste e mille braccia. Saranno passati venti minuti, o forse duecento, poco cambia. Vediamo i cellulari degli sbirri scappare all’impazzata, sui marciapiedi, il rumore delle sirene adesso è di paura e non di minaccia. Le strade sono nostre, la città è nostra, il mondo è nostro. Dura poco, troppo poco. Però è una sensazione che, questa sì, non me la scorderò mai.

 

«Ricordo che i carabinieri sparavano uno o due lacrimogeni ogni trenta secondi, però gli ha detto sfiga. Col vento che tirava verso di loro, se li sono respirati tutti. Insomma, ste famose forze dell’ordine non è che le ho viste molto preparate...». Mi metto a ridere, il giornalista non mi segue, giusto increspa le labbra per compiacermi. Ho cercato di raccontargli qualcosa di via Tolemaide, senza scoprirmi troppo, senza deluderlo più di quanto ho già fatto.

Ok, gli concedo, le avremo anche prese, però gliene abbiamo date tante. Anche questo non è utile ai fini del suo articolo, ormai non prende più nemmeno appunti. Vedo che fa qualche ghirigori sul suo taccuino, fingendo di ascoltarmi. Ma ormai è lontano. Sicuramente io lo sono stato fin dall’inizio.

Allora taglia corto, e prova a giocarsi la carta Bolzaneto. «Non mi dirai che anche lì non hai avuto un briciolo di paura?». Il suo tono è risentito. Lo stoppo. «Cioè, chiariamoci. Io non ho mai detto che non ho paura. Non sono una specie di superman, né voglio presentarmi così, come uno spaccone. Ti sto solo raccontando quello che mi hai chiesto. Ti ho raccontato perché sono andato a Genova, cosa ho fatto, perché l’ho fatto. E non voglio fare la vittima. Anzi, il ruolo della vittima mi fa ancora più caga..., cioè mi piace ancora meno di quello del carnefice. E penso che non siamo stati vittime a Genova, almeno parlo per me e per i miei amici, e per quelli che ho conosciuto lì, e per tanti che ho visto. Poi questo non significa che non ho avuto paura, ne ho avuta, eccome se ne ho avuta. La paura ce l’avevo ogni volta che mi trovavo di fronte a uno sbirro, paura ce l’avevo quando non si capiva niente di quello che stava succedendo, paura ce l’ho avuta quando mi sono trovato ammanettato su un furgone con dei celerini con gli occhi iniettati di sangue. La paura ce l’ho dentro, tutti ce l’abbiamo dentro. Ma quello che ti voglio dire è che ho scelto quella volta, ho scelto di andare lì, ho scelto di fare determinate cose. E quella paura non era così paurosa, perché eravamo in tanti, tutti uniti, anche se sei con i ferri ai polsi o dentro una cella. Invece c’è una paura che non scegli, ad esempio quella quando devi affrontare un’altra giornata senza senso e non sai se la sopporterai. Quando sei solo, quella è la vera paura. Non so se mi sono spiegato».

Il tizio non so se si rinfranca un po’, però ci prova. «Sì, certo. Ecco, mi puoi spiegare esattamente cosa hai visto lì, quando sei arrivato a Bolzaneto? Cosa hai pensato, cosa hai vissuto?». E va bene, gli racconto: botte, pestaggi, insulti, noi in piedi con la faccia contro il muro. Adesso sì che il tipo è rinfrancato, riempie finalmente le pagine del suo taccuino. Sono proprio strani questi qua di sinistra: gli parli di te che gli fai il culo a quegli altri, e non gli va bene; gli parli di quegli altri che fanno il culo a te, e sono tutti contenti. Come se volessero piangere sempre, godono se il nemico ti fa male. Sono, come si chiamano... masochisti, ecco. E soprattutto, non accettano sentirsi dire che tu non sei un povero sfigato inerme, come se solo così potessi rivendicare le tue ragioni di fronte a quella che gli piace chiamare opinione pubblica. Che poi io non ho mica mai tanto capito chi la fa questa opinione pubblica.

«Però al di là di tutto questo c’è un episodio che mi è rimasto impresso di quelle 24 ore in cui sono stato in quella caserma». Il tizio mi guarda al contempo speranzoso e sospettoso. «Non distante da me c’era Mary, la mia amica con cui siamo andati a Genova. Che anche lei mica si è risparmiata, eh. Vabbè ma questo non lo scrivere. Comunque lei non sta mai zitta, e certo non poteva tacere in quella situazione. Passa l’ennesimo sbirro sbruffone con il manganello al contrario, lei si volta e gli fa: “Tutto qui il tuo potere? Piccolino, eh. Uno sbirro che tortura è uno sbirro debole”. E gli sputa in faccia. Quello rimane impietrito, incapace di reagire. Intervengono altri due, le danno un paio di manganellate perfino poco convinte, come se la botta che avevano ricevuto era da ko. E se ne vanno. Lì ho sentito per un attimo che tutto si rovesciava, e quelli apparentemente potenti diventavano completamente impotenti. Raramente ho provato una simile goduria».

Il tizio molla giù la penna, beve l’ultimo sorso di aranciata. A questo punto credo molto amara, per lui e per il suo articolo.

 

Genova è finita, dopo tre giorni tranquilli nel carcere di Alessandria eccomi qua, a raccontare agli amici. Adesso tutti a Orbassano vogliono sapere, un sacco di tamarri vengono al bar a chiedere e informarsi quando ci sarà la prossima che ci vengono pure loro. Decidiamo allora di andare a Torino all’assemblea di sta menata burocratica che si chiama social forum, che non avremmo mai pensato di finirci manco di striscio ma ora ci aspettiamo di capire come si va avanti, cosa facciamo adesso. Già fantastichiamo di fare le stesse robe in Piazza Castello, siamo belli gasati.

La sala è affollata, l’età media è molto più alta di quelli che ho visto in piazza. Gli interventi si susseguono lunghi, lunghissimi. Parlano una sorta di codice cifrato, per iniziati, come se gli interessa solo capirsi tra di loro. Mi viene in mente mio zio che diceva che in manicomio i matti conoscono le solite trenta barzellette e quindi non è che se le raccontano, uno dice 24 e l’altro ride a crepapelle. Però una cosa la capisco, perché più o meno tutti ripetono la stessa solfa: a Genova ci hanno massacrato, siamo dei poverini, dobbiamo denunciare la violenza della polizia, e poi dire che quelli che facevano casino erano degli infiltrati. E giù a piangere, qualcuno piange proprio con le lacrime agli occhi. E se qualcuno prova a dire qualcosa di diverso, gli viene fatto cenno di stringere, o manco viene ascoltato. Se questa è la politica, preferisco starne alla larga.

Pace, pace, pace tutti ripetono che noi a Genova siamo andati in pace... Ma parlate per voi! Io sta pace la conosco, quella per cui ogni mattina mi devo alzare alle cinque ad aprire quel cazzo di bar. Vuole la pace chi sta bene in questo mondo, e io non ci sto bene. Parlano di pace quelli a cui non hanno fatto la guerra fin da quando è nato. Cioè, se non mi piace la pace non è che voglio la guerra, ma voglio fargliela pagare a quelli che mi fanno fare sta vita. A voi invece quelli non stanno poi così sul cazzo. E allora andatevene affanculo pure voi. Non ci ho manco pensato, ed è come se mi osservavo a urlare ste cose. Non me ne accorgo nemmeno e ci sono addosso in un po’, Cenzino ne stende un paio, Cristian ci apre a manate un varco verso l’uscita, Maria secca un tizio assestandogli un bel calcio nei coglioni. Qualcuno dice che è uno degli avvocati del social forum. Mi sa che Maria ce l’avrà dura a fare il suo tirocinio legale.

Finalmente siamo all’uscita. Si avvicinano un paio dei centri sociali, dicono che sono d’accordo con noi. Ormai è tardi. Alzo il dito medio e me ne vado.

 

Il bar inizia ad affollarsi, mia sorella mi lancia delle occhiatacce, ma soprattutto mi sono davvero rotto le balle. E allora ne approfitto della sua domanda per tagliare corto. «Qual è stato il momento che ti è rimasto più impresso di quelle giornate?». Ecco l’occasione da non lasciarsi sfuggire.

«Mi ricordo una coppia di mezza età, un uomo e una donna, credo di qualche gruppo organizzato, che andava in giro spingendo un carrello della spesa. Era una scena comica, perché sembravano due pensionati appena usciti dal supermercato, che apparentemente camminavano tranquillamente con le loro provviste settimanali in mezzo alla calca di gente con passamontagna e bastoni, ai fumi dei lacrimogeni, al rumore dell’elicottero, alle improvvise cariche della polizia, alle pietre e ai bomboni che volavano. Ma anche noi, che l’avevamo sentito dire, sapevamo che sotto ai giornali e ai manifesti che coprivano il carrello c’erano delle bocce». Il tizio aggrotta le ciglia e mi guarda con aria interrogativa. «Sì, delle bocce dai, delle molotov». Il colorito sempre più pallido del giornalista mi incoraggia ad andare avanti spedito: questa è la strada buona per farla finita con questa menata.

«Fatto sta che in una delle innumerevoli cariche della battaglia campale il carrello viene travolto dagli stessi manifestanti e tutte le bottiglie piene di benzina si spargono per terra. In mezzo ai fumi dei lacrimogeni arriva un tizio con gli occhi chiusi e gonfi che urla “acqua, acqua, ho bisogno di acqua”, afferra una bottiglia e se la butta in faccia. Ti lascio immaginare la reazione, e pur dispiacendoci per il tipo io e quelli che mi stavano intorno siamo scoppiati a ridere come dei matti. Sembrava la scena di un film tipo L’aereo più pazzo del mondo».

Il tizio mi guarda sempre più sbalordito, ormai visibilmente infastidito. Anche lui a sto punto inizia a sudare copiosamente nel maglioncino. «Uei Gianca, diglielo che l’altra volta è andata così, ma la prossima facciamo 1-1 con gli sbirri». Tutti gli scemi giù a ridere dietro a quel tamarro di Karim. Spero che il tipo non abbia sentito. Dopo di che se ha sentito, amen.

 

Siamo all’epilogo. «Quando verrà pubblicata questa intervista?». La risposta la so già, ma giusto per vedere come ne esce. «Mmm, ti farò ovviamente sapere. Devo parlare con la redazione, sai, dobbiamo fare il montaggio con altre interviste, e poi non sappiamo ancora bene quante pagine abbiamo a disposizione... Comunque certamente ti farò sapere».

Il giornalista fa per alzarsi, poi si risiede. O madonna, sembra più cocciuto di come lo facevo. «Tu hai ancora partecipato a iniziative politiche o sociali dopo quelle giornate, intendo manifestazioni o cose del genere?». E come faccio a dirglielo senza rischiare di riprendere tutta la pappardella? Però dai, forse ne vale la pena per finirla definitivamente. «Per tanto tempo no, perché non vedevo niente di interessante. Poi a un certo punto, nell’autunno dell’anno scorso, si inizia a parlare di uno sciopero che ci sarebbe stato, uno sciopero di tutti quelli che ne hanno le palle piene, che non vogliono continuare così. Cioè, non è che si capiva bene, però a Orbassano e in un po’ tutti i paesi della zona non sentivi parlare altro che dell’attesa per quello che sarebbe successo il 9 dicembre». Il tizio mi guarda con aria interrogativa. «I forconi». A queste parole i suoi neuroni devono aver sobbalzato, perché subito mi guarda come a dire, sei pure sceso in piazza con quei trogloditi?

«Scusa, ma non vedi una contraddizione tra questi due eventi, uno come Genova di sinistra, l’altro come i forconi perlomeno ambiguo, per non dire apertamente di destra?». Il tizio prova a risalire in cattedra per farmi la lezioncina. «Mah, non so, destra, sinistra, boh. Io sono andato lì fregandomene di chi fa politica sulla cosa. Proprio come avevo fatto a Genova. Che se poi la cosa è forte i politicanti vengono travolti. E quel giorno ti garantisco che non era una roba che apparteneva a qualcuno, io non so nemmeno chi ha convocato quella giornata, per noi è come se si fosse convocata da sola. Così da Orbassano siamo andati tutti, il bar lo abbiamo chiuso perché se è uno sciopero è uno sciopero. Anche mia sorella è venuta, finalmente si è presa la sua rivincita. Perfino mia madre. E i fratelli di Karim, quel ragazzo nero là, che sono gente tranquillissima, ma che anche loro non ne possono proprio più di come vanno le cose».

Non lo convinco, e come potrebbe essere altrimenti. Ma c’è di più: parliamo due lingue differenti. Perché apparteniamo a due mondi differenti. «Comunque ti posso dire che quel giorno, in Piazza Castello, per qualche minuto mi è sembrato di fare quello che si sarebbe dovuto fare dodici anni prima, di ritorno da Genova. E ancora una volta ho provato quella sensazione che per una volta la città fosse nostra». Mi fermo un attimo, rifletto, riprendo. «Quella sensazione di marciare sulla testa dei re».

 

«Comunque un allenatore o l’altro non cambia, finché in campo scende un guerriero come Vidal gli altri ce lo possono sucare». Carlo la chiude così con il poco convinto Salva. E anch’io la chiudo così. Faccio al tizio un cenno di saluto, lui sta per allungare la mano ma la ritrae senza nemmeno troppo dispiacersi. Anzi, lo vedo sollevato mentre esce a prenotare il suo taxi e io ritorno verso il mio bancone.

Mia madre, che il pomeriggio mi aiuta in cucina per gli aperitivi prima di andare a casa a riposarsi, questa sera si è fermata un po’ di più, però freme che tra poco inizia L’eredità, con quel gaggione di Frizzi. Lei non si perde una puntata. «Giancarlo, chi era esattamente quello?». Scrollo le spalle. «Mah, un rompiballe». Poi la guardo, guardo il bar, in cui si specchia il nostro mondo, che sarà quello che è, però alla fine vaffanculo è il nostro. «Come si chiamano... era un testimone di Genova». Lei mi guarda, non afferra, però si mette a ridere. Rido anch’io, di gusto.


 

Etichette
Sezioni