Pratiche di militanza digitale

Pratiche di militanza digitale

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Marco Baroncelli sulle nuove possibili forme di militanza digitale

Il testo che pubblichiamo, scritto da Marco Baroncelli, intende ragionare sul rapporto tra militanza e piattaforme digitali, ripensando a nuove possibili forme e tecniche di «militanza digitale» che, come specifica l’autore, dovrà essere in grado di intervenire sia su un asse territoriale e specifico, sia nell'ottica di una possibile generalizzazione delle pratiche. Ci sembra che il tema, così impostato, abbia il merito di affrontare degli aspetti centrali della pratica militante senza chiudersi in un ricettario, ma rimanendo un cantiere aperto su cui ragionare collettivamente.

Conseguentemente, quest'introduzione si propone di raccogliere gli spunti presenti nel testo, sviluppando delle considerazioni che sono piuttosto domande e interrogativi che partono da esperienze pratiche, limiti del passato ma anche aspetti potenziali del presente.

Il documento comincia con lo sgomberare il campo dalla oramai inutile dicotomia tra le cosiddette posizioni «tecnofile» e quelle «tecnofobe», provando a immaginare la relazione, non sempre scontata, tra reale e virtuale, tra processi e rappresentazioni come campo di battaglia atipico, dove ci può essere un contro-utilizzo. In quest'ottica vengono immaginati due campi di intervento politico. Il primo, la battaglia della percezione, si struttura come azione «organizzata» all'interno delle pagine di giornali, di eventi e gruppi Facebook, al fine non solo di far passare la propria narrazione di specifici eventi e situazioni,  ma anche di definire degli orizzonti di discorso in grado di arginare le posizioni razziste, sessiste e classiste che solitamente imperversano in questi contesti. Il secondo è invece immaginato come pressione digitale mirata a favorire e dare un maggior impatto alle lotte reali.

Riteniamo che queste due declinazioni della militanza digitale non debbano essere intese come mero punto di arrivo del contro-uso della piattaforma digitale, ma come punto di partenza per impostare metodi e tecniche in grado di declinare il rapporto contraddittorio tra consenso e conflitto. Il rischio è infatti che nella dimensione del virtuale, consenso e contro-informazione tendano a essere privilegiate rispetto all’aspetto della rottura, e ciò sembra non considerare che ogni processo sulla comunicazione non può che tornare e ritornare al reale. A tal proposito, ci sembra che la battaglia della percezione declinata come guerra di posizione per strappare discorso agli xenofobi, sessisti etc e per portare a se margini di consenso nell’opinione pubblica, non sia sufficiente. Nel senso che si rischia sempre di rimanere su un campo di battaglia, quello dell’opinione pubblica, dove di fatto si hanno le armi spuntate: come dire che anche sui social “non c’è consenso senza conflitto” cioè senza radicamento reale nella composizione.

La sensibilizzazione così come il far passare un certo ordine di discorso, sono elementi importanti che non possono però essere raggiunti se non passando dalle lotte. Se si inverte questo passaggio sbilanciandosi verso una sola lotta culturale, si rischia di sovrastimare la forza dei social, ma soprattutto di perdere di vista il fatto che in ogni situazione il militante si posiziona in modo parziale, non insegue il nemico né tanto meno l'opinione pubblica.

In quest'ottica, non ci si dovrebbe limitare a intervenire nei campi dove già il nemico è forte, ma andare anche in quelli, sicuramente ambigui, dove potremmo essere forti noi. Aprire “il campo” di intervento della militanza digitale. Ampliare i “casi di intervento”. Seguendo questa indicazione di posizionamento è possibile immaginare una differente declinazione della battaglia sui social:

come provare a sperimentare sulle soggettività che si esprimono nella piattaforma Facebook per comprenderle, e sperimentare insieme a quelle stesse soggettività e a quelle con cui agiamo nei processi reali, anche e soprattutto a partire da dove siamo collocati materialmente? La nostra collocazione materiale nella società, fatta di relazioni, interessi, capacità comunicative o relazionali, conoscenze eccetera, influenza per forza di cose anche la nostra capacità di essere militanti digitali nei luoghi della tecnologia e della comunicazione. Cercare, cambiare domande e al limite intervenire su quei sentimenti di rabbia, odio, aggressività che nei social sono in qualche modo esacerbati e accentuati, rappresentando però qualcosa che sta dentro la composizione. In conclusione, si tratta di pensare la militanza digitale non solo per potenziare i nostri percorsi e conquistare spazi nel dibattito pubblico, ma immaginare anche che può esistere un altro modo, che non sarà quello “classico” e conosciuto, di porre al centro il rapporto tra social network e composizione di classe inesplorata.

 

Premessa

Esistono già avanguardie che hanno compreso l’importanza della diffusione digitale delle idee e delle posizioni politiche, in particolare attraverso la diffusione dei meme. Però forse hanno sbagliato a mettere a fuoco la questione, concentrandosi su aspetti meno generali, sviluppando fenomeni di nicchia sociale: non comprensibili al grande pubblico, autoreferenziali, distaccati dai fenomeni esterni alla mera comunicazione e dalle lotte concrete, difficilmente accessibili ai non nativi digitali e ai non appartenenti a specifiche bolle informazionali.

Verrà quindi presentato uno strumento di azione, di mobilitazione collettiva dal basso, accessibile a tutti e declinabile in differenti modalità.

L’obiettivo è rendere la comunicazione digitale organizzabile a livello collettivo. Le modalità presentate ricalcano il contesto attuale, ma rischiano, per la rapidità dei cambiamenti digitali, di diventare inattuali in breve tempo. In ogni caso, quello che può invece rimanere di questo paradigma di azione è l’attenzione alla massa, ai rapporti con la lotta non-virtuale, all’uso tattico delle debolezze umane e algoritmiche.

 

Introduzione alla situazione attuale

Quello che viene qui presentato non è niente di più che uno strumento tattico che possa supportare a livello virtuale altre forme di lotta politica.

In ciò che viene esposto ci sono sicuramente degli aspetti manipolatori, che guardano alle persone non come attori completamente razionali e ragionevoli, ma aspetti che sono, tuttavia, necessari: fare comunicazione politica non tenendo conto di questa realtà porta a soccombere contro chi di questi dati di fatto ne ha fatto un punto di forza. Non siamo noi che scegliamo le regole del gioco, possiamo solo scegliere se usare l’astuzia per sfruttarne i punti deboli o perirne in nome della nostra purezza.

Senza però esagerare la sua natura machiavellica, questo non è altro che uno strumento di pressione e di informazione, che in fondo non è molto differente dalle precedenti modalità, con l’unica differenza che il campo di azione è puramente virtuale. Ai nostalgici potrà non piacere, ma questa nuova dimensione ha ricadute enormi su quelle materiali e simboliche preesistenti, tanto che non è esagerato dire una frase che può far storcere il naso: il virtuale è reale; se non per te, per gli altri; e ogni campo di battaglia percorribile deve essere sfruttato.

Il primo presupposto dal quale partire è che ormai i social network sono un veicolo d’informazione, capace di influenzare l’opinione di grandi masse di persone, di determinare scelte politiche: l’obiettivo è di riuscire a ritagliare spazi virtuali pubblici, e non di nicchia, di agibilità politica.

Non si fanno le rivoluzioni con i social network, ma all’interno di questi è possibile creare immaginari, concetti, strumenti di elaborazione della realtà e posizioni politiche. Queste non sono l’obiettivo finale, ma sono la base per espandere l’attenzione, il sostegno e la priorità pubblica delle lotte, come anche per farne comprendere le parole chiave.

Chi ha un capitale da investire, può permettersi di pagare esperti (spin doctors, analisti ecc.) per influenzare l’immaginario. I militanti di un movimento invece non sono retribuiti, non hanno lo stesso tempo e le stesse energie da investire in comunicazione digitale rispetto ai teams di esperti pagati per farlo. Partiamo perciò da una situazione di enorme svantaggio, superabile solamente trovando metodi di azione comunicativa rapidi, efficienti e che permettano di distribuire lo sforzo nel maggior numero di individui senza che questi lo vivano come una fatica. Anche i politici, oltre a utilizzare esperti, sfruttano e studiano modi di generare profitto politico dal lavoro comunicativo volontaristico e gratuito dei simpatizzanti, del quale “Vinci Salvini” è uno degli esempi più noti.
Allo stesso tempo sta diventando di tendenza postare sui social contenuti a sostegno di lotte sociali e civili, come riguardo a Black Lives Matter o al tema ambientale: nonostante ci siano certamente aspetti positivi, spesso il materiale condiviso rischia di convertirsi in poco più di una moda social, spostando l’attenzione su aspetti più “marginali”, ma anche meno difficili da elaborare (ad esempio, possiamo aprire una dibattito sull’abbattimento di statue di più o meno evidenti rappresentanti storici del razzismo (questione simbolica), ma questo argomento non deve soffocare od offuscare la condizione di disagio sociale presente nelle periferie, che è il nocciolo del razzismo sistemico (questione materiale). Per evitare la dispersione di forze, a chiunque voglia affrontare una lotta conviene quindi elaborare strumenti che sappiano convogliare la rabbia e la solidarietà sulle questioni più cogenti.

Prima però di esporre le tattiche è necessario rendere esplicite alcune osservazioni di partenza:

  • Il social network più diffuso attualmente in Italia e nel mondo è Facebook, quindi questo testo si concentrerà su questo. Gli spunti possono essere utilizzati per azioni su altre piattaforme, ma è sempre necessaria un’analisi specifica del medium utilizzato per capire quali forme specifiche di azione sono le migliori.
  • Tutte le fasce di età e le classi sociali leggono i commenti dei post di Facebook, tanto che spesso sono gli stessi commenti, data la brevità e l’accessibilità, e essere l’oggetto d’interesse degli utenti. Accade che un gran numero delle persone che vengono a contatto con un contenuto informativo non vadano oltre il titolo o poche righe, per poi utilizzare i commenti sottostanti per farsi un’opinione. Il post non è il veicolo finale, sia una foto, un video, un articolo o un meme; lo spazio di lotta si trova al di sotto.
  • Esistono slogan/neologismi che si diffondono attraverso il ripetersi online di argomenti o espressioni (piddioti, gretini, boldrina, risorse boldriniane ecc.). Questi termini sono un veicolo di significati, sedimentati attraverso la ripetizione di questi stessi nei commenti.
  • Gran parte dei fruitori dei social osserva lo scontro nei commenti in silenzio, ma valutando chi si butta nella mischia. Un lavoro sull’immaginario deve concentrarsi proprio su questi osservatori silenziosi. Chi si impegna nelle discussioni è spesso già completamente fidelizzato da una posizione politica.
  • Negli stimoli che le persone ricevono da questa osservazione silenziosa, che determinano poi la loro opinione e la disposizione ad agire, entrano in campo risposte e comportamenti determinati da regole istintivo/sociali. Se ad esempio sento che la mia opinione è in minoranza, non sono invogliato a commentare, a meno che quello che leggo non m’indigni a tal punto da obbligarmi a farlo. Inoltre spesso la gente valuta attraverso aspetti differenti dal contenuto (gentilezza/aggressività, risonanza con il proprio stato emotivo, ecc.).
  • La disponibilità all’ascolto del messaggio può essere modulata attraverso l’utilizzo di alcune tattiche, anche banali, di presentazione e di manipolazione della percezione del sostegno che il contesto sembra dare allo specifico contenuto.
  • Giornalisti e politici sono influenzati dal termometro dei social networks. A volte notizie di giornale e dichiarazioni politiche nascono dai dibattiti degli utenti sugli argomenti considerati caldi dal popolo virtuale.

 

La battaglia della percezione

Può sembrare una cosa di poco conto, ma la ripetizione di contenuti è una delle componenti fondamentali della modificazione dell’immaginario collettivo: entrare a contatto con una posizione frequentemente, anche se non porta ad abbracciarla, porta perlomeno a una sua maggiore comprensione, un minore fraintendimento e un’accettazione della sua esistenza.

È necessario inserirsi nelle arene pubbliche di discussione virtuale (esempi di questo sono i gruppi “sei di [nome della località] se...”), dove spesso dominano posizioni becere, retrograde e xenofobe.
In questi spazi comunicativi dobbiamo inserirci attraverso azioni di commento coordinate: dopo aver individuato post con argomenti strategici, coadiuvare i commenti verso questi, aumentandone la visibilità e spingendo i lettori a percepire la posizione collettiva sostenuta come quella della maggioranza. (Un esempio di lotta femminista per l’immaginario potrebbe essere svolta in gruppi quali “le sciacquette”, quando viene presentata una posizione subalterna e relegata all’ambito domestico della donna).

Gli obiettivi di questa azione sono tre:

  • Rendere i commentatori antagonisti alla propria posizione meno propensi a scrivere, tramite lo spostamento in condizione di minoranza, sviluppato dalle suddette azioni collettive mirate.
  • Rendere i commentatori a noi affini, prima silenziosi, disposti a prendere parola, alimentati dalla sensazione di sostegno delle loro opinioni, sviluppando così un circolo virtuoso. Creando con ciò nuovi soggetti autonomi pronti a prendere parte allo scontro.
  • Inserire nel dibattito pubblico parole d’ordine, concetti, posizioni che veicolino messaggi per noi positivi (come antirazzismo e antisessismo) oppure prospettive che fungano da humus sia per future lotte politiche, sia per migliorare le dinamiche sociali concrete. In sintesi: contagiare e fornire strumenti ideologici, anche superficiali, da trasferire in altri dibattiti o negli ambienti d’incontro della vita reale. Semplificando: l’obiettivo è creare hype attorno a un determinato contenuto.

ESEMPIO PRATICO N° 1

Situazione:

Viene discusso, in un gruppo informale cittadino, di un arresto per spaccio di un marocchino: nei commenti fioccano accuse contro i “negri”, che vengono additati come la causa dell’aumento di criminalità e, per questo motivo, viene sostenuto che debbano essere mandati tutti a casa.

Viene proiettato il film su Stefano Cucchi in un cinema cittadino: la maggior parte delle risposte alla notizia sono offese al protagonista, additato come “tossico”, oppure apologie aprioristiche delle forze dell’ordine.

Individuazione:

Vengono individuati i punti social di discussione più accesi, dopo di che vengono scelti gli argomenti e le modalità di risposta più efficaci in base all’obiettivo. Nel primo caso potrebbe essere far notare che gli immigrati recenti non sono marocchini, che la criminalità è legata all’emarginazione sociale, che l’arrestato si trovava rispondere a una richiesta di mercato degli italiani; nel secondo caso invece incentrarsi sul fatto che drogarsi non priva dei propri diritti e sui dati evidenti che provano le violenze subite da Cucchi.

Attivazione:

Chi ha analizzato il problema crea un post sul gruppo dei militanti digitali, presentando la situazione e le possibili risposte e linkando dove vuole essere svolta l’azione. Tutto nella maniera più sintetica possibile.

Azione:

I militanti digitali sono liberi di intervenire o meno alla richiesta di attaccare i link presentati: hanno, come abbiamo visto, dei contenuti consigliati, ma sono liberi d’intervenire come meglio credono, a patto di non danneggiare gli obiettivi dell’azione.

 

Manifestazioni digitali

È necessario trovare nuove modalità di influire in quella che gli studiosi di comunicazione politica chiamano agenda setting, con la quale viene inteso l’ordine d’importanza che viene dato dal pubblico (e di conseguenza dai politici) alle tematiche di attualità, sulle quali dibattere e agire. Le manifestazioni di piazza sono degli strumenti di agenda setting, ma attualmente stanno perdendo la loro efficacia: capita che alcuni militanti creino degli scontri simbolici, anche a rischio di conseguenze fisiche e legali, al fine di aumentare l’impatto della manifestazione, ma ormai con il rischio di spostare il fuoco dell’informazione sul simbolo (scontro con le forze dell’ordine) piuttosto che sul contenuto (le rivendicazioni della piazza). Se è necessario fare un teatrino della battaglia per aumentare la visibilità, significa che questi strumenti stanno perdendo parte della loro efficacia. Non per sminuire il valore delle piazze, ma bisogna integrare queste pratiche con nuovi metodi di amplificazione comunicativa delle azioni materiali, veicolando l’attenzione dove è più vantaggioso.

L’idea di base è di aumentare la percezione del numero di persone a favore o contro un certo argomento, attraverso una pressione digitale. Le modalità di azione sono abbastanza simili a quelle delle “battaglie per la percezione”, solo che, invece che all’interno di un dibattito pubblico, agiscono sulla presentazione digitale di eventi politicamente significativi.

ESEMPIO PRATICO N° 2

Situazione:

Viene concesso uno spazio pubblico a un gruppo di estrema destra da parte di un’istituzione.

C’è stata una manifestazione contro una speculazione avvenuta durante la costruzione di un nuovo ospedale.

Un personaggio pubblico diffonde informazioni false o parziali allo scopo di sostenere la propria propaganda.

Individuazione:

L’organizzazione/gruppo/collettivo, che lavora per quella determinata vertenza, individua i luoghi digitali di diffusione dell’informazione (post dei giornali, pagine Facebook dei personaggi politici interessati ecc.) e valuta le modalità di risposta più efficaci in base all’obiettivo.

Nel primo e nel terzo caso possono essere presi di mira gli articoli delle testate giornalistiche che ne parlano e i personaggi pubblici coinvolti. In entrambi, i commenti consigliati potrebbero essere d’indignazione, accompagnati da informazioni utili a contestualizzare il problema o utili a smontare le principali obiezioni che avanzerà, in risposta all’attacco, la controparte.

Nel secondo caso è possibile agire in due modi: per prima cosa in maniera analoga agli altri due casi, creando prima della manifestazione un clima di maggiore aspettativa, agendo su articoli e personaggi pubblici; in secondo luogo, commentando a posteriori le notizie uscite della manifestazione stessa, amplificando il potere delle persone scese inpiazza.

In questo secondo caso potremmo anche ovviare alle storture dei giornalisti. Ad esempio, se in un articolo viene scritto che in una manifestazione c’erano 150 persone, ma ci sono cento commenti che affermano che ce n’erano 500, molti lettori tenderanno a credere nella seconda opzione.

Attivazione:

Chi ha analizzato il problema crea un post sul gruppo dei militanti digitali, presentando il problema e le possibili risposte e linkando dove vuole essere svolta l’azione.

Azione:

I militanti digitali sono liberi di intervenire o meno alla richiesta di attaccare i link presentati: hanno, come abbiamo visto, dei contenuti consigliati, ma sono liberi d’intervenire come meglio credono, a patto di non danneggiare gli obiettivi dell’azione.

 

Differenze tra i due tipi di azione

La differenza principale è questa:

  • La “battaglia alla percezione” può essere lanciata da un singolo, o preferibilmente da un collettivo che si occupa specificatamente di problemi d’immaginario, perché non richiede l’esistenza di una vertenza politica: è una richiesta di sostegno a persone con sensibilità simili per combattere la diffusione di opinioni e idee repellenti.
  • La “manifestazione digitale” è uno strumento di sostegno a una lotta concreta e deve essere utilizzato da gruppi militanti come supporto alle loro azioni. Prendiamo un collettivo di lotta per la casa che deve affrontare degli sfratti: sarà questo gruppo, a proprio nome, a richiedere l’attacco a specifici punti d’informazione, per aumentare la pressione sulla controparte e per dare risonanza a posteriori alla notizia. Questo permette di ricevere l’aiuto (anche se in misura minore) di chi non può essere presente fisicamente o di chi, per motivi personali, non se la sente subire le conseguenze della partecipazione concreta.

La prima opzione punta, in generale, alla creazione di un terreno fertile per determinate idee, attraverso l’inserimento nel dibattito pubblico; la seconda agisce come supporto a rivendicazioni specifiche, aumentandone la visibilità attraverso le interazioni, avendo come base d’azione il terreno sviluppato dalla prima.

 

Puntualizzazioni fondamentali

  • la militanza digitale non sostituisce la necessità di una militanza reale. È uno strumento che permette, spendendo meno di un minuto di tempo per scrivere un commento, di esercitare una pressione reale.
  • la lotta digitale non ha l’obiettivo di cambiare la posizione della controparte nei commenti, perlomeno non nell’immediato. Agisce sugli spettatori silenziosi, quelli non ancora schierati, quelli confusi o quelli già schierati ma con dubbi.
  • la gentilezza è quasi sempre l’arma più funzionale alle lotte digitali. Atteggiamenti aggressivi, arroganti, supponenti vengono interpretati (a livello preconscio) dagli esterni come atteggiamenti “sbagliati”, correlati con una posizione di torto. Per questo per avere la simpatia delle masse è conveniente avere toni rispettosi ed educati anche davanti aipeggiori mostri.

Al tempo stesso, un atteggiamento educato, magari dando del “lei”, rende più difficile all’avversario buttarla sullo scambio di insulti. Nel caso l’altro finisca unilateralmente a lanciare offese, agli occhi degli osservatori esterni risulterà più antipatico, se non nel torto.

Naturalmente il valore tattico della gentilezza non è assoluto, esistono momenti nei quali è conveniente sfogare la rabbia. Nonostante l’aggressività sia una giusta reazione a determinata situazioni, esprimerla davanti ad altri senza che siano stati forniti gli strumenti necessari per codificarla può essere deleterio. In ogni caso, è chi decide l’attacco che deve ponderare il tono da utilizzare.

  • non bisogna confondere questa gentilezza con l’eliminazione del conflitto. Essere arrabbiati e usare toni rabbiosi compatta una collettività che possiede già un qualche senso d’identità, ma spesso risulta respingente verso gli esterni. Parlare di gentilezza non indica quindi una decisione aprioristica, ma un invito alla comprensione di cosa stiamo dicendo e a chi.

Se stiamo parlando di diffondere un certo immaginario è fondamentale capire la distinzione tra messaggi diretti all’interno del gruppo e quelli diretti agli esterni. Non pensarci o ritenere che il messaggio possa essere sempre uguale è miope. L’esempio vincente più recente è la doppia rappresentazione di Salvini: nei suoi social ufficiali o in televisione si mostra ragionevole, gentile e posta un sacco di deliziosi pasti, nei gruppi di sostegno (magari non ufficiali, come “Lega Salvini Premier”) il linguaggio è più aggressivo, poiché diretto a soggetti che hanno già un’identità comune, essendo quindi già disposti a dirigere l’aggressività verso lo stesso nemico. Usando termini poco simpatici, capire la differenza tra proselitismo e compattamento del gruppo è fondamentale.

  • andando oltre il discorso sulla gentilezza, esistono certamente situazioni in cui è vantaggioso scrivere commenti aggressivi, ma rimane fondamentale capire in quale forma farlo. Detto ciò, rimane deleterio attaccare aggressivamente altri autori dei commenti, mentre è più ragionevole farlo contro un personaggio politico pubblico. Come regola aurea potremmo dire: usa pure un tono aggressivo, se questo comportamento avvicina più persone alla tua posizione di quante ne possa allontanare.
  • è necessario usare le azioni di militanza digitale solo per questioni importanti: un abuso causerebbe una diluizione dell’attività dei militanti con una conseguente perdita di efficacia.
  • per funzionare, è necessario un gruppo dove presentare le azioni di almeno 300 militanti digitali, tenendo conto del fatto che non tutti saranno attivi per ogni azione e che, per generare una massa critica di commenti che alteri la percezione e la viralità, sono necessari almeno 50 o 100 commentatori, a seconda della portata dei post.
  • questo è uno strumento, e come tale può essere utilizzato anche per scopi negativi. Quanto più velocemente se ne diffonde la conoscenza, tanto prima perderà la sua efficacia. Ma questa non deve essere una preoccupazione, perché la costante evoluzione dei rapporti sociali richiede una continua invenzione di nuove tattiche, per non soccombere al potere di chi definisce l’informazione (i possessori degli algoritmi o del denaro, con il quale ottenere privilegi o pagare professionisti esperti).
  • ognuno deve cercare di capire il valore della propria azione all’interno dell’algoritmo che la determina, al fine di potenziare la visibilità della propria posizione politica.

In questo momento i commenti vengono visualizzati in base alla “pertinenza”, quindi in certi casi è meglio rispondere ad alcuni già esistenti creando un sotto-dibattito piuttosto che commentare di nuovo. Il like è uno strumento potente per creare visibilità, anche se non vale quanto un commento (ciò non toglie che un like a qualsiasi commento affine abbia effetti positivi).

  • per diffondere una posizione è utile riprendere frasi o locuzioni d’impatto generate dai propri alleati digitali: i soundbites sono strumenti efficaci. La ripetizione è spesso più potente di una varietà di voci, basta vedere l’efficacia di quelli della destra xenofoba. Copiate e copia-incollate i vostri compagni.
  • l’inserimento di nuovo linguaggio deve essere graduale: inutile usare un linguaggio politico- specifico. Se il pubblico non è in grado di recepirlo genera diffidenza e frustrazione. Meglio usare il “linguaggio della strada”, inserendo qua e là a tradimento concetti più complessi, dando il tempo all’ambiente sociale di digerirli e comprenderli.
  • i papiri di commenti (walls of text) non vengono letti. Da usare con cautela e solamente se necessario. Tuttavia un commento lungo tra molti corti può essere utile: quelli corti fanno massa, quello lungo deve diventare un perno di visibilità, magari usandolo come base per una sotto-discussione nelle risposte.
  • non è necessario vincere le discussioni nei commenti, non si gioca quasi mai contro l’avversario, ma sugli osservatori silenziosi. L’importante è mostrare la presenza della posizione, vincendo la discussione se possibile, ma può anche andare bene lasciarla in sospeso senza perdersi in faticosi e infiniti scambi di commenti. L’obiettivo: massimo risultato con il minimo sforzo. Abbiamo risorse e tempo limitati, non possiamo fare altro che sfruttarli al meglio.
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