Oltre l’innocenza

Oltre l’innocenza

black square
Domande e riflessioni per un dibattito sulla razza in Italia, di Achille Marotta e Himasha S.

Genova, 6 Giugno. Centinaia di giovani, soprattutto ragazze afrodiscendenti, in presidio a Caricamento davanti al Palazzo di San Giorgio. Nonostante quello che avrebbero riportato i giornali, si è detto poco di George Floyd e degli Stati Uniti. La parola d’ordine era piuttosto la seguente: «l’italia non è innocente». Una frase ancora più significativa davanti al drago trafitto dipinto sulla facciata dell'antica banca. Senza la finanza genovese, scriveva il teorico afroamericano Cedric Robinson, «niente sarebbe com’è adesso». Senza aver finanziato lo sfruttamento del lavoro africano negli imperi atlantici, Genova non sarebbe ricoperta dei suoi risplendenti palazzi.

Voltando le spalle al palazzo, si vede la Darsena, luogo dove un tempo si trovava il bagno degli schiavi. In migliaia facevano da rematori sulle galere, addetti ai lavori pubblici, giravano per i vicoli come netturbini e ambulanti, per non contare il grande mercato di schiavi domestici, dove veniva assegnato un prezzo più basso alla pelle più scura. A Tunisi, La Superba è ancora oggi conosciuta grazie alle imprecazioni sulla bocca degli anziani: «che tu sia venduto schiavo a Genova!» Chi ha detto che il razzismo italiano è sempre stato un fatto esterno, coloniale? Solo per citare altri due esempi, nel 1600 gli schiavi non cristiani costituivano il 20% della popolazione di Livorno e ancora, un secolo e mezzo dopo, la Reggia di Caserta è stata costruita con il lavoro servile «extracomunitario». Le piantagioni da zucchero atlantiche erano modellate su quelle fondate da mercanti Genovesi e Veneziani nel Mediterraneo. No, l'italia non è innocente, e la sua colpa è più antica e più radicale dell’esperienza fascista e coloniale. L’italia è alle origini del capitalismo razziale.

Come i vecchi tunisini, questa piazza non ha bisogno né di giornali, né di libri di storia per imputare l’italia. Ascolto attentamente la condivisione di esperienze, la ricucitura di una storia collettiva, accomunata dall’esperienza di essere ridotti al colore della pelle e di essere ipersfruttati. Gli amici, la scuola, il lavoro, la strada, la polizia. In qualche modo si assiste a una catarsi collettiva, un assolvimento di tutti i presenti, che però rivela una profonda divisione del nostro vissuto. Soprattutto per i giovanissimi, neri e non, è un ritrovarsi collettivo, in una nuova identità. Poi qualcuno più grande prende il microfono. Parla dei crimini del capitale e dello Stato, dei braccianti al Sud, dei condannati a morte in fondo al Mediterraneo. Rientro nella zona di comfort del bianco progressista, di sinistra, cosciente, spesso attivista o militante antirazzista. È il discorso della «buona coscienza», che non vuole ignorare le urla e le implorazioni che provengono dalla stiva, le implorazioni degli innocenti.

Innocenti come George Floyd. Almeno così lo vuole ricordare – dopo averlo ucciso –  il nemico, incalzato, appunto, dalla sua «buona coscienza». Innocente: vale a dire inerme, stupido, abbandonato dalle istituzioni. L’ennesimo unarmed black male morto in remissione dei nostri peccati. Posto che George Floyd fosse stato armato fino ai denti, sarebbe stato degno della solidarietà? Posto che questi riot non siano stati il frutto della «buona coscienza», della solidarietà, ma di un’irriducibile parzialità, di un rifiuto assoluto di essere vittime e di chiudersi in casa – in pieno lockdown da pandemia – per il bene comune. Forse è per questo che la sinistra parla della ribellione dei proletari neri come triste conseguenza del sistema, e non, come lo aveva definito Dr. King, un qualcosa di «eminentemente desiderabile».

«Stiamo facendo la storia» dice un ragazzo di Minneapolis, «i nostri antenati vivono attraverso noi». Sì, oltre ad una ribellione contro gli omicidi razzisti della polizia, i riot sono una forma di riparazione. Ma non solo per i profitti estratti dai corpi resi schiavi, o per la segregazione che li ha resi subalterni alla vita dei bianchi, o per qualsiasi altro peccato originario americano. I riot sono riparazioni per il ritorno eterno, giornaliero, del lavoro di merda, precario e usurante, che schiaccia le popolazioni razzializzate ai livelli più bassi della piramide sociale, che il Covid-19 ha solo esacerbato; per il complesso carcerario industriale, vera e propria struttura d’internamento di massa di interi settori di giovani of colour considerati pericolosi o superflua eccedenza da rimuovere dalle strade; per il sistema di multe e spese giudiziarie comminate ai neri che sostengono la pubblica finanza americana funzionando come un meccanismo di estrazione di denaro dal basso verso l’alto. Tutte forme di sfruttamento e di comando, per cui la violenza poliziesca è parte necessaria. Forme di sfruttamento che colpiscono fasce sempre più ampie del proletariato multi-razziale e del ceto medio impoverito, che – per la prima volta – si sono aggregate in numeri significativi attorno alla ribellione avviata dai giovani proletari neri.

Invece di ripetere che, in America come in Italia, le vite nere non hanno valore, poniamoci una domanda: come vengono spremute le black lives per la produzione del valore? Allora, oltre al coagularsi del valore nella merce-pomodoro e nella merce-agrume, bisognerebbe parlare anche di come le vite nere, nel loro particolare, siano sfruttate per la produzione della merce-cultura e la merce-riproduzione, ma anche la merce-politica, la merce-nazione, e la merce-sicurezza. Non porsi queste domande significa vedere la razza come semplice retaggio coloniale, un inciampo nella storia delle magnifiche sorti e progressive, un'anomalia da estirpare nel nome della democrazia borghese e nel nome dello sfruttamento daltonico, che non vede il colore della pelle ma solo forza-lavoro.

Il capitalismo non è mai stato daltonico, ma i marxisti sembrano esserlo. Mentre la composizione delle mobilitazioni statunitensi (ma anche inglesi, francesi e belghe) ha fatto del suo punto di forza l’identità razzializzata, l’ortodossia non può che ribadire in modo cantilenante l’inesistenza della razza (in termini biologici), per poter fare appello ad un’astratta unità di classe. Per i compagni, la classe è un limite materiale contro cui la soggettività razziale deve per forza andarsi a schiantare. Proviamo invece a vedere la classe come la radice sociale della razza, in termini socio-politici. Per la Black Radical Tradition, la razza non è mai stata un addobbo ornamentale, o un pregiudizio da scrollarsi di dosso, ma un dispositivo materiale alle fondamenta del sistema capitalistico. In realtà, la razza è al fondo dei miti genealogici posti dalle classi dominanti europee per distinguersi dai sudditi già in epoca premoderna. Le prime forme di colonizzazione, schiavizzazione, proletarizzazione, e quindi razzializzazione di soggetti subalterni, nascono in Europa. La razzializzazione è quindi un elemento fondamentale del sistema capitalistico, e non nasce solamente dall’integrazione dei popoli non-Europei nel sistema produttivo globale.

Tornando all’Italia odierna, è necessario prestare attenzione ai movimenti della composizione razzializzata, che solo adesso sta acquisendo una sua voce pubblica, tentando di affermare una propria autonomia, e che può riuscire – nel suo movimento – a fare da polo di attrazione per più ampie ed eterogenee fasce giovanili.

Le piazze italiane ispirate da Black Lives Matter, infatti, si possono dividere in due. Da un lato, in alcune città – le cosiddette metropoli? – abbiamo assistito al solito rito (funebre) delle associazioni e organizzazioni di movimento, dell’internazionalismo simbolico, e dell’antirazzismo bianco e progressista, con episodi di tamponamento e contenimento di discorsi e comportamenti meno compatibili con la loro gestione pacificata. Dall’altro lato, le piazze più interessanti sono state quelle organizzate autonomamente – anche in contesti più ridotti, provinciali – da giovani afrodiscendenti, soprattutto ragazze, attraverso un passaparola per reti amicali, scolastiche e comunitarie, utilizzando come aggregatore, megafono e mezzo di comunicazione privilegiato Instagram (piuttosto che Facebook), affiancato da gruppi WhatsApp.

Questi happening a microfono aperto, che non obbligatoriamente hanno assunto la tradizionale forma corteo, sono stati la prima occasione di presa di parola di soggettività appartenenti alle cosiddette  «seconde e terze generazioni» che hanno criticato la ricezione mediatica delle notizie americane, che si sono focalizzate sulle esperienze personali di razzismo quotidiano vissuto qui in italia (e sulla questione, non secondaria, della cittadinanza italiana negata dalla mancata approvazione di uno Ius Soli), e che hanno portato nuovi giovani soggetti in strada, divisi dagli ambienti politici da un profondo gap generazionale. Momenti di incontro diversi dai soliti a cui «noi» siamo abituati, non lugubri e attraversati da una tensione al contempo festosa e rabbiosa. Una composizione, al suo interno, non omogenea, sia chiaro: se da una parte è stata evidente una presenza massiccia di studentesse, presumibilmente concentrate nei licei, dall’altro è da notare la partecipazione di gruppi di giovani maschi a maggioranza neri e nordafricani raccolti intorno ai tecnici, ai professionali o ai luoghi della dispersione scolastica, e che hanno avuto premura di esprimere vocalmente e fisicamente la loro esperienza razzializzata in relazione alla polizia.

La situazione presente apre alcune importanti vie per l’investigazione militante. Se da un lato ci interessa contrastare l’ordine del discorso di un’italia bianca e innocente rispetto all’america della colour line, dall’altro abbiamo bisogno di inchiestare i processi di soggettivazione nella composizione razzializzata, e passare parola a coloro che vivono tale soggettività. Tocca chiedersi però: quali sono i percorsi di formazione e qual è il linguaggio politico che raccolgono i giovani in queste piazze, e tramite quali reti e figure si dispiegano? Come viene vissuta e intesa politicamente la razzializzazione nel lavoro, nella scuola, e all'interno dell’università? Come si differenzia l’esperienza della metropoli e quella della periferia, nel Nord e nel Mezzogiorno? Queste sono solo alcune delle domande da affrontare per poter anticipare le tendenze politiche future di questa composizione. Resta certo che, le risposte si possono trovare solo tramite l’auto-narrazione di tali soggettività e le realtà che le circondano.

 

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