L’imprevisto della soggettività. Considerazioni sulla piazza di Torino

L’imprevisto della soggettività. Considerazioni sulla piazza di Torino

Gucci
Intervista a Guido Borio sulla composizione delle piazze Torinesi

Intervista a Guido Borio* curata da Francesco Bedani e Giuseppe Casale

 

Chi c'era in piazza a Torino e quale composizione era presente? Si può dire che ci fosse una specificità torinese?

Sicuramente non c'era in piazza la Torino della collina, della Crocetta e nemmeno quello zoccolo duro dei 5 stelle iper istituzionalizzato. Si è trattato di una protesta spontanea che ha potuto aggregarsi, come già era accaduto altre volte, per l'immediatezza dei fatti di Napoli. L'evento è stato chiamato dai media mainstream poi ripreso dai social. L'elemento più significativo è la spontaneità della protesta, dal momento che ha anche un valore politico.

Le piazze erano due: una chiamata da un volantino anonimo, circolato sui social il giorno successivo la manifestazione di Napoli, ripreso sia dalla Stampa che dalla Repubblica torinese, elemento che ovviamente ha fatto crescere le aspettative; la seconda è stata chiamata da un personaggio che si dice sia appartenente al giro largo di Fratelli d'Italia, con un testo abbastanza generico. Dunque un volantino chiama piazza Castello, l'altro piazza Vittorio, entrambe nel centro di Torino, verso le facoltà umanistiche, collegate da via Po. La prima chiamata per le 20.30, la seconda per le 21. Già dalle 18 comincia ad esserci la presenza di persone che va verso il centro e si raccoglie in piazza Castello. C'è da dire che era uno dei primi giorni a seguito dei provvedimenti sulle chiusure dei bar e dei ristoranti. Andando a piedi verso il centro, si poteva notare come fosse vuoto: ad esempio piazza San Salvario, luogo centrale della movida, che generalmente si riempie verso quell'ora, era deserta. Una volta arrivato a piazza Castello, una delle sedi istituzionali della regione, la vedo già piena ed animata di persone che inveivano nei confronti dei poliziotti schierati a difesa della Regione. Raccogliendo qualche informazione, mi viene detto che c'era già stato un primo confronto con la polizia (lacrimogeni e cariche di alleggerimento), già quando la piazza era quasi vuota. La cosa che noto immediatamente è che sono persone in maggioranza molto giovani: c'era una composizione legata ad alcuni centri sociali e una quantità consistente di giovani che provenivano, a giudicare dall'aspetto, dalle periferie. In mezzo a questi si riconosceva una sparuta minoranza di studenti medi e universitari. Tra questi qualcuno inveiva di più, qualcuno in maniera un pochettino meno esagitata nei confronti della polizia, comunque, ogni tanto c'era un tentativo di carica, gente che un pò si spostava e scappava, un po’ come le situazioni da stadio. Infatti in piazza c'era una dimensione composita con una parte delle curve più tutta una serie di altri aggregati, venuti in gruppetti e grupponi, provenienti sia da quartieri della periferia che da fuori Torino. Ne ho avuto conferma sia sentendo i riferimenti della gente sia da alcuni giovani che conosco, i quali mi avvisavano di essere stati contattati dalla stessa catena che attivò qualche dicembre addietro i forconi. Il sentore che ci fosse una partecipazione abbastanza estesa lo si era capito già dai giorni precedenti, bastava che tu andassi in uno o due bar a sentire quale fosse l'umore e, o i baristi stessi o gli avventori dicevano che sarebbero andati in piazza, perchè reputavano una schifezza che chiudessero bar e ristorazione alle sei, giudicandolo un attacco.

Mi sposto in piazza Vittorio, allontanandomi da quella situazione che appariva essere effervescente e partecipata, verso le 21, 21.15. La cosa significativa che noto è che sia dalle vie laterali che dalla via che unisce le due piazza c'è un continuo via vai di persone e di gruppi che si muovono da un posto all'altro: situazione che mi ha ricordato i tre giorni dei forconi, quando non c'erano veri e propri cortei e movimenti (salvo in alcuni periodi) ma invece gente che vagava nella città e nel centro, con un continuo interscambio tra le piazze.

In piazza Vittorio c'era un filtro di polizia che chiudeva la parte della piazza sotto i portici, in modo da evitare un eventuale spostamento di persone. Devo dire che la dimensione poliziesca non era particolarmente folta nonostante si fosse in una delle piazze più grandi d'Europa. C'era un discreto numero di persone, molte assiepate attorno ad un palchetto ed un gazebo, dove era cominciato una specie di comizio.

La composizione di piazza Vittorio, rispetto a piazza Castello (animata da ragazzini, italiani e non, e persone fino a un massimo di 25/30 anni), era più avanti con l'età, di dieci, quindici anni in più. Si notava come fossero soggetti che avevano una collocazione lavorativa, per lo più coloro che lavorano nella ristorazione e nei bar, quelli che hanno subito direttamente l'effetto del dpcm.

Elemento comune ad entrambe le piazze era il fatto che le persone fossero non contente, insoddisfatte e arrabbiate. Evidentemente la rabbia si sviluppava in un determinato modo negli interventi, anche con dimensioni stravaganti, dai negazionisti a coloro che sfoggiavano slogan come "ammazzano più le chiusure che il Covid", "fateci lavorare", eccetera. In piazza Vittorio, a differenza di piazza Castello, le persone avevano portato striscioni e cartelli. Al margine c'era anche un piccolo e sparuto gruppo di persone legate alla destra dichiarata. Si potevano notare dal tipo di striscione che proponevano. Comunque non si può dire assolutamente che la piazza fosse egemonizzata da una forza politica.

Si può dire sicuramente che le piazza fossero proletarie. Un proletariato, in piazza Vittorio, meno garantito, più precario, legato sia alle condizioni di reddito sia alla quantità di lavoro che si esercita oltre che a quanto ci si auto sfrutta; invece, in piazza Castello, più giovanile, con le caratteristiche della dimensione sociale legata ai luoghi in cui si abita e si vive, che non arriva ad un reddito pieno, quindi con un reddito precario e saltuario.

Comunque, al di là di una differenza e di una diversità che effettivamente c'era, non c'era una grossa diversità politica, se non sul fatto che in piazza Castello fossero più insofferenti nei confronti della polizia mentre in piazza Vittorio il discorso fosse più legato a interventi contro il governo e il dpcm.

Ad un certo punto comincia a piovere, ma anche prima che incominciasse, molte persone non volontariamente ma nella sostanza, erano bardate. Tutti avevano la mascherina e il cappuccio in testa, anche perchè il clima non aiutava, quindi c'era una dimensione anche di presenza in un determinato modo: in piazza Vittorio di approvazione o meno di ciò che veniva detto, in piazza Castello di contrapposizione alle forze dell'ordine.

L'impressione che mi sono fatto è che anche in piazza Vittorio la protesta, anche se non si sviluppava direttamente in uno scontro, esprimeva sicuramente una posizione anti-istituzionale, di delusione, di rifiuto. In particolare, il discorso "fateci lavorare fateci lavorare", che apparentemente sembra qualunquista e individualista, lo leggerei molto di più nel senso di una politicità intrinseca, di una richiesta di reddito. Bisogna tener presente che a Torino, durante tutta la riapertura Covid, la dimensione di bar e ristoranti è stata dimezzata, perché la maggioranza dei bar, tanto del centro che nei quartieri periferici, essendo luoghi che sostituiscono le mense aziendali, ha subito pesantemente la diminuzione del lavoro d'ufficio e l'aumento dello smart working. Altro elemento che ho notato è la protesta verso le promesse del nuovo dpcm, perché quanto è stato promesso, anche se un pò maggiorato, non è assolutamente sufficiente per campare. Bisogna dire anche che questi tipi di esercizi vivono sempre metà dichiarando e metà in nero, dunque se la tua dichiarazione dei redditi è molto bassa, quello che ti viene risarcito è legato a quanto si dichiara. Perciò, sostanzialmente, secondo me, in tutta la mobilitazione torinese c'è una richiesta di reddito, dal momento che diminuisce ciò che entra mentre le spese restano fisse.

Ritorno in piazza Castello, dove era incominciata ad alzarsi la contrapposizione, la quale si è data sia attraverso i cori contro i celerini (quelli che si sentono sia nelle piazze che nelle dimensioni più sociali da stadio) sia con botti, bomboloni e fuochi d'artificio da una parte e lacrimogeni e sparpagliamento delle persone presenti nella piazza, dall'altra. Le persone, quindi, defluivano e ritornavano in piazza Castello e giravano in tutte le vie del centro dove poi è successo il cosiddetto pandemonio, considerato come l'attacco alla città Torino e via dicendo. Io pensavo che la cosa sarebbe andata avanti anche dopo le 23, mentre per quell'ora le persone erano andate vie. Va detto che per un paio d'ore c'è stato un bel confronto tra polizia e manifestanti (per una cronaca più dettagliata degli scontri si veda qui).

 

Tornando sui giovani, da lontano e guardando anche a Milano, ci sembra che, con il rischio di forzare delle chiavi di letture, i giovani abbiano usato le piazze chiamate dai ristoratori e dai commercianti, in un modo "parassitario", riproducendo un pò quello che si era visto, con tutte le dovute differenze, con il cortège de tete. Dall'altra parte ci sembra che, i giovani scesi in piazza non siano gli stessi delle piazze ecologiche di Fridays for Future.

Sicuramente la composizione effettiva era molto più quella del movimento dell'8-11 dicembre dei forconi che quella del movimento sul clima. Se i giovani e i giovanissimi di FFF, spesso accompagnati da genitori e professori, provengono sostanzialmente da un diverso strato sociale, quello iperscolarizzato, e rappresentano una massa molto più grossa, quelli degli ultimi giorni provengono dai paesi limitrofi di Torino (Piossasco, Moncalieri, Michelino, Settima) e dai quartieri periferici torinesi (Falchera, Vallette). Ne abbiamo avuto dei riscontri soprattutto dalla catena dei social, composta da persone che avevano partecipato alle mobilitazioni dei forconi. I quattordici, quindicenni e sedicenni presenti erano soprattutto immigrati di seconda generazione, poi c'era un pò di tutto. Non si può dire che non ci fossero persone che hanno partecipato anche al movimento per il clima, comunque io le separarei.

Ciò che è venuto fuori, che approfondirò meglio dopo, è il discorso della divaricazione tra due bisogni fondamentali proletari, cioè il reddito e la salute, sui quali varrebbe la pena ragionare e ipotizzare.

Un'altra parentesi che dobbiamo aprire è come è stata interpretata questa piazza. Io non so se la scelta dell'ordine pubblico sia stata quella di utilizzare poche forze dell'ordine e di portarne lì, quando sarebbero cominciati i bordelli, un pochettino di più. Sostanzialmente sono state schierate più forze dell'ordine nelle manifestazioni politiche classiche che l'altra sera: rispetto a ciò, penso che si tratti di una scelta politica. L'altra scelta politica che ha probabilmente scatenato una serie di comportamenti è stata quella di presidiare il palazzo della regione. Probabilmente se lo avessero lasciato senza nessuno sotto, sarebbe volato forse uno sputo e massimo un sasso. Con la polizia lì schierata, la gente è stata invitata a nozze e ha avuto gioco facile ad individuare la polizia come nemico, dal momento che la polizia già è nemica per chi sta nelle periferie, negli stadi, nel disagio sociale ma anche nella mobilitazione sociale. Sinceramente dico che tutto ciò che si è visto è stato spontaneo.

 

Che differenza hai notato tra le città in cui sono avvenute queste effervescenze?

Credo che vada aperto un capitolo che si divide in tre dimensioni.

Uno è il discorso del sud, e in particolare di Napoli, dove probabilmente le cose che abbiamo visto e il tentativo di continuità partono dalla necessità di un tessuto sociale proletario molto più massificato e compromesso in termini di reddito e necessità di vita, dunque mobilitabile e capace di raccogliere più dimensioni sociali, dai disoccupati ai giovani dei quartieri, a chi non ha reddito, agli studenti. Credo che andrebbe aperto un capitolo di comprensione e d'inchiesta.

Altro ragionamento è quanto avvenuto a Roma due giorni prima di Torino e poi ancora successivamente, chiamato prevalentemente da forze di destra (Forza Nuova). Che questo abbia aggregato e portato giovani delle borgate è sicuro, però lì era già presente un indirizzo che avesse una rappresentazione un pò più politica e di un determinato taglio.

Milano è una cosa ancora diversa. Credo che sia stata anche lì abbastanza spontanea, anche se ha preso delle dimensioni differenti di articolazione. Per esempio a Milano sono andati a cercarla la sede della regione, non essendoci la chiamata pubblica. Anche per Milano penso che le trasformazioni dovute alla crisi del Covid abbiano permesso l'attivazione di strati di proletariato giovanile, metropolitano e di tutto il circondario di Milano città.

Torino, penso, abbia dalla sua una differenza, dal momento che la maggioranza era veramente gente che lavora nei settori colpiti dal dpcm che però dietro aveva un retroterra di attivazione di reti che si era già espressa coi forconi, anche se poi si è espressa in maniera diversa, dato che non c'è stata continuità nei giorni successivi. C'è da dire che il giorno precedente si erano mobilitati i tassisti, in termini fortemente corporativi e successivamente, invece, si sono mobilitati i lavoratori dello spettacolo, i quali, non a caso, hanno scelto un'altra scadenza, essendo maggiormente ideologizzati e legati alla dimensione della produzione della merce cultura, che dovrebbe essere più nobile o qualificante per chi commercia se stesso. Sicuramente Torino e Milano rappresentano una rabbia più genuina di quella romana, lo dico come ipotesi. La possibilità di una riattivazione, anche differente nelle varie città, penso dipenda sia dal contesto nazionale che dagli sviluppi della pandemia e dei provvedimenti che verranno presi.

Credo che la lettura più importante sia di richiesta di salario.

Ultima valutazione su come si sono mosse le forze politiche istituzionali e i giornali. Il PD di Torino si è allineato alle dichiarazioni napoletane: qui ovviamente non c'era la camorra e la criminalità organizzata ma i criminali, quelli delle curve e quelli che volevano far bordello. E' una lettura estremamente miope, ed è la stessa lettura di quel filone che prima si chiamava PDS, e prima ancora PCI, che, di fronte ad ogni insorgenza spontanea di lotte e di contrapposizione sociale da piazza Statuto in poi, ha sempre detto che sono gli infiltrati o la destra, senza riconoscere invece alla dimensione proletaria una legittimità di esprimere una sua autonomia e contrapposizione. Questa era anche la versione che veniva data da alcuni giornali. In seguito la situazione si è leggermente modificata, dal momento che gli arrestati di fronte ai negozi saccheggiati han tirato poi fuori due borsette e una camicetta e hanno spaccato un po' di vetri. Ma questa è la dimensione giovanile: ogni volta che c'è un'attivazione iper irreggimentata o indirizzata in un determinato modo ha quella direzione lì. Solo oggi comincia ad essere posto il problema di un tipo di proletariato giovanile. In alcuni articoli si leggono commenti che dicono che adesso anche a Torino ci sono la banlieu.

Tornando al paragone rispetto al movimento francese penso che quello avesse già una sua forma di autorganizzazione che poi ne ha permesso la durata. Anche lì era nato da un provvedimento specifico (l'aumento del carburante) però si era diffuso subito a livello nazionale, mentre questo è un discorso che parte da una situazione e poi si ripropone, in termini di continuità, come una cosa una tantum e non come un movimento. Infatti io non parlerei di movimento ma di momento di protesta e contrapposizione.

Un'altra cosa che è completamente assente, perché ha rappresentato una rottura netta, è la base dei 5 stelle che invece era presente all'interno del movimento dei forconi. Oggi i 5 stelle sono iper legalitaristi e iper governisti e si è quindi consumata una frattura grossa con la sua base.

Un'altra frattura grossa da considerare è che, sia a livello locale sia nazionale, si rompe il fronte unico di contrasto al Covid. In questa seconda ondata non abbiamo più la gente sui balconi che canta l'inno d'Italia e che applaude quando passa la polizia o le ambulanze, ma invece inizia a riconoscere le responsabilità delle istituzioni. Per come è andata la gestione della scuola, della sanità, dei salari e per come è la crisi, viene percepito in termini forti che le istituzioni garantiscono alcuni strati sociali, chi sta in alto e non chi sta negli strati più bassi.

Io farei un ragionamento su queste nuove dimensioni di soggettivazione di massa, spontanea e anche molto fragile e passeggera di una forma di iper-proletariato che si definisce, a prescindere dalla destra e dalla sinistra, in una dimensione nuova. Soprattutto è nuova nella contrapposizione alle istituzioni che esprime, sia nei confronti del governo e contro il dpcm, sia nei confronti delle regioni come qui in Piemonte o anche in Lombardia, dove c'è una giunta di destra e quindi dell'opposizione. All'opposizione istituzionale questa cosa dà fastidio anche a Salvini e a Fratelli d'Italia. La Lega infatti, nonostante su questo terreno si esprima una sua composizione, a cui dovrebbe guardare, essendo la dimensione del Nord, di partite IVA e di lavoratori autonomi, è invece completamente assente, incapace di rapportarsi e silente perchè li detestano e li vedono come fumo negli occhi, anche se poi ovviamente usano ciò che è successo in termini strumentali in un discorso di opposizione istituzionale. Questa rottura della credibilità delle istituzioni credo che sia un terreno a cui si dovrà guardare perchè non si fermerà lì. Al di là del fatto che ci siano ancora emergenze di massa riconducibili a momenti di mobilitazione, sicuramente queste giornate tracciano una rottura a cui si deve pensare.

L'ultimo discorso su cui bisognerà iniziare a ragionare è la divaricazione tra bisogni sanitari, di vita, di sopravvivenza legati all'attacco del covid e come le strutture, che dovrebbero intervenire, non sono invece in grado di garantire la sicurezza sanitaria. Il discorso dei trasporti pubblici, degli agglomerati urbani per cui se stai in una dimensione sociale bassa rischi maggiormente, mentre se stai in una dimensione sociale alta rischi di meno. Per esempio se hai la macchina rischi in modo più limitato, mentre se sei costretto a spostarti con i mezzi pubblici questo diventa un handicap che rischi di pagare. Poi c'è il discorso del tracciamento, il fatto che non ci sono i vaccini. Di certo a questo punto il lockdown camuffato dalle 18 in poi che stiamo vedendo, non romperà il contagio perchè ormai questo virus è molto più diffuso rispetto alla cosiddetta prima ondata.

 

Guardando sia alle piazze delle grandi città, sia a quelle di provincia, ci sembra che siano abitate da tutta la filiera della ristorazione: troviamo sia i produttori, sia i ristoratori, sia i lavoratori dipendenti. Secondo te queste figure possono entrare in conflitto a partire dal binomio che già citavi tra salute e reddito, oppure questi slogan che sentiamo nelle piazze possono tenere?

Sul discorso della contrapposizione credo che una cosa che rischia di saltare a livello di sentire sociale è il come si stanno muovendo le istituzioni. Per esempio: riapre la scuola, riaprono gli asili, tutti sono contenti perchè finalmente si torna a lavorare perché gli tengono i figli per 6 ore al giorno. Però incomincia ad esserci insofferenza di tutta una fetta di professori che si danno malati, che sono latitanti, che non ci sono perchè hanno paura visto che ogni tre per due chiudono una scuola, chiudono una classe per qualche caso di positività. La stessa cosa si sta riproponendo in termini abbastanza forti sulla sanità. E' vero che non sono stati fatti alcuni passaggi, non sono stati comprati sufficienti reagenti, non sono stati aperti sufficienti laboratori, ma sempre più si sente da parte di tutti che c'è una latitanza grossissima da parte dei medici di base che hanno paura. Anche questo discorso sulla sanità tutta schierata in prima linea penso che non sia assolutamente così. Così come il discorso dei tamponi: se hai cento euro da spendere lo fai in tre ore, se non li hai fai code interminabili. Questa è una cosa che più passa il tempo più emergerà, anche perchè comunque questa faccenda della salute ha delle risposte diverse e stratificate. C'è chi deve fare lavori più a rischio e chi invece può permettersi di non lavorare, ha la possibilità di mettersi in mutua oppure continuano a dargli uno stipendio perchè è a tempo indeterminato o dipendente statale.

Ci sono due contraddizioni di separazione, ma poi all'interno c'è il discorso di chi è costretto a determinati rischi economici e sanitari e chi invece per possibilità economiche e sociali può difendersi e può permettersi di fare determinate scelte.

 

Infine vorremmo chiederti una riflessione sul ruolo dei militanti in questa fase. Ripercorrendo un po' la questione vediamo che nelle piazze ciò che accomuna le diverse figure sociali è il rifiuto istituzionale. Andando a vedere chi sono queste figure vediamo commercianti, dipendenti, giovani che esprimono comportamenti nuovi e sembrano non esprimere rivendicazioni chiare (almeno non esplicitamente). All'interno di questa situazione a prima vista caotica, quali sono le direttrici per organizzare questo caos? Dalle forze politiche abbiamo visto tentativi che si sono tradotti in autorappresentazioni oppure trasposizioni secondo i proprio linguaggi e i propri desideri di rivendicazioni che passano da "più lavoro" a "reddito universale". Come si sta qui dentro, oltre alla semplice presenza fisica?

Credo che su questi punti, rispetto alla descrizione di quanto avviene che è più semplice, ci sia una difficoltà maggiore. Nel momento in cui si desse una continuità di partecipazione spontanea, ha più valore politico la spontaneità di questi settori di classe piuttosto che soggettività sociali o politiche preesistenti che in qualche modo cercano di rapportarsi con questa situazione. Dall'altra parte è ovvio che questa dimensione non ha un progetto, non ha obiettivi chiari perché esprime semplicemente un malcontento, una rabbia che diventa contrapposizione perché non vede soluzioni, non vede possibilità di mediazioni. Tanto è vero che anche le stesse associazioni di categoria stanno arrancando, hanno delle difficoltà oggettive a fare delle proposte di rivendicazioni da mediare a livello istituzionale in termini effettivi e soprattutto di poterle portare a casa. Detto questo, credo che, e lo vediamo, non solo non c'è una capacità di rapportarsi con ciò che sta succedendo perchè è estremamente difficile cambiare i propri linguaggi, il proprio modo di essere e trasformarsi in altro. La soggettività politica nasce come dimensione di chi deve dare indicazioni a qualcuno, ma se le rivendicazioni te le dà il livello di massa e tu sei più indietro, bisogna fare attenzione, si rischia di non capire quali possano essere le dinamiche ricompositive perchè le lenti sono tarate su una certa immaginazione del conflitto, dei comportamenti e degli obiettivi. Il livello istituzionale è stato destabilizzato più da queste situazioni nuove che se ci fossero stati degli scontri organizzati da qualcuno. Da una parte l'imprevisto, dall'altra una situazione già nota rispetto alla quale applicare dimensioni di controllo e di repressione già provate.

Detto questo il discorso non è quello di re-inventarsi l'ennesima nostra trovata, facciamo l'inchiesta, andiamo nel territorio, ecc. Un ragionamento che farei è che la scomposizione è ancora abbastanza grossa, per esempio, la dimensione soggettiva dei giovani che frequentano le scuole è stata assolutamente frantumata dal fatto che non andando a scuola sono stati lasciati in balia di una situazione esistenziale, di vita diversa. Bisogna fare attenzione anche al vuoto che questa situazione produce nella possibilità che emergano soggettività di massa - non di elite o politiche - con alcune caratteristiche.

Questa cosa apre spazi perchè non c'è più il consenso istituzionale verso lo sforzo collettivo, la mobilitazione di massa per combattere il Covid.

Credo che ci sia la questione di stare all'interno dei circuiti comunicativi, o di costruire dei circuiti comunicativi che si pongano il problema di possibili aggregazioni o di possibili costruizioni di punti vista. Ma non è ciò che abbiamo, non sono i nostri siti in cui costruisci queste cose, se non in piccolissimi gruppi che già ti conoscono. Il modo in cui si sono mossi i social è una cosa che funziona, ma allo stesso tempo non è detto che se ci mettiamo a fare gli «arruffa popoli» di turno riusciamo a provocare la stessa cosa e comunque, anche qualora si riuscisse a farlo, non è detto che si abbia il governo di ciò che succede perchè non ce l'hanno nemmeno quelli che hanno chiamato le piazze. Quindi farei molta più attenzione alla dimensione intercomunicativa tra queste situazioni sociali e cercherei in qualche modo di capire anche che arriviamo a un capolinea di tutta una serie di esperienze. Quello che si può fare è un confronto tra le varie osservazioni che vengono fatte e magari provare a praticare delle forme comunicative utilizzando anche gli strumenti che già ci possono essere o che bisogna inventarsi. Un eventuale secondo lockdown sul nostro quadro sociale e politico è abbastanza disgregativo.

 

* trascrizione e revisione a cura della redazione non riviste dall’autore.

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