Conflitti e reazione nel mondo della didattica

Conflitti e reazione nel mondo della didattica

Palmi
Intervista di Antonino Sciotto ad Alessandro Palmi, ex-docente nelle scuole superiori di II grado

Una discussione con Alessandro Palmi, ex docente nelle scuole superiori di secondo grado su Didattica a distanza durante il lockdown, riapertura delle scuole e ripresa dell'attività didattica in presenza. 

Dopo aver ripercorso la genealogia delle trasformazioni che hanno interessato la scuola negli ultimi vent'anni, ci si è soffermati su alcune osservazioni attente ed estremamente lucide sulla Didattica a distanza. Come ce la aspettavamo, com'è stata e come sarà? Quali saranno le sue trasformazioni e i suoi potenziali nuovi utilizzi? Allo stesso tempo quale è stata l'autonomia degli insegnamenti nel processo educativo, quali sono stati e continuano ad essere i comportamenti di rifiuto e quali saranno i terreni di potenziale conflitto all'interno della scuola e fuori?


Per iniziare ti chiedo qual è stata la tua esperienza professionale nella scuola, cosa hai insegnato e per quanto tempo, anche considerando la scuola come terreno di attività politica e lotta, per poter tracciare quelle che secondo te sono state le trasformazioni più rilevanti che la scuola ha visto.

Io ho lavorato a scuola fino all’1 settembre di quest’anno, sono appena andato in pensione. Ho sempre insegnato chimica, quindi materie tecniche presso gli istituti tecnici per una trentina d’anni. Ho fatto diversi anni di precariato, poi sono entrato dentro a tempo indeterminato e ho visto tutta una serie di trasformazioni e le più grosse possiamo dire che grosso modo si concentrano negli ultimi vent’anni. È stato un cambiamento lento ma enorme, che ha snaturato la scuola rispetto a come la conoscevo all’inizio. Ne ha cambiato spirito, funzione, ruolo sociale ed è cambiata anche la percezione che si ha della scuola da parte della società.

La scuola è sempre stata un feudo democristiano fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, quindi tranne pochissime eccezioni il Ministro dell’Istruzione, dal dopoguerra in poi era sempre stato un democristiano. Il primo importante (tranne piccolissime parentesi), che veniva da uno schieramento diverso è stato Lombardi, che fu un Ministro Tecnico, del governo tecnico di Dini, che era una diretta emanazione di Confindustria. Da lì è iniziato il processo in cui Confindustria, poteri industriali ed economici di un certo tipo hanno deciso di mettere le mani sulla scuola. Dopo è seguito Luigi Berlinguer che è stato il primo ministro che veniva da un’area ipoteticamente differente, teoricamente di sinistra, sebbene poi nella pratica non lo fosse. Con lui sono iniziati anche i guai veri e propri, è iniziata la trasformazione della scuola che fino ad allora era stata un servizio pubblico, un’istituzione che assolveva ad un ruolo particolare. L’Italia, infatti, nel dopoguerra era analfabeta o semianalfabeta, la scuola quindi aveva svolto inizialmente un ruolo di alfabetizzazione, poi con le lotte degli anni Sessanta e Settanta si era aperta, era diventata scuola di massa, quindi ha svolto anche un ruolo di ascensore sociale, di emancipazione di larghe fasce giovanili che hanno cominciato ad accedere a scuola sin dagli anni Settanta.

Questa spinta propulsiva si è sentita e ha avuto un ruolo importante. Verso la fine del secolo la scuola cambia in quanto i poteri economici e produttivi ci mettono le mani sopra per riconvertirla ed iniziano una serie di trasformazioni e riforme: l’autonomia scolastica, la legge di parità per equiparare i sistemi d’istruzione pubblico e privato, la dirigenza ai presidi. (una volta c’erano presidi e direttori didattici, dopodiché è stata istituita la figura dirigenziale). Tutto ciò per portare avanti quella che avevamo definito come trasformazione della scuola in azienda, una aziendalizzazione non tanto nei termini in cui le scuole venivano privatizzate cioè agguantate dai privati che non avevano nessuna intenzione di spendere un sacco di soldi per mantenerle in piedi. La scuola rimaneva pubblica e finanziata dallo Stato ma con una logica di funzionamento sempre più privatistica ed asservita agli interessi economici e produttivi. Questa cosa veniva declinata con i legami con il territorio, con l’aiuto ai giovani a trovare lavoro, con l’importanza di formare i lavoratori futuri, i dipendenti eccetera. Quindi dalla fine del secolo scorso e in questi vent’anni questo processo è andato avanti snaturando quella che secondo me doveva essere la funzione sociale e reale della scuola: si è passati da un luogo in cui il cittadino si forma e fruisce del diritto all’istruzione ad un luogo di formazione dei futuri dipendenti. Pur lavorando in un tecnico, non ho mai lavorato per formare futuri lavoratori, non me ne fregava niente. Io cercavo di formare persone, cittadini e cittadine che sapessero muoversi in maniera autonoma e critica. Su questo ci sono state moltissime lotte e scontri dentro la scuola che si sono andati via via affievolendo tra chi voleva riconvertirla su questo nuovo che avanza e chi voleva mantenere delle prerogative di un certo tipo di scuola.

Dal momento in cui la scuola è diventata di massa dopo gli anni Settanta, al potere non era più utile né congeniale ed è stata definanziata, abbandonata, svilita, squalificata da tutti i punti di vista, quindi è iniziata pure una distruzione fino ad arrivare ad una scuola che non funziona. Molti studenti non hanno grande affezione per la scuola, che fa fatica a funzionare. Quindi ci si trova schiacciati tra un modello di scuola che non funziona e non soddisfa e una nuova visione di scuola che ti propongono che è peggio di quello vecchio che non funzionava. Chi voleva portare avanti determinate cose e aveva determinati ideali in testa si trovava schiacciato in questa situazione, tra un passato che non funzionava e un futuro prospettato che era ancora peggio. Si rischiava quindi da un lato di apparire come conservatori o retrogradi, difensori di una scuola che non soddisfava oppure innovatori di una falsa innovazione che però non era nient’altro che la trasformazione di una scuola in un’azienda. Gli ultimi venti anni sono andati avanti così su questo crinale, anche nell’Università molte cose sono andate così.

Berlinguer è stato il primo con la sua riforma dei cicli, poi c’è stata l’autonomia scolastica in seguito alla legge Bassanini, poi c’è stato il tentativo di riforma della Moratti che ha inserito elementi che sono stati ributtati indietro faticosamente, poi i tagli della Gelmini. I governi sia di centrodestra che di centrosinistra, sulla scuola sono stati molto in sintonia a parte i cambi di casacca di chi governava. Dopo la sconfitta delle riforme Berlinguer e Moratti, hanno abbandonato la strategia delle grandi riforme e hanno cominciato ad agire in maniera sostanziale introducendo elementi un po’ alla volta, quindi non più una riforma complessiva globale, non avevano questa pretesa, ma cambiamenti che venivano inseriti con decreti, note che riformavano e agendo sulla leva finanziaria, sulla falsa riga dell’autonomia. Tagli piuttosto che finanziamenti, tagli costantemente alla scuola fino al massimo della Gelmini che tagliò in un colpo solo più di otto miliardi ai bilanci delle scuole in pochissimo tempo iniziando un processo di smantellamento del sistema.

Dentro tutto questo mi sono mosso e ci siamo mossi in diversi, ci sono stati momenti di forte resistenza soprattutto perché una generazione abbastanza consistente di persone che avevano fatto esperienza politica negli anni Sessanta e Settanta poi erano confluite nella scuola, avevano trovato nella scuola uno sbocco occupazionale, e questo ha fatto sì che per molto tempo il corpo docente fosse in grado di esprimere anche un forte tasso di resistenza a queste trasformazioni. Questa cosa va via via affievolendosi dato che anagraficamente la maggior parte delle persone che hanno vissuto la stagione di lotta tra fine anni Sessata e anni Settanta, anche da studenti, come me, stanno andando in pensione. C’è stato un ricambio generazionale enorme, in questa fase c’è un ricambio grandissimo perché il corpo docente è vecchissimo, l’età media è superiore ai 55 anni, una quota enorme ha un’età superiore ai 60 che sono poi stati bloccati con i vari meccanismi che hanno bloccato l’accesso alla pensione. Quindi c’è un accalcamento e una densità molto alta nelle fasce alte d’età che adesso però dovranno uscire. Il corpo docente ha un’età estremamente avanzata e ci sarà un ricambio enorme, tanto è vero che quest’anno, ci sono stati più di 200.000 mila incarichi annuali, che vuol dire sostanzialmente che oltre il 20% di docenti che lavorano nelle scuole adesso è precario. Una percentuale abnorme, una stortura del sistema grossissima e questa cosa crescerà, perché i processi di stabilizzazione vanno avanti molto lentamente, le persone continuano ad invecchiare e quindi giocoforza escono e vanno in pensione, quindi questa fascia di precariato che può essere considerata endemica è di dimensioni enormi.

 

Nella tua esperienza con la Dad, come hai sopperito alla mancanza dell’attività laboratoriale?

Io come già detto insegnavo chimica, una scienza eminentemente sperimentale anche in termini di formazione e io lavoravo una buona parte di ore in  laboratorio. Questo è uno dei motivi principali per cui non considero la Dad neanche una forma di didattica. Non potendo uscire di casa ovviamente non avevamo accesso al laboratorio e abbiamo cercato in maniera estremamente artigianale con una mia collega di ipotizzare delle esperienze da fare in casa e dopo loro ci riportavano il report dell’esperienza fatta in casa ovviamente con gli strumenti che si possono avere in cucina. Era una via di mezzo tra il chimico e il cuoco. Cercando anche lì di dare dare compiti e obiettivi, spingendoli a provare dei processi, guardarli, documentarsi, fare le foto, discutere. Ognuno di loro condivideva la pagina, qualcosa siamo anche riusciti a fare, però era una cosa che era faticosissima, richiedeva un sacco di impegno per analizzare e simulare delle esperienze di laboratorio estremamente semplici, lavori che in laboratorio avremmo fatto con un dispendio molto inferiore di energia e con una efficacia molto più grande in termini di apprendimento. Noi abbiamo provato così, ma in sostanza la parte laboratoriale è scomparsa nel 99% dei casi è semplicemente sparita, anche questo poi è uno dei punti critici più grossi nella Dad. Dal mio punto di vista la laboratorietà è fondamentale perché si impara anche facendo, sperimentando, ci si forma in questa maniera e con la Dad questo è impossibile.

 

Una cosa che ci siamo ripetuti più volte è che le crisi sono dei momenti in cui alcuni processi accelerano rispetto ad altri. Nella scuola cos’è successo nel corso della pandemia?

La fase d’emergenza ha accelerato dei processi che nella scuola già si intravedevano in filigrana, ad esempio tutto il discorso legato all’informatizzazione e all’uso delle nuove tecnologie in ambito didattico, con aspetti estremamente contraddittori anche per come si sono sviluppate. Da molto tempo nella scuola si parla delle nuove tecnologie, anche se in realtà questo dato, in virtù di quello che dicevamo in merito all’età avanzata della gran parte del corpo docente, stava facendo fatica a procedere. Da un lato c’era la canea del nuovo che avanza e delle belle tecnologie in aggiunta alla storia degli studenti come nativi digitali che secondo me sono fesserie. I miei studenti non sono assolutamente nativi digitali. Lo sono nel senso che giocano continuamente col telefonino. Non hanno un uso cosciente critico e capace di dominare lo strumento tecnologico per cavarne qualcosa di utile, ne sono appendici. Anzi, con i livelli di formazione scarsi che ci sono c’è il rischio che diventino loro appendici delle macchine piuttosto che essere loro a sfruttare le macchine per vivere meglio. Questa è la prima farsa, questa dei nativi digitali. L’altro inghippo è quello della mediazione dello strumento informatico che non è assolutamente utile né didatticamente valido soprattutto in riferimento alle fasce d’età più piccole, cosa che è stata provata e comprovata. I bambini e le bambine hanno bisogno di relazioni sociali, di vivere in gruppo e il vero apprendimento si ha nel processo di interazione con le altre persone, con il gruppo classe. La semplice trasmissione di contenuti tramite la macchina informatica non è assolutamente efficace. Ovviamente la macchina informatica è utile ed efficiente per trasmettere una serie di nozioni statiche ad un gran numero di persone. È efficiente, economico e uno può fare lezione contemporaneamente ad un numero esagerato di persone, ma non è un più un discorso di didattica, di formazione, di crescita, ma è un discorso di distribuzione di informazione. Questo sia ben chiaro. Su questo si è innestata la crisi della pandemia per cui sono state chiuse le scuole. È stato quindi chiaro che quello della Dad diventava l’elemento per mantenere il contatto. Noi lo abbiamo detto da subito, si può fare ma non è didattica, sono cose che fai per mantenere il contatto obbligato a causa del lockdown e non perdere tutto.

Ovviamente c’è stata una fetta consistente, tra cui il Governo e la Azzolina che ubriacati da questa ipotesi ha iniziato a fare la retorica dello «sfruttiamola come un’occasione, la grande occasione per fare il balzo in avanti» e sciocchezze di questo genere cominciando a forzare sull’utilizzo di questi strumenti e della messa in piedi della Dad. Ad un certo punto però anche i pasdaran di questa cosa hanno capito che dal punto di vista didattico funzionava poco, sono emersi i temi reali e critici. I temi reali e critici sono due: il primo è il fatto che il sistema scolastico italiano è stato di fatto messo in mano alle compagnie dei big data come Google e Amazon, il cosiddetto capitalismo del controllo. Tutte queste grosse compagnie hanno acquisito una quantità immensa di dati, hanno praticamente asservito il sistema di istruzione. Ovviamente hanno dato piattaforme gratuite, ma loro non guadagno vendendo dei pezzi di piattaforma, il loro interesse è molto più di largo respiro e con questa facilità di uso che c’era le scuole italiane hanno iniziato ad utilizzare Google Meet, la piattaforma di Google senza neppure cercare altro, sebbene esistano piattaforme più specificamente per la didattica che sono open source e su questo c’è un filone di scontro dibattito e discussione.

 

È possibile fare una valutazione su quali di questi processi andranno in disuso e quali invece potrebbero diventare strutturali?

È molto azzardato e difficile, credo che non abbiamo elementi sufficienti perché è una situazione complicata. Alcuni passaggi sono di fatto obbligati dall’emergenza esterna che è reale ma allo stesso tempo ci sono poteri e settori che la stanno sfruttando l’emergenza. Al momento non è sempre facile discriminare tra i due fenomeni.

Una cosa sicuramente – sono pareri miei, ma sono anche tendenze presenti - è la questione del risparmio economico. In prospettiva è evidente che la Dad costa molto meno perché un docente è in grado di seguire un numero molto più alto di studenti e costa meno in termini di infrastrutture, ovviamente la didattica laboratoriale sparisce, al massimo le esperienze saranno simulate in video, non ci sarà più materiale di consumo. L’attività esperienziale è un elemento critico dal punto di vista didattico e della formazione, si avrà a che fare con una formazione completamente teorica e mediata dal video, quindi di qualità veramente scarsa secondo me. Ed è estremamente economico, dove però il ruolo del docente diventa, come dicono gli stessi propugnatori di queste novità, un facilitatore, colui che deve proporre i materiali, cercarli in rete, produrre un’elaborazione, proporli, però con uno snaturamento e una variazione, un cambiamento molto grande di quello che è il rapporto didattico che esiste nell’ambito della formazione in tutti i sensi. Con una relazione che diventa da uno a molti, molto direzionata e unidirezionale e l’interazione, soprattutto quella orizzontale diventa molto difficile. Un sistema che abbasserà drasticamente il livello di formazione delle persone, sarà sempre più simile all’addestramento. Non a caso la formazione a distanza è il sistema di formazione delle aziende, ci sono i pacchetti di formazione a distanza e la formazione aziendale è fatta così, ma è chiaro che la formazione aziendale è molto diversa da ciò che dovrebbe essere l’istruzione.

Per me la formazione aziendale - al di là dei giudizi di valore che non mi interessano – è una cosa che non ha nulla a che vedere con il diritto all’istruzione. L’istruzione è la formazione delle persone in quanto tali e non in quanto persone messe a produzione, in azienda è una cosa alquanto diversa. Questi meccanismi, come quello  dell’economicità, sono molto evidenti: un docente può seguire anche 80-90 studenti, mentre una classe non potrebbe mai essere di 80-90 persone Se si andrà in questa direzione non lo so, penso che molti miei colleghi si fossero confusi e pensassero che la Dad fosse la riproduzione di ciò che facevano in classe prima con la mediazione di uno schermo.

Questo è stupido da due punti di vista: il primo perché è impossibile farlo, è impossibile riprodurre la lezione e il lavoro che si fa in classe attraverso la macchina informatica. Il secondo è che chi gestisce non te lo permette: in prospettiva, se il meccanismo dovesse andare avanti chi te lo fa fare di collegarti con 15-20 studenti? Ti fanno collegare con 80, quindi è evidente che il nodo sotto è quello economico. Quindi i nodi sono questo economico e quello didattico. E quello didattico è una schifezza, te lo dico come esperienza diretta, perché i ragazzi hanno un livello di formazione che non è minimamente paragonabile a quello che si fa con il lavoro in classe e nei laboratori, questo è assodato.

 

Per i motivi che elencavi in merito alla questione dei costi, quale pensi che sarà il futuro della Dad dopo queste prime settimane in cui non essendo in lockdown si può iniziare a capire come applicarla in maniera alternativa?

È un po' presto per dirlo però la mia impressione è che abbiano sbagliato. Hanno sbagliato perché, diciamo così, la Dad è stata imposta dalle condizioni, perché in effetti l'anno scorso quando c’è stato il lockdown non c’erano alternative e quindi si è dovuta fare per forza, era l'unica via per mantenere un contatto. All’inizio c'è stato un tentativo di accelerazione troppo forte, così forte che in realtà ne ha evidenziato i grandi limiti, come il non funzionamento. Accanto a ciò la fase emergenziale ha avuto un doppio effetto: da un punto di vista ha rotto la diga facendo entrare la Dad in tutte le case in maniera obbligatoria, ma allo stesso tempo essendo giustificata da questa fase emergenziale è stata accelerata, ma il sistema non era assolutamente pronto per fare questo.

Il sistema non era pronto perché moltissimi - si stima un terzo - dei ragazzi di fatto non aveva neppure gli strumenti adeguati per seguire, le famiglie non erano organizzate e i docenti stessi non erano formati per fare questa cosa, quindi è stato un’introduzione violentissima, veloce, immediata e – ovviamente - su un terreno assolutamente impreparato. Questa ha fatto sì che poi i difetti che dicevo prima che sono insiti in questo meccanismo - che non è didattica - esplodessero e venissero fuori con una chiarezza innegabile anche da parte dei sostenitori.

È innegabile che è la Dad è emersa in modo discriminatorio e classista in una maniera mostruosa perché i ragazzi che vivono in determinate situazioni o fanno parte di determinate fasce sociali, non riuscivano a seguire oppure avevano grossissime difficoltà a seguire e questo è venuto fuori in maniera eclatante. Nel senso che ragazzi che avevano fratelli o che vivevano in case o in situazioni familiari molto scomode non riuscivano a seguire o avevano difficoltà

Studenti che non avevano gli strumenti o con connessioni ballerine oppure ancora che avevano situazioni familiari anche imbarazzanti non accendevano mai la telecamera. Tutte queste differenze di distribuzione sociale ed estrazione sociale, di censo e di vario tipo, tutto sommato la scuola è in grado di ammortizzarle e di assorbirle, nel senso che i ragazzi di varie estrazioni vengono tutti nella scuola e dentro sono sostanzialmente uguali e hanno tutti più o meno (poi sappiamo che non è vero) le stesse possibilità ed a tutti vengono offerte le stesse opportunità sia al ricco che al povero se vogliamo semplificare. Ora è evidente che con la distanza questo non è più così. Dove abiti, come è strutturata la tua casa, se hai un device che funziona bene, se hai una connessione valida, se hai una tua stanza, un tuo spazio dove puoi lavorare fa la differenza, non si hanno assolutamente le stesse opportunità. C’erano ragazzi che avevano la loro stanza con il loro bel computer, la connessione buona e potevano lavorare. Poi c'erano quelli che dovevano convivere e condividere spazi insieme ai fratelli minori ai genitori che erano rimasti a casa anche loro o che non avevano computer perché magari l'altro fratello o sorella più grandi universitari lo stavano usando e quindi loro si dovevano arrangiare col telefonino, poi finivano il credito e si lamentavano. Questa introduzione della Dad ha proprio fatto vedere come essa sia tutto fuorché democratica ed egualitaria, anzi esalta le differenze che ci sono.

Questo è un nodo critico che è proprio emerso con forza perché il sistema non era preparato perché si fa presto a dire: «fai didattica a distanza ». Ma tutti devono essere capaci di usare gli strumenti, avere connessioni adeguate, avere strumenti adeguati, spazi adeguati da usare, perché non usi più lo spazio scolastico, però lo spazio ti serve lo stesso e moltissimi studenti non avevano spazi adeguati per poterlo fare. Questo è stato l'elemento più critico e ha fatto sì che adesso ci sia un grosso rifiuto, quindi cosa verrà dopo non è ben chiaro. Per fortuna, dico io, questa cosa è stata talmente impattante in termini anche negativi che probabilmente i disegni di chi sperava con la scusa dell'emergenza di introdurre in maniera massiva questa cosa credo che rimarrà deluso perché se per ipotesi dovesse arrivare il famoso vaccino, se terminasse in maniera chiara conclamata l’emergenza sanitaria, credo che il fastidio e le disfunzioni che ci sono state in questo maldestro tentativo di sopperire introducendo la Dad avrebbero un rifiuto completo. La gente non ne vorrebbe più sapere ma è una mia ipotesi

Poi sicuramente le parti più accorte dell'amministrazione stanno già elaborando dei piani, infatti adesso non si parla più di Dad ma di «DDI» Didattica Digitale Integrata, cioè cominciano a ragionare in termini di introduzione degli strumenti informatici come supporto per sostenere quella che è l'attività didattica fatta in presenza. Questa è una cosa che può anche avere un senso, una cosa che in certa misura si faceva già prima. Dopo bisognerà riflettere su cosa si intende e ci sarà anche qui uno scontro perché poi dopo ognuno la declina modo suo. Ci sono famiglie abbienti o genitori timorosi che considerano la didattica integrata come una sorta di lezione privata fatta a casa, chi si può permettere di avere un bello studio a casa ci rimane, perché fruisce delle lezioni filmate ma da casa, ma ovviamente per molti questa cosa non è possibile, poi bisogna vedere come si strutturano. La partita è aperta e io credo che il rifiuto ci sarà, poi bisogna vedere come se la giocheranno.

Un elemento chiave è che lo Stato, il Governo non hanno investito quasi nulla per scuola, questo può essere un segnale per dire:«non investiamo per mantenere una scuola di un certo tipo perché la prospettiva è quella di creare una scuola molto diversa che grazie alle tecnologie informatiche sia molto più economica ». Lì si riapre la partita grossa anche su chi gestirà le tecnologie e questi passaggi. Quello che noi stiamo mettendo in campo con forza è che se ci deve essere un uso ampliato di strumenti digitali noi pretendiamo che il Ministero dell'Istruzione si doti di una piattaforma sua e non dia in pasto alle grosse compagnie tutto questo potere di dati di informazioni e di capacità, non vogliamo più lavorare sulla piattaforma di Google o di Microsoft.

 

C’è e se sì in che termini, un po' di autonomia professionale per gli insegnanti nell’adozione della Dad? Quali sono stati i punti di maggiore conflitto durante il lockdown?

Questo aspetto che riguarda l’ambito strettamente professionale in merito alla didattica non lo avevamo ancora toccato ed è giustamente importante. Ci sono stati vari scontri all'inizio soprattutto da una parte anche consistente del corpo docente sostanzialmente reazionaria e politicamente molto arretrata che ha vissuto con grande fastidio e con grande fatica la Dad perché la vedeva – sbagliando, io non condivido – come una diminuzione del proprio potere. Ovviamente era molto difficile valutare e avevano paura che gli studenti e le studentesse copiassero le prove o che si facessero suggerire. Questi appartenevano a tutta quella fetta di docenti che utilizzavano il voto come strumento di potere, come elemento anche punitivo di giudizio e si sono trovati sbilanciati, perché la valutazione come la intendono loro - che è sbagliato e non è come la intendo io - non poteva assolutamente funzionare. Venivano messi in crisi i rapporti di potere e i docenti sono stati messi molto in crisi perché si sono trovati a dover competere su un terreno dove spesso gli studenti erano più preparati. Molte volte gli studenti erano anche più svegli, più agili, più addentro l'utilizzo degli strumenti che mediavano la relazione didattica e questo metteva abbastanza in crisi, ma solo chi, dal mio punto di vista era già un pessimo docente anche da prima. Perché un docente che usava questi come strumenti di potere era comunque un pessimo docente anche prima.

Dopodiché dal punto di vista lavorativo e della professione è chiaro che la macchina informatica ti controlla sul lavoro. Questo è un paradosso di cui ho discusso con molti miei colleghi che pensano di essere più liberi tramite la macchina. In realtà non sei più libero perché intanto i tuoi orari sono scanditi e registrati al decimo di secondo perché la macchina registra i tuoi accessi, le tue connessioni e le tue disconnessioni, quindi sei controllatissimo anche nei contenuti che metti e soprattutto, nell'ipotesi poi che la cosa vada avanti, cioè che si preparino i pacchetti, sei anche controllato nei contenuti perché puoi impostare la lezione in maniera anche dialettica, nella maniera che ritieni più opportuna anche a seconda del gruppo e delle persone che hai davanti, ma avrai un pacchetto di contenuti mediati e dovrai fare quei contenuti per forza.

Quindi in realtà è un processo dove l’agente umano viene sempre più spersonalizzato e messo a servizio della macchina, quindi sempre più controllato, sempre più messo in produzione e la quota di lavoro creativo, individuale e di proprietà tua viene espropriato ed inserito nella macchina, mediato attraverso la macchina e questo in prospettiva è una cosa veramente grave e che creerà molto conflitto insomma. E credo che dal punto di vista della professione sia uno degli aspetti più critici. Il docente smette di essere docente e diventa un facilitatore, tanto è vero che negli Stati Uniti ci sono esperienze di scuole che lavorano molto su questa cosa qui, il docente non è neanche più chiamato teacher ma coach, è chiamato allenatore, addestratore, perché di fatto fai questo lavoro. Cambia completamente il paradigma di riferimento e questo credo sia l'aspetto più devastante e disarticolante della professione. La professione del docente rischia di essere sussunta per buona parte dalla macchina ma in realtà anche trasformata in un'altra cosa.

 

Giustamente prima hai sollevato la questione della valutazione. Con la chiusura delle scuole abbiamo visto che uno dei primi problemi delle scuole è stato quello della valutazione degli studenti. Secondo te come sarà adesso la valutazione con queste classi divise a metà oppure nelle scuole che chiudono e in cui c’è un’alternanza continua tra didattica a distanza e in presenza?

Si deve fare attenzione su cosa si intende per valutazione. Io per valutazione intendo una cosa che non è quella che si intende normalmente nella scuola, se per valutazione come dovrebbe essere ci riferiamo ad un'azione e ad un processo che serve per capire come sta andando il percorso di apprendimento, quindi uno strumento che mi deve dare dei feedback di ritorno per capire se l’apprendimento si sta sviluppando nella direzione che voglio io, allora è un processo in itinere, che segue il processo di formazione, di apprendimento e deve essere fatto con strumenti che non sono quelli invece burocratici del voto. Se invece la valutazione - com'è intesa adesso - non è altro che una sorta di verifica e giudizio su ciò che è stato appreso o meno, che è basata sui risultati delle performances definite che servono burocraticamente a definire un voto per dare una certificazione finale, se la valutazione è queste cose qui è chiaro che nella Dad diventa estremamente complessa. Perché da un lato banalmente c’è una gara infinita per copiare e impedire che si copi ed inventarsi sistemi e contro-sistemi che poi lasciano il tempo che trovano e diventa comunque estremamente difficile, perché tutta una serie di competenze, capacità e abilità che le persone sviluppano attraverso il video non le puoi assolutamente valutare. Cioè la capacità che una persona ha di elaborare, di capire i problemi, di mettersi in relazione con gli altri, lavorare in gruppo, tutta una serie di capacità e competenze che sono fondamentali e di grande importanza nella formazione della persona e anche nella sua possibilità di svilupparsi in futuro non sono assolutamente valutabili attraverso uno schermo, qualsiasi prova sia.

Quindi questa cosa qui è critica, l'anno scorso poi si erano resi conto di questa cosa e semplicemente misero in moto il meccanismo che nessuno avrebbe perso l'anno quindi, giustamente, anche evitando la selezione. Essendo però la valutazione intesa prima solo come voto (quindi molti confondono voto con valutazione) molti studenti una volta capito che non sarebbero arrivati voti negativi o che comunque i voti negativi non avrebbero comportato nessun tipo di conseguenza si sono completamente disinteressati perché poi si arriva al paradosso che le persone studiano per avere un voto e non per apprendere. Quindi quando succede questo vuol dire che il processo è già fallito e nella Dad è chiaro che il meccanismo di valutazione dovrebbe essere completamente ripensato e ri-adeguato, ma non c'è nessuna preparazione in questo senso, perché il meccanismo di valutazione come inteso strutturalmente dalla maggior parte dei docenti, come viene agito nella scuola fino ad ora non è assolutamente riproducibile e trasportabile su un meccanismo di Dad, quindi questo è proprio un buco nero, che non può funzionare.

 

Ci sembra di riscontrare, sebbene differenziato, un generale rifiuto da parte degli studenti nei confronti della scuola. In questo senso una delle ipotesi su cui mi sembra interessante ragionare è che dentro l’istituzione scolastica la relazione tra docente e studente sia sempre di più infantilizzante. Secondo te è un’ipotesi corretta? E infine com’è stato il rientro degli studenti?  

Da un lato gli studenti credo che abbiano, nella stragrande maggioranza dei casi, accolto con gioia il fatto di tornare. Poi giustamente come accennavi c'è una grossissima differenza anche per gradi di scuola cioè per i bambini e le bambine più piccole ovviamente il discorso della Dad non ha proprio alcun significato, è un abominio da tutti i punti di vista anche perché i bambini la rifiutavano. Del resto i bambini fai fatica a tenerli distanti, infatti i ritorni che abbiamo da tante maestre e maestri è che hanno questa sofferenza, questa difficoltà che c’è a scuola del dover impedire ai bambini e alle bambine di avere contatti ravvicinati, di tenere la mascherina, perché i bambini sono assolutamente sociali in questo senso e non concepiscono di non giocare insieme quindi questa è proprio una cosa abbastanza critica che sta mettendo in crisi molte persone che si sentono trasformati in carabinieri. Praticamente quasi una militarizzazione nei confronti dei bambini e delle bambine piccole che mette molti a disagio soprattutto maestre e maestri. Per quanto riguarda i ragazzi più grandi sono più in grado, apparentemente, di gestirsi, però sono d'accordo con quello che dicevi, cioè tutto questo eccesso di prescrizione burocratica che si sta mettendo in campo adesso con accessi controllati, tutto contingentato, spostamenti controllati, mettere la mascherina, mantenere la distanza, da un lato si cammina solo in una direzione e dall’altro si cammina nell'altra direzione, ingressi e uscite, tutta questa quantità enorme di normazione ed esagerazione ha un po’ questo effetto di togliere l’autonomia a studenti e studentesse. Infantilizzazione è corretto probabilmente, sono sovradeterminati ed eteroguidati ed è una cosa in cui i ragazzi fanno fatica a stare dentro chiaramente perché ragazzi di 17 o 20 anni fanno fatica a essere, anche proprio a livello istintivo, continuamente irregimentati e guidati e controllati in questa maniera, io non ce la farei mai. Quindi c'è questa forma di sofferenza che poi provoca sempre una distanza e il sentire il luogo sempre più alieno, per cui credo che alla lunga è anche molto brutto andare a scuola così, già non era bello prima ma così diventerà sicuramente peggio.

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