The Battle of Capitol Hill

The Battle of Capitol Hill

capitol hill
di Commonware

La battaglia di Capitol Hill. Un evento di enorme portata simbolica, che giunge a maturazione dopo settimane di preparazione, mesi di agitazione, anni di mobilitazione e radicalizzazione, sia aperta che sotterranea.

Quello che doveva essere un comizio si è trasformato in una battaglia. «Doveva finire in un’acampada»… è finita con la sede del Congresso assediata, poi assaltata, infine saccheggiata, mentre i politici venivano evacuati. Non succedeva dal 1814, da quando gli inglesi invasero Washington e bruciarono la Casa bianca nella guerra anglo-americana. L’eco dell’evento fa vibrare corde profonde della tradizione politica americana raccontata da Hollywood. I costumi di scena, le bandiere, non erano a caso.

Un movimento che si sbaglierebbe a ridurre al folklore della sua “ala creativa” di Indiani metropolitani – in questo caso sciamani di Qanon – che lascia sul campo bossoli, sangue, quattro morti e il dubbio di quanto esso sia andato oltre Trump, a prescindere da Trump, a discapito di Trump – ennesimo apprendista stregone? –a cui la situazione è chiaramente sfuggita di mano – non si può sapere quanto deliberatamente. Nell’etere digitale la tempesta memetica, cartina di tornasole dell’intensità dirompente, di rottura, avuta sull’immaginario di una società lacerata da una guerra civile a bassa intensità suscettibile di essere accelerata. Immaginario distillato. Dadaista, folkloristico, postmoderno, legato alle sottoculture digitali quanto ci pare (qualcuno ha nominato /pol/ e 4chan?), ma oggi è questa la trama culturale, metapolitica, in occidente – come se la sinistra postmoderna, tra l’altro, non fosse altrettanto grottesca nelle proprie autorappresentazioni di piazza.

La battaglia pone una discontinuità per gli Stati Uniti, sia soggettivamente che oggettivamente. Soggettivamente per quanto riguarda le direttrici della mobilitazione sociale interna: contro Trump, pro Trump, oltre Trump. Oggettivamente per l’immagine di stabilità e leadership americana nelle relazioni globali e nella partita aperte con la Cina nella ridefinizione delle stesse.

La battaglia ha mostrato una profonda spaccatura – politica, istituzionale – interna al paese. Riflesso della divisione delle sue classi dominanti, il cui scontro coinvolge la posizione, il ruolo, la direzione dell’imperialismo americano nel mondo e sul mondo di fronte alle sfide geopolitiche, tecnologiche e ideologiche del XXI secolo.

La polizia che ha lasciato fare, l'esercito che si è sfilato, Trump che si è rifiutato di mobilitare la guardia nazionale (l'ha chiamata Pence), l'intelligence che è stata a guardare. Il partito repubblicano paralizzato, dentro cui Trump sta facendo piazza pulita fomentando la base impazzita, rinsaldando il suo potere. Quello democratico colpito dalla devastazione degli uffici – su tutti quello di Nancy Pelosi: seduto compiaciuto sulla sua poltrona, con i piedi sulla scrivania, un uomo bianco panciuto con cappellino rosso MAGA –, dalla fuga sotto scorta, dalla debolezza della risposta del neopresidente Biden.

Una parte non secondaria della base sociale di Trump, dopo ieri, è galvanizzata, fomentata, pronta alla guerra – non solo di simboli. Armamento diffuso, milizie e gruppi armati organizzati, soprattutto tra il Sud e il Midwest, ma anche all’Ovest. Boogaloo bois, survivalisti, accelerazionisti del collasso. Mujaeddin, lupi solitari, schegge impazzite, come l’attentatore che il giorno di Natale si è fatto esplodere nel centro di Nashville, Tennessee, nel proprio camper adibito ad autobomba. Il focus sulla capitale ha messo in ombra che anche le sedi politiche degli Stati della Georgia e del Kansas sono state assaltate.

«L’insurrezione è venuta», direbbe un Qomitato visibile, ed è stata teletrasmessa. A sette anni da piazza Maidan, a Kiev, questa è la seconda rappresentazione di un assalto al palazzo del potere in Occidente, compiuto da un movimento reale, fisico, che chiamare di destra è riduttivo per la complessità, l’eterogeneità e la contraddittorietà degli attori e delle ideologie in gioco (suprematismo e libertarianesimo, nazionalismo conservatore e separatismo etnonazionalista, culti cristiano-evangelici e neonazismo, complottismo Qanon e survivalismo paranoico, per non parlare dei semplici repubblicani). Movimento la cui massa critica è composta da ceto medio-basso, bianco e provinciale che subisce, a livello materiale ma anche psicologico, la decadenza tangibile dell’Impero. Come si muoverà la base sociale di questo movimento, sia nelle sue parti armate e organizzate sia in quelle spontanee ma non meno radicalizzate?

Si tratta soprattutto di capire come il movimento dei “nostri”, in America, giocherà la partita che sembra aprirsi. Schiacciandosi sulla difesa della democrazia americana, razzista e imperialista, da posizioni progressiste, antifasciste, intersezionali, inclusive e politicamente corrette, o accettando la sfida in avanti sul livello che la battaglia di Capitol Hill ha rappresentato?

Nel 1905 e nel 1917, a Pietrogrado, il momento decisivo fu quando l'esercito si rifiutò di sparare e si unì agli insorti. Per qualsiasi motivo lo faccia, è un fatto di importanza cruciale. Nell'agosto del 1917 i bolscevichi guidarono le barricate contro il tentativo di putsch di Kornilov e dell'esercito. È lì che rovesciarono la situazione. Non per difendere il governo provvisorio, ma per ribaltarlo. Ora la questione su cui ci siamo interrogati a lungo pare arrivi al dunque: i movimenti da Minneapolis in avanti guideranno le barricate, dando una nuova direzione agli eventi, oppure si accoderanno alla legalità democratica? Il punto non è chi inizia la guerra civile (ammesso che lo sia). Il punto è chi la finisce.

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