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L’ultimo Deleuze

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di ALAN PAULS

Foucault pronosticò che il secolo – un secolo, fu attento a non specificare quale – sarebbe stato deleuziano. Forse aveva ragione, ma il mercato parigino delle commemorazioni non glielo avrebbe reso facile. Se c’era un anno capace di mostrare come sarebbe il mondo se il presagio foucaultiano si realizzasse, era il 2015: il 18 gennaio sono stati 90 anni dalla nascita del filosofo e il 4 novembre 20 dalla sua morte. Purtroppo, se è stato ricordato, entrambi gli anniversari sono passati piuttosto inosservati, sepolti dalla valanga di memorabilia precipitati per un evento rivale: il centenario della nascita di Roland Barthes. Niente di più imbattibile, nel momento del ricordo, che un numero così rotondo. Ed è vero che l’opera di Barthes, egotista e sensuale, e l’aura di soave affabilità che avvolgeva il suo autore, anche con la sua patina di lunatica malinconia, erano più inclini a suscitare l’entusiasmo esumatorio, che una fine tragica e decisa come quella di Deleuze, il quale, estenuato dal calvario di una prolungata insufficienza polmonare, si uccise gettandosi nel vuoto da una finestra del suo appartamento di Avenue Niel. Aveva quasi settantuno anni.

Barthes si è visto ovunque. Oltre all’Album, una massiccia raccolta di lettere inedite e materiale fotografico, sono esplose biografie, libri di saggi, omaggi di discepoli in trance, le lettere aperte di vecchi compagni di viaggio, testimonianze di amici, conoscenti e fedeli, numeri speciali di riviste, serate tributo e simposi internazionali. C’è stato addirittura spazio per una cronaca romanzata ostinatasi nella tesi ardita che l’incidente che gli costò la vita nel 1980, dopo essere andato a mangiare con il presidente Mitterrand, fu dovuto meno all’imperizia del conducente del camion che lo colpì che a un oscuro complotto orchestrato dalla crème de la crème intellettual-criminale parigina. Mentre Barthes, morto, è molto più in compagnia di quando era vivo, Deleuze non fa che approfondire la sua solitudine. Timido quasi fino al silenzio, l’anniversario del suo suicidio non ha aggiunto molto alle briciole già rese pubbliche in vent’anni di posterità. Uno speciale di Mediapart, rivista online di solito perspicace, ha dilapidato l’eredità di Deleuze tra una mezza dozzina di stupidotti che, con dosi variabili di acne e insolenza, hanno ripetuto elegie del tipo “Non l’ho mai capito, ma l’ho sempre sentito con me”.

Di materiale inedito c’era poco o nulla. Era prevedibile: Deleuze faceva della mancanza del residuo una militanza. Non gli avanzò mai nulla. Tutto quello che sapeva lo sapeva per insegnarlo e per scriverlo, e tutto ciò che ha scritto lo scriveva per la pubblicazione. Filosofava contro l’archivio: nessuna riserva, zero risparmio, nessun capitale da conservare per il futuro. A differenza di Barthes, il cui centenario ha riattivato le promesse sopite di una socialità equivoca, a volte amorosa, intellettuale e mondana, Deleuze non ha meritato ricordi personali che d’altronde avrebbe respinto. Anche in questo – lui, che ha trascorso gli ultimi anni affinando il concetto di vita impersonale – era nemico del conservare. Nemmeno la sua vita privata gli era propria; quel poco che si sa – è la tesi implicita di Gilles Deleuze, Félix Guattari. Biographie croisée di François Dosse – è inestricabilmente intrecciato con la vita e la pratica filosofica. Vivere, pensare, forse creare... ma mai accondiscendere alla volgarità di una biografia. Per contro, aprirsi senza scrupoli a tutte le ripercussioni, a tutti i debordamenti possibili: Deleuze e la scienza, Deleuze e l’estetica, Deleuze e l’arte contemporanea, Deleuze e la letteratura, Deleuze e la politica, Deleuze e la pop-filosofia... anche a rischio di generare effetti epigonali, mimetici o semplicemente pubblicitari. Può darsi che “divenire”, “rizoma” o “molteplicità” oggi brillino più come marchi di case di produzione cinematografiche e di negozi di design che come i concetti radioattivi che furono, ma in questa condizione virale, in grado di infettare anche i campi più refrattari alla filosofia, sta il segreto della vitalità di un’immagine di pensiero che, del resto, non sarebbe quella che è se non ospitasse anche quell’alter ego che Deleuze non ha mai smesso di essere: un filosofo “puro”, destinato a leggere e rileggere molto da vicino altri filosofi (Bergson, Spinoza, Hume, Leibniz) per poi eventualmente, come egli stesso disse, “arrivare alle spalle... e fargli fare un figlio”: qualcuno disposto a morire per l’idea che pervertire un pensiero è continuare a comprenderlo con altri mezzi.

Vent’anni senza Deleuze hanno partorito una legione di tediosi fotocopisti, ma anche i riconoscimenti di pari illustri, e non necessariamente sincroni (Alain Badiou), glosse di discepoli geniali e anche tragici (François Zourabichvili, altro suicida) e soprattutto la fedeltà scrupolosa di David Lapoujade, un giovane esperto di pragmatismo anglosassone (ha scritto un libro formidabile sui fratelli James, William il filosofo e Henry il narratore), che, mentre incubava quella che è risultata una delle monografie più personali sul maestro (Deleuze, les mouvements aberrants del 2014), si caricava sulle spalle la compilazione di tre volumi postumi di Deleuze: L’isola deserta e altri scritti (2002), Due regimi di folli (2003) e il recente Lettres et autres textes, pubblicato appena un mese fa da de Minuit, editore di Deleuze da L’anti-Edipo (1972) in poi. Le Lettres saranno l’ultimo volume della serie; nulla più, si presume, apparirà sotto la firma Gilles Deleuze, nulla se non con l’autorizzazione del comitato che gestisce la sua eredità, composto da Fanny e Emilie Deleuze, la vedova e la figlia del filosofo, e Irène Lindon, figlia di Jerome Lindon, mitico fondatore di de Minuit. Questo volume è forse il più eccentrico e deforme dei tre, tanto rivela aree della sua opera e della sua vita che Deleuze ha scelto di tenere sempre in ombra: un Deleuze vignettista (autore di caricature strane, di un grottesco incongruente, come un Lino Palacio rivisitato da Artaud nel periodo di Rodez); un Deleuze preistorico, filosofo cucciolo che a metà degli anni ’40, mentre recensisce classici dell'esistenzialismo cristiano, riflette sui “sentimenti fuorilegge” (l’onanismo, la pederastia, il lesbismo) e sferza con misoginia baudelairiana: “La donna è coscienza inutile. Una coscienza gratuita, autoctona, indisponibile. Non serve a nulla. Un oggetto di lusso” (questi testi “di gioventù” sono gli unici che Deleuze rinnegò: se ora vengono pubblicati è per neutralizzare con una versione “ufficiale” le riproduzioni che proliferano sul web, spesso piene di errori); e un Deleuze corrispondente, tanto metodico (rispondeva a tutte le lettere che riceveva) quanto trascurato (era solito buttare via le sue risposte), che dialogava per iscritto con i colleghi (Clément Rosset, Michel Foucault, Pierre Klossowski, François Châtelet) e seguiva generosamente dottorandi e ammiratori (André Bernold, Arnaud Villani), ma raramente datava i suoi invii e non archiviava mai quello che riceveva, fedele alla sventatezza tattica con cui la sua generazione è riuscita a cancellare tutte le tracce biografiche (Lapoujade dice che Jean-Pierre Bamberger, amico intimo di Deleuze, non aveva idea dell’anno in cui Deleuze discusse la sua tesi, ma si ricordava perfettamente la giacca che indossava quel giorno).

Le lettere occupano meno di un centinaio di pagine, ma dato il tabù che pesa sul lascito personale di Deleuze, sono rivelatrici come un’impronta digitale insanguinata. È epistolare l’estasi di gratitudine che Deleuze confessa a Foucault dopo aver letto il suo Theatrum Philosophicum (il saggio del 1970 dove Foucault pronuncia il suo famoso presagio sul “secolo”), come anche il riconoscimento dell’enorme debito teorico che le tesi più forti dell’Anti-Edipo hanno con certi saggi di Pierre Klossowski. In realtà, come dimostrano le quattordici lettere a Guattari scelte da Lapoujade, gran parte del lavoro a quattro mani che alimentò L’Anti-Edipo fu fatto per lettera, senza darsi del tu, in un ping-pong speculativo di travolgente intensità, matrice del tandem filosofico più radicale che offrirà il post ’68, dove Deleuze si dà il lusso di confessare l’inconfessabile: che non capisce, che questa o quella linea di ragionamento gli sfugge, che ha bisogno di tempo, di più tempo, per arrivare dove lo aspettano le ipotesi radicali di Guattari. La stessa modestia, in una versione forse più perturbante, appare quando Deleuze, nella corrispondenza con i suoi discepoli, accetta malvolentieri che decidano di dedicarsi alla sua opera, e solo dopo avergli estorto la promessa che non legheranno la loro carriera accademica a lui, al suo nome e al suo pensiero (che, data la condizione controversa del lavoro di Deleuze, li avrebbe potuti danneggiare), perché “sono già troppo filosofi per occuparsi di me”.

Troppo personale, troppo giovane, è questo Deleuze, che sbanda, mostra gratitudine, si perde e trema, tanto che ci costa riconoscerlo e ci commuove, forse perché non si vede quale soluzione di continuità potrebbe imparentarlo con il samurai implacabile, affermativo, virulento e allegro che siamo abituati a immaginare leggendolo o quando pensiamo nel suo nome. Lapoujade, tuttavia, non lo dimentica. Anche se non senza ironia, gli fa un po’ di spazio includendo nel libro, quasi al centro, l’intervista maratona (quaranta pagine!) che Raymond Bellour fa a Deleuze e Guattari nel 1972, in occasione dell’uscita dell’Anti-Edipo, l’unico vero inedito del volume e una delle poche interviste a Deleuze pubblicata a partire dalla trascrizione di un nastro audio (Deleuze controllava la redazione di tutte le sue interviste).

È il momento più divertente del libro, grande passo di commedia rive gauche. Bellour, giovane e intimidito, è una vera promessa della french theory. Deleuze e Guattari sono sulla cresta dell’onda, carichi di arroganza e disprezzo, convinti di aver collegato in una invenzione miracolosa – la schizoanalisi –, finalmente, due forze che al marxismo e alla psicoanalisi non è stato sufficiente l’intero ventesimo secolo per fondare e alterare: la produzione e l’inconscio. “Siamo i primi ad annunciare – dichiara Deleuze – qualcosa che sta già avvenendo, e che non ha dovuto aspettare noi per succedere: che le cose non passeranno più per la lettura di Freud e la psicoanalisi, passeranno attraverso la sperimentazione”.

L’intervista è brusca, incredibilmente combattuta: un festival di colpi di petto dove risuonano quasi senza filtro le raffiche dell’epoca. Bellour, timido, chiede se è possibile teorizzare il desiderio senza la nozione di mancanza. Guattari (probabilmente influenzato dal rancore che gli ispirava Les Temps Modernes, la rivista dove l’intervista [non] si pubblicherà) reagisce: “La peggiore delle astrazioni! Mancanza di che cosa? Di vitamine, di ossigeno? (...) La tua domanda è marcia”. Bellour balbetta: il nomadismo, ok, va bene, nello spazio ideale dei romanzi di Beckett, in Michaux, Joyce, d’accordo, ma... E Guattari, saltandogli addosso “Stai per dire una stronzata! Finisci la frase, dirai una stronzata, dai. Che, che, che... tutto questo è letteratura?”. Ronzano i proiettili nel tardo pomeriggio. Guattari è chiaro: è pronto a tutto. Ma chi è Deleuze in questa battaglia campale? È quello che si prende la colpa. “Tutto il lato universitario del libro è colpa mia”, dice. E ammette che non può rispondere (perché il problema che gli viene posto è troppo complesso). È quello che si riconosce interpellato dalla differenza, sia per negarla (“No, non c’è differenza tra Felix e me”), sia per addolcirla (“Felix dice: Siate edipici fino in fondo; Io, invece, direi: Scoprite qualcosa di più puro sotto le sporcizie edipiche”). In altre parole, Deleuze – anche al culmine della sua belligeranza – è fragile, delicato, non pensa di deporre le armi ma favorisce sempre l’interlocuzione (anche quando l’interlocutore si confonde con un bersaglio), perché solo nell’interlocuzione il pensiero irrompe come pericolo. Se Guattari è l’agitatore, Deleuze è qualcosa di anacronistico come un professore, nel senso più francese (Foucault, Derrida, Badiou, lo stesso Barthes, tanto snobbato dall’istituzione universitaria, dove hanno pensato tutto ciò che hanno scritto, se non nell’ambito istituzionale dell’insegnamento?), più ospitale e più esplosivo della parola.

 

* Pubblicato su Radar supplemento di Página/12, traduzione di Vincenzo Boccanfuso e Andrea Fagioli.