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“Essere più produttivi”: Marx, Foucault, Macherey

on .

di JASON READ

→ Português

La nécessité dans la liberté: c’est la grande invention du capitalisme”

Pierre Macherey

Viewpoint ha pubblicato una (nuova) traduzione de “Le maglie del potere” di Michel Foucault, originariamente una lezione che Foucault fece a Salvador de Bahia. Fu pubblicata in Dits et Écrits, ma non fu inclusa negli Essential works di Michel Foucault, una raccolta che non è una versione ridotta della raccolta completa francese, quanto piuttosto un riconfezionamento di opere già pubblicate di Foucault. Purtroppo, “Essential” è un termine più performativo che descrittivo, e questa raccolta probabilmente resterà la parola ufficiale sugli scritti di Foucault. Il peggio è che “Le maglie del potere” è uno di quei testi che, per prendere in prestito una frase di Foucault, ci avrebbe fatto risparmiare un sacco di tempo. Per “ci” intendo quelli che sono interessati al rapporto tra Marx e Foucault.

Questo testo offre tre paragrafi in cui Foucault presenta la sua comprensione del potere in Marx. Qui li cito per esteso (Foucault fa riferimento al secondo volume del Capitale. Però non intende il Libro Secondo, ma l’edizione pubblicata dalle Editions Sociales in Francia che divide il Libro Primo in due volumi. Il secondo libro comprende le sezioni, 4, 5 e 6 del Libro Primo del Capitale, le sezioni sulla produzione di plusvalore relativo e assoluto).

«In primo luogo, ciò che possiamo trovare nel secondo volume del Capitale è che non esiste un solo potere, ma molti poteri. Poteri, questo significa forme di dominio, forme di assoggettamento che funzionano a livello locale, ad esempio in officina, nell’esercito, in una piantagione di schiavi o dove ci sono rapporti servili. Queste sono tutte forme locali e regionali di potere, che hanno il loro modo di funzionamento, la propria procedura e la propria tecnica. Tutte queste forme di potere sono eterogenee. Non possiamo, quindi, parlare di potere se vogliamo costruire una analisi del potere, ma dobbiamo parlare di poteri e tentare di localizzarli nella loro specificità storica e geografica …

In secondo luogo, sembra che questi poteri non possano e non debbano essere intesi semplicemente come la derivazione, la conseguenza di un qualche tipo di potere prevalente che sarebbe primario. Lo schema dei giuristi, sia quello di Grozio che di Pufendorf o Rousseau, equivale a dire: “In principio, non vi era alcuna società, la società apparve quando apparve un punto centrale di sovranità per organizzare il corpo sociale, che poi consentì tutta una serie di poteri locali e regionali”, implicitamente, Marx non riconosce questo schema. Egli mostra, al contrario, come, a partire dall’esistenza iniziale e primitiva di queste piccole regioni di potere – come la proprietà, la schiavitù, la fabbrica e anche l’esercito – a poco a poco, i grandi apparati di Stato sono stati in grado di formarsi. L’unità dello Stato è fondamentalmente secondaria in relazione a questi poteri regionali e specifici; questi ultimi vengono prima.

In terzo luogo, tali specifiche competenze regionali non hanno assolutamente un’antica [primordiale] funzione di vietare, impedire, dicendo “non devi”. La funzione originaria, essenziale e permanente di questi poteri locali e regionali è, in realtà, produrre l’efficienza e la competenza dei produttori di un prodotto. Marx, per esempio, fa analisi superbe del problema della disciplina nell’esercito e nelle fabbriche».

Ciò che Foucault presenta, in forma molto schematica, è la comprensione di una teoria del potere in Marx, che è qualcosa di diverso dal mix di economicismo (il potere è possesso) e essenzialismo (l’uomo è un animale laborioso) che si trova generalmente nel rigetto foucaultiano di Marx. Il concetto di potere di Marx è multiplo e, soprattutto, produttivo.

Con una strana sincronia ho saputo di questa traduzione e allo stesso tempo ho scoperto un recente saggio di Pierre Macherey, “Le Sujet productif” [trad. it. Il soggetto produttivo] che si occupa del saggio, e del rapporto Marx/Foucault. Macherey pone la domanda: cosa interessa a Foucault di queste sezioni del Capitale? E come queste sezioni potrebbero far luce su un interesse più ampio di Foucault per Marx, in particolare sul passaggio su capitalismo e biopotere nel capitolo finale della Storia della sessualità. Il punto di intersezione tra Marx e Foucault è, come ho già suggerito, la produzione, la natura produttiva del potere.

La formulazione classica di Foucault di ciò che è la sua idea di disciplina è che, come ha notoriamente sostenuto, deve “aumentare sia la docilità che l’utilità degli elementi del sistema”, contemporaneamente aumentando la produttività e riducendo la resistenza. La disciplina deve fare i lavoratori, i soldati e gli studenti più capaci, ma meno inclini a ribellarsi. La formulazione di Marx è differente, passando attraverso la relazione disgiunta della forza lavoro venduta come merce e il suo “uso” nell’apparato della produzione. Foucault e Marx convergono su questo punto, su questo problema generale della docilità produttiva. Ci si potrebbe concentrare sulle differenze tra Marx e Foucault. La distinzione fondamentale di Marx, tra l’uguaglianza formale del contratto di lavoro, la sfera della circolazione, e la differenza materiale del processo di lavoro, è in gran parte assente in Foucault. Inoltre, Marx si concentra sulla separazione, la separazione dai mezzi di produzione, mentre Foucault si concentra sull’intensificazione delle forze. Macherey cerca i loro punti di convergenza, una convergenza incorniciata nei termini del problema di rendere un soggetto produttivo e della natura produttiva del potere. L'interesse di Macherey per questa produttività arriva al punto di scoprire il biopotere latente nel concetto marxiano di lavoro vivo.

«Il concetto di “lavoro vivo” accede allora a una dimensione nuova. Il lavoro vivo è il lavoro in quanto non è solo produttore ma produttivo, vale a dire che mette in opera una forza lavoro trattata come una “forza produttiva”, che produce il valore dentro condizioni sulle quali è possibile intervenire giocando sulle possibilità di trasformazione cui la vita, in ragione della sua plasticità, della sua adattabilità, è capace».

Così potrebbe essere possibile dire a che cosa in definitiva è interessato Macherey nell’intersezione tra l’antropologia e l’ontologia di Marx e Foucault. La prima parola potrebbe sembrare scandalosa rispetto a Foucault, che a volte ha utilizzato l’idea stessa di una antropologia, una critica di un’antropologia del lavoro, per prendere le distanze da Marx. Come Foucault scrive in “La verità e le forme giuridiche”: «Quindi non credo che possiamo semplicemente accettare la tradizionale analisi marxista, la quale presuppone che, essendo il lavoro l’essenza concreta dell’uomo, il sistema capitalista è ciò che trasforma il lavoro in profitto, in iper-profitto o plusvalore. Il fatto è che il capitalismo penetra molto più in profondità nella nostra esistenza. Tale sistema, come è stato instaurato nel XIX secolo, fu costretto a elaborare una serie di tecniche politiche, tecniche di potere, con cui l’uomo fosse legato a qualcosa come il lavoro – un insieme di tecniche con cui i corpi e il tempo delle persone sarebbero diventati la forza lavoro e il tempo di lavoro in modo da poter essere utilizzati in modo efficace, e quindi trasformati in iper-profitto».

L’antropologia in questo contesto significa sia qualcosa di molto nuovo che qualcosa di molto vecchio. Si tratta di una antropologia della capacità dell’uomo di essere prodotto, di essere trasformato dal potere, un’antropologia post-umanista. Ma questa antropologia post-umanista ci riporta all’antropologia più antica di tutte, l’idea di “seconda natura” che è stato usata da Aristotele per indicare l'aspetto malleabile dell’umanità. (Questa idea di “seconda natura” è il soggetto de La Seconde nature du politique di Bertrand Ogilvie, un libro di cui Macherey ha scritto l’introduzione, e che ho intenzione di leggere presto). La natura produttiva del potere, la sua capacità di trasformare la soggettività, ha come corollario spesso non dichiarato un’idea di natura umana fondamentalmente trasformabile, che trasforma ciò che si intende per natura.

Tutto questo, la natura radicalmente singolare, la capacità di affettare e di essere affetti, potrebbe cominciare a suonare come Spinoza, come ci si poteva aspettare. Macherey, tuttavia, è meno interessato a ontologizzare Foucault o Marx che a dimostrare come quest’ultimo possa storicizzare il primo. La problematica generale foucaultiana, l’idea che il potere presuppone un certo grado di libertà, si rivela essere in definitiva un elemento nella critica del capitale, una componente del confronto critico con la forza lavoro, e non, come è stato proposto, una indipendente e contrapposta base di analisi. Lo stesso vale per la disciplina, che può essere intesa come il problema della forza lavoro generalizzato a tutta la società. Scuole, carceri e fabbriche sono sotto l’imperativo generale di rendere i loro soggetti produttivi e docili.

 

* Pubblicato su Unemployed Negativity. Traduzione di Vincenzo Boccanfuso.