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ll pensiero gramsciano, un laboratorio intellettuale

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di GENNARO IMBRIANO

Questo poderoso volume (Alberto Burgio, Gramsci. Il sistema in movimento, DeriveApprodi 2014, 496 pp.) è l’ultimo di una serie di studi che l’autore ha dedicato ad Antonio Gramsci. Se altrove l’analisi si è concentrata su questioni specifiche interne al discorso gramsciano, ancorché collocate su uno sfondo interpretativo generale dal quale, pure, emergeva una interpretazione ‘forte’ del pensiero dell’intellettuale sardo (in un senso che verremo chiarendo nel corso di questa recensione), in quest’ultimo lavoro Burgio ha tentato di decifrare la natura teorica e politica del ragionamento gramsciano nella sua totalità. Così se obiettivo del Gramsci storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere” (Laterza 2003, 344 pp.) era stato quello di far emergere in filigrana il grande libro di storia (di storia comparata, si potrebbe dire) nascosto tra le varie stratificazioni dell’ordine discorsivo dei Quaderni, e se la natura propriamente critica (nel senso di: attraversata costitutivamente – e non contingentemente – dalla crisi) e ambivalente del moderno era il tema centrale di Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno (DeriveApprodi 2012, 172 pp.), con quest’ultimo lavoro si tratta di mettere a fuoco, in termini complessivi e organici, la sistematicità della proposta gramsciana. La quale è da intendersi, come il titolo del libro suggerisce, in termini dinamici, configurandosi essa sempre ‘empiricamente’ e ‘dialetticamente’, cioè evitando consapevolmente l’assunzione di principi dogmatici preordinati e dislocandosi costantemente lungo la concretezza della dinamica storica, che è sempre, da Gramsci, aggredita nella sua materialità, sì da trarre da essa linfa vitale per le astrazioni concettuali.

Il “sistema in movimento” è analizzato, sul piano storiografico, nel suo farsi concreto, cioè anzitutto nel suo sviluppo diacronico. Nella prima parte del volume (“Prima del carcere”, pp. 9-101) vengono studiati gli scritti più significativi della fase pre-carceraria, dai quali emerge una serie di questioni delle quali si ricerca, successivamente, lo sviluppo nei Quaderni. Di essi viene fornito uno studio tematico che, indagandone dapprima – nella seconda parte del libro (“Problemi di storia”, pp. 103-193) – i temi propriamente storici e metodologici (la periodizzazione; il rapporto tra epoca e durata; la crisi organica; il rapporto tra elementi progressivi ed elementi regressivi all’interno del processo storico; lo sviluppo delle contraddizioni moderne; la specificità della crisi organica della società borghese), viene poi sviluppando, nella terza parte (“Nodi concettuali”, pp. 195-366), uno studio su questioni teorico-politiche di alto profilo. Qui emerge la centralità del cruciale tema dell’egemonia. Seguendo i passi dei Quaderni dove il problema è affrontato – e intercettando e segnalando ogni volta i significativi rimandi agli scritti marxiani di critica dell’economia politica (in particolare al primo libro del Capitale) – l’autore mostra come il meccanismo egemonico non sia inteso da Gramsci soltanto sul piano dell’“agire comunicativo” o sul terreno, genericamente inteso, della produzione di egemonie discorsive o propagandistiche (l’ideologia): dell’egemonia come processo complessivo che investe la società borghese e lo Stato occorre piuttosto svelare l’origine, l’arcano costituente. Marxianamente, Gramsci lo riconduce al piano dei rapporti di produzione, sottolineandone il portato materiale, cioè politico e, prima ancora, sociale. «L’egemonia nasce dalla fabbrica», per dirla con una nota formulazione [Q 2146], sì che essa «non si avvale soltanto del funzionamento della “struttura materiale dell’ideologia”», essendo piuttosto anche il «frutto dell’operatività dei processi produttivi, che fungono da vettore simbolico e da fattore di legittimazione del sistema sociale» (pp. 232-233). È, questo, uno dei contributi più significativi del lavoro di Burgio, se è vero che il discorso sull’egemonia è stato spesso ampiamente saccheggiato in un modo in certo senso mutilo, che ha finito per fare di Gramsci il portavoce di un astratto ‘intellettualismo’ e che ha confuso il tema dell’egemonia (tutto politico e interno al tema dei rapporti di forza) con un problema di natura eminentemente ‘culturale’. Restituire questo tema alla sua complessità (alla complessità con la quale Gramsci lo pensa) significa allora in primo luogo non rimuoverne il lato originario.

Rileva poi, in questa parte dedicata ai “nodi concettuali”, l’analisi che viene fornita della relazione instaurata da Gramsci tra rivoluzioni passive, cesarismi e bonapartismi, categorie della conoscenza storica capaci di fornire una griglia interpretativa per la vicenda della modernità europea. Componendo analiticamente i diversi luoghi dei Quaderni nei quali il problema è studiato, l’autore mostra come Gramsci intenda sempre dialetticamente la relazione tra processo storico e forze politiche che ne determinano lo svolgimento, privilegiando sempre l’ambiguità di tali costellazioni relazionali: si tratta con ciò di rendere evidente che, dal punto di vista della classe operaia (e della costituzione della sua autonomia) il cesarismo può ogni volta essere un fenomeno progressivo – se finalizzato alla produzione di processi di democratizzazione dei corpi sociali, o se orientato da finalità anti-particolaristiche – oppure regressivo, e che dunque va distinto dal bonapartismo; l’ambiguità, del resto, è la condizione strutturale che pervade anche i processi di modernizzazione, la cui realizzazione non sempre conosce la linearità di rivoluzioni attive (come furono quella giacobina o quella bolscevica), ma anche il medium – assai più contorto e problematico – dei processi rivoluzionari passivi. Il tema sullo sfondo è quello della transizione (tanto in senso diagnostico – come sono avvenuti i processi di trasformazione nel seno della modernità europea e americana – quanto in senso prognostico – come è da pensare la transizione alla “società regolata”) e, connesso a esso, quello della democrazia: la domanda è come sia possibile pensare la transizione e declinare la democrazia in termini non astratti, intendendola come fine della trasformazione e, al contempo, mezzo attraverso cui perseguirla, all’interno di un costante intreccio tra autogoverno della classe come guida politica (è qui centrale, come noto, il ruolo del “moderno Principe”, chiaramente e inequivocabilmente da Gramsci, a giudizio di Burgio, individuato nel partito comunista) e autogoverno della classe nel processo di produzione. A questo proposito, l’autore mostra che molto rilevante è l’analisi che Gramsci fa dell’americanismo, del quale questi mette in luce tanto il nucleo razionale quanto il guscio regressivo. Il punto è che, al netto della violenza di cui è portatrice all’interno della cornice capitalistica, l’innovazione tayloristica è potenzialmente progressiva per il fatto di costituire, ‘oggettivamente’ (cioè in seno alla produzione materiale), il corpo della classe operaia nella sua organicità: con il frazionamento del processo di produzione ciascun momento assume un senso soltanto all’interno del processo complessivo. Ovviamente questa costituzione della classe è ancora solo ipotetica, potenziale: essa diventerebbe effettiva soltanto qualora la coscienza fosse consapevole della sua unità vivente in seno alla parcellizzazione del lavoro, qualora, cioè, riuscisse a trasformare un’arma dell’accumulazione in una possibilità per la lotta di classe. Sul piano oggettivo, in altri termini, sono poste le condizioni per le quali la classe si concepisca (per sé) nella sua unità, ma Gramsci non postula nessun determinismo tra organizzazione oggettiva dei rapporti produttivi e costituzione soggettiva.

Su questioni più propriamente italiane si concentra, infine, la quarta parte del volume [“Sul caso italiano (Tra storia e teoria)”, pp. 367-469]. Se, sul piano più squisitamente storico, si tratta di mettere a verifica la pregnanza delle categorie prima evocate applicandole all’analisi del caso italiano – nello specifico, alla vicenda della rivoluzione passiva del fascismo –, sul piano della storia delle idee l’autore insiste sulla centralità dell’eredità labrioliana nel pensiero gramsciano. Questa centralità vuol dire anzitutto che la proposta teorica di Gramsci si costituisce nel solco della peculiare via italiana al marxismo, della quale l’autonomia teorica della filosofia della praxis e la sua fondazione eminentemente dialettica sono i tratti fondanti.

Si diceva, all’inizio di questa recensione, che l’intenzione dell’autore è, sul piano del metodo storiografico, quella di offrire un’indagine diacronica degli scritti di Gramsci. Partire dall’analisi degli scritti pre-carcerari ha in questo senso non solo lo scopo di soddisfare un criterio di esaustività, ma piuttosto quello di mostrare l’emersione originaria (teorica e politica insieme) della domanda immanente alla ricerca gramsciana. Si tratta in altri termini di studiare come le questioni degli scritti pre-carcerari nascano: nel vivo di contraddizioni materiali, sociali, politiche, le quali sono messe in tensione per ricavare da esse un orientamento teorico volto alla ricerca di una prassi costituente dell’“ordine nuovo”.

Il primo risultato che da questa analisi consegue è, sul piano dell’interpretazione, l’unitarietà del pensiero di Gramsci. Si è spesso discusso sulla cesura che interverrebbe tra la fase pre-carceraria e quella carceraria. Burgio insiste invece sulla necessità di porre l’accento sul carattere unitario della prestazione gramsciana, e di intendere le novità presenti nei Quaderni come svolgimenti, approfondimenti e discussioni sempre più dettagliate di problemi originari, che nella loro essenzialità restano inalterati. Questo, pare di poter dire, è il primo senso nel quale è da intendersi il “sistema in movimento”.

Il secondo risultato che vale la pena di sottolineare riguarda lo sfondo teorico complessivo entro il quale va pensata questa unitarietà: e questo sfondo è – come pure è stato sopra accennato – la filosofia di Marx. È nel segno delle categorie analitiche della critica dell’economia politica ma, soprattutto, dei principi euristici della marxiana Prefazione del ’59 che Gramsci si muove. A più riprese l’autore insiste su questo punto, tentando di dimostrarlo quando si misura con le indagini concrete dei singoli problemi: le griglie ermeneutiche di questo testo marxiano sono i pilastri angolari entro i quali Gramsci elabora la sua interpretazione della storia, della politica, della transizione. E come il suo Marx, Gramsci è – in questo la mediazione labrioliana è fondamentale – un pensatore dialettico. Anzitutto nel senso che dialettica è la sua lettura della storia: essa è, per Gramsci, attraversata costitutivamente dalla contraddizione. La presenza effettiva e sincronica di elementi di regressione e di progressione; l’irriducibilità del dato storico a fattori univoci; l’idea che la storia sia, in ultima analisi, uno svolgimento organico, direzionato (ancorché problematicamente e non ‘linearmente’) secondo vettori prevalenti; il carattere contraddittorio e progressivo del moderno: sono questi alcuni elementi che costituiscono la specifica eredità del “Marx hegeliano” che nei Quaderni rivive. In tal senso va segnalato, a proposito di quella “necessità storica” che Gramsci spesso chiama in causa – e che ha a che fare con l’idea che la storia vada concepita come un «processo unitario relativamente coerente, strutturato e dotato di senso (come progresso)» (p. 134) – che la ricerca di elementi di oggettività, di «ordine e regolarità» che pervadono la «logica» e la «legalità» interna del processo storico non equivale a uno scivolamento nel determinismo – del quale, anzi, Gramsci denuncia sovente la «valenza controrivoluzionaria» –, poiché essa non è mai orientata a negare la persistenza di elementi di casualità, irregolarità e irrazionalità nella dinamica concreta degli eventi (pp. 23-24).

Gramsci è inteso dunque come pensatore sistematico, dialettico, marxista. Dovrebbe a questo punto apparire del tutto chiaro il riferimento, fatto in apertura, alla presenza di una interpretazione ‘forte’ del suo pensiero che, come evidente, l’autore presenta anche in questa sua ultima fatica. Sul piano storiografico ciò è rilevante, a giudizio di chi scrive, almeno in due direzioni. Anzitutto instaura (testi alla mano) un produttivo cortocircuito in quelle interpretazioni che, orientandosi in chiave ‘culturalista’, hanno voluto vedere in Gramsci solo un pensatore della ‘sovrastruttura’. Questa riduzione può essere agevolmente aggirata se si prende in adeguata considerazione il fatto che tra dimensione sociale, dimensione produttiva e dimensione politico-ideologica si dà sempre una relazione di reciproca co-determinazione, indisponibile alle opposte semplificazioni dell’economicismo e dell’idealismo (ne sono esempi concreti le polemiche contro il corporativismo, contro il sorelismo, ma anche, in positivo, la complessiva analisi dei rapporti di forza, mai riducibili al solo momento sociale, politico o militare, ma organicamente da pensarsi nell’unità sostanziale di questi tre momenti). In secondo luogo, il pensiero di Gramsci è strutturalmente interno al progetto – marxiano e marxista – della trasformazione. La sistematicità di questo laboratorio intellettuale è dunque da collocare – al netto di letture orientate a ridimensionare, o addirittura a negare, l’appartenenza di Gramsci alla tradizione rivoluzionaria (letture sul cui significato del tutto occasionale, legato alla polemica propagandistica, appare inutile soffermarsi) – nel solco della storia del movimento operaio: Gramsci fu anzitutto un intellettuale politico, pensatore della trasformazione e del comunismo. Con buona pace di quanti hanno tentato (non casualmente a partire dalla fine dell’Unione Sovietica e contro le sue stesse intenzioni) di ‘emanciparlo’ da Marx, il suo lascito non si presta a essere sussunto all’interno di improbabili genealogie liberali o ‘democratiche’.