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Desideri, corpi e reddito garantito

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di MARIA DOLORES LUPI

«Sì, sì il titolo ha un sapore un po’ apocalittico» dice Barbara sorridendo mentre mi chiede di recensire il suo ultimo «libretto» (così lo definisce): Irriverenti e libere. Femminismi nel nuovo millennio (Barbara Bonomi Romagnoli, Editori internazionali riuniti, 2014).Accetto contenta, è da un paio d’anni che sono risucchiata in una faticosa, totale, sublime dimensione di mamma, dedicarmi a un’attività del tutto intellettuale mi farà bene, penso.

Comincio la lettura e, com’era inevitabile, non solo il mio intelletto è coinvolto ma tutto il mio corpo reagisce: capitolo dopo capitolo, saltando su e giù, leggendo la storia e percorrendo la geografia di molti dei collettivi, delle reti, delle realtà che hanno disegnato il panorama femminista in Italia negli ultimi 15 anni mi infuoco, rianimo e riscopro...

Tutt’altro che apocalittico è lo scenario che emerge da questo bel lavoro, tutt’altro che un «libretto» mi sembra d’avere tra le mani! Si tratta invece d’una iniezione di energia costruttiva che emerge potente dalle azioni, dai pensieri, dalle sperimentazioni e ancora dalla fantasia e dai desideri di una miriade di donne, che rendono il lavoro di Barbara Bonomi Romagnoli uno strumento importante, per non dimenticare. Per andare avanti.

È la storia recente di un femminismo vitale e gioioso che naturalmente la politica delle quote rosa ignora, e quando non può ignorare reprime con pacchetti securitari e leggi paternalistiche e liberticide (vedi le misure contro femminicidio e … no tav (!) del governo Letta; Legge 15 ottobre 2013, n. 119), nell’evidente tentativo di riportare tutto ciò che è ‘fuori’ dentro gli schemi dell’ordine costituito e del sistema di potere che vuole «l’uomo sopra e la donna sotto, in tutti i sensi».

In effetti, non è solo la politica a “ignorare”: a star dietro a tv e giornali sembrerebbe che le donne in Italia si siano addormentate per più di un ventennio, per poi un giorno del 2011 indignarsi di fronte all’uso consumistico che del loro corpo andavano facendo finanche i più alti esponenti del governo di quegli anni. Anzi, non del loro corpo in verità, ma di quello gonfiato, lucido e perfetto di giovani donne-bambole compiacenti e senza cervello. Portatrici di questa sacrosanta indignazione le donne intellettuali, politiche, artiste e visibili di Snoq (Se non ora quando) attraverso i media mainstream diedero vita ad una mobilitazione, anche di piazza, decisamente evidente.

Bene, non è di loro che Barbara si occupa, non sono le loro istanze, i loro documenti, i loro obiettivi ad affollare le pagine dei 19 capitoli da cui il libro è formato. Si tratta di una scelta operativa che l’autrice spiega così «Il materiale è vasto ed ho pertanto operato una selezione privilegiando due criteri. […] Ho dato precedenza alle storie che non sono state sotto i riflettori […]. In secondo luogo ho scelto a partire dalla mia esperienza personale […] condivisa con altre e rappresentativa – a mio modo di vedere – di percorsi che si intrecciano anche con situazioni internazionali e che esprimono forme di conflitto maggiore».

Partire da sé, il metodo politico che è lo specifico del femminismo e che proposto ogni volta, soprattutto in ambiti misti, è ancora oggi deflagrante, destabilizzante: il personale è politico, ed è anche più …comprensibile. La lettura di Irriverenti e libere infatti scorre facile, e non solo: a tratti è avvincente grazie al susseguirsi di tanto materiale i cui contenuti conducono in un percorso vario, molteplice, multiforme… interessante! Nulla è dato per scontato e le numerose note chiariscono e contestualizzano fatti e persone in maniera puntuale. Insomma ci si muove agilmente e senza bisogno di essere ‘interne’ ai movimenti. Un altro merito, secondo me, che va riconosciuto all’autrice.

Al di là quindi delle donne vip: «dal Duemila in poi – scrive Barbara – ho messo da parte volantini, mail, documenti, ricordi, interviste e appunti sparsi, convinta che queste storie di femminismi e movimenti di donne debbano diventare patrimonio comune».

Un libro di ‘storia’, un’inchiesta giornalistica che pare un romanzo… Si parte dall’intervista a Pia Covre (Comitato per i diritti civili delle prostitute) e dal suo radicale desiderio di autodeterminazione. «Voglio avere non tanto e non solo le garanzie legali, ma una cultura attorno a me che riconosca la mia autodeterminazione. Desidero essere libera di venderla, di darla via gratis, di non darla per niente». E si continua a parlare di desiderio a Bologna con il progetto Sexyshock. Dietro (ma anche sopra, sotto, dentro, fuori) il nome collettivo di Betty un gruppo di donne con un’irresistibile vena autoironica «studiano per sottrarre la sessualità alla pornografia e ai media, per riportarla nella sfera della fantasia, del piacere, del divertimento e del rispetto dell’altro/a». A mettere in primo piano il desiderio, a considerare la sessualità, la decostruzione dei generi come punto di partenza per una nuova e potente rivoluzione non sono solo le bolognesi: a Roma le Lady, danno vita alla Ladyfest, un evento che porta un carico enorme di sperimentazioni positive, lavorando sulle relazioni in maniera diretta. «Le Lady non amano il tiepido. Non bruciano reggiseni e non si riconoscono nella divisione maschio/femmina». E sono femministe.

La strada del femminismo in Italia è quindi oggi lastricata di pizzi e belletti, i corpi sono in primo piano soggetti anche di una nuova pornografia tutta da inventare e, ancora una volta sperimentare. Le suggestioni che arrivano dalla Spagna sono raccolte e il post porno è una pratica ormai riconosciuta e accolta da molti collettivi e singole: Slavina, Smaschieramenti, la Campeggia trans-femminista queer dell’agosto scorso in Salento, animano alcuni dei capitoli più interessanti del libro: «il femminismo sarà Transfemminista o non sarà!».

Gli anni duemila sono aperti dall’orrore di Genova durante il G8. Ma prima (e oltre) «l’orrore di una piazza repressa nel sangue», la città aveva visto l’incontro di più di mille donne in rappresentanza di 150 associazioni da tutto il mondo per discutere di Globalizzazione e Genere, in uno spazio chiamato provocatoriamente «Punto G» (Genova-Globalizzazione-Genere). C’erano anche le femministe a parlare di «interessi collettivi diffusi e giustizia sociale contro le logiche di potenza». All’indomani delle giornate genovesi, ancora sul filo della rivendicazione dei diritti, ci sono le azioni forti e divertenti delle galline ribelli di Amatrix che contro gli attacchi deliberati alla L.194 e al diritto d’aborto «disseminano la città – Roma – di uova d’oro con lo slogan “viene prima la gallina dell’uovo”». Il capitolo loro dedicato è anche spassoso, per via del Manuale della gallina ribelle, il documento elaborato dal collettivo e qui riportato per intero.

Diritti, lavoro, reddito garantito: da Facciamo breccia al sommovimento femminista delle Sommosse, le femministe non reclamano solo il diritto all’autodeterminazione ma anche alla felicità che passa non tanto attraverso un lavoro fisso, quanto attraverso un reddito fisso e …garantito!

Irriverenti e libere sono dunque le femministe politicamente scorrette che hanno dato vita, se pure non facendo notizia in tv, a un dibattito nuovo, vivace, volitivo, e a un agire conseguente fatto di protagonismo dei corpi e dei desideri di ognun@.

Dibattito e azioni tutt’altro che finite, il libro chiude infatti con un inizio: la rete europea intrecciata nel gennaio di quest’anno fra molte realtà per sostenere la lotta delle femministe spagnole contro il recente (antico) attacco all’autodeterminazione delle donne sferrato dal governo Rajoy: «nessuna maggioranza politica nata dalle urne è legittimata a convertire i diritti in delitti», si legge nell’appello depositato alle Cortes il primo febbraio scorso, perché «yo decido!».

Insomma, il panorama disegnato da Barbara Bonomi Romagnoli è rappresentativo di molte (non tutte…) le realtà che animano i femminismi nell’Italia di oggi, e se emergono prepotenti linee comuni e istanze portate avanti da tutt@, altrettanto evidenti sono le differenze che esistono e che a volte dividono anziché arricchire. Vero è che la precarietà che viviamo oggi non giova alla costruzione di percorsi stabili, anzi è sempre più difficile mantenersi in equilibrio quando il terreno frana continuamente. E forse è anche per questo che alcuni percorsi si sono smarriti, altri sono stati abbandonati.

Abbiamo ancora bisogno di una «casa della differenza» dunque? Un ambiente anche fisico e riconoscibile che accolga senza giudicare e garantisca la libera espressione di tutt@.

«Stare insieme alle donne non era abbastanza, eravamo diverse. Stare insieme alle donne gay non era abbastanza, eravamo diverse. Stare insieme alle donne nere non era abbastanza, eravamo diverse. Stare insieme alle donne lesbiche nere non era abbastanza, eravamo diverse. Ognuna di noi aveva i suoi propri bisogni ed i suoi obiettivi e tante e diverse alleanze. La sopravvivenza avvertiva qualcuna di noi che non potevamo permetterci di definire noi stesse facilmente, né di chiuderci in una definizione angusta ... C'è voluto un bel po' di tempo prima che ci rendessimo conto che il nostro posto era proprio la casa della differenza piuttosto che la sicurezza di una qualunque particolare differenza» (Audre Lorde, Stenford 1989).