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Riannodare i fili della nostra storia

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Intervista a LUCIA COSTA, MAURIZIO GIBO GIBERTINI e VALERIO GUIZZARDI - di MARIANNA SICA

Alcuni dei protagonisti di quegli anni si raccontano in una video-intervista, curata da Officina Multimediale. Con alcuni di loro abbiamo discusso il significato politico di questa iniziativa che, precisano, non ha intenti celebrativi o autocelebrativi ma di conoscenza militante. Ed è per questo che si tratta di un progetto importante. Ne abbiamo parlato con Maurizio Gibo Gibertini di Officina Multimediale, e con Lucia Costa e Valerio Guizzardi, militanti dell’Autonomia Operaia bolognese.

Come nasce il progetto-video Rivolta dedicato alla storia dell’Autonomia Operaia di Bologna? E perché Bologna?

Maurizio: In realtà il concentrarci sulla specificità bolognese è nato casualmente, ci siamo ritrovati a riallacciare i rapporti con i compagni di Bologna, con molti dei quali ci conosciamo da anni, da qui è venuta fuori questa idea e l’abbiamo realizzata. Non sapevamo all’inizio neanche bene quale sarebbe stato il prodotto, cosa sarebbe venuto fuori, è stato un work in progress, e Rivolta ne è il risultato. Il video Rivolta dedicato all’Autonomia bolognese si inserisce però in un progetto più ampio, che condividiamo con alcuni protagonisti delle lotte degli anni Settanta, ossia quello di ridefinire la storia di quel periodo attraverso il punto di vista di chi l’ha vissuta e non di chi spesso la utilizza semplicemente come una sorta di senso di colpa da trasmette alle nuove generazioni. In quegli anni ci sono state tante cose, alcune buone e altre cattive, c’è stata però una rivoluzione e quella rivoluzione va spiegata, non può essere infatti semplicemente ridotta al problema dello scontro, più o meno radicale. In quegli anni si è prodotto uno stravolgimento dei costumi che ha interessato tutta la società e su cui si basa ancora oggi il grosso lavoro di recupero che le istituzioni stanno portando avanti: lo vediamo per esempio sulle questioni dell’aborto.

Questo progetto più complessivo a cui ci stiamo dedicando si chiama Storie Operaie: se all’inizio infatti si pensava di parlare in modo specifico degli anni Settanta e quindi dell’argomento di Rivolta, in seguito si è ragionato sul fatto che c’è stato un decennio operaio italiano, il “decennio rosso”, e un Sessantotto operaio italiano, sotto diversi punti di vista molto più importante di quello studentesco e di cui non si sa nulla. Abbiamo poi operato la scelta di lavorare su un progetto di storia orale, ovvero riannodare i fili di quella storia attraverso le voci, le esperienze e i racconti dei protagonisti, voci che messe insieme ricostruiscono un quadro generale. Riteniamo che questo sia il modo migliore per comunicare e indagare fino in fondo quello che è successo. Vi racconto un episodio significativo avvenuto durante la raccolta di queste interviste: un giorno abbiamo incontrato un vecchio compagno, allora e adesso sindacalista di base, ci ha raccontato del periodo 1969-’70 in cui lavorava alla Candy, una società americana che fabbricava cucine e frigoriferi, gli operai avevano imposto all’azienda un tetto di produzione giornaliera di elettrodomestici e un delegato tutte le sere andava a contare i frigoriferi e faceva una specie di decimazione di quelli che non rientravamo nel tetto stabilito ed entro il quale rigorosamente si doveva rimanere, così se veniva prodotto qualcosa in più veniva abbattuto, una cosa oggi impensabile. Questo piccolo episodio ci dice che esistono tutta una serie di situazioni che hanno segnato questa storia e che vengono fuori dai racconti dei protagonisti alle quali la ricostruzione storica ufficiale non ha dato mai voce. Un’altra cosa interessante che viene fuori dai racconti dei protagonisti, e non da intellettuali che hanno analizzato e interpretato quegli anni il più delle volte a posteriori, è stato l’impatto fortissimo prodotto da un lato dall’emigrazione meridionale in fabbrica e quindi dal cambiamento della figura e della cultura operaia, dall’altro l'ingresso delle donne in fabbrica, questo ha rotto i confini della fabbrica che divenne direttamente totale investendo il territorio. Se ad esempio una coppia di giovani lavorava nello stesso stabilimento o nello stesso territorio in due fabbriche diverse immediatamente si poneva il problema della coesistenza tra di loro rispetto ai rapporti e alla gestione della vita quotidiana, si sono prodotti così i primi grossi cambiamenti culturali. Tutta questa storia è misconosciuta, non ci viene raccontata, quello che si racconta è che c’era la gente che sparava, certo è successo anche questo, ma quelli che ad un certo punto hanno deciso di sparare non erano marziani, erano dentro questo contesto più ampio e complesso. Ecco, a noi piacerebbe raccontare tutta questa storia; certo è un lavoro complicatissimo e molto duro, praticamente dovremmo costruire una sorta di enciclopedia di quelle che non finiscono mai. E c’è poi un altro aspetto importante che è emerso raccogliendo le interviste: i protagonisti di quegli anni sono animati da un grande desiderio di raccontare queste storie e di raccontarsi, è come infatti se si sentissero schiacciati da un’immagine che è stata loro imposta e che non corrisponde.

Lucia, rigiriamo allora a te la domanda, cosa ti ha spinto a partecipare a questo progetto, cosa rappresenta per te e cosa può rappresentare per quanti si avvicinano alla storia di quegli anni attraverso il vostro racconto diretto di protagonisti che prendono parola?

Lucia: Questo video è nato come corollario di un lavoro che vorremmo portare a termine come progetto editoriale che è L’eresia bolognese. Ovvero l’eresia rappresentata da quello che ha significato il Partito Comunista in quegli anni e in questa città. Quello che ha significato per noi e quello che significa tuttora in tutte le sue trasformazioni, in termini di partito di governo sia della città che a livello nazionale. L’eresia bolognese era semplicemente il fatto che tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Bologna era il fiore all’occhiello del comunismo europeo. Una città amministrata in maniera sublime agli occhi del partito, e non solo, dove erano garantiti una serie di servizi ma dove il controllo andava veramente “dalla culla alla tomba”. Nell’ambito, quindi, di quello che era il movimento di fine anni Sessanta e inizi Settanta, con tutte le sue evoluzioni, è sempre stato chiaro qui a Bologna chi era il nostro primo nemico: il Partito Comunista. Tutto ciò ha trovato culmine nel 1977-’78 quando è andato a concretizzarsi il progetto del compromesso storico. Ciò che Valerio Guizzardi dice alla fine del video assume quindi un significato al di là degli sviluppi e degli eventi: “sicuramente avevamo capito molto, forse non avevamo capito tutto, il nemico era molto forte ma sicuramente – e questo è un fatto, nel panorama che ho descritto prima – gli abbiamo impedito di governare per dieci anni”.

Per noi era importante che queste testimonianze, appunto di racconto orale e di esperienza personale, capaci di trasmettere come si stava dentro il movimento, come si sono vissuti quegli anni, fossero in qualche maniera raccolte proprio come confronto e dialogo con la città. Quello che noi e quel movimento hanno voluto dire in questa città è qualcosa di assolutamente non risolto. Eravamo qualcosa di profondamente fastidioso per il partito, ma nello stesso tempo avevamo delle complicità con gli abitanti della città, questo gulag comunista. Se da una parte ti assicurava delle cose, c’era dall’altra la presenza molto pesante del PCI. Il primo obiettivo del video, quindi, vuole essere un nostro dialogo con la città.

Avete sottolineato l’importanza del racconto orale, in prima persona, dei protagonisti di quegli anni. Dal tuo punto di vista, Lucia, come hai vissuto l’esperienza anche di crescita personale oltre che politica all’interno dell'Autonomia bolognese?

Io credo che per me, come per tutti gli altri, all’inizio sia stato un modo per esprimere noi stessi, cosa questa che emerge molto bene anche dal video, dopodiché è stato assolutamente un metodo di crescita politica ma anche e soprattutto personale. Credo infatti che la maggior parte di noi, salvo quelli che non ci sono più o che hanno avuto altre situazioni, sia profondamente segnata in senso assolutamente positivo da tutto questo, nel senso che abbiamo costruito le nostre vite rispetto a quello che era il nostro essere collettivo. Per questo credo sia importante il racconto orale, perché emerge da ciascuno di noi qual è stato il personale e anche diverso modo d’approccio, qual è stata l’analisi alla base, quale ne è stato il proseguimento, e appunto ci offre la possibilità di dire alla città, eravamo quelli, siamo ancora qui e abbiamo ancora qualcosa da dire.

Valerio Evangelisti durante la presentazione a Bologna del video Rivolta ha sottolineato la visione del mondo che permeava il movimento in quegli anni e che vi univa più che un’ideologia. Valerio, qual è il tuo punto di vista in merito?

Valerio: Valerio Evangelisti mi ha lasciato davvero di stucco perché è riuscito a restituire in pochissime parole un quadro assolutamente realistico di quegli anni. È riuscito a trasmettere quello che noi pensavamo, quello che noi abbiamo fatto, ed è stato molto bello sentirlo. Ad un certo punto Evangelisti ha parlato anche dell’allegria che ci caratterizzava, in altre occasioni io ho avuto modo di dire che allora si pensava che la rivoluzione o era qualcosa di divertente o non ci interessava, era quindi molto presente questa componente che non si riduceva ad un aspetto ludico ma era una componente strutturale delle nostra vite, di questa particolare forma di militanza che aveva permeato e trasformato tutto di noi, la nostra socialità, i rapporti, le relazioni anche amorose, tutto era all’interno della militanza politica senza separazione alcuna rispetto ad altri aspetti delle nostre esistenze. Quando le compagne, e noi grazie a loro, abbiamo iniziato a discutere di quel concetto straordinario che è “il personale è politico”, specialmente noi maschietti ci siamo visti aprire davanti un mondo fino ad allora sconosciuto e sommerso. Soprattutto noi maschietti combattenti, caratterizzati da un atteggiamento un po’ virile, questa cosa ci ha davvero cambiato la vita e il modo di approcciarci al mondo, di sognare un altro mondo. Da quel momento si è cominciato a discutere, il problema appunto era che non potevamo pensare di fare una rivoluzione, di trasformare lo status quo, se prima non avevamo cambiato noi stessi, rispetto al progetto di cambiamento che avevamo in mente, rispetto a quello che rifiutavamo e che rivendicavamo, per cui se avessimo fatto la rivoluzione portando dentro le stesse contraddizioni che caratterizzavano le nostre vite non avremmo fatto altro che riproporre lo stesso identico modello che rifiutavamo e quella non sarebbe stata affatto una rivoluzione. Questo passaggio è stato fondamentale, ha fatto sì per esempio che quello che chiamavano il “militonto”, questo militante che proveniva da Potere Operaio, con il progetto di un partito fatto di parte politica, parte militare, apparati ecc... quel tipo di militante con l’Autonomia cambia, diviene un soggetto diverso, incontra le compagne e con loro un altro modo di fare politica, trasforma se stesso. Non è più un militante ma un comunista rivoluzionario nella vita, e trasforma se stesso per trasformare tutto il resto. Questa è stata la grande intuizione, che ha fatto la storia degli anni Settanta, un’intuizione fondamentale soprattutto delle compagne femministe che dobbiamo ringraziare per questo. Non si sono mai abbandonate le pratiche anche armate rispetto al lavoro sul territorio, rispetto all’organizzazione ad esempio, ma a questo punto non è più un’organizzazione di partito ma diventa un progetto, nato e condiviso fra chi investe e lascia investire le proprie esistenze da questo obiettivo di trasformazione sociale. Questa nuova figura di militante aveva la capacità di girare armato e pronto a tutto, soprattutto dopo il 1977, dopo il caso Moro, quando la situazione iniziava a diventare davvero pesante, quando avviene un salto in avanti di tutte le organizzazioni comuniste combattenti, comprese quindi le Brigate Comuniste, le Formazioni Comuniste Combattenti, lo scioglimento in Prima Linea, lì avviene dunque il grande salto. Rimaneva però questa capacità, andare in giro armati pronti a tutto ma dentro questo tutto c’era anche la festa, la socialità, c’era il casino, i gavettoni, le feste bellissime ai giardini margherita che più volte abbiamo invaso, le feste di primavera, Radio Alice. Era insomma tutto un mondo, un mondo a sé che si contrapponeva a quello che Lucia diceva prima, cioè a quel controllo ferreo, una specie di DDR in salsa bolognese dove c’erano veramente servizi all’avanguardia ma in cambio della gestione totale dell’esistenza. Il sindaco della liberazione Giuseppe Dozza, comunista, repubblicano in Spagna, ha portato la città di Bologna dalla distruzione della guerra – che qui a Bologna davvero aveva devastato tutto – alla liberazione. Poi c’è stato il sindaco Fanti che ha portato Bologna dall’uscita della guerra alla modernità. Dentro questa modernità c’erano i consultori per le donne, gli asili nido, la divisione della città in quartieri con il decentramento del potere, quindi l’offerta di una serie di servizi e infrastrutture che però presupponevano un controllo capillare e diffuso sul territorio. Vi era un’egemonia culturale, ovviamente politica, ma anche economica da parte del PCI, un accentramento dei poteri e un controllo che si realizzava per esempio attraverso la rete delle cooperative che non definiva soltanto il lavoro, la produzione capitalistica, ma contribuiva ad un controllo capillare e diffuso in ogni ambito della vita.

Cosa il movimento ha rappresentato rispetto al modello di controllo e governamentalità che emerge dalle vostre parole?

Lucia: Provo a risponderti con un esempio. Bologna è stata la prima città negli anni Sessanta ad introdurre il doposcuola, per cui, per dare una possibilità di emancipazione lavorativa alle donne, il bambino veniva preso in consegna dalle istituzioni scolastiche fino all’età adulta, compreso anche il doposcuola fatto in una certa maniera, erano dunque presenti degli elementi se vogliamo di socialdemocrazia. Dire questo vuol dire sottolineare la dimensione di controllo capillare dell’esistenza, che aveva naturalmente anche i suoi risvolti positivi, ma pagati a caro prezzo. Bologna è stata una città-laboratorio, per questo ha rappresentato un’eresia, perché in questa perla noi abbiamo rappresentato il fattore di crisi e non da destra ma da sinistra. Quando si parla della vetrina rotta, metafora che usano gli storici e gli scrittori, si indica la nascita e lo sviluppo ad un certo punto a Bologna di un movimento che era un anticorpo rispetto alla malattia che il PCI rappresentava. Sentivamo un forte controllo su noi stessi. Anche nelle scuole per qualsiasi piccola cosa che accadeva c’era la FGCI che controllava, che mandava un suo emissario nelle assemblee di studenti e operai, c’erano i controlli sistematici nei quartieri. Quando nel video dico “Il PCI è l’altra grande chiesa”, faccio un riferimento anche storico. Bologna è stata dominata, credo in maniera paritaria, dalla chiesa e dal PCI. A Bologna, anche la polizia era PCI. Quando ci furono i grandi scontri in piazza, chi difendeva la piazza non era la polizia ma il servizio d’ordine del PCI costituito dagli operai della società del gas. La polizia stava dietro.

Valerio: Siccome il PCI aveva l’egemonia culturale, con una diffusione più che capillare sul territorio attraverso i media, le federazioni, i loro militanti, i dirigenti, i vigili urbani ecc., aveva anche la capacità di deturnare le nostre ragioni e i nostri discorsi, da lì iniziarono ad etichettarci come “diciannovisti” “fascistelli”, “untorelli”, cercando di raffigurarci rispetto alla popolazione come gli aggressori, i fascisti degli anni Venti che i bolognesi aveva conosciuto e ricordava molto bene. Provavano a ribaltare in qualche modo contro di noi un’immagine distorta di quello che noi eravamo, e questo ha generato in noi vero odio. Mio padre era stato partigiano decorato per meriti di guerra, prova ad immaginare come si sentiva uno come me che veniva additato come un “fascistello”, io ero incazzato. Mio padre, fortunatamente, non era comunista ma un socialista libertario, un lombardiano, quindi fra di noi c’era una linea diretta, mio padre insomma non apparteneva a quella dannata chiesa.

Quando facevamo i cortei, soprattutto tra il 1976 e il 1978, quando la situazione iniziava a diventare pesante, si andava in Piazza Maggiore attraversando Piazza Nettuno dove c’è il sacrario dei caduti: lì, il PCI metteva il suo servizio d’ordine a difesa – dicevano loro – del sacrario. Ma chi di noi avrebbe mai pensato di violare il tempio in cui erano caduti i nostri padri, i nostri nonni? Era impensabile! Quando andavamo in giro ad attaccare i manifesti con le nostre cinquecento, il servizio d’ordine del PCI ci seguiva staccandoli tutti, hanno smesso di farlo soltanto quando insieme alla colla abbiamo iniziato a metterci i vetri. Questa condotta del PCI bolognese ha generato in noi un odio incredibile. Ad un certo punto iniziarono ad andarci piano, era una questione di rapporti di forza, iniziavano cioè a capire che le cose si stavano mettendo male per loro, c’era dell’armamento in giro, da ambo le parti, anche se si è sempre cercato di mantenere lo scontro gestibile, non ci sono stati infatti mai degli eccessi perché fondamentalmente non interessava a nessuno, a noi sicuramente no. A noi interessava solo far politica e non avevamo alcuna intenzione di batterci clandestinamente con quelli del PCI.

Lucia: Vorrei aggiungere che ho trovato molto bello e significativo nel video che introduce Rivolta il richiamo alla cacciata di Lama all’Università di Roma. Se guardate e analizzate con una certa consapevolezza, quelle immagini ci offrono la rappresentazione di un sistema in coma. Vediamo un Lama veramente affaticato, un’immagine che restituisce in maniera molto significativa il sentimento del PCI di fronte a una situazione che gli stava palesemente scappando di mano. Vorrei ricordare anche un’altra cosa molto significativa rispetto all’oggi: in quegli anni uno dei nostri bersagli preferiti, che si ritrovava spesso sui muri in maniera più sottile, magari, non in modo eclatante come poteva essere Cossiga, era Napolitano. Napolitano il migliorista, il creatore del seme del compromesso storico che Berlinguer ha cercato di materializzare. E oggi Napolitano è colui che gestisce, coordina ed è simbolo di ciò che dovrebbe essere la normalizzazione del vecchio progetto del PCI.

Sia le vostre parole che il video Rivolta ci consegnano l’immagine di una Bologna città-laboratorio. Possiamo dire che la particolare configurazione economica della città prevalentemente legata ai servizi e alla terziarizzazione e non dunque prettamente industriale vi abbia dato la possibilità di analizzare in anticipo quelle forme di sfruttamento, disciplinamento e di controllo sulla vita che avrebbero poi segnato le trasformazioni capitalistiche e anche lo sviluppo delle forme di resistenza?

Lucia: Assolutamente sì. A Bologna questo passaggio è avvenuto prima e addirittura ha seguito una direzione inversa da quella nazionale. Qui il controllo si è esteso dal territorio, dalla vita, alla fabbrica. Per questo motivo Bologna era così politicamente significativa, proprio perché ha anticipato questo passaggio e in senso inverso. Da qui discende l’importanza dell’Autonomia nell’elaborazione della categoria di operaio sociale, perché questa figura era presente sul territorio in maniera così spontanea e conflittuale che andava a scardinare i loro progetti e questo metteva in ansia l’establishment.

Valerio: Mi trovo assolutamente d’accordo. Il laboratorio bolognese è stato un laboratorio complessivo. Per il PCI nazionale, Bologna era un punto di sperimentazione fondamentale, era una convinzione diffusa nel partito che se un tal provvedimento fosse passato a Bologna sarebbe poi stato introdotto in tutta Italia. Avevano assunto il modello bolognese come un modellino da esportare. Nella loro testa era il modello del socialismo in qualche modo realizzato, in realtà era la bruttissima copia della socialdemocrazia tutta basata sul controllo e sul tentativo di neutralizzazione del conflitto sociale. Questo ha generato dalla parte antagonista un altrettanto importante laboratorio di analisi politica e di pratiche di resistenza e di trasformazione, che avrebbe dato anche impulso all’Autonomia nel resto del paese, attraverso per esempio le pagine di Rosso. E questo non perché Bologna avesse i compagni e le compagne più intelligenti, ma perché essi vivevano in un laboratorio politico in cui potevano osservare nel vivo quelle che sarebbero state le trasformazioni che avrebbero cambiato, secondo il PCI, tutta l’Italia. La fase culminante di quel processo, iniziato con Potere Operaio già nel 1969, è stata tra il 1976 e il 1979, in cui la vetrina l’abbiamo rotta sul serio, il PCI a quell’altezza davvero ha avuto grandi problemi. Abbiamo scoperto il trucco e lo abbiamo raccontato a tutti, non solo ai bolognesi. Ecco la cosiddetta “anomalia” dell'Autonomia bolognese: l’avere avuto la possibilità, vivendo in una data situazione, di scardinare quell’elemento e di renderlo noto in tutta Italia. È stata l’Autonomia che per prima a livello nazionale aveva individuato nel PCI e non tanto nella DC il punto centrale. Il nemico di classe stava lì, non nella fascistizzazione dello stato come annunciavano i compagni di Lotta Continua. Lo dico con grande rispetto, ma secondo noi avevano sbagliato completamente analisi, il problema non era la fascistizzazione ma qualcosa di molto più pesante e più sottile, il male era nella socialdemocratizzazione della società italiana. Il PCI stava portando avanti questo progetto e noi glielo abbiamo impedito. Gli abbiamo impedito di governare per dieci anni e contestualmente abbiamo raccontato tutto quello che stava succedendo, al resto d’ Italia e in tutta Europa. Quando nel settembre 1977 abbiamo fatto il famoso convegno arrivarono gli intellettuali e compagni da Parigi. Parlo di Fèlix Guattari e Gilles Deleuze, e da Bologna raccontarono a tutto il mondo che la socialdemocrazia era un progetto di destra, per nulla socialdemocratico, e soprattutto era un progetto di normalizzazione e di repressione delle idee. A questo punto cadde definitivamente la vetrina del PCI a Bologna. Il resto è storia ed è noto, basta volgere lo sguardo all’oggi, ciò che sono diventati adesso, non hanno neppure più il problema delle ideologie, attualmente è solo una questione di affari e si comportano come mafiosi.

Come si traduce nel presente tutto questo, a livello di politica istituzionale ma soprattutto di politica militante? Possiamo ritrovare dei riflessi, rielaborati, di quegli anni, di quella visione del mondo, di quello stile di militanza, nei movimenti attuali?

Lucia: Io credo che da allora non si sono ancora ripresi, però attenzione perché se è vero che gli abbiamo rotto il giochino, ovvero la piena realizzazione del compromesso storico e tutto quello che vi girava attorno, è anche vero che quello che non riuscirono a fare allora lo stanno realizzando adesso. Per questo motivo trovo estremamente significativo e importante, oltre che simbolico, che in questo momento si racconti questa storia e che soprattutto i compagni e le compagne giovani che si trovano dinanzi alle lotte se ne riapproprino. È adesso che si compie il vero passaggio di consegne, non storico ma politico, antagonista.

Valerio: Sulla questione dello stile di militanza credo che ci sia stato dagli anni Settanta ad oggi, a parte il buco nero degli anni Ottanta, un filo conduttore, con tutte le sue evoluzioni, e lo abbiamo visto la mattina del’11 marzo di quest’anno qui a Bologna, dove c’erano almeno tre generazioni di autonomi, se vogliamo usare un’etichetta, che erano sotto la lapide del compagno Lorusso a respingere e rinnegare i corpi istituzionali per ribadire che non vi può essere memoria condivisa, non ci sarà mai. In questo specifico episodio credo si possa leggere come non ci sia più un “noi vecchi autonomi” e un “voi giovani”, c’è uno stile di militanza che trasformandosi, evolvendosi, rielaborando tanti concetti e pratiche ed elaborandone delle nuove, ha passato tutto il Novecento, è andato oltre gli anni zero e ce lo ritroviamo oggi. Il nemico è ancora quello ed è ancora più pericoloso e più sfuggente di prima, probabilmente anche perché la consapevolezza generale è oggi minore. In ogni caso, questo ricollegarsi delle generazioni mi è sembrata una cosa bellissima, credo che questo sia l’aspetto più significativo del progetto-video Rivolta che può essere uno strumento non per fare della memorialistica fine a se stessa, che non ci interessa, ma per rilanciare in avanti una visione del mondo, un’adesione di vita e uno stile di militanza che è quello, che continua, anche con l’individuazione di quello che è, se vogliamo, il nemico di classe, che è poi un aspetto fondamentale che permette di trovare gli elementi e gli strumenti giusti per poterlo combattere. Un peso importante che ha avuto l’Autonomia, e che ha ancora oggi seppur nelle sue differenze e trasformazioni, è esattamente questo, l’aver individuato non il proprio nemico ma il nemico di classe e l’aver cercato in questo ambito di discorso di creare dei ponti all’interno dei movimenti e della società per muovere contro il nemico di classe. Il progetto-video Rivolta, che inevitabilmente non può contenere tutto, può tuttavia rappresentare un’importante occasione per creare ulteriori discussioni e dibattiti, momenti altri e diversi per arricchire e approfondire i contenuti che veicola, come in qualche modo credo stiamo facendo anche adesso attraverso questa bella chiacchierata.

Maurizio, ritornando a te che hai curato la realizzazione di questo progetto, all’inizio ci hai detto che l’intento del video è anche quello di dare la parola ai protagonisti di quegli anni, la possibilità di un racconto attraverso le voci di chi quella storia l’ha vissuta. Per concludere vorremmo chiederti a chi si rivolge, quali figure cerca di intercettare, dove queste voci si indirizzano?

Maurizio: Io credo che Rivolta si rivolga in qualche modo a tutti, in primo luogo ai protagonisti stessi che raccontano e si raccontano. In quel periodo infatti questa consapevolezza della totalità della rivoluzione – che emerge dalle diverse interviste e anche da questa chiacchierata – non c’era, o meglio c’era nei fatti, nelle pratiche, ma di fatto è maturata come consapevolezza solo dopo, attraverso la capacità, sviluppata con gli anni, di guardare da più distante a quanto era accaduto, di capire e vedere dove era stata l’eresia, come si era configurata. Anche rispetto all’individuazione del nemico la storia del movimento bolognese di quegli anni è qualcosa di particolare, rappresenta una specificità. Come abbiamo detto finora aveva infatti a che fare con un PCI istituzionale, una cosa molto diversa per esempio da Milano. Il movimento a Milano aveva dinanzi Stalingrado, ovvero una concentrazione di grandissime fabbriche, un’organizzazione economica molto diversa da quella bolognese. Sesto San Giovanni era un luogo a sé, in cui il controllo passava attraverso il conflitto, ma nel senso che erano le forze istituzionali di sinistra che dovevano regolare, determinare il conflitto e costruire i rapporti di forza all’interno della fabbriche per poi potersele giocare in politica a livello nazionale. È chiaro quindi che a Milano la situazione e l’analisi che si è sviluppata è stata diversa. Non ci dimentichiamo poi che il nostro paese ha una situazione interessantissima per quanto riguarda le possibili ricostruzioni storiche delle diverse linee che attraversano e compongono la cultura e la società. Siamo infatti una penisola lunga che sta in Nord Europa da una parte e che arriva all’Africa dall’altra, in cui ritroviamo spalmate sul territorio organizzazioni, economia e soggetti diversi che in qualche modo in quegli anni si sono ritrovati a condividere in primis dei comportamenti, più che degli obiettivi politici. Questo per dire che quello stile e quella visione del mondo non sono appartenuti in modo esclusivo all’Autonomia, ma sono stati trasversali a tutti quei movimenti politici dell’epoca che avevano messo in radicale discussione la concezione avanguardistica della politica stessa, il ruolo dell’organizzazione “militonta” fine a se stessa. Rispetto a questa cosa ci sono una serie di comportamenti che andrebbero indagati e che potrebbero dire ancora molto anche e soprattutto alla situazione presente.

Un’altra cosa vorrei aggiungere rispetto a quanto dicevamo prima: la storia se non è elaborata e ricostruita può diventare un peso per le generazioni successive, diviene cioè qualcosa di interrotto, che non si capisce bene e in cui ideologie e culture istituzionali possono penetrarvi e manipolarla. Questo lavoro è dunque necessario anche per chiudere quel periodo, solo in questo modo infatti può diventare un elemento di progresso per un movimento, che nelle sue diversità e trasformazioni, è legato da un filo rosso anche con la storia di quegli anni. Io, ad esempio, non parlerei mai di sconfitte, non ci sono delle sconfitte infatti a mio avviso, esiste un antagonismo che si confronta nel tempo e si trasforma, ci sono delle battaglie che mutano anch’esse pelle, obiettivi. Un tempo ad esempio si sperava nella presa del palazzo d’inverno, adesso ci siamo resi conto che dobbiamo operare e accelerare una trasformazione continua che avverrà se siamo capaci di imporla, altrimenti la prospettiva è la catastrofe soprattutto dinanzi ad un capitalismo che attualmente si riproduce come dominio e non più come forza progressiva economica. Il problema da porci, che è anche la nostra forza, è che costruendo antagonismo siamo un movimento di cultura, questa storia quindi elaborata può diventare un elemento di stimolo, uno strumento utile ad analisi e riflessioni sull’attualità, se lasciata così invece resta semplicemente un peso sulle spalle di quelli che ora si stanno muovendo.

Un progetto come Rivolta si potrebbe esporre alla critica della celebrazione fine a se stessa, la celebrazione nostalgica di una stagione andata, ma evidentemente non è così…

Maurizio: Il nostro obiettivo non è celebrare ma raccontare. Quando si racconta in un certo senso si aprono gli armadi e viene fuori tutto, l’armamentario buono ma anche gli scheletri, gli errori commessi, le cose che non hanno funzionato. La nostra idea è costruire un grosso archivio in cui chi vuole operare e ragionare sul presente, utilizzando anche il passato, possa trovare degli strumenti adeguati.

Vi faccio un esempio, a mio avviso importante rispetto al modo in cui è stato affrontato il periodo buio della repressione: nella mia esperienza il primo anno di carcerazione è stato uno degli anni più interessanti e in certo modo anche gioiosi della mia vita, era il 1980 quando ci sono stati gli arresti di massa in seguito al pentitismo. A San Vittore, un carcere molto rigido, ci siamo ritrovati in trecento, eravamo tutti lì, ed esattamente da lì dentro abbiamo ricostruito, con molta più potenza rispetto alla dispersione di una città, un movimento che è durato per un anno e che alla fine è stato represso brutalmente proprio per le potenzialità enormi che era riuscito ad esprimere. Avevamo infatti eroso talmente tanto gli spazi all’interno del carcere che la situazione era diventata ingestibile per il mantenimento del controllo. Ci è voluto un anno per reprimerlo perché siamo stati capaci di ributtare in questa lotta tutto il sapere che avevamo acquisito nelle lotte ed esperienze precedenti. Ricordo come tutto sia iniziato un giorno che avevamo deciso di non rientrare in cella alla chiusura pomeridiana, volevamo infatti pranzare tutti insieme, abbiamo allora tirato fuori i tavoli, li abbiamo sistemati e ci siamo disposti tutti intorno, ovviamente di lì a poco è arrivata la squadra delle guardie con caschi, scudi ecc., quando li abbiamo visti spontaneamente gli siamo andati contro, tutti in fila cantando One step beyond dei Madness e facendo finta di suonare, le guardie si sono terrorizzate e sono scappate via. Sono convinto che le guardie non avrebbero avuto così paura se gli fossimo andati incontro con bastoni e mazze, è stata questa banda di matti e questa cosa completamente inaspettata a spiazzarli e a mandarli nel panico. Sono scappati e ci sono venuti a chiudere le celle a mezzanotte quando noi eravamo già rientrati a dormire. Da questo episodio è iniziato un anno di lotta che è passato alla storia come “le lotte per l’ora d’amore”, la potenza di questo movimento stava nei saperi che avevamo accumulato e che ci sono serviti anche all’interno dell’istituzione più feroce e più chiusa. Sinceramente io vi dico che mi sono divertito da morire durante questo primo anno. Il 1980 è stato un anno straordinario per me.

Lucia: Io credo che sarebbe molto superficiale parlare di autocelebrazione, nel senso che tutti noi, in modo diverso, abbiamo talmente pagato quella stagione sulla nostra pelle che c’è poco da autocelebrare. Al contempo credo che sia stata espressa anche una grande ricchezza ed è importante che questa sia trasmessa. Quello che ha appena raccontato Maurizio riprende in maniera molto chiara quello che abbiamo cercato di trasmette. Dal punto di vista simbolico quello che è successo nelle carceri non è altro che il riproporre quello che era il modus vivendi che ha caratterizzato tutto il movimento, era un vero modo di vivere non era solo analisi politica, antagonismo, capacità di contrapposizione, ma era una visione del mondo, un modo di sentire, di stare insieme, di vivere le relazioni, che poi ha cambiato i costumi, la produzione artistica, la cultura, la musica, l’arte ecc.

Valerio: A questo proposito sarebbe importante anche sfatare l’idea diffusa degli “anni di piombo” e delle P38, dovuta in buona parte alle semplificazioni giornalistiche e dei cultori del pensiero unico. Questa semplificazione oscura tra le tante cose anche un fermento artistico-culturale vivacissimo e molto complesso, la produzione artistica, musicale, teatrale, d’avanguardia che è nata in di quegli anni ed è stata sfolgorante; gli stessi ambienti politici di movimento ne erano permeati, se si riprendono alcuni numeri di Rosso questa cosa è lampante, scorrendo le pagine si vede come non c’era solo politica lì dentro, c’erano fumetti di Jacopo Fo, sceneggiature teatrali, presentazioni di libri e dischi. Non c’erano soltanto articoli di fabbrica insomma, ma si cercava di riflettere complessivamente quel clima, che è stato anche di grande vivacità e sperimentazione artistica. Anni di piombo sì, ma per loro. Possiamo concludere, a questo proposito, con una frase con cui Paolo Pozzi termina la prefazione al suo libro Insurrezione: “Ce l’hanno fatta pagare cara, ma ci siamo divertiti un casino”.