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Il salvinismo è una tigre di carta

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Leggendo questo titolo, probabilmente, molti penseranno a un’analisi degli ondivaghi sondaggi che segnalano un calo dei voti per la Lega. Niente affatto. Lasciamo i sondaggi a Repubblica e a Mentana, agli affezionati lettori e spettatori della cronachetta quotidiana. Non solo perché i sondaggi, soprattutto negli ultimi anni, si sono puntualmente rivelati degli strampalati bluff. Il problema sta a monte. Per capire quello che realmente accade nella materialità dei rapporti sociali, dobbiamo distanziare lo sguardo. Lontano dai sondaggi, lontano anche dalle urne elettorali. Fuori dall’opinione pubblica, dentro la composizione sociale, le sue contraddizioni, le sue possibili linee di faglia.

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I gilets degli altri sono sempre più gialli

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L’insorgenza dei gilets gialli in Francia ha ottenuto un’importante vittoria contingente, piegando il governo e obbligandolo a ritirare l’aumento della benzina e delle accise. Il risultato è stato ottenuto non attraverso i canali della rappresentanza o della presa di parola democratica, bensì attraverso settimane di scontri con la polizia, barricate, blocchi della circolazione e distruzione di svariati e molteplici obiettivi, non necessariamente coerenti tra di loro, così come niente affatto coerente è la caotica composizione che si è mobilitata. Solo i prossimi giorni ci potranno dire se questa vittoria esaurisce il terreno dello scontro sociale aperto, o se invece costituisce una base da cui rilanciare in avanti.

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Nel tempo della folla solitaria

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0. Da tempo abbiamo messo a critica la forma-movimento, ovvero un’identità di appartenenza a qualcosa che non c’è più. C’è stato un periodo in Italia, e qui sta la nostra anomalia forte, in cui dirsi militanti di movimento significava qualcosa di preciso, un noi organizzato dentro l’autonomia delle lotte e della soggettività di classe. A partire dagli anni ’80 e poi con l’esperienza dei centri sociali degli anni ’90, abbiamo ereditato quell’anomalia e continuato a definire in modo specifico e non generico il movimento.

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Attaccare il governo della crisi

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0. Il goffo tentativo dell’uscente governo Pd di presentarsi come baluardo democratico di fronte all’avanzata neofascista – nonostante l’estrema indulgenza e in alcuni casi la diretta connivenza con le organizzazioni della destra radicale – è stato spiazzato dalle intense settimane di mobilitazioni antifasciste nelle settimane a cavallo delle elezioni del 4 marzo. Le piazze e i cortei hanno cioè in buona misura scavalcato il tentativo di legittimazione politica con cui la dirigenza democratica pensava di riconquistare il consenso elettorale, spacciandosi come forza antifascista responsabile.

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Nuove bussole per una vecchia rotta

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Il dito e la luna. Troppo noto il proverbio, troppe le occasioni per rispolverarlo negli ambienti di “movimento”. Già, il termine dobbiamo necessariamente metterlo tra virgolette, perché ci riferiamo agli ambienti dei gruppi e dei singoli che rivendicano un’appartenenza a un generico movimento immaginario indipendentemente dall’esistenza o meno di movimenti reali. Peggio ancora, quando un movimento reale c’è, sempre più spesso capita che gli ambienti di “movimento” non lo comprendano, ne siano distanti, facciano da tappo o addirittura ne siano ideologicamente contrapposti.