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I governi progressisti possono sopravvivere al proprio successo?

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di BRUNO CAVA

A sud del confine di Oliver Stone, è la quintessenza della narrazione del ciclo progressista sudamericano. Il documentario del 2009 l'ascesa al potere di Chavez in Venezuela, il primo di una nuova generazione di governanti rossi (o rosati) che rompevano col neoliberismo monocromatico del mondo post-sovietico. Sostenuti dai poveri e dalla sinistra nazionalista, Chavez, Evo Morales (Bolivia), Rafael Correa (Ecuador), Néstor e Cristina Kirchner (Argentina) e Lula (Brasile) hanno affrontato le élite, la stampa faziosa, il golpismo della destra e hanno rotto con i governi neoliberali che avevano intensificato lo sfruttamento della povertà nei primi anni '90. La panoramica del film è inversa a quella di un road movie: invece di immergersi nei territori e nei processi moltitudinari, Stone passeggia sotto i palazzi del potere e aderisce al discorso quasi epico dei capi di stato. A sud del confine arriva a citare anche la caduta del muro di Berlino, sottolineando che il nuovo ciclo sudamericano si poneva controccorente rispetto al trionfalismo post-storico del Washington Consensus. Questa narrazione made for export del ciclo progressista in Sud America non poteva essere più appropriata per una sinistra globale nostalgica della guerra fredda e desiderosa di identificarsi con un "fuori" dall'egemonia capitalista.

Il 2015 è stato l'annus horribilis per il ciclo progressista del Sudamerica. È stato l'anno in cui i governi sono stati sconfitti sul loro terreno: l'appoggio elettorale maggioritario, l'appoggio dei poveri. Il kirchnerismo ha presentato un candidato presidente proveniente dal menemismo ed è stato sconfitto.[1] L'opposizione venezuelana ha fatto registrare un 16% di vantaggio nelle elezioni dell'Assemblea nazionale.[2] Una giovane oppositrice di Evo Morales, Soledad Chapeton, gli ha strappato la prefettura di El Alto, seconda città della Bolivia, città plebea abitata da indoamericani che era stata il cuore della guerra del gas nel 2003.[3] Dopo le diverse sollevazioni del giugno 2015 e l'intensificazione della crisi politica,[4] Rafael Correa ha annunciato che non correrà per la rielezione nel 2017. E Dilma Rousseff, che è succeduta a Lula alla presidenza nel 2011, ha affrontato le proteste di un milione di manifestanti e un rifiuto massiccio da parte di tutti i settori sociali, con un indice di popolarità inferiore al tasso annuale di inflazione (del 10,5%).[5] Dilma aveva vinto le elezioni presidenziali dell'ottobre 2014 con un piccolo margine (3%), dopo una campagna in cui aveva assicurato due cose, che nelle settimane successive si sarebbero dimostrate false: 1) che il paese non era sull'orlo di una grave crisi,2) che non avrebbe adottato le riforme strutturali neoliberali che, di fatto, ha adottato integralmente nel 2015.[6]

È in questo contesto che ha cominciato a sedimentarsi il discorso sulla fine del ciclo.[7] Una diagnosi di per sé insufficiente e piena di trappole, nella misura in cui la fine del ciclo è pensata come una sconfitta, come una triste scossa in relazione all'epoca d'oro dell'ascesa progressista. I governi sarebbero stati piegati dai mercati finanziari, dalla destra golpista, dalle élite colluse con l'imperialismo yankee – in ogni caso, un qualche “fuori” mistificato, una ragione esogena, un Grande Altro che avrebbe determinato la sconfitta di fronte alla quale dovremmo piangere. L'autocritica si limita ora al risentimento verso i maggiori beneficiari delle politiche sociali che, alienati dall'ideologia del consumo alla quale hanno aderito durante il processo di inclusione, sono passati a votare per l'opposizione (critica figlia della miglior tradizione populista, secondo la quale il popolo ha sempre ragione, finché non è contro di noi); oppure a lamentare di non essere stati sufficientemente socialisti, meditando un “golpe di sinistra” in Venezuela o una venezuelizzazione in Brasile.

Ma di fronte al presagio di fine del ciclo, il cui risultato oscilla tra un finale amaro (Argentina) e un'amarezza senza fine (Brasile), è necessario una volta per tutte allontanare la narrazione epica che racconta la nostra storia recente, opponendo imperialismo e anti-imperialismo, progressismo e neoliberalismo, sinistra e destra. Categorie che forse funzionavano in questo subcontinente negli anni '70 o, con una grossa licenza analitica, negli anni '90. Non possiamo più mistificare il dibattito con grandi narrazioni, invece di affrontarlo con la problematicità necessaria per aprirsi all'azione e al pensiero. Come ho scritto con Alexandre Mendes,[8] i governi progressisti sono riusciti. E sono riusciti reprimendo sistematicamente le alternative costituenti che si presentavano, soffocando ogni tipo di immaginazione politica, tutti i movimenti che non si integravano nei motori ideologici del loro progetto di governo, sviluppo e città. Che adesso non piangano, nel momento in cui capiscono che hanno preparato la loro stessa destituzione, dopo la vittoria.

Negli ultimi 10-15 anni, il progetto politico-economico si è ispirato alla matrice teorica della produzione in condizioni di sottosviluppo che rimanda a vecchi teoremi della Cepal[9] (Raul Prebisch, Celso Furtado), anche se applicati con un certo sincretismo. Si tratta, grosso modo, di un'applicazione di Keynes sulla longue durée: da una parte, si suppone che l'investimento determini la domanda effettiva (non si produce per distribuire, ma il contrario): dall'altra, che in condizioni periferiche è necessario guidare il settore industriale e tecnologico. Da questo risulta un imperativo basilare: accumulare capitali da investire nell'industrializzazione. Questi capitali investiti nel settore industriale aumentano la capacità produttiva, alterano la composizione delle importazioni e diversificano l'economia. A ogni modo, siccome la relazione tra centro e periferia del capitalismo è strutturale, l'unica cosa che possono fare i governi del Sud è usare l'eccedente accumulato in funzione della loro posizione iniziale. Da qui sorge il noto “Consenso delle commodities”: le esportazioni diventano elemento strategico dell'accumulazione di capitale, punto di partenza per la modernizzazione produttiva. In teoria, questo progetto sviluppista dovrebbe rafforzare il mercato nazionale rispetto alle fluttuazioni della domanda estera, promuovere una trasformazione profonda dell'economia nazionale e, di conseguenza, rompere il circolo vizioso della dipendenza strutturale. In altre parole, l'industrializzazione è la via per superare la povertà e lo Stato deve pianificarla.

Di fronte alla fine del ciclo, le critiche di sinistra a questo progetto, effettivamente messo in atto, si concentrano in due grandi blocchi. Il primo, segnala che i governi non sono stati sufficientemente sviluppisti non sono stati capaci di rompere con le trappole neoliberali, che sono stati complici del capitale improduttivo, che non hanno dato luogo a riforme strutturali e/o a un progetto effettivo di emancipazione. Questo porta a criticare, per esempio, l'indulgenza del governo venezuelano per non aver imposto, anche manu militari, la diversificazione della propria economia, rigidamente dipendente dalla petroindustria. Nel caso brasiliano, la critica si orienta verso quella che viene chiamata “ri-primarizzazione” dell'economia, anche se l'agrobusiness, per esempio, è un'industria a grande scala, meccanizzata e totalmenteconnessa con le catene terziarie di bio-ingegneria, finanza, brand management e commercializzazione.

Il secondo blocco, a sua volta, si limita a criticare gli eccessi estrattivisti, come se il progetto sviluppista fosse essenzialmente ben orientato, e bisognasse solo intervenire sulle profonde violazioni subite dalle popolazioni interessate e dall'ambiente in generale,[10] in base a una ponderazione razionale degli interessi. Le critiche industrialiste (1º blocco) e social-liberali (2º blocco) perdono di vista un limite interno fondamentale del progressismo sviluppista (questo punto lo svilupperò in seguito).

I governi progressisti sono emersi da mobilitazioni democratiche in tutti i casi. La Rivoluzione bolivariana di Chavez, dalle sollevazioni popolari che hanno portato al Caracazo (1989); la Rivoluzione cittadina dell'Ecuador a partire dalle rivolte urbane del 1997, 2000 e 2001, fino alla ribellione dei forajidos[11] nel 2005; la Rivoluzione democratica e culturale della Bolivia, risultato del ciclo insorgente degli anni 2000-2005, che ha avuto il suo picco nelle guerre dell'acqua (2000) e del gas (2003).[12] Nei casi di Brasile e Argentina, la crisi asiatica del 1997 ha portato al crollo della relativa stabilità costruita dai governi neoliberali, culminata nell'ingovernabilità argentina del 2001-2002 – quando è esploso il tumulto di piquteros e cacerolazos, al quale è seguito il kirchnerismo – e nell'ascesa elettorale di Lula, che era stato sconfitto nelle tre elezioni precedenti ('89, '94 e '98). Vale la pena segnalare, nonostante ciò, la convergenza di queste rivolte con le lotte del ciclo alter-globalizzazione di Seattle e Genova, unite da un vettore anti-neoliberale e influenzate dal Chiapas come punto di riferimento, cosa che ha portato a un meticciato della generazione autonomista degli anni '90 con la più tradizionale sinistra sudamericana degli anni '70. Per esempio, nella realizzazione dei Forum Sociali Mondiali (Fsm) nello Stato brasiliano di Rio Grande del sud, con il governo locale targato PT.

Le mobilitazioni democratiche avrebbero trasmesso l'impulso moltitudinario nella composizione dei governi, con un inmediato riposizionamento dello Stato che, con la logica sviluppista, è passato a investire direttamente nel sociale. Il ridirezionamento della spesa pubblica ha determinato un inedito sblocco della produttività del lavoro vivo in una delle regioni socialmente più divise del mondo, reinventando l'economia “dal basso” e promuovendo un periodo di consistente crescita economica e di riduzione delle disuguaglianze sociali e regionali. Tutti gli indicatori socio-economici avrebbero dimostrato il successo delle politiche sociali che, senza la pesante mediazione dello Stato e del mercato, avrebbero trasferito rendite, alzato i salari reali e ampliato il credito popolare. L'effetto di questa trasformazione si è dispiegato in molteplici scale e dimensioni, determinando un cambiamento profondo e durevole nelle società sudamericane.

Esiste un'interpretazione generalizzata del successo del ciclo progressista che vede le esportazioni legate all'accelerazione dell'economia cinese e il boom delle commodities – che godevano di prezzi alti, con il petrolio a più di 100 dollari al barile – come il principale fattore dello scudo della regione alla crisi del 2008-9, e la capacità di distribuzione del reddito e l'inclusione sociale. Sarebbe però stata un'onda effimera, congiunturale che si sarebbe conclusa non appena finito il superciclo delle commodities. Sembra sfuggire completamente al campo delle analisi la possibilità che il rafforzamento del mercato interno fosse dovuto soprattutto al cambio qualitativo della composizione produttiva sociale, alla formazione di circuiti economici virtuosi, indipendenti dal successo dell'industrializzazione, e alla tendenza ad autonomizzarsi rispetto alle esportazioni.

Le tesi sviluppiste adottate dai governi progressisti sono state formulate prima del superamento del fordismo-keynesismo degli anni '70 e prima della globalizzazione finanziaria. Per cui vedono nell'industrializzazione il cammino per l'emancipazione, o attraverso la formazione di un proletariato con coscienza di classe, o attraverso la via delle "riforme di base" (Celso Furtado), secondo un'analisi diacronica. In questa maniera anche il successo sviluppista della dittatura brasiliana (1964-85) con il secondo piano nazionale di sviluppo (PND), concluse il ciclo dell'acciaio nel stesso istante in cui il mondo produttivo si apriva alla rivoluzione del silicio iniziata in California. Oggi, tre decenni dopo, nel pieno del 21° secolo, il settore produttivo non coincide con il settore industriale, quindi i progetti sviluppisti seguono una misura del valore che non funziona più nello stesso modo, che è sovradeterminata dal "comunismo del capitale" della finanziarizzazione.[13] Il tentativo di arrivare ad una società del pieno impiego attraverso gli investimenti è diventato un miraggio, che ha causato un'accumulazione parallela di capitali nelle mani degli stessi gruppi oligopolistici e proprietari che, almeno a parole, dovrebbero essere combattuti per primi.

Ad ogni modo, è giusto sottolineare la singolarità dei processi costituenti boliviano ed ecuadoregno, che si sono avvalsi di tendenze di mobilitazione produttiva fuori dai topos sviluppisti, per esempio la costruzione di Evo Morales di una società plurinazionale basata sul Buen Vivir,[14] o il tecnopopulismo di Rafael Correa rivolto all'economia della conoscenza – il suo modello forse non è Cuba ma la Corea del Sud.[15] Tuttavia, in entrambi i casi, gli episodi del TIPNIS e del Yasunì-ITT hanno segnato un modo di risolvere le tensioni e le contraddizioni all'interno dei preziosi processi andini, determinando il primato del progetto sviluppista e drammatizzando, da lì in avanti, la rottura tra governi e movimenti. Le complesse pratiche biopolitiche di autonomia e comune hanno sofferto così una riduzione all'orizzonte social-progressista, come è stato sottolineato da autori come Salvador Schavelzon e Alberto Acosta.[16] Nessuno ha espresso con più enfasi la necessità di questo primato quanto lo stesso Rafael Correa e il vice-presidente boliviano Alvaro Garcia Linera, che ripetono incessantemente che questo progetto è imprescindibile affinché lo stato lotti contro la povertà.[17]

Nel discorso del marxista Linera,[18] il più eloquente rappresentante intellettuale del ciclo come un tutto, appare chiaramente il limite interno del progetto della sinistra sviluppista (come anche in Emir Saderi).[19] Si parla molto di disuguaglianza, ma mai di sfruttamento.[20] Il capitale non è inteso come una relazione sociale che, da una trama molecolare, organizza la stessa società e lo stato. Il Capitale appare, invece, come principio organizzatore da fuori e dall'alto, scritto con la maiuscola e contro il quale si alzerebbe lo Stato, in una tensione molare per la lotta per la divisione della ricchezza sociale. Non a caso, le recenti mobilitazioni di grande scala sono state immediatamente classificate come un tentativo di destabilizzare lo stato, al servizio della restaurazione neoliberale e dell'imperialismo. Ciò è accaduto, per esempio, nella sollevazione del 2013 in Brasile, (un'eco lontana del que se vayan todos! del 2001[21] e vicina al ciclo globale innescato con le rivoluzioni arabe del 2010-11),[22] in Venezuela all'inizio del 2014, nelle sollevazioni del giugno del 2015 in Ecuador.[23] Sono tutti casi di mobilitazione estranei alle piattaforme progressiste che non solo sono stati squalificati dalla sinistra, ma anche repressi come vandalismo (Brasile), golpismo (Venezuela) o terrorismo (Ecuador). Il discorso di stato, inoltre, ha provocato l'atrofia delle istituzioni elaborate puntando a una democrazia radicale in Venezuela, in un'anemica matrice "nazional-statualista",[24] compromettendo il loro dinamismo e la loro capacità di rinnovamento – tendenza praticamente realizzata con i movimenti legati ai governi di ciascuno di questi paesi.

Si tratta di una sinistra che fa un insalata russa di marxismo e hegelismo, dove lo Stato appare come momento di sintesi privilegiato di una dialettica che tende a giustificare tutto come "rapporto di forza", che in questo caso è solo un altro nome per l'equazione hegeliana per eccellenza reale=razionale. Questo vale anche sul piano internazionale, in base a una nuova dialettica dell'economia mondo in cui i BRICs esercitano il ruolo del contropotere all'imperialismo americano. Una versione mitigata di questa dicotomia funziona alla maniera di Montesquieu secondo il modello checks and balances.[25] La simpatia per il modello cinese non consiste solo in una nostalgia per la guerra fredda, come se vivessimo una macro polarità a metà tra la dottrina Truman e Deng Xiaoping, ma anche nell'elaborazione di una nuova matrice economica per lo sviluppismo. La restaurazione del consenso di Washington ha un'alternativa nel consenso di Pechino.[26] L'apparente contraddizione nasconde la complicità di flussi e reflussi e uno stesso principio unificante, come proprio Deng una volta disse nel 1976: "pianificazione e forze di mercato sono due forme di controllo dell'attività economica".[27] Ma la dialettica accetta tutto, al punto che il governo brasiliano alza le bandiere rosse e ottiene l'appoggio dell'opposizione socialista, anche se governa con le oligarchie e la grande imprenditoria più conservatrice. Come dice Idelber Avelar you can’t have your cake and eat it too. Non si può governare con Katia Abreu, la regina dell'agrobusiness, e difenderti come se fossi Rosa Luxemburg, a meno che tu non sia un hegeliano.

La differenza tra il parlare di disuguaglianza e il parlare di sfruttamento sta nel mettere in evidenza la relazione che determina lo sfruttamento, il che significa sottolineare anche il suo carattere antagonista, l'esistenza intrinseca del polo opposto.[28] Parlare di disuguaglianza invece che di sfruttamento porta a pensare in termini di caste sociali, un primitivismo sociologico, e non nei termini di un antagonismo implicito nella relazione capitalistica, vale a dire in termini di classe. Il cambiamento della composizione sociale, corrisponde a una disseminazione di questa polarizzazione d'ora in poi molecolarizzata. Per cui non c'è nulla di cui lamentarsi per la mancata formazione di una chimerica classe operaia sul modello europeo della grande fabbrica fordista. La proletarizzazione nelle condizioni del Sudamerica implica già una proletarizzazione nelle condizioni postfordiste. Come ha spiegato Giuseppe Cocco, è una proletarizzazione sui generis nella quale i poveri sono inclusi in quanto poveri.[29] Combattere la povertà, pertanto, ha una dimensione ambigua nel discorso dei governi, significa anche pacificarla, bloccare la sua capacità di antagonismo e di organizzazione dell'antagonismo. Se l'inclusione sociale del ciclo progressista è l'inclusione del povero in una relazione di sfruttamento (e non solo in termini quantitativi come riduzione della disuguaglianza), allora esiste una dimensione resistente della povertà, una dimensione creativa e produttiva che non si adatta alla narrazione "Stato contro Capitale".

I critici della proletarizzazione del subcontinente, concentrati sul parametro morale del "modello di consumo"[30] o sulla formazione di un sottoproletariato amorfo e disorganizzato,[31] sono schematici nel leggere questa trasformazione della composizione di classe, la quale si esprime non solo in un nuovo ciclo di lotte che va oltre il progressismo, ma anche, elettoralmente, contro i suoi governi sebbene questo significhi votare più a destra. È in questo senso, per captare la ripolarizzazione dal basso soggiacente alla crisi del subcontinente che io e Giuseppe Cocco parliamo di un lulismo selvaggio,[32] un potente crogiolo di singolarità, come ha mostrato la fase di mobilitazione produttiva dei poveri tanto indesiderata (e repressa) dai governi.[33] Per contro, invece che prodotti delle mobilitazioni, delle lotte e degli impulsi costituenti, le conquiste del ciclo sono sistematicamente miracolose, effetti dello stato riposizionato e occupato dalla sinistra, che nella crisi si converte nel paranoico detentore di un patrimonio simbolico che non può lasciarsi scappare.

Per cui, non basta rammaricarsi e nemmeno constatare la fine del ciclo progressista. E nemmeno sottolineare l'arrivo della "nuova destra", una cornice ideologicamente parziale per un momento complesso di riorientamento, e positive emersioni. Sono insufficienti le critiche che denunciano il fatto che i governi non sono stati sufficientemente socialisti, sviluppisti o con poca volontà, che non hanno fatto riforme radicali né organizzato le masse, e che, pertanto, hanno consegnato il potere alle opposizioni liberali (Macri, Capriles, Rodas, Aécio…). Dobbiamo riconoscere, prima di tutto, che i governi progressisti avevano vinto e che a partire da questo significativo successo sono nate conseguenze ambivalenti e antagoniste. Le dinamiche di mobilitazione cambieranno e i progetti sviluppisti e gli intellettuali di sinistra che le propugnavano non spiegano più la realtà: sono loro che ora devono essere spiegati. Liberarsi delle narrazioni dicotomiche, epiche e dialettiche è il primo passo per riaprire l'immaginazione alla nuova composizione sociale, politica ed economica del subcontinente, come un tempo ha fatto lo zapatismo. La sinistra mondiale elabori il proprio lutto per la seconda caduta del muro di Berlino, anche se si tratta di un muretto. Che si liberi di questo "pseudo-eroismo venato di impotenza".[34] Cadano tutti i muri. Una visione di prospettiva, una nuova esperienza dell'agire e del pensare. Non esiste alternativa. Viva l'alternativa!

 
* Traduzione di Vincenzo Boccanfuso e Andrea Fagioli.
 


[5]              Sulla maggiore manifestazione in Brasile nel 2015 vedi l'intervista di Giuseppe Cocco all'IHU.

[9]              Antonio Negri e Giuseppe Cocco, Globa(AL). Biopotere e lotte in America latina, Manifestolibri 2006.

[10]            La critica liberale, basata sul modello giuridico, sui limiti di quello che si può o non si può fare, se vogliamo essere prudenti, è prima critica “debole” allo sviluppismo. Una seconda critica “debole” implicherebbe sostituire il limite giuridico con un limite quantitativo estensivo, una specie di salvataggio del principio antropico della catastrofe malthusiana e dei suoi modelli matematici di progressione geometrica e curve esponenziali. Alcuni teorici del processo capitalista (D. Harvey, L'enigma del capitale) sono soliti dire che il capitale non ha limiti, che si espande virtualmente all'infinito. Per Marx, nonostante questo, il limite del capitale è la classe, il potere di classe. La sezione "Frammento sulle macchine” dei Grundrisse, il testo più catastrofista di Marx, ha il merito di trasferire il concetto di limite dall'estensivo all'intensivo, attraverso la virata macchinica del sociale. Questa sarebbe una terza critica “forte”, vincolata alla produzione di soggettività. La catastrofe può così essere disputata come catastrofe dello stesso capitalismo nel momento di massimo antagonismo qualitativo. Disegnata dal Sud, questa analisi immanente dello sviluppismo si articola con materiali di matrice alter-sviluppista, come quelli sistematizzati, per esempio, da Alberto Acosta o Salvador Schavelzon. Pertanto, invece di essere imposto da fuori, da una generalmente mistificata volontà trascendente al processo capitalista, in una specie di concezione negativa del Potere, la resistenza è trasformazione della soggettività, divenire. In questo senso, per capovolgere lo sviluppismo, un divenire-indio dello sviluppismo (conforme al mio “Devir-índio, devir-pobre”). A modo loro, Deleuze y Guattari, nell'Anti-Edipo, utilizzeranno il concetto di Corpo senza Organi (CsO) come figura della catastrofe.

[11]    Il movimento che ha portato alla caduta dell'allora presidente Lucio Gutiérrez. N.d.T.

[13]            Andrea Fumagalli e Sandro Mezzadra (a cura di), Crisi dell'economia globale, ombre corte 2009. Si veda anche Giuseppe Cocco, KorpoBraz, Mauad 2014 e la sua intervista “O capital que neutraliza e a necessidade de outra esquerda” .

[14]            Una comprensione completa del Buen Vivir in Bolivia ed Ecuador che traccia i suoi problemi si trova in Salvador Schavelzon, Plurinacionalidad y Vivir Bien/Buen Vivir; dos conceptos leídos desde Bolivia y Ecuador post-constituyentes, CLACSO, 2015.

[18]            “O socialismo é a radicalização da democracia”, intervista con Alvaro Garcia Linera del 2015.

[20]            Seguo qui l'insight di Giuseppe Cocco nell'intervista sopraccitata.

[25]            Possiamo citare come esempio di come le contraddizioni sono funzionali all'espansione del regime di accumulazione del capitale e alla sopravvivenza del capitalismo, lo studio del caso di concatenazione tra la territorializzazione della Repubblica di Venezia e la deterritorializzazione della borghesia genovese durante il rinascimento secondo Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo; denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore 2014 [1996].

[26]            Anche qui seguo le osservazioni sulla Cina e i BRICs di Giuseppe Cocco nell'intervista sopraccitata. La "nuova matrice economica" delineata dal nuovo ministro dell'economia brasiliano, Nelson Barbosa, rende tributo al modello cinese post '76. Un caso aneddotico, ma non troppo, della simpatia fu il commento su Facebook del direttore governista di Carta Maior (Brasile), Breno Altman, secondo cui i manifestanti anticorruzione che scesero in strada in Brasile nel 2015 sarebbero dovuti essere trattati come gli oppositori di Piazza Tienanmen nel 1989.

[27]            Deng Xiaoping in John Gittings, The Changing Face of China, Oxford: 2005.

[28]            Si veda Antonio Negri, Marx oltre Marx, Manifestolibri 2010 [1979].

[29]            Questo è il nucleo dell'applicazione degli strumenti operaisti sulla composizione di classe nell'analisi che Cocco fa della mobilitazione produttiva dei poveri negli ultimi 15 anni nei suoi libri MundoBraz (2009) e KorpoBraz (2014).

[30]            Per esempio, Emir Sader, per il quale il principale è la "battaglia di idee" contro l'ideologia neoliberale: “Vencer a batalha das ideias”.

 

[31]            Parlando a nome della sinistra del PT, André Singer, sostiene le principali tesi sul cosiddetto "sottoproletariato" formatosi durante gli anni di Lula in Os sentidos do lulismo: reforma gradual e pacto conservador (2012).

[33]            Amarildo fu il volto della sollevazione del Brasile del 2013, l'espressione della possibilità dei poveri di organizzarsi e lottare, nonostante il biopotere razzista che modula la violenza di classe, che colpisce specialmente i neri e gli indios, e i megaprogetti di "pacificazione" della città e lo sviluppo nazionale. Vedi Giuseppe Cocco, Eduardo Baker e Bruno Cava, “A luta pela paz”.

[34]            “El país banal”, editoriale di Lobo Suelto!.