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Dentro e contro la normalità della guerra

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Intervista a CHRISTIAN MARAZZI - di ANTONIO ALIA e ANNA CURCIO

Un anno fa prevedevi l’apertura di uno scenario di guerra. Ora la guerra sembra una realtà, per quanto dai confini incerti e sfuggenti, in cui anche la metropoli diventa fronte bellico. Come si riconfigura o si sta riconfigurando la guerra, anche rispetto alle analisi sull’impero degli ultimi 15 anni?

Vorrei innanzitutto dire che, a mio modo di vedere, assistiamo oggi alla dissoluzione di quello che è l’impero, così come era stato descritto nel 2000 da Michael Hardt e Toni Negri, come superamento dell’imperialismo legato a una modalità di accumulazione di capitale che (nel corso degli ultimi trent’anni) aveva oltrepassato la dialettica tra centro e periferia. Aveva esteso le periferie al centro e il centro alle periferie, sotto un comando articolato e gerarchizzato che faceva perno sui mercati finanziari e gli interessi delle grandi multinazionali su scala planetaria. A me sembra di aver intravisto negli ultimi mesi alcuni primi segnali di superamento di questa forma-impero, come esito del completamento della crisi economico finanziaria iniziata negli Stati Uniti nel 2007/2008, della una sua estensione ai paesi emergenti. Parlo in particolare della Cina ma anche dei Brics, con riferimento agli smottamenti borsistici valutari nel corso del mese di agosto scorso. Quindi, un primo ipotetico tentativo di rispondere alla domanda sul come si sta riconfigurando la guerra, deve tener presente uno scenario di dissoluzione dell’impero.

Già da tempo abbiamo compreso, all’interno del pensiero critico e militante, quanto sia importante l’analisi geopolitica dei fenomeni sui quali cerchiamo di far leva per definire le nostre forme di lotta, di mobilitazione e di soggettività. Questa riconfigurazione della guerra comporta nella sua concretezza un superamento dei confini nazionali come esito appunto della dissoluzione della forma-impero. Ed apre a una contraddizione sulla quale credo che occorra riflettere a fondo. Da una parte, la guerra sta facendo emergere dei nuovi luoghi, dei polmoni pulsanti, e penso al califfato e a tutto quello che gli gira intorno. Dall’altra, si manifesta in modo trasversale, nei luoghi che un tempo definivamo il centro dell’impero, penso all’Europa e ad alcune sue metropoli. Allo stesso tempo, però, la reazione che sta emergendo rispetto alla guerra – e direi che questo era quasi inevitabile – è quella di un rafforzamento, a mio modo di vedere caricaturale ma nondimeno forte e preoccupante, di quello che è l’orizzonte nazionale statocentrico, come si vede d’altronde dalla crescita dei movimenti di destra ed estrema destra, in risposta ad episodi come quelli recenti di Parigi. Siamo quindi di fronte a una guerra che in qualche modo sigla la dissoluzione dell’impero, ma allo stesso tempo si trova a confronto con la contraddizione tra le modalità trasversali in cui si esplica e il ripiegamento sullo stato-nazione.

Questa contraddizione tra la dissoluzione e il rafforzamento della forma-stato passa anche probabilmente dalla cosiddetta crisi dei rifugiati.

Questa guerra si intreccia a tutti gli effetti con gli enormi flussi migratori diretti verso l’Europa, che sono a loro volta all’origine della contraddizione di cui parlavo. Evocano il superamento di ciò che era fondamentale nella stabilità della forma-impero così come l’abbiamo conosciuta – penso ad esempio a Schengen, a Dublino e agli altri accordi costituiti, elaborati e implementati per assicurare un certo tipo di divisione internazionale del lavoro – e allo stesso tempo rimettono in questione precisamente la forma stato-nazione che avevamo pensato fosse stata in qualche modo superata. In questa riflessione, io direi che dobbiamo anche includere la crisi in quanto tale. Una crisi secolare, nella quale le forze dei mercati devono confrontarsi con l’incapacità di uscire dalla crisi stessa anche attraverso misure monetarie che sono senza precedenti. Cosa che mi porta a credere che questa situazione indichi una tendenza alla normalizzazione della guerra. Spero di sbagliarmi ma credo che questa situazione di guerra strisciante, sicuramente inedita nella storia bellica del capitalismo, sia destinata a diventare normale, al punto che mi viene da credere che si sta riproducendo su scala planetaria quello che abbiamo visto negli ultimi sessant’anni nel conflitto fra palestinesi e israeliani. Mi sembra che siamo entrati in una fase di questo tipo. Parlavo di recente con un amico basco che mi diceva come lui, avendo vissuto la lotta armata, fosse giunto alla conclusione che ciò che viene definito terrorismo era diventato una forma di vita che trascendeva anche motivazioni di tipo identitario, separatista o nazionalista. Ed era proprio questa normalità che rendeva la risoluzione del problema della lotta armata così difficile. Ed è un po’ quello che succede nelle forme di reclutamento dei giovani da parte dell’Isis. Ho l’impressione che in realtà l’elemento religioso sia secondario, non credo che il proselitismo da parte degli imam sia la vera origine dell’arruolamento di tanti giovani europei. Penso invece che siamo in una specie di cyber-jihadismo che sta combattendo contro le metropoli e i luoghi (non necessariamente simbolici) dell’occidente, con un esercito anche esso di tipo extraterritoriale.

Torniamo ancora sulla normalità della guerra...

Anche lo stato d’eccezione permanente che segue gli attentati, le misure eccezionali di sicurezza e il blocco della mobilità che ne conseguono, stanno diventando, mi pare, una cosa normale. Come normale, è stata la reazione dei mercati subito dopo gli attacchi di Parigi. Il momento di preoccupazione, il lunedì alla riapertura dopo gli attacchi di venerdì 13, è durato mezz’ora. Poi tutti i mercati, in particolare il mercato finanziario francese, hanno ripreso il loro andamento normale, addirittura ascendente. Sono stati naturalmente privilegiati il comparto della difesa e quello energetico, come sempre accade, sulla base dell’ipotesi che una situazione di guerra interpella, sul piano della sicurezza e della difesa, l’aumento della produzione di armi così come l’aumento del consumo dell’energia e del petrolio. E questi comparti, immediatamente sollecitati hanno più che compensato la leggera diminuzione di tutti i titoli legati al trasporto aereo, al turismo e alle infrastrutture alberghiere. Mi colpisce molto la glaciale normalità del funzionamento dei mercati, che è secondo me speculare e simmetrica alla situazione in cui ci troviamo.

In questa ridefinizione della guerra, come si articolano o riarticolano la guerra guerreggiata e gli interessi economici e finanziari che muovono i comparti dell’energia e del petrolio?

A me sembra che vada innanzitutto considerato il superamento di un rapporto di causa-effetto. Dobbiamo tener presente che siamo nella situazione in cui le prospettive di uscita dalla crisi si stanno allontanando. Parlavo, all’inizio, dell’effetto in occidente e in Europa in particolare, del rallentamento dell’economia cinese. Analogamente possiamo anche vedere gli effetti recessivi interni delle sanzioni applicate alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Vediamo però allo stesso tempo che le banche centrali, in particolare la Bce, sono pronte a rilanciare in modo se possibile ancora più espansivo le politiche di quantitative easing, cioè di creazione di liquidità da iniettare sui mercati. Ben sapendo che i risultati saranno contenuti. Il cervello monetario finanziario è assolutamente lucido sulla necessità di tenere alto il livello di attività e appropriazione finanziaria della ricchezza. È però altrettanto lucido nel considerare in modo disincantato queste misure, che sono destinate a durare almeno fino al 2017. Il precedente degli Stati Uniti ci dice che queste misure monetarie hanno contribuito relativamente poco alla crescita economica statunitense, che pure c’è stata al contrario del continente europeo. Tutto questo per dire che la guerra rappresenta una sorta di vestibolo keynesiano. Basti pensare che le spese per la sicurezza, che sono sicuramente destinate a crescere, resteranno fuori dai deficit nazionali. Non sono un cospirativista, ma penso che sia questa la formula con la quale si tende a uscire dall’austerità: militarizzazione del territorio e delle nostre vite e aumento keynesiano delle spese legate alla difesa e alla sicurezza.

Possiamo allora dire che la guerra, pur nella sua nuova configurazione, continua a funzionare nel modo più tradizionale come via d’uscita dalla crisi?

La differenza rispetto al rapporta classico tra crisi e guerra come stimolo keynesiano nel senso più brutale e rozzo, è che qui non si uscirà dalla crisi ma si modificheranno le modalità dentro le quali saremo nella crisi per i prossimi anni. Quando parlo di militarizzazione delle forme di vita intendo dire che la guerra strisciante nella sua normalità sarà uno stimolo a modificare le forme del comando all’interno di una crisi destinata a durare.

E allora: come contrapporsi alla guerra? Possiamo pensare al conflitto come l’opposto della guerra?

Tempo fa, in una conversazione con Gigi Roggero, dicevo che questa crisi economico-finanziaria era come una nemesi del capitale. Distrutto il capitale come rapporto sociale, distrutta la classe operai fordista, ecco qua la vendetta. Io credo che non ci sia crescita e sviluppo senza lotta. La lotta non è solo motore e leva della crescita perché induce innovazione dei processi produttivi e forme di redistribuzione del reddito stimolando quindi la domanda. La lotta produce anche informazione, intelligenza. Invece, negli ultimi trent’anni c’è stato un tentativo continuo e sistematico di spezzare questo rapporto sociale, creando una situazione di assoluta opacità.

Come tutti, sto cercando di capire quello che succede in Medio Oriente ma mi è estremamente difficile. Ci sono alleanze che si stanno modificando proprio nel senso della fine dell’impero. Gli Stati Uniti – lo esplicita la dottrina Obama – stanno cercando di disimpegnarsi dal Medio Oriente per concentrarsi più su Cina e Russia. Ci sono poi tutta una serie di processi che vedono nuovi attori che lavorano alla dissoluzione della configurazione statuale che nell’area aveva permesso negli ultimi decenni all’impero di funzionare. Mi pare che gli Stati Uniti stiano da una parte disimpegnandosi e dall’altra mirino a creare una situazione di stabilità garantita dal conflitto permanente tra stati, nessuno dei quali in grado di egemonizzare la situazione. Il rapporto tra Arabia saudita, Qatar, Iran e Israele sicuramente va in questa direzione. Nessuna di queste forze è più in grado di fungere da alleato privilegiato degli Stati Uniti e di stabilire una gerarchia di potere di comando nell’area. Nello stesso tempo, i russi cercano, con una certa abilità e furbizia, di sfruttare questa situazione per affrontare la crisi economica e sociale interna. Il ruolo assunto dalla Russia nell’area sta, da una parte, permettendo al paese di sdoganarsi sul piano internazionale dopo quanto successo in Ucraina. Sta cioè condizionando la politica non solo militare ma anche diplomatica nell’area, come si è visto nel rapporto con la Francia di Holland dopo i fatti di Parigi. Dall’altra parte, però, la Russia è pur sempre un paese che non ha una forza economica finanziaria tale da sostenere questo tipo di avventura. Sta rischiando moltissimo. Rischia di impantanarsi come in Afganistan.

E la Turchia, come si colloca nello scenario mediorientale, anche alla luce delle recenti tensioni con la Russia?

La Turchia sta dentro questo stesso gioco di ricerca di un ruolo in Medio Oriente. E ha buon gioco perché protetta dagli Stati Uniti in quanto membro della NATO e protetta dall’Unione Europea, dalla quale riceve finanziamenti per il problema dei rifugiati. Questo è paradossale visto che, come è stato svelato negli ultimi giorni, la Turchia finanzia l’Isis acquistando il petrolio estratto in zone conquistate militarmente dallo Stato Islamico. Siamo in una situazione dalla quale non usciremo certo per i continui bombardamenti sulla Siria. Non vedo una via d’uscita, se non quella di inventare una forma di essere dentro e contro questa guerra e questa crisi.

Ritorniamo così alla domanda di prima: come ci opponiamo alla guerra?

Rilanciando delle forme di conflitto e antagonismo centrate sui luoghi in cui il terrorismo ha maggiore margine di manovra: le metropoli, le periferie. Non dimentichiamoci che questo odio, questa violenza che caratterizza i movimenti jihadisti è anche figlia di forme di redistribuzione, integrazione e welfare che negli ultimi venti e trent’anni sono venute meno. È stupefacente vedere come negli ultimi anni e non solo nello Stato Islamico, penso ad esempio all’Algeria, il jihadismo si sia concentrato sulla costruzione di infrastrutture sociali, di mutualizzazione che ne hanno fatto la sua forza. E questo proprio mentre qui in Europa il capitale e le politiche neoliberali hanno puntato alla distruzione dei dispositivi redistributivi. Io sono abbastanza d’accordo con coloro che dicono che un sovversivo in più equivale a dieci terroristi in meno. Nel senso che manca oggi una ridefinizione e attivazione di forme di protesta là dove viviamo e dove siamo privati di futuro, di speranze per il nostro percorso di vita, di godimento, di felicità. Vivere è diventato faticoso, doloroso. E il jihadismo dà, in questo senso, una risposta. È una risposta folle, orrenda, delirante, ma è una risposta che ha a che fare con la costruzione di solidarietà e rapporti sociali, ciò di cui noi siamo carenti. È mai possibile che non ci si renda conto che tassi di disoccupazione giovanile pari al 40-45% sono un focolaio pericolosissimo? Non mi sembra che ci sia voglia veramente di affrontare la situazione se non con la creazione di forme di lavoro che finiscono per creare maggiore opacità rispetto al futuro e maggiore insicurezza.

Un’ultima questione che vorremmo porti esula dal tema strettamente inteso della guerra ma non da quello della crisi. Si parla di ripresa, è un refrain ormai ricorrente. Ma qual è la realtà?

C’è un dato che mi ha colpito molto e che conferma la visione dell’impossibilità di uscire dalla crisi nel futuro prossimo. È un dato che ha a che fare con le politiche monetarie: si è di recente venuto a sapere che l’80% della liquidità creata e immessa nei circuiti finanziari attraverso il quantitative easing (che diminuisce i tassi di interesse per le banche rendendole più liquide nella prospettiva di rilanciare il credito alle imprese e alle famiglie) viene depositata a Francoforte, alla Banca Centrale Europea, dove le banche che depositano devono anche pagare un tasso negativo pari allo 0,2%. In questo modo, la liquidità iniettata per rilanciare il credito e quindi l’economia, viene tenuta in giacenza, sterilizzata. Il dato non da poco di questa situazione è che i canali di intermediazione per la trasmissione a famiglie e imprese di questa liquidità, che sono le banche, non funzionano perché la liquidità ritorna esattamente da dove è partita, nel suo punto di integrazione nel circuito economico-finanziario. E se la liquidità non è utilizzata per erogare credito vuol dire che, almeno nel breve termine, non ci sono prospettive concrete che le immissioni di liquidità possano far concretamente ripartire l’economia. È questo un dato che mi porta a sposare l’idea di quello che abbiamo chiamato un quantitative easing for the people, ossia una politica monetaria che invece di iniettare liquidità attraverso il sistema bancario, che come ho appena detto non sembra funzionare, distribuisce liquidità direttamente ai cittadini europei. Di questo ne parla anche “Il sole 24 ore”; Guido Tabellini, ad esempio, scriveva di recente che potrebbe essere una prospettiva d’uscita da questa situazione di stagnazione secolare. Questa prospettiva, o meglio questa proposta è già diventata oggetto di una campagna che sta prendendo piede in Europa, anche se in Italia se ne parla poco. È ad esempio parte del programma del leader laburista Jeremy Corbyn. È una proposta che pone il problema della distribuzione di reddito attraverso quei meccanismi conosciuti in questi anni come politiche monetarie non convenzionali che dovrebbero però puntare a distribuire concretamente e direttamente reddito, diventando oggetto di una nuova convenzione sociale.