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La guerra di Rio – Tra i carri armati e la lucertola: incontri che lasciano il segno

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di PRISCILA PEDROSA PRISCO 

[Riceviamo e pubblichiamo questo articolo su guerra e resistenza nella favela della Marè a Rio de Janeiro, nell’epoca del “governismo progressista” del PT]

Dopo essermi un poco recuperata dallo shock che ho avuto oggi ad accompagnare la manifestazione della “popolazione a favore della vita” nella grande favela della Marè (a Rio de Janeiro), in ancora una delle missioni della Commissione di Diritti Umani dell’Ordine Brasiliano degli avvocati – sezione Rio de Janeiro (OABRJ), mi sento nel dovere come cittadina di raccontare quello che ho visto. Non riesco a contenere tutte le cose che sento dentro di me. Ho ritardato a scrivere, dovendo prima calmarmi, ma soltanto adesso mi rendo conto e ho preso coscienza della nostra realtà di guerra.

Innanzitutto vorrei dire che sento una certa vergogna a scrivere su quello che ho vissuto, visto che la mediocrità di abitante della zona sud (la più ricca di Rio, quella delle spiagge) è mantenuta a scapito del sangue della gente che vive nelle favelas. Sono profondamente ignorante sulla realtà. L’ho percepito trovandomi dentro la vera e propria guerra che ha luogo nella (stessa?) città dove vivo. Beh, è addirittura ridicolo che io affermi che conosco quel che sta succedendo. Anche se lavoro con “diritti umani”, mi sono resa conto solo attraverso quello che ho visto oggi del fatto che non ho idea di ciò che succede nelle quinte potere, del perché si mantenga quello scenario. Ed ho assistito a solo 3 ore di terrore di occupazione militare (chiamata “pacificazione”) che dura ormai da 11 mesi e che rischia di essere ulteriormente prorogata.

Arrivando al luogo di concentrazione della manifestazione, in una delle entrate dell’insieme di favela della Maré (Complexo da Maré), intorno alle 18 ho visto molti giornalisti dei media indipendenti e della grande stampa, avvocati, assessori e molti attivisti presenti per dare appoggio alla manifestazione degli abitanti per fare in modo che la manifestazione avesse luogo tranquillamente e fosse rispettata dalle autorità.

Sin dall’inizio si poteva percepire una forte tensione: molte macchine della polizia militare, carri armati dell’esercito, molti ufficiali della polizia militare intorno a noi facendo foto e filmando tutti i presenti.

In mezzo a questo gioco di passioni e incertezze, tipico di una guerra, ho visto un tentativo dolce e coraggioso di circa 130.000 persone (gli abitanti della Maré) di cercare di mantenere una vita “normale”. Un tentativo coraggioso di andare e venire, di uscire di casa, di bere una birra al bar, di prendere un mototaxi, insomma un tentativo assolutamente coraggioso di essere felici in mezzo a quella contraddizione.

Intorno alle 19:00 la manifestazione è partita con una marcia di circa 700 cittadini per il diritto a vivere. Ho camminato con gli altri partecipanti e abbiamo chiuso la corsia della Avenida Brasil con fasce, cartelloni, lacrime e grida che esprimevano il dolore di molte madri che hanno perso i loro figli a causa della guerra.

Siamo andati in direzione all’autostrada (linha Amarela) in un atto pacifico, bello, emozionato e forte in un clima molto teso. Arrivati alla “linea amarela” c’è stato un tentativo di chiudere la strada nei due sensi, immediatamente represso dalla polizia militare con gas lacrimogeno che ha avuto l’effetto di ridurre a quasi metà il numero delle persone del corteo.

La manifestazione continua per altri 200 metri e, passando davanti al cavalcavia, vicino a un’altra entrata del complesso di favelas della Marè, si avvicina una barricata di ragazzini dell’esercito attenti allo scontro che poteva iniziare in qualsiasi momento. Stavano strategicamente sistemati vicino a un albero in modo tale che fosse impossibile, per le macchine che passavano per la strada, vederli.

Continuo a seguire la manifestazione, nella parte finale, con alcuni compagni e sento il rumore di uno sparo. Era un poliziotto militare che aveva sparato per aria, quel poco di persone che ancora rimaneva nella manifestazione si disperde.

Una parte coraggiosamente prosegue in direzione della “linha amarela”, ma no c’era più uscita. Con paura di rimanere intrappolata in una via senza uscita, io e i miei compagni siamo tornati indietro e ci siamo avvicinati alla polizia militare e alle barricate dei ragazzini dell’esercito. Anche loro sembrava avere paura, allo stesso tempo che sembravano essere preoccupati con la nostra sicurezza in quel luogo. Realmente io non ho visto uomini cattivi pronti a uccidere per piacere. Ho visto persone nervose, stressate, spaventate, apprensive e con un’arma in mano. Era inevitabile non percepire la tensione da tutte le parti: della polizia, della popolazione, delle persone nelle macchine ferme nell’autostrada, la mia, dei miei compagni, delle persone della stampa, infine, tutti avevano la sensazione che qualunque cosa potesse accadere.

Senza sapere che fare: se rimanere, se tornare indietro, se seguire altri compagni che stavano partecipando alla manifestazione, ho visto il cielo diventare rosso. Molti spari di pallottole traccianti attraversavano il cielo quasi in nostra direzione. Stavo ferma, senza sapere cosa fare, sentivo grida della polizia e dei militari dell’esercito: “a terra” e altri “contro il muro”. Un signore che abita in quell’area passava al mio lato e, come se fossero appena fuochi di artificio, mi ha detto con calma: “vai in questa direzione che non c’è nessun pericolo”. Quindi ho fatto quello che lui mi ha detto. Abbiamo continuato, attoniti, fino al punto della concentrazione, sicuri della nostra assoluta insignificanza di fronte alla guerra; molto preoccupati con le persone che hanno continuato ad accompagnare la manifestazione fino al comando della polizia militare.

Abbiamo ricevuto messaggi di compagni che dicevano che la polizia militare stava sparando con mitragliatrici verso il cielo, che avevano paura, che la polizia stava lanciando molte bombe di gas lacrimogeno. Siamo rimasti fermi da un benzinaio aspettando notizie e letteralmente amministrando sentimenti contrastanti in una sola volta: la paura, l’indignazione, la rabbia, l’impotenza, la solidarietà etc. L’unica certezza che avevamo era che niente di tutto quello che stavamo vedendo avesse un senso, che quello non poteva essere reale per nessuno. I cittadini che vivono nelle favelas di Rio convivono con tutto ciò tutti i giorni. Perché qualcuno dovrebbe pensare che loro non abbiano il coraggio di seguire la manifestazione fino alla fine? Che cosa altro potrebbero perdere? I cittadini delle favela di Rio sanno che non serve soltanto coraggio, serve istinto di sopravvivenza per attrarre l’attenzione della società sulla guerra che ha luogo sotto il nostro naso, richiamare l’attenzione della società sul fatto che anche loro hanno diritto di vivere. O questo, o accettare la morte! La morte è selettiva, sono solo loro a morire. Per questo forse io ho avuto coraggio di andare solo fino a un certo punto, ma forse mi è mancato l’istinto perché nel mio mondo di fantasia i proiettili sono solo di gomma.

La giusta rivolta dei cittadini che vivono nelle favelas di Rio de Janeiro si canalizza inevitabilmente contro coloro che si sporcano le mani di sangue, tutti i giorni, ma i veri colpevoli non sono quelli che premono il grilletto. Una catena di errori! È un’ipocrisia mettere gente povera ad ammazzare povera gente e far credere che questo sia un problema individuale di un poliziotto “cattivo” solo per deviare l’ attenzione dal vero problema strutturale, cioè il tipo di politica di pubblica sicurezza. Nel frattempo, lasciamo che i veri organizzatori della guerra si fanno passare come vittime di un “golpe” che non c’è.

Chi è il nemico? La guerra è di chi contro chi? La guerra è del Governo (statale, federale, municipale) contro i poveri. La guerra in nome della manutenzione della politica di proibizione delle droghe nella nostra città uccide e tortura più di tutti i casi di overdose sommati nel mondo.

Arrivo infine al posto da dove eravamo partiti e vedo una sfilata di carri armati, circa 6, passando in fila, da una entrata della via a una altra. A questo punto già stavamo cercando la macchina che il mio amico Alexandre Mendes aveva parcheggiato da qualche parte e non trovava più. Ahimè, c’eravamo persi, camminando in uno degli scenari più strani che io abbia già visto: da una parte della strada, bar e ristoranti aperti, con musica al vivo e, dall’altra parte della strada, una colonna di carri armati. Ci siamo salvati grazie al registro sul GPS del luogo in cui abbiamo parcheggiato. Poi, improvvisamente, una persona grida dentro una casa e corre fuori in strada. Ci spaventiamo, ma questa volta è solo una lucertola. Tutto quindi sembra normale. Noi che abbiamo la fortuna di non dover rimanere là, torniamo al mondo dei balocchi della Zona Sul di Rio de Janeiro, ma io non sono più la stessa persona di prima. Mentre gli abitanti della Marè continuano là, lottando per il loro diritto di esistere.

 

* Traduzione di Laura Burocco.