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Maledetto sia giugno! Il Brasile un anno dopo l’insorgenza

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Intervista a GIUSEPPE COCCO e BARBARA SZANIECKI - di GIGI ROGGERO

Tra il 7 e l’8 ottobre, con due seminari sulla biopolitica e sul capitalismo cognitivo, ha preso avvio l’attività di Red UniNómada Colombia. Da questa angolazione quello che era stato definito il “laboratorio latinoamericano” assume sembianze molto diverse, ma estremamente problematico e tutto da ripensare lo è anche visto dai suoi centri originari, dal Venezuela al Brasile. Sicuramente un laboratorio lo è stato il movimento che l’anno passato ha percorso le metropoli brasiliane: da qui comincia la nostra conversazione con Barbara Szaniecki e Giuseppe Cocco, studiosi e attivisti della Rede Universidade Nômade a Rio de Janeiro. Tante volte ci si concentra sulle lotte a livello globale nel momento della loro esplosione, ponendo poca attenzione a quello che c’è prima e soprattutto a quello che resta dopo. È questo atteggiamento a generare la ciclotimia politica, alternando fasi di eccessivo entusiasmo a periodi di immotivata depressione, privandosi cioè delle possibilità di leggere le tendenze e agire al loro interno. Com’è, dunque, la situazione in Brasile oggi, che cosa resta e cosa ha sedimentato il movimento dell’anno passato?

Giuseppe – “La prima cosa che resta è la repressione. Il Brasile è grande, premetto quindi che parlo molto dal punto di vista della situazione di Rio de Janeiro, che è stato il centro del movimento dopo la sua esplosione nel giugno 2013. Durante quel mese si è diffusa una fase di assemblee e occupazioni di parlamenti locali; è a Rio che il movimento ha avuto una endemicità quotidiana ed è in questa città che la repressione ha mostrato i denti in maniera più preoccupante. Un anno dopo, nel giugno-luglio 2014, durante la Coppa del Mondo, la repressione ha avuto termini completamente politici, con una trentina di arresti che hanno trasformato giudiziariamente le manifestazioni di strada in organizzazioni criminali, in banda armata, sulla base di nulla. Il problema è che questa inchiesta è una spada di Damocle sulla testa di tutti, altre inchieste non sono ancora accessibili, pare ce ne siano anche da parte della polizia federale e non solo nello Stato di Rio. Per dare un’idea, in 2-3.000 pagine ci sono centinaia di attivisti citati (tra i quali, sulla base delle intercettazioni telefoniche, anche Che Guevara e Bakunin!). L’ordine che è arrivato alla polizia civile e al commissariato di repressione dei crimini informatici (di fatto è la nuova polizia politica, la DRCI) è di mettere sotto inchiesta qualsiasi persona che appaia nelle manifestazioni, nelle comunicazioni telefoniche, su facebook. Hanno lavorato per un anno mettendo sotto ascolto tutto e tutti, senza nessun criterio. Nella lista degli indiziati ci sono 73 collettivi e associazioni, praticamente tutto quello che c’è di conosciuto a Rio in termini di tessuto partecipativo, iniziativa culturale, mobilitazione autonoma, Ong. C’è poi la minaccia di un’altra inchiesta che dovrebbe prendere avvocati, attivisti, media indipendenti e intellettuali.

L’altra cosa da considerare è che le mobilitazioni durante il Mondiale hanno mostrato tre caratteristiche. In primo luogo, la forza di decostruzione di un evento di questa portata. È una decostruzione – nel senso proprio derridiano – del significato culturale, sociale e politico di un evento di omologazione del Brasile nel ciclo dello spettacolo del capitalismo cognitivo. Questa forza si è mostrata non nelle manifestazioni, ma nella sconfitta del Brasile. La popolarità del Mondiale era molto bassa, secondo tutti i sondaggi era contestato dalla maggioranza della popolazione, il che è abbastanza strano in un paese come il Brasile. Il Mondiale è una macchina di comunicazione incredibile, forse la più potente che esista, all’inizio ha creato l’entusiasmo per la Seleção. Quando questa schiacciasassi sembrava in azione, quella forza è riapparsa dentro il campo. La pressione che i giocatori avevano di vincere li ha portati a una prestazione che nessuno riesce a spiegare: poteva perdere, come tutte le squadre, però il 7-0 (diventato 7-1 quando la Germania ha smesso di giocare) non si riesce a spiegare se non con il fatto che la paura ha mangiato l’anima ai giocatori.

Il secondo elemento è che le manifestazioni che hanno avuto luogo durante il Mondiale, soprattutto a San Paolo e a Rio, erano numericamente ridotte. Si trattava di manifestazioni non più moltitudinarie ma di attivisti. D’altro canto, le iniziative sono state massacrate da un dispositivo di polizia che ha mostrato la determinazione del governo in tutte le sue articolazioni, federali e statali, di impedire le manifestazioni democratiche. C’era uno schieramento di polizia incredibile dal punto di vista dei numeri e dei mezzi. Il governo ha lanciato uno slogan che era “Não Vai Ter Protesto”, contro lo slogan del movimento “Não Vai Ter Copa”, e lo hanno applicato in maniera sistematica con quelle cose che abbiamo visto nel ’78-’79 in Italia: non lasciano più concentrare, arresti arbitrari, provocazioni, violenza gratuita, ecc. Il giorno della finale c’erano comunque un migliaio di persone che hanno sfidato questo quadro di repressione, sono rimaste sequestrate nella piazza per ore e ore ricevendo le cariche della cavalleria, lacrimogeni, bastonate, finché la finale è finita.

Il terzo elemento è che il Pt al governo, davanti a questo ciclo di movimento, ha scommesso sulla militarizzazione. Anche se il movimento, nei suoi termini militanti, ha secondo me esaurito un ciclo, il governo non ha assolutamente trovato la capacità di risignificarsi, e questo si è tradotto a livello delle elezioni. Lo schema del Pt montato da Lula era molto ingegnoso: è riuscito a mettere al governo Dilma Rousseff, che non ha nessuna capacità politica di formulazione, è un grande colonnello della gestione, tendenzialmente autoritaria. Lula aveva preparato questi megaeventi immaginando la Coppa del Mondo, il Brasile campione, la rielezione di Dilma subito dopo. Invece potrebbe andargli male. Per governare le piazze hanno dovuto reprimere in maniera brutale, la Seleção ha perso in modo vergognoso e le elezioni sono state problematiche. Dal lato dei poveri c’è sempre un’endemicità delle rivolte e della repressione, compreso l’uso dell’esercito – in particolare a Rio de Janeiro – che è stato mobilitato per il Mondiale ed è stato mantenuto dopo dal governo federale in accordo con il governo locale. D’altro canto, sul piano delle elezioni, la cosa al Pt potrebbe andare male o comunque ha svelato cos’è il governo (anche se mentre parliamo non sappiamo come finirà nel secondo turno). Sempre a partire da Rio si può esemplificare la questione: c’erano quattro candidati forti, più un quinto che lo è diventato solo nel finale, con una distribuzione inizialmente abbastanza omogenea dei voti. Dei quattro candidati, uno era del Pt, uno del governo di destra alleato al Pt, due della base del Pt evangelici; il quinto era del Psol, l’opposizione di sinistra, inizialmente sconosciuto ma che è riuscito ad avere un buon numero di voti. Insomma, Dilma aveva a Rio quattro candidati che la appoggiavano e in lite tra di loro. Un anno dopo un movimento in cui la gente diceva “non ci rappresenta nessuno”, con milioni di persone che criticavano la politica, in molti occupando i parlamenti regionali degli stati, ci si trova in una situazione in cui i partiti riproducono la stessa cosa in peggio. Sul livello federale, ancora prima delle manifestazioni, Marina Silva – una delle fondatrici del Pt, legata a Chico Mendes e alle lotte nella foresta – era uscita dal Pt per via del conflitto con Dilma e per la scelta di Lula di appoggiare Dilma (per gli interessi dell’agrobusiness, delle grandi imprese di costruzione coinvolte nei megaeventi per fare gli stadi e nelle grandi opere per fare le dighe, della grande industria automobilistica internazionale). Già nel 2010 Marina era stata candidata nel partito verde, che è un piccolo partito inespressivo e problematico, ottenendo il 20% dei voti. Successivamente è uscita e ha fatto il suo partito, che si chiama Rede Sustentabilidade. Per fare un partito in Brasile bisogna raccogliere 500.000 firme e farle riconoscere nei cartórios, delle specie di uffici dell’anagrafe privati, di tipo medioevale e coloniale. La Rede è riuscita a raccogliere 910.000 firme e li ha portati ai cartórios, che in generale ne scartano il 20%, quindi aveva largamente il margine per essere riconosciuta. In questo caso ne hanno scartati più del 50%, quindi non è stata legalizzata. Non a caso questa operazione è stata più brutale nelle regioni governate direttamente dal Pt, cioè nell’area paulista e nel distretto federale di Brasilia. È stato un chiaro golpe del Pt per eliminare un partito e una candidata che avrebbero potuto creargli dei problemi nella falsa polarizzazione che nutre il voto del Pt di fronte al neoliberismo esplicito del partito di Fernando Henrique Cardoso, che ha come candidato Aécio Neves. Nel periodo in cui è stata fatta fuori, nell’autunno del 2013, Marina era quotata a circa il 30% dei voti dai sondaggi. La sua risposta è stata di essere candidata non più a presidente ma a vicepresidente dell’ex governatore di Pernambuco e candidato del partito socialista, Eduardo Campos, che era della base del governo e ne era uscito per seguire un progetto personale. Questo candidato non aveva nessuna velleità di vincere, voleva fare il suo 10% per poter negoziare nel secondo turno uno spazio nel governo e poi per lanciarsi nel 2018, momento ritenuto la fine di un ciclo (anche se per quell’anno il Pt prevede il ritorno di Lula, quindi con un progetto di potere perlomeno di vent’anni). All’inizio della campagna elettorale è caduto l’aereo di Campos, quindi Marina si è trovata candidata presidente e di colpo era data vincente al primo e al secondo turno da tutti i sondaggi. Le elezioni sono quindi di colpo diventate molto problematiche per il Pt. Quello che è successo è stato un meccanismo infame di distruzione della candidatura di Marina. Hanno cominciato con un lavoro fatto molto bene per attribuire a Marina una serie di ambiguità sugli economisti che lei mobilitava, una parte delle quali sono anche vere.”

Le stesse ambiguità che connotano il Pt...

“Sono le stesse che riguardano il Pt al cubo, perché il Pt ha tre governi al proprio attivo, ovvero dodici anni di governo. Marina ha cominciato a scendere a partire dall’episodio della pubblicazione del programma (lei è stata l’unica a pubblicare un programma, molto progressista, mentre il Pt e Aécio Neves hanno pubblicato solo dei punti generici). C’era un punto sulla politica lgbt molto avanzato, che comprendeva anche il matrimonio omoaffettivo. Il giorno dopo un suo assessore, per decisione propria, ha tolto questo punto modificandolo. Da lì è scoppiata una campagna per sostenere che Marina è un’evangelica fondamentalista (alla fine degli anni ’90 si era convertita da cattolica a evangelica). Tutto ciò ignorando il fatto che il Pt è appoggiato dagli evangelici, come dicevo prima a Rio ha addirittura due candidati evangelici. Nonostante la stupidaggine di togliere questo punto, il suo programma restava il più avanzato: si consideri per esempio che il Pt non ha nemmeno messo a votare la legge sulla legalizzazione dell’aborto, con migliaia di donne che muoiono in Brasile di aborto clandestino, non dice niente sulla repressione dell’omofobia, non ha progetti sul matrimonio omoaffettivo. È dunque una campagna falsa ma che ha funzionato. Il Pt, o sarebbe meglio dire il governismo, ha concentrato tutta la sua campagna contro Marina perché senza Aécio sarebbe stato un confronto tra due tipi di centro-sinistra e avrebbe obbligato tutti ad affermare chi era effettivamente di sinistra, quindi il secondo turno sarebbe stato molto qualificato. Era quello che il Pt voleva evitare, perché avrebbe avuto difficoltà a dire che era più a sinistra di Marina. Nel secondo turno, infatti, le due candidate avrebbero avuto lo stesso tempo di televisione, mentre nel primo Dilma aveva 30 minuti contro 2. Dilma non è una grande comunicatrice, nel confronto diretto sarebbe stata distrutta da Marina, che è una figura interessante e molto articolata, è una sorta di Lula. Il Pt è invece riuscito a distruggerne la reputazione e non ha attaccato Aécio Neves. Quindi, una parte del voto di Marina che è di centro o di volontà di cambiamento, è ritornato ad Aécio, c’è addirittura chi dice che Lula avrebbe fatto campagna per lui a San Paolo, dove il risultato del Pt effettivamente è stato un disastro. Sono così riusciti a portarlo al secondo turno, un po’ sotto Dilma, mentre Marina si è mantenuta oltre il 20%. Solo che Aécio è in una fase ascendente e quindi ci sono le possibilità per la destra di vincere realmente, solo perché il Pt – con una campagna elettorale irresponsabile – ha voluto evitare un dibattito a sinistra e riprodurre una falsa polarizzazione, senza nessuna concessione. La conseguenza è che hanno spostato tutto l’asse del dibattito elettorale a destra, con il senato più a destra da non so quanti anni, con un risultato del Pt anche a Rio patetico. Il loro discorso adesso è: ‘votate per noi perché dopo giugno c’è un’onda reazionaria, e potete così vedere che il movimento in fondo era reazionario’. È un discorso che tra l’altro non riescono più a governare, perché più attaccano giugno e meno avranno possibilità di funzionare come un fronte contro la destra. Screditare il movimento di giugno gli serve per giustificare la svolta a destra a partire dalla moltitudine in piazza, mentre in realtà sta succedendo che dopo dodici anni di governo i concetti di destra e di sinistra sono una mera operazione di marketing elettorale, ormai esaurita. Dopo la repressione del movimento, assistiamo allo zombie della rappresentanza che continua a sopravvivere e a fare disastri.”

Barbara, nella relazione che hai fatto al seminario di Medellín hai particolarmente insistito sui processi di ricomposizione che si sono dati nel movimento in Brasile, anche attraverso la creazione collettiva di nuove forme di espressione e linguaggi. Durante quest’anno che sviluppo hanno avuto questi processi? Quelli che tu hai definito dei processi di ricomposizione hanno secondo te costruito delle dinamiche organizzative e degli embrioni di nuova istituzionalità autonoma?

Barbara – “Come spiegava Giuseppe, non solo hanno criminalizzato il movimento, ma ora cercano di far apparire il risultato elettorale come un problema del movimento. Tre anni fa dicevo che è nella cultura e nella comunicazione (osservando le iniziative dei relativi ministeri, per quanto piccoli) che si vede la tendenza; quello che si notava era appunto che le politiche interessanti del governo Lula si stavano sciogliendo sotto la gestione di Dilma. Penso che lì si siano formate delle soggettività e delle possibilità di ricomposizione. Quando è esploso il movimento, nelle manifestazioni e anche in piccoli eventi che organizzavamo in cooperazione con altri gruppi, si vedeva che molti soggetti stavano pensando a nuove forme di organizzazione e della loro produzione di senso. Per esempio, quando Michael Hardt è venuto a Rio abbiamo organizzato due iniziative, una nella zona nord di Rio e poi in una grande favela chiamata Complexo do Alemão, suscitando un grande interesse. Uno degli errori del governo Dilma è stato di pensare solo alla grande industria o all’agrobusiness e non a queste soggettività, in gran parte giovani, che si stavano qualificando, creando e domandando nuove forme di organizzazione e di politicizzazione. Si tratta di una cosa molto diversa da quella che solitamente accadeva in questi territori attraverso le Ong; abbiamo invece visto in questi anni una proliferazione di collettivi e percorsi di autorganizzazione.

È vero che adesso siamo in una fase di repressione, però questi collettivi di attivismo comunicativo e della cultura si stanno organizzando, e lì la produzione e la politica vanno insieme. Penso che questa sia la grande eredità del movimento. Questi collettivi hanno cambiato tattica, si sono messi insieme e hanno continuato a produrre senso, immagini, discorsi, riflessioni sul movimento e oltre il movimento. Credo dunque rimanga molto. Certo, la repressione c’è, anche perché abbiamo un cronogramma che prevede tra due anni le Olimpiadi; però, continua a esserci la formazione di una soggettività. Durante il governo Lula abbiamo avuto i ‘pontos de cultura’ e il fenomeno che allora si chiamava medialivrismo. Lo scenario comunicativo in Brasile è molto ristretto, c’è la Globo che è al potere nel paese; per esempio, il ministro della comunicazione è spesso qualcuno legato a Globo. Il medialivrismo si è sviluppato durante gli anni di Lula, hanno formato una rete di persone che faceva un contrappunto rispetto alla Globo. Lula è riuscito a fare un fronte di informazione contro la Globo anti-governativa; si è autodefinita la blogosfera progressista, con una rete abbastanza densa di gente che fa opinione. Tra questi due fronti si sono formati dei media indipendenti, che con il movimento è diventato mediattivismo. Hanno fatto lo streaming di tutte le manifestazioni, il che è stato importante per farci vedere le possibilità del movimento. Un’eredità molto positiva è dunque formata da questi collettivi di arte, cultura e media indipendenti che continuano a produrre.

La ricomposizione è avvenuta attraverso il coraggio, come nel caso della mobilitazione dopo l’uccisione di Amarildo (un muratore di una favela torturato e fatto sparire dalle unità di polizia pacificatrice). La società brasiliana è molto disuguale, però questa ‘classe media’ molto attivista è andata e continua ad andare nelle favelas con grandissimo coraggio. È lì che si forma un precariato cognitivo, perché in realtà le figure di questa ‘classe media’ sono sempre più precarie. Dall’altra parte, c’è una mobilità sociale ascendente abbastanza impressionante delle figure della favelas, anche se continuano ad abitare lì. Molti sono studenti universitari, si laureano, iniziano a lavorare avendo accesso a una rete di persone e circolano nella metropoli della ‘classe media’. Al contempo, il precariato cognitivo va nelle favelas, anche perché sente sulla sua pelle delle difficoltà materiali. Non è un caso che proprio il tema dei trasporti e del diritto alla mobilità nella metropoli sia stato decisivo nella deflagrazione del movimento. Le favelas hanno smesso di essere solo un bacino di forza lavoro per i quartieri più ricchi, per riappropriarsi degli spazi della metropoli anche insieme al precariato cognitivo. C’è quindi un fenomeno di ricomposizione sociale che non va letto unicamente come emergenza della ‘classe media’, nei termini del consumo massificato in parte prodotto dal governo Dilma, ma anche di pensiero, che passa pure per l’università e tutti i movimenti di attivismo politico e culturale. La repressione a Rio colpisce 73 collettivi e centinaia di persone a partire da niente. Credo dunque che questa inchiesta giudiziaria sia espressione del successo del movimento, perché è riuscito a creare un problema per il governo e per il potere.”

Giuseppe – “A Rio questo scenario si riproduce immediatamente perché entriamo nella fase di realizzazione delle Olimpiadi. Il rischio è di avere delle connotazioni negative, perché si riprodurrà di nuovo la polarizzazione se ci saranno oppure no le Olimpiadi, con la minaccia della repressione nel nome dell’interesse superiore. La cosa incredibile è come Dilma e il Pt non abbiano proposto assolutamente nulla di nuovo e non abbiano aperto alcun dialogo con il movimento. Al contrario, quando c’era il dibattito elettorale sulla questione della sicurezza, Dilma ha ribadito l’intenzione di ripetere quello che ha fatto per il Mondiale. Molta gente è entrata nel discorso frontista contro la destra o addirittura contro Marina. Ciò fa pensare a cosa doveva essere fare dissenso nell’Unione Sovietica, o cos’è cercare di essere autonomo a Caracas oggi. Fa pensare a come lo stalinismo non si limiti alla figura di Stalin, ma sia uno dei meccanismi preoccupanti del modo di funzionare della sinistra, che è completamente speculare e dialettica rispetto alla destra.”

Barbara – “Quando Dilma si riferisce al movimento è solo per accusarlo. È proprio un microfascismo. La gente aderisce alla campagna di Dilma senza che ci sia stato, da parte del Pt, nessun dialogo rispetto alle domande del movimento.”

In Italia abbiamo discusso i materiali che avete prodotto non solo per far circolare comunicazione e conoscenze tra i movimenti, ma provando a leggere nel Brasile alcuni possibili punti di tendenza. In quello che abbiamo definito un ciclo di lotte nella crisi, esistono elementi comuni e differenze tra i movimenti in Brasile e in Europa. Un elemento comune, tra i vari che si possono citare, è la risposta della sinistra rispetto a movimenti che hanno nelle ambivalenze e nella loro dimensione spuria delle caratteristiche portanti. In Italia non c’è stato un movimento analogo a quello brasiliano, ma il Movimento 5 stelle e la mobilitazione del 9 dicembre hanno alcuni tratti – anche di ambiguità – che non sono solo locali. La sinistra li ha bollati subito come fascisti, in modo non troppo diverso dalla reazione del Pt di fronte al movimento di cui avete parlato.

Giuseppe – “Vedere il meccanismo di consenso stupido che la sinistra riesce ancora a mobilitare ci fa pensare a cosa doveva essere l’Unione Sovietica, oppure a quel maresciallo dell’Armata Rossa a cui avevano tirato via i denti durante le torture ma quando gli chiedevano come era successo rispondeva che non si ricordava. Fa pensare anche a come negli anni ’30 in Germania o negli anni ’20 in Italia il fascismo possa essere stata una costruzione ambigua. C’è un desiderio della sinistra di avere un nemico fascista, e quando è contestata dalla mobilitazione della moltitudine che mette in crisi questa identità culturale corre il rischio effettivamente di trasformarla veramente in una dinamica fascista.”

È proprio questo il rischio, di consegnare alla destra delle dinamiche sociali aperte a un campo ampio di possibilità, cioè a un campo di battaglia...

Giuseppe – “In Brasile il 20 giugno è stato il giorno delle grandi mobilitazioni, in piazza c’era un po’ di tutto, anche con caratteri ambigui. La sinistra di governo invece ha tentato di criminalizzare l’intero evento. Questo è un aspetto fondamentale: la sinistra non è solo l’ex partito comunista, ma è proprio un elemento del controllo. Da qui derivano le nostre valutazioni su Marina, perché rappresenta una continuità nella breccia: è stata l’unica candidata che riconosceva il movimento di giugno in termini positivi e in maniera diretta. Dire questo ha un costo politico incredibile, non solo dal punto di vista del Pt ma anche di settori intellettuali e filosofici che dovrebbero essere vicini. C’è una filosofa del Pt, che usa il suo spinozismo in termini hobbesiani, che è andata parlare alla polizia militare di Rio – un’organizzazione criminale per quello che dicono le statistiche – dicendo che i black bloc erano fascisti. Indipendentemente dalle critiche politiche che si possono fare rispetto all’estetizzazione, è assurdo dire una cosa del genere, e figurarsi dirlo all’accademia di polizia di Rio, un’organizzazione corrotta e assassina! Il governismo, che è di destra, fa dei grandi eventi con la Fifa, mette soldi nelle grandi industrie automobilistiche internazionali, poi per dire che è di sinistra fa l’apologia di Putin. Già quando era Unione Sovietica faceva schifo, ora non c’è nemmeno più quella simbologia, c’è solo l’autoritarismo russo. Del resto, la crisi della rappresentanza non coinvolge solo la forma-partito.”

Barbara – “È anche una crisi dell’intellettuale, e degli intellettuali che continuano a giocare un ruolo terribile.”

Giuseppe – “L’altra questione è infatti che il movimento nella sua spontaneità ha comunque bisogno di produrre e inventare le sue istituzioni: in Brasile si è visto chiaramente, spero che l’orizzonte egiziano non sia così forte. Guardiamo con attenzione la Spagna, dove c’è il fenomeno di Podemos (quello più ambiguo, perché ha un piede nella tradizione di sinistra e ha una leadership individuale mediatizzata) e poi i Ganemos a livello municipale. In Italia c’è stato il Movimento 5 stelle, molto simile a quello che abbiamo detto di Marina, che comunque non è Grillo, è una figura che viene dalle lotte dei poveri della foresta, dei seringueiros. Anche nella sua conversione evangelica ha dei tratti di lotta dei poveri; la Chiesa cattolica è uno degli ostacoli alla legalizzazione dell’aborto e del matrimonio omoaffettivo, però accusano solo gli evangelici. Oggi i poveri, salvo qualche eccezione, non trovano più nella Chiesa cattolica un terreno di protezione e di rifugio, e lo trovano purtroppo negli evangelici. C’è anche una rete evangelica molto vicina al movimento, che non so se sopravviverà a questa esperienza elettorale.

La gente difende Dilma come se fosse di sinistra. In novembre ha privatizzato il maggior giacimento di petrolio del Brasile – si valuta che abbia un equivalente di quello che è disponibile in Arabia Saudita – per 15 miliardi di dollari; è stato comprato dai cinesi, con una partecipazione della Shell. È stato non solo privatizzato, ma svenduto. Poco dopo è stato privatizzato l’aeroporto di Rio (una struttura decadente) per 30 miliardi di dollari, il doppio del giacimento. La filiale dei trasporti privata di una delle grandi imprese che lavora sui contratti pubblici che ha speso questi 30 miliardi poco dopo ha venduto alla Banca nazionale di sviluppo brasiliana l’equivalente di quello che ha speso in termini di azioni, entrando come socia di minoranza. Dunque, tutti i soldi che hanno messo li hanno ricevuti dal pubblico; tutti quelli che dovranno mettere per la ristrutturazione e modernizzazione dell’aeroporto, in particolare per le Olimpiadi, verranno ancora del pubblico. Questa è la sinistra, e i loro discorsi purtroppo funzionano anche con gente vicina al movimento.”

Abbiamo parlato delle lotte in Europa e di quelle in Brasile come un ciclo comune, ma che per alcuni aspetti si guardano allo specchio. Se in Brasile le lotte l’anno passato hanno fatto irruzione dopo una fase di espansione, da parte di soggetti produttivi che rifiutano un modello di inclusione che rappresenta un blocco delle possibilità crescenti e una forma di controllo, soprattutto nell’Europa del Sud le lotte si battono in buona misura contro aspettative decrescenti. Cosa ne pensate?

Giuseppe – “Questo è vero per il movimento di giugno: stiamo meglio e vogliamo di più. L’emergenza della ‘classe media’ è in realtà apparsa come costituzione della moltitudine del lavoro metropolitano, dentro la quale il soggetto fondamentale è il povero in senso marxiano. Dal punto di vista sociologico, le due figure sono quelle di cui parlava Barbara: il precariato cognitivo e i poveri sempre più mobilitati. Queste due figure si incontrano insieme, soprattutto a Rio ma anche a San Paolo. Questo modello dal punto di vista macroeconomico è andato in pappa: Dilma ha cercato la scorciatoia sviluppista, abbassando il tasso di interesse e aumentando il livello di industrializzazione. Non è riuscita a industrializzare, la diminuzione dello spread si è trasformata in altissima inflazione, senza politiche sociali capaci di trasformare i tentativi di Lula in termini strutturali. La questione fondamentale (vale anche per il dibattito sulla Bce) è che la sinistra continua a essere convinta che, sulla base di una svolta cinese e autoritaria, sia possibile governare le banche. Lo spread non è un problema di decreto, la banca centrale non è autonoma rispetto allo Stato. È come pensare che lo Stato sia autonomo rispetto al mercato. Quello che abbiamo sono invece uno Stato e una banca che funzionano secondo il criterio di mobilitazione del mercato. L’unico modo per affrontare questa situazione è una mobilitazione altra, che in giugno è apparsa, per fare una politica contro l’inflazione che venga dalle piazze e non dall’aumento successivo dei tassi di interesse, come ha fatto Dilma. Oggi abbiamo in Brasile una situazione economicamente molto pesante che può aprirsi l’anno prossimo in una crisi, con un tasso di interesse altissimo e un’inflazione superiore a quello che dicono le statistiche. Ciò fa pensare al contesto di impasse in cui si trova l’Argentina e alla crisi sociale e politica generalizzata del Venezuela. Quando volevano essere positivi e generosi, i dirigenti del Pt venivano alle assemblee e dicevano che il movimento non è contro lo Stato e contro l’inflazione. È un movimento che ha criticato la rappresentanza in modo radicale, è nato dalle proteste contro l’aumento dei prezzi, e non sarebbe contro lo Stato e contro l’inflazione? L’ideologia gli ha mangiato il cervello. Era un movimento al contempo contro l’inflazione e contro la banca centrale, indipendente o no è la stessa cosa, è un falso dibattito. È un movimento che apriva la breccia per poter fare una politica economica con l’appoggio delle piazze. È questo che è imperdonabile per il Pt; fino a giugno del 2013 potevano dire, in modo cinico, che c’erano rapporti di forza che non consentivano loro di rompere le mediazioni con la destra, con l’agrobusiness e con le imprese di opere pubbliche. Nel momento in cui le persone sono andate in piazza e hanno offerto la possibilità di cambiare i rapporti di forza, il Pt le ha criminalizzate. Allora il Pt può perdere, perché è diventato un ostacolo nel fare un’altra politica economica che venga dal movimento. La questione non è l’indipendenza della banca centrale, ma l’indipendenza della moltitudine. Se la moltitudine non è indipendente, la banca centrale sarà una funzione interna all’accumulazione del capitale, anche se è controllata dallo Stato, come in Venezuela. In Venezuela infatti la banca centrale e il petrolio sono uno strumento di produzione dello Stato, nelle sue dimensioni burocratiche, militari e repressive.”

Voi avete più volte insistito sul consumo come campo di battaglia e terreno di riappropriazione della ricchezza, mettendo a critica le posizioni moralistiche della sinistra. Questo è un punto molto importante e generale, ancor più nella crisi economica globale.

Barbara – “In Brasile c’è un desiderio e una necessità di consumo, non si può fare moralismo. Battersi contro il neo-sviluppismo non significa entrare nel discorso della decrescita. Abbiamo una gioventù che vuole consumare nella metropoli, il problema non si risolve andando indietro. Al di là della macroeconomia, vorrei guardare alle micropolitiche di qualificazione del consumo, per questo ritorno sempre al ruolo dell’università, della cultura, dell’arte e della comunicazione. La sinistra è incapace di pensare ad alternative di consumo, anche in questo è fallita. È tornata indietro nelle politiche per la macchina e l’energia, è incapace di far avanzare – come un po’ aveva fatto Lula – le politiche sull’università, sui punti di cultura, sulla qualificazione dei giovani e del pensiero. È vero che il Brasile è un paese grande e ha bisogno di sviluppo, ci sono regioni in cui non c’era la luce, c’è un dibattito complesso sulle idroelettriche. Però, in questi anni di Dilma l’errore principale è di non aver permesso la critica e il pensiero, di non aver permesso di andare oltre, hanno già il loro modello da imporre. Abbiamo l’elettrificazione ma non abbiamo i soviet, cioè gli ambienti costituenti della decisione: il movimento era e tuttora è questo. Le cose importanti sono le esperienze che si fanno dentro e in parallelo alle grandi manifestazioni.”

Possiamo dire che il movimento è una potenziale linea di fuga costituente rispetto alla morsa della dialettica tra neo-sviluppismo e decrescita...

Giuseppe – “Esattamente, è questo che la sinistra ha rifiutato politicamente e manu militari. Per questo, dopo giugno non è più possibile tollerare le ambiguità del Pt come si faceva prima, significa perdere di vista questa prospettiva costruita dal movimento in maniera spontanea. Per questo motivo siamo a un punto di non ritorno.”