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La breccia di giugno è aperta: approfondire la democrazia

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di GIUSEPPE COCCO e HUGO ALBUQUERQUE

La proposta di scrivere questo articolo è nata a partire dai dibattiti sul movimento del giugno 2013, in occasione del seminario “Costruendo il comune” di novembre. Da quel momento, agli argomenti e alle polemiche sul significato del movimento di giugno si sono accompagnati due fenomeni: la polarizzazione intorno alla questione del Mondiale (fra i tag #nãovaitercopa e #vaitercopa) e la moltiplicazione dei flash mobs. Possiamo sommare a entrambi la crisi penitenziaria del Maranhão e l’imprigionamento dei dirigenti del PT nella Papuda.

Tutto ciò conferisce ancora più forza e, crediamo, sollecita anche maggior interesse sulla riflessione che proponiamo, organizzata in tre momenti: il dibattito sui fatti di giugno, la violenza e la pace; la prospettiva del Mondiale nel 2014; i flash mobs.

A giugno del 2013 si è interrotto il ciclo politico-istituzionale aperto nella transizione da dittatura a democrazia. Sempre governato dalle élite, questo ciclo ha avuto (e ha ancora) al suo centro il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro,per un certo periodo è stato il PFL, Partido del Frente Liberal, e basta vedere la traiettoria dei molti leader del PMDB per comprendere il funzionamento di questo “blocco del biopotere”). Il suo traguardo formale fu la Costituzione del 1988, la cui costituzione materiale venne completata dalla domesticazione del “nuovo sindacalismo”. Giugno ne ha decretato la fine, che possiamo leggere come approfondimento democratico (quello che il movimento ha iniziato a costituire) o come esplicitazione del contenuto neo-schiavista, autoritario e razzista della democrazia formale brasiliana (che può essere quanto il governo vuole fare in questo momento). Per il PT (Partido dos Trabalhadores), in quanto partito dotato di una storia di sinistra, ciò impone sfide urgenti.

I venti di giugno continuano a soffiare: la costruzione della pace

Nel dibattito che è seguito all’intervento del filosofo italiano Antonio Negri, il giorno 19 novembre, sono state poste, fra le altre considerazioni, due questioni molto importanti.

In primo luogo, un attivista avvocato ha riferito il commento sorprendente di un ex ministro dell’STF, che gli rispondeva circa il problema della moltiplicazione di azioni incompatibili con la Costituzione e la democrazia come forma generale di repressione delle manifestazioni: “Non ho mai visto uno stato in guerra (!) rispettare completamente la Convenzione di Ginevra”. In secondo luogo, qualcuno ha detto che la violenza praticata dai giovani adepti alla tattica black bloc non era un problema morale, ma politico, la cui dimensione negativa risiederebbe nell’aver “allontanato i manifestanti dalla strada e indebolito il movimento di giugno”.

L’interesse di queste due posizioni appare chiaramente quando le trattiamo unitamente e, al tempo stesso, le facciamo funzionare in senso contrario, ossia nella prospettiva che i venti di giugno hanno conferito loro. Quanto al primo aneddoto, la dichiarazione esplicita di un alto magistrato circa il nostro trovarci in uno stato di “guerra”, è inevitabile ricordare quanto disse l’allora ministro della giustizia francese sul movimento indipendentista algerino – e questo ministro non era né più né meno che il socialista François Mitterand: À la guerre comme à la guerre. Entrambe le dichiarazioni mostrano rara sincerità: nel momento in cui sono poste in scacco dalle richieste delle moltitudini, lo Stato e le élite si considerano in una “guerra”, che conducono senza rispettare nessuno Stato di diritto, nessuna regola. Certo, è sconcertante che qualcuno che fino a ieri propagandava i diritti costituzionali possa oggi parlare tanto apertamente di un “conflitto armato” e associarvi le mobilitazioni di piazza. Tuttavia, il cinismo di questo discorso possiede un aspetto interessante: rende esplicito il fastidio dell’élite verso la minaccia democratica.

Tale aspetto diventa esplicito quando lo si sottopone alla prova della verità. In effetti, come qualunque persona sana di mente sa, la guerra non è iniziata a giugno. Al contrario. Si tratta di una dura e triste realtà, amplificatasi – come per caso – congiuntamente al processo di “apertura democratica”. Siamo usciti da una dittatura formale e generalizzata per entrare in una dittatura di fatto, esercitata contro i giovani, poveri e neri delle favelas, delle periferie e delle aree suburbane. Nella dittatura “formalizzata” era visibile una correlazione nitida fra amici e nemici, propria del mondo bipolare delle competizioni frontali fra blocchi distinti: la guerra (“fredda” e “calda”) veniva combattuta fra due modelli. Nella dittatura di fatto non si sa più chi è amico e chi è nemico. Nella prima, il conflitto aveva una formulazione ideologica e voleva svolgersi tra progetti antagonisti, fra due diverse teleologie: l’attuale presidentessa Dilma veniva massacrata in quanto “nemica del Brasile”. Nella seconda, il conflitto si organizza a partire dalla proibizione di determinate sostanze (chiamate droghe o stupefacenti) e si svolge nella più totale assenza di senso (l’ex prigioniera politica chiama “sabotatori” del Brasile i manifestanti che criticano il modello elitista e neocolonialista del Mondiale, trasformando il dibattito democratico in una “guerra psicologica”). Nelle due dittature si tortura, si uccide e si fa scomparire – anche e soprattutto chi dovrebbe essere sotto la custodia dello Stato.

Paradossalmente, la dittatura di fatto uccide, tortura e imprigiona più dell’altra, e non rispetta già da tempo le regole del diritto o di convenzione alcuna. La dittatura formale ha prodotto archivi (che non sono ancora stati aperti). La dittatura di fatto neppure conosce gli archivi che il suo orrore sta producendo, e non si avrà neppure modo di aprirli, un giorno: lo scheletro di Amarildo non è mai stato trovato. Uccidendo, torturando e rubando, i suoi attori si sono trasformati, come nel film “Tropa de elite”, in squadroni della morte cinematografici e “specialisti” della televisione. I numeri di questa guerra sono assurdi, oltrepassano le statistiche di mortalità dei territori attraversati dalle guerre dichiarate “ufficialmente”.

Ebbene, neppure con questo cinismo palese l’alto magistrato ha detto la verità, dato che la guerra senza regole che tratta i poveri come nemici è in atto già da molto tempo. La novità è il movimento di giugno con le sue conseguenze, in particolare a Rio de Janeiro: essa si svolge esattamente nel senso contrario rispetto alla seconda asserzione citata sopra. La novità della rivolta di giugno non consiste soltanto nella sua massificazione, ma anche nella determinazione di ciò a cui la moltitudine ha dovuto opporre resistenza.

 Se il pretesto sono stati R$ 0,20, il tema generale della lotta “per una vita senza tornelli” conteneva molto di più, ossia una capacità nuova e insperata di conferire alla parola “libertà” una nuova carica effettiva. Per la prima volta c’è stata una nitida correlazione inversa tra il livello della truculenza della repressione statale e la propagazione delle mobilitazioni in tutte le città e tutte le periferie. Osando sapere, la moltitudine non ha soltanto prodotto una nuova luce, ma nel resistere ha saputo osare, dando a questa luce un significato differente. La novità di giugno è proprio l’apertura di una grande breccia democratica, attraverso cui i giovani delle periferie e delle favelas, unendosi al nuovo corpo studentesco massificato (ma anche precarizzato), hanno trovato un’alternativa potente alla guerra insensata che il potere li obbliga a muovere. Non a caso, la città in cui il movimento si è mantenuto più compatto è stata Rio de Janeiro, dove questa tattica – quella dei black bloc ­­– è stata la più presente e combattiva. Le sue vie sono state le più mobilitate, al punto che la moltitudine è tornata a massificarsi e a chiudere l’Avenida Rio Branco due volte, nei giorni 7 e 15 di ottobre.
Una menzogna e una mistificazione sono state veicolate dai grandi media, questa volta fermi alleati del governo federale (cosa che dovrebbe far riflettere tutti quanti). La menzogna è stata l’affermazione che lo svuotamento delle strade è avvenuto a seguito della presenza dei mascherati, quando in realtà le strade si sono mantenute fermamente articolate alle reti di Rio de Janeiro, dove i mascherati hanno condotto le occupazioni della Camera e del Leblon, e le manifestazioni nella Alerj e nel Palácio Guanabara, durante la visita del papa, affinché si costruisse questo sincretismo con lo sciopero dei professori, costituendo nella resistenza l’embrione di una nuova istituzionalità, di tipo metropolitano, radicalmente democratica. La mistificazione è classica ed è consistita nell’attribuire la violenza ai manifestanti. Tuttavia si tratta di un’operazione ironicamente difficile: il livello di violenza del potere – in particolare del suo sistema di giustizia – è divenuto tanto grande ed esplicito che la repressione dei manifestanti non riesce a raggiungere nessun livello di legittimità.
In realtà, le manifestazioni di piazza – in particolare a Rio de Janeiro –, compresa la tattica black bloc, si sono costituite come una grande breccia democratica, una potente linea di fuga, fuori dal regime di guerra e terrore indetto dallo stato per mettere in regola i poveri. Contrariamente a quanto il potere, i media e persino alcuni intellettuali di gabinetto hanno tentato di sostenere, la tattica black bloc non si configura come “violenza”, ma come decostruzione della guerra – di cui ha parlato cinicamente, e come un assurdo soldato, l’alto magistrato –, e ciò a mezzo della costruzione di esperienze di democrazia radicale. Quella della violenza praticata nelle manifestazioni di Rio ha una dimensione etica che svergogna il sistema istituzionale brasiliano: la tortura, gli assassini, i presidi e la sua giustizia ingiusta. Non vi è stato nessun tipo di aggressione fisica a persone, la protezione è stata fatta unicamente bruciando spazzatura e cassonetti e le distruzioni sono simboliche: bancomat o icone del capitalismo multinazionale (ossia, figure simboliche stigmatizzate nella retorica di sinistra, compresa quella del governo!). Il giorno 20 di giugno, nella Avenida Presidente Vargas, i manifestanti sono arrivati a “passeggiare” sopra il “caveirão”, la macchina mortifera della Polizia Militare di Rio che entra nelle favelas seminando il terrore. Sono scene di liberazione sognate da milioni di giovani: gli stessi che ora stanno facendo un giro negli shopping center. Molto raramente sono state bruciate automobili o autobus. “Nulla”, se comparato a quello che le indignazioni popolari fanno e continuano a fare.
Quello che i manifestanti hanno affermato è stato la verità del potere e quelli che hanno adottato la tattica black bloc hanno dato coraggio a questo discorso veritiero: essi hanno detto e dicono che, tramite i megaeventi, fiumi di denaro pubblico sono stati, e sono, usati per riempire le borse di alcuni – sempre gli stessi privati ­– e gerarchizzare ancor più la città; dicono che la corruzione del potere non è eccezione alle regole, ma loro pieno funzionamento; dicono inoltre che è possibile lottare: osare avere il coraggio di produrre verità, cioè, di narrare dal punto di vista del dolore e degli oppressi.

La verità dice che il potere non produce nulla, se non distruzione e dolore: il potere è vuoto, nichilismo totale. Il potere dice, solo e soltanto, “no!”, senza fermarsi; avere potere è soltanto esercitare veti, intercettare flussi che la vita produce. Il coraggio di dire questa verità passa attraverso la decostruzione della violenza statale: dov’è Amarildo? La lotta dei mascherati è amore e costruzione della pace, dell’unica pace veritiera. Senza volto, costoro sono gli scudi, l’antimilizia della classe senza nome.

Il mondiale (non) si farà?

Il calcio è lo sport delle moltitudini in tutto il mondo. Creatura bastarda dell’aristocrazia britannica, divenne lo sport degli operai di Manchester e Torino e del Terzo Mondo, dei neri, dei meticci, degli esclusi e quindi globale. Ciò non soltanto perché mobilita un numero ingente di persone intorno a sé come evento, ma perché in sé apre spazi per N biotipi, N modi di sinestesia: dall’alto al basso, dal forte al veloce, ma sempre per multipli, uno strano assemblaggio impari fra impari. Il calcio è una delle passioni più intense della gente in giro per il globo e, non c’è da stupirsi, dei brasiliani: è, inoltre, fra le massime espressioni dell’ozio creativo locale, dell’arte della moltitudine.
Non meraviglia quindi che il calcio debba essere colonizzato, catturato, posto in funzione di qualcosa. Esso mostra che l’ozio è a favore della vita, e non contro, l’ozio non è morto, al contrario di quello che ci dicono i nostri padri, la scuola e lo Stato. Contro di ciò, il calcio risponde: lavora per vivere, e non vivere di lavoro, se non vuoi diventare nevrotico! Il suo potenziale di magnetizzazione fece in modo che non potesse essere eliminato, essendo dapprima tollerato e poi sussunto agli interessi del capitale: calcio come premio nel giorno di riposo del lavoratore, quelle che deve lavorare tutti giorni, bonus per gli studenti che vanno bene a scuola e perciò possono giocare all’ora stabilita – calcio narrato come premio nel capitalismo industriale e, oggi, come affare del capitalismo cognitivo.

Persino nella cattura, il calcio tiene aperte le brecce che ci permettono di pensare: la positività, la vita, si trova nell’ozio; la morte nel neg-ozio, il suo antonimo. Questa inversione, un vero e proprio malinteso ontologico, è il tentativo di cattura, per inversione dei poli, dello sport bretone. In questo senso la Coppa del Mondo viene in Brasile: desiderio delle moltitudini di vedere la competizione massima del loro sport preferito, e lo sport che le favorisce ma ne cattura il desiderio. Non ci sarebbe nessun problema con un Mondiale in Brasile: se fosse, è chiaro, una Coppa del Mondo in Brasile e una Coppa del Brasile nel Mondo, ma è proprio il fatto che questa opportunità sia stata gettata dalla finestra – quando ancora esisteva – a rendere tutto ancora più grave.

A Rio de Janeiro, città-sede della finale del Mondiale e delle Olimpiadi, dove è stata realizzata un’orgia di opere sontuose, continuano a mancare le infrastrutture basiche, al punto da pregiudicare quegli stessi “affari” che avrebbero dovuto essere l’“eredità“ dei megaeventi. L’acqua manca per settimane ed è intermittente nelle favelas e nei quartieri poveri. La sanità di base non esiste nelle favelas che hanno ricevuto seggiovie faraoniche e inutili, e le spiagge pubbliche sono grandi cloache. Dopo la tragedia della monorotaia di Santa Teresa, il trenino del Corcovado funziona male, con file di quattro ore e mezzo e un caldo infernale. La luce è intermittente in tutti i quartieri, soprattutto nei più poveri. I più chic e turistici non seguono la regola e, a gennaio, ristoranti, hotel e supermercati funzionano con generatori di energia particolari. Gli autobus circolano affollati e a velocità assurde – e la stessa Corte dei Conti non ha accesso alle loro rendicontazioni. Il vandalo è il potere stesso. Questa è la verità, e solo i manifestanti e i black bloc hanno avuto il “coraggio di dirla”. Criticare il potere significa trovare il modo di avere questo coraggio e non unirsi al potere mafioso che vive di menzogna.

L’“eredità della coppa”, a partire da qui, diventa la maggiore esclusione abitativa, un apparato di spionaggio che, come ad esempio l’STF (Supremo Tribunal Federal) montato negli anni di Lula, può rivoltarsi contro i suoi propri creatori, giustamente o ingiustamente, ancor prima di rivoltarsi contro la società – è uno sport dominato da ricchi oligarchi. Ma esiste un’altra eredità, che è quello che ci interessa, espressa nella forma dei Comitati Popolari della Coppa, articolata in rete e dal basso nel paese, e nel grido

#nãovaitercopa (#ilmondialenonsifarà) – un “no” che non è come quello del potere, ma piuttosto l’affermazione che è possibile che accada qualcos’altro al di là del reale, del necessario e dell’aspettato; è un surrealismo politico a favore di un futuro di sogni vivi, nel quale le cose sono più di quello che è pensato dalla testa del re, il cosiddetto “reale”.

I flash mob

Tra la fine del 2013 e l’inizio di questo 2014, i flash mob agitano il paese. Sono flash mob della moltitudine convocati nelle reti sociali, nei quali i giovani della periferia si danno appuntamento nei centri commerciali: vogliono innamorarsi, passeggiare, vivere... E fanno ciò non perché manchi loro qualcosa – le “opzioni di svago nella periferia” – né perché siano “carenti”, ma in forza di quello che hanno d’avanzo: il desiderio! Questi giovani sono parte, inoltre, della prima generazione brasiliana di esclusi che si sentono autorizzati a desiderare, che non accettano la reclusione nei quartieri poveri e vogliono essere felici immediatamente, e non soltanto “un giorno”.

Non c’è modo di comprendere i flash mob senza pensare, congiuntamente, alle nuove forme di convivenza portate da internet e dalle sue reti sociali e, d’altro lato, alla dinamica della nuova composizione di classe risultante dagli ultimi anni. Anche se il PT e il governo Dilma non sanno coesistere e co-creare con la vita desiderante che hanno prodotto, il fatto è che c’è stato negli ultimi anni un concatenamento desiderante potente, che ha reso gente attiva una moltitudine di rassegnati. Ma tanto la presidentessa quanto il partito del governo agiscono come un Dr. Frankenstein, persecutore paranoico della propria creatura.

La novità di questa nuova composizione di classe è una classe senza nome, incontrollabile, indisciplinabile e imponderabile, pronta a fare movimenti liberi, non omologabili, in qualunque momento. Essa non chiederà autorizzazioni per fare ciò che è già in suo diritto. É passato il tempo dei salamelecchi con il potere. Il flash mob è, inoltre, il contrario del Mondiale in Brasile: è l’ozio che impatta direttamente contro il negozio, tempo libero contro il furto di tempo di vita, occupazione di spazio versus relegazione.

È proprio lì – tra la cattiva coscienza della nostra vecchia sinistra, che vede nei flash mob una schiavitù nei confronti del “consumo”, e la destra, che trasale nel vedere minacciati i buoni costumi e la “proprietà” – che il fracasso del vecchio socialismo di Stato e la verità sul capitalismo emergono nella pratica: il vecchio bolscevico è, lui sì, lo schiavo di una società degli affari, solo che è collettivizzata, e tale economia di mercato non è soltanto diritto alla proprietà o al lucro, bensì forma di controllo e furto di tempo di vita. Fosse il contrario, i flash mob sarebbero acclamati, perché non minaccerebbero la “proprietà privata” nei centri commerciali e potrebbero persino aumentare le loro vendite; ma, nel mondo degli affari, non si tratta di questo, quanto della gerarchia, del comando dei corpi sui corpi, della mobilità degli uni basata sull’immobilizzazione degli altri, della privazione di proprietà, dell’esclusività, del mio comando sulla tua vita. Il Brasile “dopo giugno” ci mostra come il socialismo di Stato e il capitalismo, come già li vedemmo in relazione perversa tra lo stalinismo e il fordismo, sono in realtà due facce della stessa irrazionalità: quella di un “progresso” lineare e teleologico che finisce col distruggere la sua stessa vita.

Conclusioni

A giugno è terminato il periodo di transizione che si aprì alla fine degli anni ’70, ebbe il suo auge nella Costituzione del 1988 e la sua maggior diffusione nelle ambivalenze della decade del 2000. Il potente ciclo costituente di diritti degli anni 1970-1980, e dell’effettualità dei diritti nella prima decade del secolo XXI, non ha avuto luogo senza la mediazione del PMDB, l’espressione onnipresente del progetto misterioso dello Stato e del potere costituito del Brasile – pronto a neutralizzare tutto quello che è intenso.

Questa epurazione non ha in sé nessun determinismo, ma apre un’alternativa: da un lato, più probabilmente, è l’esplicitazione delle dimensioni razziste, totalitarie e demofobiche dell’élite: è ciò cui stiamo assistendo nei presidi del Maranhão, negli annunci del governo e nelle leggi (d’eccezione) che sono discusse in questo momento per frenare le manifestazioni democratiche. D’altra parte, abbiamo la deflagrazione di un nuovo ciclo democratico, la pratica di nuovi modi di esistenza e nuove strategie di resistenza, e il 2014 sarà il teatro di questo scontro.
Il Brasil Maior è in subbuglio. Sono decadute, negli ultimi mesi, le certezze garantite e omologate delle verità trascendenti, e prescrittive, dei sondaggi d’opinione – da cui emanano i dettami concettuali degli scienziati e filosofi regi –, delle politiche di pacificazione e del grande consenso politico-garantista, al fine di conciliare le classi fra loro: l’accordo tra aggressori e aggrediti in quanto aggressori e aggrediti. Questo treppiede, per inciso, è la forma stessa di sviluppo, la strategia di governo grazie alla quale si è riusciti a contenere i turbamenti dell’ordine che le politiche del governo federale, negli ultimi dieci anni, hanno causato direttamente o indirettamente.

Le manifestazioni avvenute a partire dal mese di giugno in tutto il Brasile trovano un punto di convergenza fra le diverse lotte in corso, nel senso che esse divergono dall’ordine imperiale globale. Nella specificità della realtà brasiliana attuale, si tratta di un processo di combattimento contro un progetto di futuro nel quale ognuno avrà il suo posto, ma solo e soltanto come ingranaggio di una macchina. Prima, nel frattempo, occorre ricordare come siamo arrivati qui.

Il processo politico che sbocca nel governo Lula nasce, nel 2002, da una campagna elettorale vincente, nella quale, non per nulla, il grande tema era fallace: la speranza giunse, per la prima volta, come rimedio alla paura che ci impediva di essere felici. Speranza e paura, tuttavia, sono una coppia affettiva che non venne mai svincolata nella modernità. Il discorso egemonico è, precisamente, quello che propaganda il nostro essere volti alla realizzazione di un futuro necessario, che assoggetta così il qui-e-ora, immediatamente dopo la liberazione delle nostre passioni; non vi sono allegria o tristezza, ma speranza e paura. Facciamo e abbiamo lasciato fare le cose in nome di queste virtualità che, dobbiamo sottolineare, non furono mai separate.

Ma il governo Lula non è stato solo questo. C’è stato spazio per un periodo di allegria e attualità, che permisero, al di là dei dogmi dei vecchi e nuovi socialismi e burocratismi di partito e di Stato, un movimento antipotere nel potere, che permisero processi curiosi come la diminuzione della diseguaglianza sociale – e anche razziale –, l’aumento della vita media dei brasiliani, la depauperizzazione dei più poveri non soltanto grazie a politiche salariali, ma anche di costituzione di biorendite, come la Bolsa Família o i Pontos de Cultura, tra gli altri.
Questo foro nei cannoni moderni, di sinistra e di destra, provocato in gran parte da movimenti empirici e pragmatici, trasformò il Brasile, causando un successo significativo. È quello che chiamiamo Ascensione Selvaggia della Classe senza Nome: un processo in cui le minoranze brasiliane, nel contesto del capitalismo globale e cognitivo, si sono affermate a dispetto delle etichette che hanno tentato di affibbiare loro ­– nuova classe media, classe C, e tante altre – e delle convenzioni di crudele cordialità che marcano questa terra già da tempo. E l’effetto sasso nell’acqua è altrettanto evaporato: la classe media non forma già più l’opinione dei suoi subordinati; i più poveri hanno iniziato a frequentare aeroporti, reti sociali e tutto il resto.

Tutto ciò, all’interno di un’alleanza politica tra un partito nato dalle rivolte operaie alla fine degli anni ’70, dalle pastorali cattoliche e dai movimenti sociali con settori rilevanti dell’impresa nazionale frustrata dai capricci del capitalismo brasiliano. Nulla di rivoluzionario, insomma. Ora, come potrà questa enorme articolazione rendere i conti dell’agitazione inevitabile di queste trasformazioni sociali? È a partire dalla collocazione di questa questione che inizia a disegnarsi la transizione che Lula, lui stesso, coordina in modo centralizzato e verticale, un addio al lulismo – il piano B del PT – all’interno del lulismo, una transizione coordinata, nella forma della sua ministra–capo della Casa Civil, Dilma Rousseff.
In questo processo, quel che meno importa sono le personalità coinvolte, non esistono soggetti storici trascendenti, tanto meno personalmente trascendenti. Ma occorre indagare il ruolo delle personalità immanenti al processo storico. È in questo senso che nel 2011 appaiono le ambivalenze degli otto anni iniziali, la cui grande meta è un paese pacifico, alimentato dai fondi pensione e gestito tecnicamente dalle menti migliori, che promuove il benessere della Nazione: il “Brasile paese di tutti” dà luogo al motto “Un paese ricco è un paese senza miseria”.
Questa transizione coordinata, dalla rivoluzione politica all’interno della democrazia per la normalità della nuova Pax, alla quale il Politburo del PT ha aderito con impegno, fu decisa senza considerare i desideri della sua base sociale e politica. In fin dei conti era per il nostro bene. Il progresso richiede ordine; l’ordine, sacrifici, come indica il mantra brasiliano dalla fine del XIX secolo. Occorreva mettere le cose in pista, affinché tutti potessero “migliorare la loro vita”, senza traumi, senza singhiozzi. Si vuole la propria auto, la propria casa, i propri elettrodomestici, vivere una vita modellata sui valori del lavoro.

Proprio la coppia speranza-paura, nel momento in cui si è assolutizzata, ha promosso l’ascensione di una nuova virtualità: la dittatura della sicurezza, nazionale, economica, sociale e, alla fine dei conti, biopolitica, mediante la quale non è già più in gioco quello che possiamo guadagnare, ma quello che perderemo. Il benpensante chiede sicurezza, allora. È questo il momento nel quale viviamo, quindi; è quello in cui la Bolsa Família è diventata meno importante delle Unidades de Polícia Pacificadora (UPPs) – e le UPPs, per estensione, si sono trasformate così in un nuovo modello possibile per la pace reale nell’eccezione permanente propria del Brasile, come ci indica la cattura, tortura e morte dell’aiutante del muratore Amarildo, nella favela di Rocinha, a Rio de Janeiro, recentemente.

Nel considerare questa transizione non si tratta di promuovere, ovviamente, un qualche tipo di generosità con il governo precedente, ma della comprensione della dinamica propria del dispositivo in corso. Senza la conoscenza di quanto è accaduto, in nome di una filosofia della storia dalle apparenze del presente che costruisce e arbitra quel che si deve ricordare – e dimenticare – del passato, non è semplicemente possibile confrontare il potere nella forma determinata in cui esso si manifesta. La transizione in corso, che è giunta al momento attuale, è molto più di una mera scelta morale, molto meno di qualcosa di ristretto all’attuale congiuntura del Brasile. Al contrario, esiste proprio lì la manifestazione stessa della modernità. È l’effetto che Orwell ha dimostrato molto bene, in forma di favola, nel suo La fattoria degli animali.

Il processo in questione è quello che, non di rado, si associa al Termidoro, in riferimento al mese del calendario repubblicano istituito dalla Rivoluzione francese, che, a sua volta, si riferisce ai tredici anni (tra il 1792 e il 1805) in cui da quella rivoluzione nacque un nuove ordine, con pratiche tanto vecchie. È il momento stesso in cui da una rivolta plurale contro l’oppressione del vecchio regime la borghesia si fece carico del processo, occupando, da lì in avanti, il posto della nobiltà di sangue in quanto nuova classe opprimente. Il finale, come tutti sappiamo, è l’arrivo di Napoleone Bonaparte al potere, che proclama la fine della rivoluzione con l’avvento della Costituzione.

In una delle più emozionanti pagine della storia della filosofia, Antonio Negri, nel suo Potere Costituente, ha analizzato questo fenomeno come nessun altro: esso si colloca nella forma in cui, nella modernità, la rivoluzione viene svuotata dal dispositivo che separa il potere costituente dal potere costituito; la rivoluzione, la forma stessa attraverso cui si manifesta l’investimento permanente del desiderio umano per una coesistenza migliore, è ridotta a mero mito fondativo di un ordine nuovo, un potere costituito. Il potere costituito ha legittimità in quanto nato dalla rivoluzione e, in virtù di ciò, è autorizzato a fare quel che è necessario per rendere effettivo il bene.

La costituzione cui fece riferimento Napoleone non è altro che un contratto. Un ampio contratto sociale che vincola la collettività intera. Nulla di nuovo sotto il sole: la borghesia, dacché esiste, conosce una sola forma possibile di risoluzione dei suoi problemi, ossia il contratto. Non è da stupirsi, quindi, che l’ordine borghese venga accompagnato da un grande contratto che, a sua volta, ci rende tutti soci. È in questo modo che i francesi, sotto l’influsso degli ideali americani, diedero luce al Leviatano.

Non bisogna inoltre stupirsi che il nuovo ordine, a sua volta, ripeta la vecchia repressione, una volta consacrata la sua reificazione; la sua repressione è allora una repressione buona, così come viene criminalizzata la resistenza a questa stessa repressione, persino se perpetrata da vecchi rivoluzionari. Quella violenza liberatoria avrebbe inoltre significato soltanto nel rovesciamento dell’ordine vecchio; ora, sotto l’ordine nuovo, nonostante si ripetano le stesse violenze, occorre ponderare che esse avvengono a fin di bene, il che rende la resistenza malefica. La stessa parte, nuovi costumi e nuovi attori – e una platea praticamente uguale. La metafisica spinoziana, su cui si basa il lavoro di Negri, non accetta ciò: radicalmente immanentista, è inaccettabile che vecchie relazioni di oppressione siano tollerate soltanto in forza del loro essere perpetrate da nuovi attori.

La morale, per cambiare, è un sapere inefficace per spiegare o combattere questa situazione. Non è un male inerente gli individui che partecipano del concatenamento che causa tutto ciò. Per inciso, le letture moralizzanti del processo fanno credere che, se da un lato esistono personaggi puramente malvagi, potrebbero invece esisterne di buoni – ed è proprio la credenza nel soggetto storico trascendente, propria dei volontarismi, che alimenta tale dispositivo circolare. Pensare che tutti sono malvagi è, d’altra parte, il conservatorismo che naturalizza e normalizza questo disastro formidabile.

Torniamo allora al Brasile del 2013. Stiamo forse ripetendo la Francia rivoluzionaria, o peggio ancora la Russia? In certa misura, sì. Esiste uno svincolamento di tutta la lotta costituente antidittatura, altermondialista, anti-neoliberale in cui il Partido dos Trabalhadores si è impegnato prima di giungere al comando del governo e alla necessità di mantenere l’ordine, sostenere la ragione di Stato, una volta giunto al governo. Esiste un fenomeno ricorrente nella storia, che non è tuttavia naturale o inevitabile.

Nel collocarsi al servizio di una nozione astratta di progresso e civilizzazione, o di una ragion di Stato altrettanto poco concreta, dimenticando invece la sua ricchezza più grande, il PT entra edipicamente in collisione con la sua creatura.

Come nel Frankenstein di Mary Shelley, il creazionismo proprio della cultura occidentale entra in conflitto con una problematica particolare: aver dato non soltanto vita, ma vita desiderante a un insieme eterogeneo di persone. È l’ora in cui Prometeo incontra Edipo. Questa moltitudine, figlia bastarda del lulismo, è la classe senza nome. E non ha nome proprio perché è sufficiente a se medesima, non ha nome perché non vuole né può essere soggetta agli ordini. Non è un soggetto storico trascendente, è un soggetto comune. Sono tutte le minoranze, ritagliate insieme e fuse come in una nuova lega, le stesse che furono sempre additate dalla destra come incapaci, destinate alla tutela dell’uomo bianco della Casa Grande, e che furono difese dalla sinistra solo in virtù della possibilità di una loro civilizzazione. Proprio l’esperienza che la difese come tale, che difese il popolo come ragion d’essere del Brasile, è quella che si è placata all’idea che la classe senza nome dovrebbe, ora, essere battezzata ed educata per sedersi al tavolo della Casa Grande – certo, quando vi fosse invitata.

Non ci stupisce, in un mondo in cui una miriade di movimenti identitari sfidano l’ordine imperiale globale, che in brasile il movimento non abbia nome. Il suo sistema immunitario di fronte alle movimentazioni non ha volto né bandiera: sono i black bloc. L’atteggiamento di condanna, assolutamente mediocre, è spiegato dal fatto che non abbiamo volto. Come se qualcuno potesse tenerli sotto il giogo della repressione. O come se il problema fosse una violenza diffusa causata dall’azione diretta, la stessa che proprio il PT non ha mai condannato in movimenti come l’MST (Movimento Sem Terra). Non possiedono volto, identità, leader, esistenza continua, sono incatturabili in quanto tali. Con la classe senza nome, l’ortodossia politica non aiuta, ma esplodono i concetti – prescrittivi, tutti – degli scienziati religiosi: nuova classe media, classe C, e così via.

Il punto è che anche ciò che può essere catturato nella forma universale della classe media non troverà, così, la sua passività: a proposito, una delle novità che hanno portato le giornate di giugno è che la classe media è arrivata al suo punto di saturazione. Sì, vandali. Vandali in senso extramorale, mossi tutti da una condizione affettiva impossibile. L’uomo medio, della classe media, di gusti medi, schiavo della media e delle medie scolastiche e professionali, non sopporta più la sua vita. Sono diventati barbari! La questione, più che la sua ascensione selvaggia, è l’insufficienza della soluzione universale che avevano immaginato. Non è soltanto che i giovani della periferia non accettano più il destino di assoggettamento dei loro padri e nonni, ma proprio il figlio della classe media non sopporta la prospettiva di una vita monotona, di feste, viaggi e oggetti vuoti. L’aritmetica delle ricerche non comprenderà mai questo ritmo, come non l’ha mai compreso, e non è più sufficiente parlare del quadro in cui viviamo come di un mero “incidente di percorso”.

Paradossalmente, in un’epoca in cui i popoli nativi del Brasile assistono a una scalata impari di offensive contro di loro, è l’indio a mostrarci una via di fuga da tutto ciò. Non è che essi appartengano a un fuori che ci permetta di fuggire dal mondo, bensì proprio perché sono dentro l’Impero tanto quanto noi: sincronici alla contemporaneità globale e, al tempo stesso, sufficientemente potenti per resistere alla divorazione degli uomini da parte della macchina capitalistica e, ancora, per vivere a loro vita. Nell’era delle grandi opere e contratti, di una vita tutta fatta di lavoro, gli indios osano lavorare soltanto per vivere; ozio invece del negozio. Il divenire indio è esperienza intensiva dell’affermazione, come si vede, un’altra vita che non sia quella della collaborazione a una colonizzazione delle terre, dei corpi e delle menti: essere straniero e nomade nelle proprie terre, essere preso da uno straniamento capace di muoverci fuori da qualunque sedentarietà, qualunque zona di conforto. Nello stesso modo in cui, per Spinoza, la conoscenza della realtà esige non solamente di distinguerla dall’immaginazione, ma anche di saper immaginare, gli indios sanno molto bene che, per vivere, occorre sapere ciò che è proprio e ciò che è causato da feticci, sapendo persino praticare la magia.
Il capitalismo scientifico dilmista è il sogno della macchina amministrata da un governo tecnico di consenso, capeggiato da una gerarchia di burocrati che comandano lavoratori professionali, ben alimentati, tecnicamente istruiti, con la loro vitina prevedibile da classe media, tutti uniti nel gestire un patrimonio la cui proprietà è polverizzata in forma di azioni – forse nelle mani dei fondi pensione dei propri lavoratori; senza lotta sociale, senza scioperi, senza violenza, tutto assolutamente sicuro. Alla fine della linea stanno le grandi opere, il dominio di un’ipotetica natura naturata – madre e negativa – e una sensazione che sia tutto ben alimentato, a sua volta, dal grido unisono del gol di selezione. Questo futuro, nel frattempo, è stato respinto. Il problema è proprio il rischio che ciò possa accedere. E i giovani l’hanno percepito.

Mentre il Brasile cerca di diventare Primo Mondo, il Primo Mondo abbraccia ogni volta di più la realtà debole del Brasile, violento, impari, inclemente. Il Brasil Maior è, prima di tutto, un debole, perché sostiene i ricchi e i potenti. È la variazione debole del Brasile. Il brasil menor è il Brasile dei poveri e delle minoranze, è la reale potenza di questo paese, di quelli che bastano a se stessi e ai parassiti del sistema, di quelli che copulano col mondo nell’esperienza antropofagica. Questo Brasile, ora reso silenzioso, si è fatto sentire. Mentre la meschinità burocratica e l’idealismo perverso del progressismo lo hanno ignorato. Non ci sono più dubbi che questo progetto di sviluppo sia passato. Difenderlo ora è tanto idealista quando l’idealismo che viene imputato ai suoi critici, supposti pazzi che non si accontentano.
La questione finisce per essere, a priori, quale sacrificio dobbiamo commettere qui-e-ora in nome del futuro, per diventare l’azione disperata nel non perdere quel che si è conquistato e, persino, quel che si conquisterà. I megaeventi come punto d’onore, di un onore che non si ha più. A partire da qui, non è già più possibile orientarci verso un realismo maggiore, una volta che è la stessa concezione del mondo ad essere d’accordo con la testa del re. E le teste dei re sono sempre nevrotiche, una volta che la benedizione di essere più legittime di quelle dei comuni è accompagnata, non a caso, dalla maledizione di poter crollare nel modo peggiore in qualunque istante. Come gli indios, occorre liberarci dalla Legge e dal Re, dagli affari e dai contratti. Occorre imbarcarci in un’avventura in cui la pace si fa tra uomini liberi, per amore, e non per la falsità di una guerra permanente e unilaterale. Senza nome, senza viso: nell’immanenza.

 

* Pubblicato su Teoria e Debate. Traduzione di Luca Guerreschi.